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_________ TIBET Le Montagne Sacre KATHMANDU E LA SUA VALLE, LHASA, GYANGTSE, XIGATSE, XEGAR Viaggio in TIBET: Le Montagne Sacre «Un viaggio di conoscenza nel cuore delle più antiche tradizioni buddiste, attraversando le meravigliose valli himalayane punteggiate da laghi azzurri fino ad arrivare al "tetto del mondo".» IL TIBET Questo affascinante Paese è rimasto per secoli misterioso e intatto a causa delle difficoltà a raggiungere la zona. Capitale della regione autonoma del Tibet, Lhasa è un piccolo centro di soli 60.000 abitanti situato a circa 5.000 metri a ridosso di un gigantesco altopiano ai piedi dell'Himalaya, la zona più elevata della Terra. Definita “la terra degli Dei”, Lhasa è un recinto sacro, dentro il quale scorre giorno e notte la corrente dei fedeli. Il monastero più antico della città è il Jokhang, la cattedrale del buddismo tibetano, epicentro della vita sociale e spirituale della città e del Paese. Una vera meraviglia architettonica a nord-ovest della città, è il Potala, residenza, palazzo, fortezza e monastero del Dalai Lama. A Nord, dall’altopiano del Tibet settentrionale, si possono ammirare laghi e vette con nevi eterne. Situata a 3.950 metri di altitudine, Gyantze è la cittadina del Tibet più genuinamente tibetana, grazie ad uno scarso insediamento cinese. Storicamente al centro di importanti strade carovaniere e dominata da un imponente forte che gli inglesi consideravano tra le roccaforti più difficili da espugnare in Asia centrale. I principali punti di interesse sono il Monastero Palkhor Chode, vera cittadina che un tempo ospitava mille monaci, e il Kummbun che è annesso al monastero e va visitato percorrendo in meditazione i vari piani in senso orario proseguendo verso la cima sovrastata dagli occhi del buddha. Seconda città del Tibet, Xigatze, ha subito una forte influenza cinese, chiaramente visibile dallo stile dei fabbricati. È la sede del Panchen Lama, la seconda autorità religiosa e civile del Tibet teocratico, abate del Monastero di Tashilumpo, rinomato centro del lamaismo dove l’attività ferve tutto il giorno. Interessante la visita della cappella del Buddha del Futuro, con la più alta statua buddista di bronzo del mondo, delle cucine, dei numerosi cortili dove si svolgono talvolta funzioni religiose e dibattiti filosofici. gradisci ulteriori informazioni sul TIBET ? IL VIAGGIO Viaggio in Tibet: Il Percorso Caratteristiche: itinerario faticoso. L’altitudine in Tibet e’ tra i 3500 e i 5200 metri di quota con possibili difficoltà di acclimatamento e mal di montagna. Lunghi trasferimenti in fuoristrada su strade sterrate di montagna. Il livello delle sistemazioni, del cibo e delle guide locali e’ inferiore agli standard internazionali. Alcune sistemazioni molto modeste e senza servizi privati. Possibili variazioni di itinerario senza preavviso. Consigliato a: fisicamente impegnativo per le elevate altitudini raggiunte. E’ necessario un buono stato di salute e disponibilità a sopportare gli inevitabili disagi. PROGRAMMA DI VIAGGIO 1° Giorno: Milano/Kathmandu -------------------------- Partenza da Milano Malpensa con volo Qatar Airways per Kathmandu. Cambio aeromobile a Doha. Pasti, pernottamento a bordo. 2° Giorno: Kathmandu -------------------------- Mezza pensione. Arrivo a Kathmandu in mattinata e trasferimento in albergo. Mattinata a disposizione per il riposo. Nel pomeriggio, visita della città: lo Stupa di Swayambhunath, la piazza Durbar ed i suoi templi, la casa della "dea bambina", il bazar. Cena speciale nepalese in ristorante 3° Giorno: Kathmandu -------------------------- Kathmandu Prima colazione. In mattinata, escursione alla città medievale di Bhadgaon (Bhaktapur). Nel pomeriggio visita dello stupa di Bodnath e di Pashupatinath, la "Benares del Nepal". 4° Giorno: Kathmandu ---------------------------- Mezza pensione. In mattinata, visita di Patan, chiamata anche Lalitpur, la "città bella". Pomeriggio a disposizione per il riposo e per gli ultimi acquisti. Cena in hotel 5° Giorno: Kathmandu/Lhasa -------------------------- Kathmandu/Lhasa Pensione completa. In mattinata, volo per Lhasa. Pranzo a bordo. All'arrivo trasferimento in hotel. Pomeriggio dedicato al riposo e all'acclimatamento. Cena in hotel. 6° Giorno: Lhasa -------------------------- Pensione completa. In mattinata escursione al Monastero di Drepung, il più grande del Tibet e ancora oggi importante centro di studi. Pranzo in ristorante. Nel pomeriggio visita del tempio di Jokhang situato nel cuore di Lhasa e risalente all'VIII secolo e del mercato tipico tibetano di Barkhor. Cena in hotel. 7° Giorno: Lhasa -------------------------- Pensione completa. Intera giornata di visite: l'imponente Potala, simbolo del potere lamaista. Fu il palazzo d'inverno del Dalai Lama ed è collocato in una posizione per cui è visibile da tutti gli angoli della città. Visita del monastero di Sera, secondo dopo Drepung per ampiezza e famoso perché qui i monaci riproducevano i testi sacri tibetani e del Norbulinka, residenza estiva dalla quale il Dalai Lama fuggì in esilio. Pranzo e cena in ristorante. 8° Giorno: Lhasa/Tsedang -------------------------- Pensione completa. Trasferimento a Tsedang (3 ore circa), con sosta lungo il tragitto per la visita del tempio di Drolma Lhakhang. Rientro nel pomeriggio, visita delle tombe degli antichi re a Chongey. Pranzo e cena in hotel 9° Giorno: Tsedang/Samye/Tsedang -------------------------- Pensione completa. Escursione per la visita del monastero di Samye a cui si arriva attraversando il fiume Tsang Po. Visita del monastero, il primo fondato in Tibet da Padmasambhava nell'VIII secolo. Rientro a Tsedang e visita del palazzo di Yumbhulakhang risalente al II sec. e del monastero di Thandruk. Pranzo al sacco e cena in hotel. 10° Giorno: Tsedang/Gyangtse -------------------------- Pensione completa. Partenza per Gyangtse (8 ore circa) Trasferimento lungo la Valle dello Tsangpo attraverso vari passi, tra cui quelli di Kamba La (4794 m slm) e Karo La (5010 m slm). Ci si ferma ai passi per ammirarli. La strada costeggia lo splendido lago Yamdrok. Pranzo al sacco e cena in hotel. 11° Giorno: Gyantse/Xigatse -------------------------- Pensione completa. In mattinata, visita del Palkhor Choide e del Kumbum. Esso fu fondato nel 1418. Il suo ruolo è unico nel buddismo tibetano giacché ne rappresenta tutte e tre le sette: Gelugpa, Sakkyapa e Bhuton. Partenza per Xigatse (3 ore circa). Sosta lungo il tragitto per la visita di Shalu. Pranzo e cena in hotel. 12° Giorno: Xigatse -------------------------- Pensione completa. In mattinata, visita del monastero Tashilumpu. Pomeriggio a disposizione per passeggiate nel locale mercato. Pranzo e cena in hotel. 13° Giorno: Xigatse/Xegar (New Tingri) -------------------------- Pensione completa. Partenza per Xegar, attraverso il passo di Tsuo La e di Lagk Pa. Intera giornata di trasferimento. Pranzo al sacco e cena in hotel. 14° Giorno: Xegar/Kathmandu -------------------------- Pensione completa.Partenza all'alba ed intera giornata di trasferimento a Kathmandu. Pranzo al sacco e cena in hotel 15° Giorno: Kathmandu/Milano -------------------------- Prima colazione. Trasferimento in aeroporto e volo per Milano Malpensa HOTEL Kathmandu: Hotel Radisson 5* Lhasa: Hotel Dhoodgu (ala nuova) o Kyichu o Shambala 3* Resto del Tibet: migliori disponibili (2/3*) Le Quote 15 giorni/13 notti Pensione completa in Tibet, mezza pensione in Nepal Accompagnatore parlante italiano a Kathmandu, inglese in Tibet La quota comprende • Volo intercontinentale in classe economica. • Franchigia bagaglio 20 kg • Tutti i voli interni eventualmente indicati, in classe economica • Facchinaggio (tranne nelle aree aeroportuali) • Tutti i trasferimenti indicati in minipullman o pullman senza aria condizionata da marzo (in Nepal da aprile) a ottobre, senza da novembre a febbraio. • Pullman a Lhasa e Tsedang, fuoristrada 4x4 sugli altri percorsi. • Tutti i trasferimenti in treno intercity classe turistica eventualmente indicati (posto a sedere prenotato, carrozza con aria condizionata e check in dei bagagli a parte) • Trattamento come indicato • Pernottamenti negli hotel indicati, o similari di pari categoria, in camera standard • Circuito come da programma (soggetto a variazioni qualora si verificassero eventi quali cancellazioni voli o altri eventi non dipendenti dalla nostra volontà oppure per partenze speciali in occasione di fiere) • Tutte le visite e gli ingressi indicati, con l'ausilio di guide locali parlanti italiano o inglese • Guida parlante inglese per tutto il tour. • Assicurazione medico - bagaglio • Accompagnatore italiano dai 15 partecipanti. La quota non comprende • Visto, iscrizione, assicurazione annullamento. • Le tasse aeroportuali dei voli intercontinentali • Bevande, mance da versare in loco ( € 50 ) ed extra a carattere personale • tutto quanto non espressamente indicato alla voce “La quota comprende”. Date di partenza Quota per persona in camera doppia Quota per persona in camera singola 27 aprile 2008 € 3.090 € 3.540 18 maggio € 3.090 € 3.540 1 e 29 giugno € 3.090 € 3.540 20 luglio 10 e 17 agosto 7 settembre Quote confermate al raggiungimento di 10 partecipanti. Partenze individuali minimo 2 persone con quotazione su richiesta da aprile 2008 tutti i venerdì e la domenica Partenze da Roma Fiumicino su richiesta Avvicinamenti da altri aeroporti italiani € 190 L’itinerario dei voli intercontinentali è soggetto a conferma al momento della prenotazione. Quota individuale gestione pratica € 75 Tasse aeroportuali € 160 da riconfermare Le quote soggette ad eventuale adeguamento valutario. È necessario il visto d’ingresso Nepal e Cina ( circa Usd 50 ) _________________TIBET Sul tetto del Mondo Kathmandu, Tsedang, Lhasa, Gyantse, Shigatze, Tingri Viaggio in Tibet: Sul tetto del Mondo «Un viaggio nel cuore del sacro ed un tempo inaccessibile Tibet che inizia in Nepal nella valle di Kathmandu, prosegue con la visita di Lhasa, cuore spirituale del paese e, attraversando il vasto ed isolato altopiano tibetano, accompagnati dalla costante presenza dei pellegrini e dei nomadi, ripercorre alcuni dei luoghi piu’ signficativi e suggestivi della storia e della cultura tibetana. affrontando le salite ai passi ad alta quota e valicando la catena himalayana si ritorna alla dolcezza del paesaggio nepalese.» IL TIBET Questo affascinante Paese è rimasto per secoli misterioso e intatto a causa delle difficoltà a raggiungere la zona. Capitale della regione autonoma del Tibet, Lhasa è un piccolo centro di soli 60.000 abitanti situato a circa 5.000 metri a ridosso di un gigantesco altopiano ai piedi dell'Himalaya, la zona più elevata della Terra. Definita “la terra degli Dei”, Lhasa è un recinto sacro, dentro il quale scorre giorno e notte la corrente dei fedeli. Il monastero più antico della città è il Jokhang, la cattedrale del buddismo tibetano, epicentro della vita sociale e spirituale della città e del Paese. Una vera meraviglia architettonica a nord-ovest della città, è il Potala, residenza, palazzo, fortezza e monastero del Dalai Lama. A Nord, dall’altopiano del Tibet settentrionale, si possono ammirare laghi e vette con nevi eterne. Situata a 3.950 metri di altitudine, Gyantze è la cittadina del Tibet più genuinamente tibetana, grazie ad uno scarso insediamento cinese. Storicamente al centro di importanti strade carovaniere e dominata da un imponente forte che gli inglesi consideravano tra le roccaforti più difficili da espugnare in Asia centrale. I principali punti di interesse sono il Monastero Palkhor Chode, vera cittadina che un tempo ospitava mille monaci, e il Kummbun che è annesso al monastero e va visitato percorrendo in meditazione i vari piani in senso orario proseguendo verso la cima sovrastata dagli occhi del buddha. Seconda città del Tibet, Xigatze, ha subito una forte influenza cinese, chiaramente visibile dallo stile dei fabbricati. È la sede del Panchen Lama, la seconda autorità religiosa e civile del Tibet teocratico, abate del Monastero di Tashilumpo, rinomato centro del lamaismo dove l’attività ferve tutto il giorno. Interessante la visita della cappella del Buddha del Futuro, con la più alta statua buddista di bronzo del mondo, delle cucine, dei numerosi cortili dove si svolgono talvolta funzioni religiose e dibattiti filosofici. gradisci ulteriori informazioni sul TIBET ? IL VIAGGIO Viaggio in Tibet: Il Percorso Caratteristiche: itinerario faticoso. L’altitudine in Tibet e’ tra i 3500 e i 5200 metri di quota con possibili difficoltà di acclimatamento e mal di montagna. Lunghi trasferimenti in fuoristrada su strade sterrate di montagna. Il livello delle sistemazioni, del cibo e delle guide locali e’ inferiore agli standard internazionali. Alcune sistemazioni molto modeste e senza servizi privati. Possibili variazioni di itinerario senza preavviso. Consigliato a: fisicamente impegnativo per le elevate altitudini raggiunte. E’ necessario un buono stato di salute e disponibilità a sopportare gli inevitabili disagi. PROGRAMMA DI VIAGGIO 1° Giorno: Italia - Doha -------------------------- Partenza con volo di linea Qatar Airways per Doha (o altro vettore Iata). Pasti e pernottamento a bordo. 2° Giorno: Doha - Kathmandu -------------------------- Arrivo a Doha e proseguimento per Kathmandu con arrivo nel pomeriggio. Incontro con la guida locale, trasferimento e sistemazione all’Hotel Dwarikas. Resto della giornata a disposizione. Pernottamento. 3° Giorno: Kathmandu (prima colazione e pranzo) -------------------------- Prima colazione in hotel. In mattinata visita della città, capitale del Nepal e situata a 1300 metri di quota: la Durbar Square , la dimora della Dea Vivente, il superbo Palazzo Reale. Pranzo. Nel pomeriggio escursione allo stupa di Swayambhunath che domina la città e alla città newari di Bhaktapur e del suo vecchio centro storico. Rientro in hotel. Pernottamento. 4° Giorno: Kathmandu/Patan/Kathmandu (prima colazione) ---------------------------- Prima colazione in hotel. In mattinata visita di Patan, seconda città della valle di Kathmadu per dimensioni, costellata di templi, edifici storici e musei. Sosta presso il centro dell’artigianato tibetano. Rientro a Kathmandu. Pomeriggio a disposizione. Pernottamento. 5° Giorno: Kathmandu/Gonggar/Tsedang (pensione completa) -------------------------- Prima colazione in hotel. Trasferimento all’aeroporto e partenza con volo China Southwest Airlines (o altro vettore Iata) per Gonggar. Incontro con la guida locale e trasferimento a Tsedang. Sosta al Monastero di Mindroling, uno dei più importanti monasteri Nyingmapa. Pranzo pic-nic. Sistemazione presso l’Hotel Tsedang. Cena e pernottamento. 6° Giorno: Tsedang/Valle dello Yarlung/Tsedang (pensione completa) -------------------------- Escursione nella valle dello Yarlung, considerata la culla della civiltà tibetana. Visita del monastero di Trandruk, uno dei più antichi del paese e dello Yumbulagang, appollaiato sulla roccia, considerato l’edificio più antico del Tibet. Rientro a Tsedang. Pranzo in corso d’escursione. Cena e pernottamento in hotel. 7° Giorno: Tsedang/Lhasa (pensione completa) -------------------------- Prima colazione in hotel. In mattinata partenza per Lhasa. Durante il percorso sosta per visitare il monastero di Samye che si raggiunge attraversando il fiume Tsangpo con una imbarcazione locale molto semplice e proseguendo su una strada sterrata a bordo di un camion o jeep. Samye è situato nel mezzo di una valle sabbiosa, e rappresenta il più antico monastero del Tibet. Pranzo pic nic incluso. Proseguimento per Lhasa. Sistemazione presso il Tibet Hotel. Cena e pernottamento in hotel. 8° Giorno: Lhasa (pensione completa) -------------------------- Prima colazione in hotel. In mattinata visita del Potala, il monumento per eccellenza di Lhasa. Questo edificio, che fu la residenza invernale del Dalai Lama, rappresenta una delle meraviglie architettoniche dell’Oriente. Pranzo in corso d’escursione. Nel pomeriggio visita del Jokhang, l’edificio sacro più venerato in Tibet, della Piazza di Barkhor e del Bazar circostante. Cena in hotel e pernottamento. 9° Giorno: Lhasa (pensione completa) -------------------------- Prima colazione in hotel. In mattinata visita del Monastero di Drepung, che fu un tempo il più grande monastero del mondo. Pranzo in hotel. Nel pomeriggio visita al Monastero di Sera, conosciuto anche con il nome di Monastero della Rosa Selvatica. Cena in hotel e pernottamento. 10° Giorno: Lhasa/Gyantse (pensione completa) -------------------------- Prima colazione in hotel. Partenza per Gyantse, situata a circa 254 chilometri a sud-ovest di Lhasa. Il percorso prevede la salita al passo di Kamba-La (4794mt) da cui si gode il panorama sul lago di Yamdrok e del passo di Karo-la (5045mt). Pranzo in corso di trasferimento. Arrivo in serata, sistemazione cena e pernottamento presso il Gyantse Hotel. 11° Giorno: Gyantse/Shigatze (pensione completa) -------------------------- In mattinata visita del Monastero di Pelkor Chode, fondato nel 1418 e del Kumbum, un immenso stupa ricco di splendidi dipinti e sculture tibetane. Pranzo in corso d’escursione. Partenza per Shigatse, seconda città del Tibet. Sistemazione, cena e pernottamento presso l’hotel Manasarowar. 12° Giorno: Shigatze (pensione completa) -------------------------- Visita del Monastero di Tashilhunpo, uno dei maggiori monasteri Gelugpa dove vengono custodite le reliquie di Genden Drup, il primo Dalai Lama. Si possono ammirare i numerosi templi e cappelle di questo grande complesso circondato da alte mura. Pranzo in corso d’escursione. Cena e pernottamento in hotel. 13° Giorno: Shigatze/Tingri (pensione completa) -------------------------- Prima colazione in hotel. In mattinata partenza per Tingri, dove si trascorre l’ultima notte prima di attraversare il confine nepalese. Durante il percorso si attraversa il passo Gyatso-la (5220mt) e se il cielo è terso, si scorge un vasto tratto della catena Himalayana. Pranzo in corso di trasferimento. Sistemazione presso l’hotel Everest Snow Leopard, una locanda tibetana caratteristica ma molto modesta. Cena e pernottamento. 14° Giorno: Tingri/Zhangmu/Kathmandu (pensione completa) -------------------------- Prima colazione in hotel. Partenza per Kathmandu via Zhangmu con attraversmanto dei passi di La lung-la (5142mt) e di Tong-la (5120mt). Durante il tragitto sosta alla grotta di Milarepa, dove il famoso mistico buddista trascorse lunghi periodi di meditazione. Pranzo in corso di trasferimento. Arrivo a Zhangmu, disbrigo delle pratiche doganali e attraversamento del confine nepalese. Incontro con la guida locale nepalese e trasferimento a Kathmandu. Sistemazione presso l’hotel Dwarikas. Cena nepalese presso il Ristorante Baithak, un Palazzo Storico della dinastia Rana. Pernottamento. 15° Giorno: Kathmandu/Doha/Italia (prima colazione) -------------------------- Prima colazione. Trasferimento in aeroporto e volo di linea Qatar Airways (o altro vettore Iata) per Doha. Cambio aeromobile e proseguimento per l’Italia. Le Quote 15 giorni/13 notti 4 notti a Kathmandu, 2 notti a Tsedang, 3 notti a Lhasa, 1 notte a Gyantse, 2 notti a Shigatze, 1 notte a Tingri. La quota comprende • passaggi aerei con voli di linea in classe economica; • pernottamenti negli alberghi indicati o similari; • trattamento come da programma; • trasporti a terra con minibus/bus/fuoristrada 4x4; • tutte le visite, gli ingressi e le escursioni menzionate nel programma; • guida locale parlante italiano in Nepal e parlante inglese in Tibet; • accompagnatore dall’Italia; • tasse governative. La quota non comprende • trasferimenti in Italia; • pasti non menzionati, • bevande, mance ed extra in genere; visto d’ingresso; • tasse aeroportuali e in partenza dal Nepal e dal Tibet; • tutto quanto non espressamente indicato alla voce “La quota comprende”. Partenze tutti i venerdi' in doppia in singola fino al 31 Ottobre 2008 € 3.770 € 4.580 Quote confermate al raggiungimento di 4 partecipanti. Partenze individuali con quotazione su richiesta L’itinerario dei voli intercontinentali è soggetto a conferma al momento della prenotazione. Quota individuale gestione pratica € 70 Copertura assicurativa individuale € 50 Supplemento volo per le partenze dal 20 al 30 dicembre 2007, dal 20 luglio al 15 agosto 2008 e dal 20 settembre al 31 ottobre 2008 € 180 Supplemento voli Qatar per partenze da Milano e Roma via Europa € 180 Tasse aeroportuali € 70 È necessario il visto d’ingresso Nepal e Cina |
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Tibet Itinerario 1 Friendship Highway: da Kathmandù a Lhasa testo e foto di Giovanni Mereghetti Namastè... sono passati quasi vent’anni dall’ultima volta in cui sono stato a Kathmandù; avevo lasciato una città fatta di strade in terra battuta, i risciò a motore sfrecciavano nei vicoli di Thamel, i taxi erano rari e le biciclette erano le vere padrone della città, ad ogni angolo di strada c’erano piccoli templi dove i locali andavano a pregare i loro Dei, il profumo dell’incenso era “l’odore” della città, un profumo fatto di misticismo e magia che non ti avrebbe più lasciato. Festa del grande Tanka a Lhasa Festa del grande Tanka a Lhasa Ciò che mi appare, a prima vista, non è più la Kathmandù fricchettona di quel tempo, è un mondo diverso, a tratti sconosciuto. Ci metto un po’ a rendermi conto di esserci già stato, l’asfalto ha cementato tutta la zona attorno a Durbar Square, solo i palazzi sono rimasti quelli di una volta. Ovunque sono nati ristorantini per turisti e agenzie di trekking, i nepalesi si sono dati da fare, in poco tempo hanno cambiato l’aspetto della loro città e non solo, è cambiato anche il volto della società, quella storica radicata nel passato. Kathmandù dista solo 120 chilometri dal confine cinese e la Friendship Highway, che inizia proprio qui, è l’unica strada che collega il Tibet ad un paese straniero. Per raggiungere Kodari, l’ultima città nepalese prima del confine cinese, bisogna percorrere la strada che si snoda, prima nella valle di Kathmandù, poi sui pendii delle montagne himalayane. Gli ottomila svettano dietro le alture più basse, ad ogni curva si presentano ai nostri occhi incuriositi gli spettacoli che offre la natura in queste zone. Per percorrere questo breve tratto della Friendship ci vogliono più di sei ore, i posti di controllo dei militari sono numerosi, spesso le frane invadono la sede stradale e la tortuosità del percorso rallenta i mezzi fuoristrada che arrancano sulle strette carreggiate con pendenze da capogiro. Kodari, la città di frontiera, è un agglomerato di case ubicate in una stretta valle a quasi duemila metri di altitudine, ci sono alcuni negozietti di spezie, altri di frutta e verdura e una sola locanda dove i turisti diretti in Tibet passano la notte. Le formalità doganali in uscita dal Nepal sono veloci, solo un timbro sul passaporto, nessuno controlla i bagagli. Subito dopo la dogana si deve percorrere un breve tratto a piedi, si attraversa il Ponte dell’Amicizia e finalmente si arriva in Cina. Prima di ritirare i moduli per la dichiarazione doganale bisogna sottoporsi alla misurazione della febbre, sembra una cosa d’altri tempi ma è così, un funzionario medico munito di termometro ultrarapido a forma di pistola controlla la salute di tutti i viaggiatori. Fortunatamente sono in ottima forma e i moduli mi vengono consegnati con un accenno di sorriso di benvenuto. Questo è solo il primo dei controlli, si riparte percorrendo un tratto di strada in salita, poi ci si ferma alla dogana, quella vera. I militari sono in uniforme verde con strisce rosse, il cappello è quello classico a visiera di tutti i soldati cinesi, sono impeccabili, quasi eleganti. Anche se i controlli sono minuziosi si perde solamente mezz’oretta, poi si passa, siamo in Tibet. Giovani ragazze a Old Tingri Giovani ragazze a Old Tingri A Zanghmu, la prima cittadina cinese, è quasi buio e anche se gli alberghi del posto non offrono nulla di buono è bene fermarsi. Si riparte la mattina successiva, dopo i primi tornanti l’altitudine inizia a farsi sentire, in poche ore si arriva a quota 3.500 metri, l’aria è sempre più rarefatta e anche se lo spettacolo che appare ai nostri sguardi diventa sempre più affascinante, i nostri polmoni faticano a pompare il poco ossigeno che riescono a recuperare. Ancora qualche chilometro e la strada smette improvvisamente di inerpicarsi sui pendii della montagna, inizia un falsopiano infinito, la lancetta dell’altimetro continua a salire, all’orizzonte le cime innevate fanno da contorno, ma la meta sembra irraggiungibile, lontana. Prima di arrivare a Nyalam si devono superare due passi oltre i 4.500 metri, ai bordi della carreggiata c’è la neve, il cielo è sempre più vicino. Si arriva al piccolo posto di polizia di Nyalam che è quasi mezzogiorno, un breve controllo ai passaporti e si prosegue subito in cerca di qualche ristorante per il pranzo. Troviamo un localino dove cucinano i “momo”, una specie di ravioloni ripieni di carne o di verdure: bolliti non sono male, se poi ci metti un po’ soia diventano una delizia. La sosta è breve, entro sera bisognerà raggiungere Old Tingri, l’unico posto in cui si può pernottare, poi per centinaia di chilometri non ci sarà più nulla, solo grandi distese disabitate e montagne. Old Tingri è solo un piccolo villaggio. Una fila di case basse, un distributore di benzina, una guest house e una strada, la Friendship Highway, nient’altro. La strada è la vera casa di tutti, i bambini giocano con palloni fatti di stracci, i più grandicelli e le donne accudiscono il bestiame, i vecchi passeggiano ruotando il mulino di preghiera. Ovunque si respira un’aria di pace e sacralità, mentre, all’orizzonte, le montagne si illuminano dietro l’ultimo raggio di luce. Da queste parti il tempo non è scandito dall’orologio, appena sorge il sole ci si mette in movimento, quando tramonta la vita si ferma. E’ così anche per me, mi adeguo e seguo il ritmo del giorno e della notte. Oggi sarà una giornata intensa, difficile, prossima meta: Rongbok, il campo base dell’Everest. La pista sale lentamente verso sud, piove e i fiumi sono in piena, non è facile trovare i passaggi per guadare i corsi d’acqua, il viaggio si fa sempre più difficile… Ci si muove su una vecchia Toyota cercando di non perdere mai il riferimento dell’esile traccia segnata sul terreno. Ci vuole una giornata di viaggio, ma finalmente, quando il cielo lascia spazio a qualche raggio di sole, davanti a noi appare maestosa la cima della montagna più alta del mondo, l’Everest. E’ una grande emozione, indescrivibile. Pellegrinaggio al Jokang (Lhasa) Pellegrinaggio al Jokang (Lhasa) Dove termina la strada c’è un piccolo rifugio, il vento gelido soffia senza tregua mentre il buio della notte cala velocemente, è qui che passeremo la notte, a 5.200 metri di quota sotto il monte che domina il mondo. Quassù tutto è più difficile: muoversi, alimentarsi, dormire, ma il silenzio e l’atmosfera di questo magico luogo alimentano il nostro corpo e creano la forza necessaria per superare questi ostacoli. Nel cielo si accendono le stelle mentre le bandierine con le preghiere sventolano nel nulla dell’altipiano, noi, come sempre, siamo solamente timidi spettatori. La discesa verso Lhatse è spettacolare, le nuvole sono basse e scure, a tratti cadono scrosci di pioggia, dai finestrini della jeep si vedono accampamenti di nomadi, è un video clip girato nel passato quello che sto vivendo. Lhatse è una città anonima, un grande viale taglia in due l’abitato, ovunque ci sono insegne cinesi e di tibetano è praticamente rimasto pochissimo. Solo il piccolo mercato è degno di una visita, il resto è solo cemento, messo lì per dare una parvenza di progresso. Per raggiungere Shigatse bisogna superare il Gyatsola Pass a 5.220 metri, la strada si snoda sui pendi dolci delle montagne creando geometrie affascinanti. Shigatse è una delle più importanti città del Tibet e il monastero di Tashillumpo le dà lustro e bellezza. Questo monastero attira migliaia di turisti da tutto il mondo, si resta senza fiato quando si cammina per i vicoli che si intrecciano tra una miriade di cappelle dove i monaci sono intenti nella preghiera quotidiana. Tashillumpo fu fondato nel 1447 da un discepolo di Tsongkhapa, Grend Drup. Fu successivamente nominato Dalai Lama e il suo corpo è ancora custodito in una cappella del monastero. Appena si varca la porta del monastero si gode una magnifica vista dell’intero edificio; sopra gli edifici di colore chiaro, dove vivono i monaci, sono raggruppate numerose strutture color ocra dal tetto dorato, qui sono ospitate le tombe dei Panchen Lama del passato. Tashillumpo è anche uno dei pochi monasteri del Tibet ad aver superato il tempestoso mare della rivoluzione e ancora oggi, a distanza di anni, è un vero piacere esplorare gli angoli più nascosti. Smorfia tibetana Smorfia tibetana Si lascia Shigatse la mattina presto, il viaggio verso Gyantse, l’altra città tibetana famosa ai viaggiatori, richiede quasi dieci ore di auto. Questo tratto di Friendship è uno dei più tortuosi, l’asfalto è quasi inesistente, le frane invadono spesso la carreggiata e, come se non bastasse, i fiumi in piena fanno il resto invadendo con acqua e detriti il già esile passaggio. E’ buio quando si arriva a Gyantse, la città è in rifacimento, è tutto sottosopra con operai che lavorano ad ogni ora del giorno e della notte con arnesi rudimentali e badili spuntati. Gyantse è famosa per il monastero di Phklkor dove dall’alto dei suoi stupa si possono vedere i panorami della città e delle montagne che la circondano. Fondato nel 1418, Phklkor è uno dei monasteri più importanti di questa regione. Oggi il grande cortile, racchiuso in una cinta muraria che prosegue sulle colline alle spalle del monastero, è in gran parte vuoto e degli edifici rimasti si occupano i monaci Gelugpa. Passeggiare per le viuzze di questo monastero significa imbattesi in centinaia di dipinti murali. La statua centrale di Sakyamuni è affiancata dai Buddha del passato e del futuro mentre le cappelle che si incontrano durante la visita sono delle vere e proprie opere d’arte. Lhasa è ormai vicina, un altro giorno di viaggio, poi, finalmente siamo nel cuore del Tibet. L’arrivo nella capitale tibetana è abbastanza deludente, i viali in stile cinese mi fanno presagire che del vecchio Tibet è rimasto ben poco. Fortunatamente non è così, il Barkhor è rimasto intatto, o quasi. Pernottiamo al Mandala Hotel, proprio davanti al Jokhang. Dalle finestre della camera lo spettacolo è unico, ad ogni ora del giorno. La mattina presto i pellegrini fanno la fila per entrare nel templio, la piazza si anima di bancarelle e i venditori ambulanti rincorrono i turisti offrendo le loro mercanzie, il profumo delle spezie è ovunque, l’atmosfera si fa intensa, si respira il vero Tibet. Per tutta la giornata è un continuo brulicare di gente, la sera, quando si spengono le luci della città, ovunque regna il silenzio, rotto solo da qualche litania proveniente dai monasteri vicini. Momenti di gioia (Tingri) Momenti di gioia (Tingri) Lhasa è il cuore e l’anima del Tibet, per anni è stata la residenza del Dalai Lama, ora invece, nonostante la pesante influenza cinese, è la meta di devoti pellegrini. Il Jokhang è il centro spirituale della città, una curiosa mescolanza di contrasti di luce, nuvole d’incenso e pellegrini sdraiati a terra per la preghiera. Lo circonda il Barkhor, uno dei circuiti più sacri di tutto il Tibet dove una miriade di mulini di preghiera girano ad ogni ora del giorno accompagnati da mistiche litanie. E’ qui che la maggior parte dei visitatori ci lascia il cuore, è qui che ci si ferma e si cerca di capire questa realtà tanto lontana dai nostri schemi di vita. Il Monastero di Sera, Drepung, il Potala… come poter dimenticare tanta bellezza, come poter cancellare tante emozioni, i ricordi di questo splendido viaggio ai confini col cielo rimarranno indelebili nelle nostre menti per sempre, la visione delle immagini in bianco e nero scattate in questo mese saranno solamente un modo, più concreto, per essere vicino a questo mondo, un modo come un altro, per ritornare e continuare a sognare. |
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:::::::::::::Tibet Itinerario 2 - parte 1 Tibet, i cavalli del vento Testo di Federica Lipari Punto di partenza e arrivo: Kathmandu Lunghezza: 1000 km. circa Durata: 16 gg. Mezzo di trasporto: jeep e pullman Difficoltà: nessuna in particolare, ma data l’altitudine elevata occorrono buone condizioni di salute Spese affrontate : 2750 euro tutto compreso (inclusi i voli intercontinentali e interni) Il Tibet resta un paese sorprendente. Nonostante la sinizzazione forzata, il cui emblema è il boom edilizio della capitale Lhasa, l’anima fiera del suo popolo non è stata domata né, probabilmente, lo sarà mai. Collante della nazione resta la religione buddhista, che qui è molto più che l’espressione di un sentimento, ma struttura l’esistenza e la convivenza civile ed esprime meglio di ogni parola la diversità tibetana. Tutto gira intorno ai monasteri - che non a caso sono vere e proprie città - compresa la vita politica: del resto il Dalai Lama, prima ancora di un monaco, è il capo dello Stato in esilio a Dharamsala, in India, l’autorità indiscussa di un Paese piegato ma non vinto. Il resto sono deserti, montagne, piccoli villaggi sperduti, luce, silenzio: il vero Tibet, quello che aveva stregato i grandi esploratori italiani Giuseppe Tucci e Fosco Maraini. Facile capire perché la dimensione spirituale, qui, abbia così tanta valenza; perché la gente sia così parca di gesti e parole, ma semplice e gentile. Solo qui, forse, si possono incontrare persone che non hanno mai visto un europeo: sono i nomadi delle sterminate plaghe tibetane, che vivono accompagnando gli animali da un pascolo all’altro, che trovano riparo dentro tende di lana di yak, i volti scavati dal freddo e dal sole come i fianchi delle montagne sono segnati dai ghiacci e che, una volta all’anno, scendono nelle città per compiere il pellegrinaggio rituale. E poi gli ottomila che hanno fatto la storia dell’alpinismo mondiale sono un’emozione: difficile resistere ai quasi 4 mila metri di parete dell’Everest, il gigante bianco, che ci piace ricordare con il suo vero nome, Qomolangma. Tibetano, s’intende. Seconda parte dell'itinerario >> Primo giorno: Italia - Doha (volo) Eccoci alla partenza dei voli intercontinentali dell’aeroporto di Malpensa. Partenza alle 22,50 per Doha. Secondo giorno: Doha - Katmandu (volo) - Bodnath - Katmandu Dopo una notte di dormiveglia scendiamo stropicciati dall’aereo che ci deposita in una calda e umida Kathmandu. Sono le 16 e il pulmino si insinua nelle vie strombazzanti della capitale nepalese. Polvere, camion, clacson, il traffico caotico mantiene la guida a sinistra, eredità coloniale. Il panorama è punteggiato dai saree colorati delle donne che si muovono agilmente tra la folla e le auto. I primi rudimenti su come affrontare il mal di montagna si mescolano con lo stupore di essere finalmente qui. Ci sbarazziamo abbastanza in fretta dei bagagli. L’albergo è un incanto di architettura nepalese, mattoni rossi e intarsi in legno di teak, ma là fuori sta il vero spettacolo. Saliamo su un taxi che ci porta subito al Bodhnat, luogo sacro dominato da un gigantesco stupa con quattro paia di occhi che guardano in altrettante direzioni, fasciato di bandiere di preghiera. Lo spazio e l’aria sembrano godere del moto circolare impresso dai pellegrini che compiono la kora, ovvero la rituale deambulazione attorno al monastero, camminando in senso rigorosamente orario, azionando le ruote di preghiera incastonate lungo tutto il muro esterno dello stupa. I monaci passano, sostano, cantano, suonano. Complici le nuvole che si accalcano minacciose, il buio sceso all’improvviso regala ancora più suggestione alle fiammelle delle piccole candele che ardono nelle nicchie. Pioviggina. Ci rifugiamo in un ristorantino che, oltre alle fettuccine, offre poco più di un piatto rigorosamente nepalese, accompagnato da caldo e croccante chapati. Fuori la gente si dirada, il canto dei monaci scivola via, il buio è più fitto. Terzo giorno: Katmandu - Pashupatinat - Baktapur - Patan - Katmandu La giornata comincia con la visita di Durbar square. La piazza rettangolare è invasa di bancarelle di souvenir: coltelli, strumenti musicali, campane. L’antico Palazzo Reale, ora disabitato, è una costruzione in stile nepalese: mattoni e finestre di legno di teak finemente intarsiato. In fondo alla piazza, la Casa della Kumari apre l’accesso alla zona dei templi. La Kumari, dea - bambina incarnazione della dea Kali, è scelta dalla casta degli orafi fra una moltitudine di bimbe in base alla sua bellezza e al suo coraggio: dovrà infatti dimostrare di non temere le figure mascherate che tenteranno di spaventarla in una stanza buia. Vivrà in questo piccolo palazzo di mattoni e legno fino alla pubertà, quando verrà sostituita da un’altra bambina. È proibito fotografarla, ma lasciano che si affacci alla finestra per farsi vedere. Ha il faccino truccato e imbronciato, ogni tanto permettono ai genitori di andarla a trovare, ogni tanto qualche bambino può giocare con lei. Una volta l’anno può uscire da tempio in processione su una carrozza di legno, i suoi piedi non devono toccare il terreno. Così scorre la vita della piccola dea: tra qualche anno tornerà a casa portando con sé una ricca dote (non trascurabile, in un paese in cui le figlie femmine sono considerate più un peso che un tesoro) e potrà condurre una vita normale. Ma chissà se troverà marito. Pare che ultimamente i consorti di cinque ex Kumari siano morti prematuramente e quindi si è sparsa la voce che non sia una gran fortuna sposarle. Fuori della casa i venditori ambulanti danno l’assedio ai turisti in una lingua ben amalgamata di italiano e spagnolo. La statua di Garuda contempla il Tempio di Shiva e poco più in là sorge il Tempio dell’amore, memore delle schiere di hippy che negli anni ’70 si sono fumati l’impossibile all’ombra delle sue scale, perdendosi nella magia e nello stupore di questa città, dove la marijuana cresce fronzuta lungo le scarpate a bordo strada. Come non essere catturati da questo brulicare di templi, piccioni, vacche sacre. La statua di Hanuman, il dio scimmia fedele a Rama, è ormai privo del volto, consumato dalle intemperie. Sotto a lui scorre una piccola processione di fedeli. I templi si affastellano, apparentemente in modo disordinato. Un gruppo di donne canta mentre sistema rami e foglie di chissà quale pianta. Chiude il giro il tempio del dio della verità, un vampiro spaventoso che con i suoi occhi terribili dovrebbe incutere timore ai bugiardi e con la sua spada accopparli. Intorno a Kathmandu sorgono alcune località molto belle, città dall’architettura in stile newari. Ma prima visitiamo il tempio di Pashupatinat, lungo la riva del fiume sacro omonimo. La stradina si snoda tra il verde e l’acqua, una piccola aula aperta sulla strada, dove alcuni bambini compitano a voce alta, è la scuola gratuita per i figli delle famiglie bisognose. Si arriva in vista del tempio di Shiva, un insieme di edifici sormontati dal tridente, simbolo del dio. Il fiume Pashupati è verdastro, alcuni ragazzi si bagnano nelle sue acque. Appena più su un gruppo composto di persone getta secchiate d’acqua su una piattaforma di pietra, lavandola dagli ultimi resti di una pira funebre. Restiamo sulla sponda opposta del fiume, poiché non siamo induisti non possiamo entrare nel tempio. Le scimmie corrono qua e là curiose, ma non si fanno avvicinare più di tanto. I sadhu popolano le nicchie che proteggono i lingam della divinità. Vestiti d’arancione, magri, con il volto dipinto e i capelli lunghissimi, hanno gli occhi scintillanti e sorridenti dei folli. Si muovono lenti, raccogliendo offerte in cambio di una foto. Intanto, sulla sponda opposta, arriva un altro piccolo corteo funebre. Il corpo avvolto in un lenzuolo viene prima deposto su una lastra di pietra che declina verso il fiume, tutto intorno fiori; poi gli vengono scoperti, i piedi in modo che l’acqua sacra del fiume, bagnandoli, purifichi un’ultima volta l’anima. Acqua viene gettata sul lingam, mentre le scimmie mangiano alcune offerte. Poi tutti si allontanano e l’uomo resta solo, avvolto nel suo sudario, con i piedi nell’acqua alla quale, tra poco, torneranno le sue ceneri. Così il ciclo della vita si compie, con una naturalezza indicibile e commovente, sotto il tridente di Shiva. I sadhu continuano a sorridere, cantare, posare per una foto tendendo la mano ossuta a ritirare le offerte. I bimbi della scuola di strada ora fanno l’intervallo. Il Pashupati scorre indifferente, perpetuo, apparentemente uguale e invece sempre diverso, portando con sé la vita di tutti. La città di Bhaktapur è tutta in mattoni, pure la strada è un acciottolato sconnesso. Le case hanno finestre di legno intarsiato, bambini dagli occhi bistrati di kajal giocano fuori delle botteghe, le galline beccano i peperoncini posti per terra a seccare. Nella zona storica monumenti dedicati alle divinità ardono sotto il caldo intenso del sole di agosto. Il sole, appunto, ci martella per bene, finché decidiamo di fermarci a pranzare in un ristorantino con vista sul Tempio di cinque piani, unico nel suo genere, poiché solitamente i templi non hanno più di tre livelli. A Patan, altra città in puro stile newari, le nuvole oscurano il sole e il vento minaccia pioggia, ma senza esito. Nella Durbar square, la piazza del Palazzo Reale, si alternano vari edifici; dominano le decorazioni dedicate alla dea Kali. I venditori ambulanti praticano il loro assedio quotidiano ai turisti, le macchine fotografiche impazziscono: questa piazza è un tale concentrato di monumenti che è persino difficile da immortalare. Le ore sono rotolate rapidamente verso la sera, rientriamo a Kathmandu che sono quasi le 18. Intorno al Bodhnat il moto circolare dei pellegrini continua a ruotare in senso orario. Stasera ci sono moltissimi tibetani, profughi che reclamano la libertà per il loro Paese. Di fronte all’ingresso del gigantesco stupa, un folto gruppo di donne intona canti sventolando la bandiera di Lhasa e cartelli diretti all’Onu, che non presta attenzione alla loro causa. Si può salire sullo stupa, tra le bandiere di preghiera, in alto, finché la curva dell’ultimo panettone nasconde le quattro paia di occhi che adornano il monumento. Da quassù si ascolta il canto struggente dei tibetani che lascia tutti ammutoliti. Poi arriva l’ora di chiusura. La guardia, sbrigativa, manda tutti fuori. Anche il sit - in di protesta è terminato, la gente si disperde. Resta ancora un piccolo drappello a girare intorno allo stupa. Stasera per cena ci concediamo un lusso. In albergo c’è un ristorante attrezzato per la tipica cena nepalese. Via le scarpe, laviamo le mani sotto lo sguardo di illustri personaggi passati da qui, tutti sorridenti sulle foto appese al muro. Seduti per terra ci avvolgono in un grembiule e inizia il rito. Sedici portate: verdure, carne, riso, tutto abbastanza speziato, ma non eccessivamente piccante. Abbiamo speso una fortuna: ben 24 euro a testa!!! Quarto giorno: Kathmandu – Tzetang (volo) L’aeroporto di Kathmandu al mattino presto è abbastanza sonnacchioso. Ai banchi del chek - in, dove tutte le operazioni saranno svolte rigorosamente a mano, non c’è nessuno. Stiamo a lungo in coda davanti al nulla. Poi, improvvisamente, compare un sacco di addetti affaccendati come in una catena di montaggio e finalmente si sale a bordo. Lasciamo la valle di Kathmandu per inoltrarci nelle nuvole e dopo un po’ eccoci sopra la catena dell’Himalaya. Gli ottomila riescono a bucare anche le nuvole e spuntano qua e là, chiazzati di neve. Poi la terra si fa brulla, color caffellatte e atterriamo a Gongkar. L’aria al momento non ci sembra così rarefatta, la guida tibetana, Dowa, ci accoglie con la caratteristica sciarpa di benvenuto, la khata. La cittadina di Tzetang dista 100 km dall’aeroporto. Attraversiamo una valle che costeggia le rive del fiume Yarlung Tsangpo, il Brahmaputra sacro agli indiani. Le case dei villaggi sono in pietra intonacata, mentre le finestre e le porte sono bordate di nero e riccamente decorate con motivi floreali. Ovunque sui tetti sventolano le bandiere di preghiera legate a rami che le portano in alto, verso il cielo. I cavalli del vento, le chiamano qui. Appena fuori della cittadina di Tzetang, su una rupe, sorge il tempio di Yunbulhakhang, un tempio - fortezza appartenuto al padre di Songtsen Gampo, il fondatore del primo regno del Tibet. È la costruzione più antica del Tibet. Spunta il sole e il cielo è turchino, la cima della montagna è coperta di bandierine multicolori. Al tempio si sale a piedi, lentamente, perché i 3600 metri si fanno sentire. Il monastero è a due piani, piccolo, invaso da statue e pervaso dall’odore del burro che brucia nelle lampade votive. Gli scaffali sono colmi di testi sacri buddhisti: i fedeli si inginocchiano e ci passano sotto a gattoni, nella speranza di essere almeno un po’ permeati da tanta conoscenza e saggezza. Ovunque offerte, banconote sparse su ogni ripiano, sui libri, nelle vesti e tra le dita delle statue. Fuori l’aria è tersa, in basso i campi coltivati hanno tutte le sfumature del verde. Ci arrampichiamo fino alla vetta, o quasi, per legare anche noi le nostre bandiere. Ridiscendiamo tra cavalli e yak bardati a festa. Il centro di Tzetang alla sera offre la sua commistione di cinesi e tibetani, intenti a fare la spesa, a chiacchierare. Le madri con i bambini che giocano in strada, gli adulti invece giocano a mejonk. I cinesi sembrano detenere quasi tutti gli esercizi commerciali e anche la cena, stasera, sarà rigorosamente cinese. Quinto giorno: verso Lhasa Stamani il tempo è bello e l’aria frizzante. Ridiscendiamo la valle dello Yarlung per salire a bordo di un barcone che ci traghetterà sull’altra sponda dello Yarlung Tsangpo. Oltre a qualche turista, la barca è popolata di pellegrini. Le donne anziane (o così sembrano per i visi cotti dal sole), con lunghe trecce nere avvolte sulla nuca, sgranano un rosario per tutto il tempo della traversata. Quando arriviamo a terra montiamo su furgoncini sobbalzanti. Il percorso continua addentrandosi in una vallata brulla, ogni tanto compaiono dune o piccoli boschi di alberi verdi. La polvere e il cielo azzurro sono così vicini da mescolarsi. Ecco i cinque stupa bianchi costruiti da Guru Rinpoche a testimoniare la vittoria del buddhismo sui Bon, la religione animista che ancora resiste in qualche angolo remoto di questa terra. Qualche chilometro più avanti appaiono le mura del monastero di Samye, il più antico del Tibet. Il suo impianto architettonico, a pianta circolare, rappresenta il mandala. Una volta entrati nel cerchio delle mura il canto dei monaci invade l’aria, ma è un nastro registrato. Dentro un enorme braciere bruciano rami d’incenso che mandano il fumo bianco in alto, a raggiungere due alti pali completamente ricoperti di bandierine. Ecco il tempio, su tre livelli. Il piano terra è in stile tibetano ed è ancora l’odore del burro che arde nelle lampade a darci il benvenuto. Qui i monaci stanno cantando davvero, seduti sulle panche, avvolti in un rosso mantello. Intonano un mantra che è una vibrazione. Statue affastellate nella sala di preghiera e in quelle laterali. Demoni protettori per allontanare i nemici, boddisatva, statue del Buddha, le vesti dell’ultimo Panchen Lama in attesa che ne arrivi un altro, possibilmente non quello scelto dai cinesi. Nell’ultima sala un forte odore di grappa, offerta ai demoni protettori, che hanno il volto coperto da un telo. Si sente un canto isolato, qui. C’è un monaco, solo, che intona le sue strofe sacre battendo su un tamburo con un lungo bastone, nell’altra mano i piatti. È straordinario come tutto si armonizzi alla perfezione. C’è un camminamento stretto e alto al piano terreno: è buio, ma le pareti sono interamente affrescate con scene della vita di Buddha. Si salvò dalla distruzione durante la Rivoluzione culturale perché fu adibito a magazzino. I vari piani del monastero sono collegati da scale di legno e metallo, strette e ripidissime. Il secondo livello è in stile cinese. Le decorazioni si ripetono: Buddha, demoni guardiani dal volto terrificante, boddisatva. Il terzo piano, in stile indiano, fu aggiunto dopo, o forse ricostruito dopo la distruzione. Ha una struttura completamente diversa, il grande salone è sorretto da pilastri e travi di legno riccamente decorati, ma lo spazio centrale è quasi vuoto. Un monaco nella penombra legge silenziosamente, è quasi invisibile. I pellegrini girano nelle stanze, lasciano soldi appoggiati sui libri o tra le dita delle statue, aggiungono burro alle lampade, pagano un monaco affinché preghi per loro e questo appunta i nomi su un notes. Fuori il sole è caldo. Alcune anziane tibetane, accompagnate da bambini, si fermano davanti a noi che consumiamo il nostro cestino da pic - nic seduti per terra. Dividiamo il cibo con loro e ci coprono di benedizioni, qualcuna scherza davanti all’obiettivo della macchina fotografica. Ridono i monaci che, finito il pranzo, passeggiano nei cortili. Torniamo indietro, sul nostro traballante camioncino e poi riattraversiamo il fiume sul barcone. Il sole adesso è caldo. E ci mettiamo in viaggio verso Lhasa, che non è lontanissima, ma date le condizioni della strada ci vorranno almeno un paio d’ore. Stanchi e assonnati ci addormentiamo tutti, uno dopo l’altro. Ci risvegliano i clacson della città. Ci inoltriamo nella città cinese. Qui persino il Potala sembra un estraneo, un gigante di pietra bianca e rossa appoggiato alla collina, a galleggiare sulle costruzioni del popolo invasore. La città sembra avere subito una forte sinizzazione, i tibetani paiono una minoranza. Ma una minoranza fiera, che anche al buio della sera prega davanti al Jokang, il tempio più sacro della capitale, prostrandosi a terra. Anche il quartiere intorno al monastero, il Barkor, a quest’ora è meraviglioso. Bancarelle, monaci, pellegrini, mentre le luci piano piano affievoliscono. Solo la città cinese resta illuminata come un luna - park. Sesto giorno: Lhasa Nella notte è scoppiato un violento temporale e stamani per terra ci sono pozze d’acqua che riflettono il cielo. L’aria è fresca e le nuvole lasciano lentamente spazio al cielo azzurro. Il palazzo del Potala si erge maestoso sulla sua collinetta battuta dal vento, cinto d’assedio dalla città nuova che avanza a un ritmo sorprendente, ma non potrà certo soffocarlo. Le tende di seta svolazzano nella brezza del mattino. Il Potala fu costruito dal quinto Dalai Lama, capo politico - religioso della nazione tibetana, che però non riuscì a vederlo terminato. Rimangono le piccole impronte delle sue mani all’ingresso. Una scala piuttosto ripida – o almeno lo sembra per via dell’altitudine, che ci fa respirare a fatica – porta al palazzo, che fu abitato fino alla fine degli anni Cinquanta, quando la Cina costrinse il XIV Dalai Lama a fuggire esule in India, dove risiede tuttora, a Dharamsala. La residenza invernale sembra avere i muri esterni di velluto: visto da vicino il palazzo rosso è coperto da un fitto strato di piccoli arbusti che fungono da isolante termico e danno alla muratura una consistenza soffice. A riparare dal freddo anche pesanti tende di pelo di yak, dalla trama miracolosa: i suoi fori si chiudono naturalmente in presenza di umidità, impedendo alla pioggia e alla neve di entrare, riaprendosi poi per effetto del calore e consentendo all’aria di invadere gli interni. Nel vasto cortile alcune donne stanno inginocchiate a levigare il pavimento, fatto di graniglia piuttosto grossolana. All’interno nessuna fotografia. Il governo cinese impone visite di un’ora al massimo e solo per una ventina di stanze delle mille circa che sono presenti nel Potala: evidente l’intento di congelare il simbolo della lotta per l’indipendenza tibetana, rendendolo niente più che un museo, un oggetto inerte, archiviato. Così passiamo in rassegna le stanze che furono abitate da illustri Dalai Lama, dove adesso alcuni monaci pregano avvolti nelle coperte. Ancora soffitti bassi, statue di Buddha, legni decorati, stoffe appese alle pareti. Statue su statue, simboli, leggende che si mescolano alla storia. Gli stupa dove sono sepolti i Dalai Lama, fino al XIII, che però non si può visitare: non fosse mai che si dovesse riaccendere una scintilla nazionalista. Precauzione inutile: il fuoco non si è mai spento. Camminando rapidi l’ora che ci viene concessa vola. Rieccoci fuori: ai nostri piedi ancora la città cinese, che però non è stata sviluppata in altezza, forse per non cancellare anche fisicamente il Potala, che resta un monumento molto amato dal turismo, importante fonte di reddito. In lontananza si scorge il ponte ferroviario che collega Lhasa a Chengdu con la nuova linea superveloce, che tanto ha fatto disperare gli ambientalisti e tutti gli amanti del Tibet. Da un punto panoramico, ai piedi del gigante, appassionati disegnatori ritraggono il Potala a carboncino. Percorriamo la kora attorno al palazzo, insieme con gruppi di pellegrini: donne dai capelli neri intrecciati, uomini prostrati a terra e le ruote di preghiera che girano senza sosta. Dopo aver pranzato su una terrazza ventilata, eccoci pronti a visitare il Jokhang, il principale tempio del buddismo tibetano. Fu edificato per ospitare la statua del Buddha Sakyamuni, portata in dono dalla principessa nepalese che andò in sposa a Songtsen Gampo, primo re del Tibet unificato, anche se attualmente ospita la statua del Buddha portata in dono dalla sposa cinese: chissà come mai. Fuori del tempio molti pellegrini si prostrano a terra, scivolando su tavolette di legno legate ai palmi delle mani. Dentro, il cortile è pieno di gente seduta per terra in attesa che arrivi il Lama a intonare le sue preghiere. Visitiamo la cappella principale. Quando usciamo arriva il sacerdote, annunciato dalle note basse e vibranti del canto. Tutti si animano: i turisti vengono invitati a prendere posto sul tetto, per osservare la cerimonia senza disturbare i fedeli. La vista della folla raccolta in preghiera da quassù è impressionante. Fuori la kora intorno al Jokhang continua senza sosta il suo moto circolare, in armonia con il movimento dell’universo e il fluire del tempo, stretta fra due ali di bancarelle che vendono souvenir ai turisti. Settimo giorno: Lhasa Domenica. Il tempo è gentile: piove di notte, al mattino l’aria è fresca e resta solo qualche fiocco di nuvola pronto a sciogliersi con l’arrivo del sole. Stamani ci alziamo così presto che facciamo colazione a lume di candela. Si festeggia il Festival dello yogurt e i pellegrini sono già per strada per raggiungere i monasteri e legare le loro bandiere tra gli arbusti, in alto sulle montagne. Alle 7 siamo per strada anche noi. Veniamo raccolti da un pulmino stipatissimo di fedeli, che ci solleverà dal percorrere a piedi un pezzo del percorso. I tibetani ci guardano con curiosità e sorridono, vedendoci parte del loro rito. Dopo qualche minuto di strada sconnessa scendiamo tutti per proseguire a piedi fino al monastero di Drepung. I venditori di erbe e incensi sono seduti a bordo strada e i fumi dei bracieri invadono l’aria fino a pungere il naso. La folla è notevole, ad aumentare la confusione contribuiscono anche cavalli e auto strombazzanti. Proseguiamo passando attraverso un boschetto di erbe profumate, popolato di yak, mescolandoci ai pellegrini. Il monastero di Drepung è un’autentica città dove, oltre ai monaci, vivono anche i civili. Riusciamo a salire su una specie di terrazza: di fronte a noi il fianco della montagna brulica letteralmente di persone. Sono dirette al gigantesco tanka, il grande telo ricamato di almeno 200 metri quadrati che i monaci hanno srotolato sul monte. Portano sciarpe e bandiere da legare in qualche modo quassù, sono donne, uomini, bambini, giovani e vecchi, si arrampicano sulle rocce anche se sono incerti e claudicanti, sorretti da bastoni, i bimbi legati sulla schiena di madri dal viso così segnato che le diresti già nonne. La quantità dei fedeli e l’intenso sentimento religioso che manifestano è uno spettacolo che ci lascia in silenzio, stupefatti. Un po’ più tranquilla, invece, la situazione al monastero di Sera. Soprattutto perché ci si arriva a piedi, senza l’assedio dalle auto. Pellegrini anche qui, molti. I monaci sono nel cortile, raccolti a gruppi, nelle loro vesti rosse con il cappello giallo dei Gelupga appoggiato sulla spalla: scherzano, ridono, poi si avviano tutti insieme al monastero. Avvolti nel mantello rosso drappeggiato si accoccolano al loro posto e inizia il canto grave intonato dal Lama. Sulle panche più lontane, lontano dallo sguardo severo dei sacerdoti più anziani, qualche giovane ancora scherza con il compagno: guardano i messaggi giunti sul cellulare (anche qui!), osservano noi e sorridono. Un anziano in ritardo, afflitto dall’artrite, si lascia cadere pesantemente sul suo posto e sorride anche lui: eh, l’età! Poi cinque - sei monaci, improvvisamente e in modo del tutto inatteso, iniziano a correre forsennatamente, rischiando di travolgere tutto e tutti al loro passaggio: sembra la partenza di una gara di velocità. Escono dalla sala di preghiera e rientrano subito dopo portando grosse teiere fumanti. Da sotto il mantello gli altri estraggono una scodella, che viene rapidamente riempita di tè al burro di yak. L’odore del burro pervade tutto, nella penombra dominata dal rosso della sala di preghiera. Fuori i pellegrini compiono la kora fino al grande tanka sulla montagna, sul quale lanciano le loro sciarpe bianche. C’è talmente tanta gente che si cammina senza riuscire a vedere dove si mette i piedi. Ma in qualche modo, con fatica, nel caos di persone, auto, carretti, arriviamo in fondo. Ottavo giorno: Lhasa - Ganden - Lhasa Usciamo da Lhasa per andare a Ganden, che dista una quarantina di km e, soprattutto, è a 4500 metri di altitudine. Ci vuole un po’ più di un’ora di auto. Nell’ultimo tratto la strada sale in ampi tornanti, tra i prati pascolo di yak, mucche e pecore. Il monastero domina la vallata lassù in alto. Prima di entrare compiamo anche noi la kora intorno al monte. Il sentiero è un gradevole saliscendi tra bandierine legate agli alberi, incensieri dove bruciano erbe profumate e piccoli stupa costruiti con montagnole di pietra, come si usa sulle nostre montagne, ma solo per segnare il percorso. Anche noi ne costruiamo uno. Sopra le nostre teste il semicerchio perfetto dell’arcobaleno e un falco guardiano che vola alto: i buddhisti non seppelliscono i defunti, lasciano i loro corpi in cima alle montagne, ai rapaci. Solo gli alti sacerdoti e i Panchen Lama, i capi spirituali del buddhismo tibetano, trovano riposo negli stupa dentro i monasteri. Camminando camminando arriviamo alla piccola stanza di meditazione di Tsongkhapa, il fondatore della setta Gelupga, ricavata da una grotta. Più avanti, la grande cucina dei monaci, dove ancora arde un fuoco di legna. Poi le sale di preghiera. È il momento delle dispute filosofiche. Due monaci camminano tra le panche ponendo le domande ai più giovani: se le risposte saranno corrette batteranno le mani palmo contro palmo. Intanto sfrecciano un’altra volta i monaci corridori e ritornano subito con il tè fumante. Nella sala si alternano canti a discussioni, quando sul fondo della ciotola resta ormai poco tè vi si mescola la farina d’orzo, formando una polpetta di nome tsampa. L’odore del burro di yak anche qui è dominante. Ci fermiamo su un prato a fare pic - nic, mettendo da parte le bucce della frutta che le mucche mangeranno dalle nostre mani, golosamente. Gli avanzi del cibo sono un richiamo immediato per un ragazzetto, che si palesa timidamente appena accenniamo ad andarcene e riscuote il pasto. Rientriamo a Lhasa. Il Norbulingka, il Palazzo d’estate del Dalai Lama, è chiuso, ma ci possiamo aggirare nel parco, dove migliaia di persone mangiano sedute sull’erba. Giocano, chiacchierano, riposano. I fedeli finiscono sempre qui, in quella che fu l’ultima residenza tibetana del XIV Dalai Lama, il loro pellegrinaggio ai luoghi sacri della capitale. Al centro del parco è allestito uno spettacolo di danze e canti tradizionali, l’Opera nazionale tibetana. I ballerini volteggiano all’interno del cerchio di spettatori: i loro volti sono rapiti dall’esibizione, facce cotte dal sole, scure, gli zigomi alti, gli occhi a mandorla. Scene di vita quasi domestica, gruppi di nomadi dai capelli intrecciati con nastri rossi: ci guardano con curiosità, chi è più esotico qui, tra noi e loro? Questione di punti di vista. Tornando al Barkhor e inoltrandosi nelle viuzze che si allontanano dal Jokhang si arriva in un quartiere tranquillo e poco frequentato dai turisti. Compaiono uomini con lo zucchetto bianco, rasati e con i capelli corti e donne con un velo nero e leggero sul capo; poco più in là la moschea del quartiere musulmano e un piccolo monastero buddhista femminile, detto Ani Sangkhung. Dentro, le monache curano con tranquillità e devozione i loro fiori, cucinano all’aperto, preparano con precisione i rotolini di preghiere da racchiudere nei mulini che ogni pellegrino fa girare incessantemente, sempre rigorosamente in senso orario. Sorridono quiete ai visitatori, invitandoli a entrare. Intanto, lungo il Barkhor, il Tibet continua la sua eterna marcia circolare intorno al Jokhang. Tibet Itinerario 2 - parte 2 Tibet, i cavalli del vento Testo di Federica Lipari Punto di partenza e arrivo: Kathmandu Lunghezza: 1000 km. circa Durata: 16 gg. Mezzo di trasporto: jeep e pullman Difficoltà: nessuna in particolare, ma data l’altitudine elevata occorrono buone condizioni di salute Spese affrontate : 2750 euro tutto compreso (inclusi i voli intercontinentali e interni) << Prima parte dell'itinerario Nono giorno: Lhasa - Gyangtse Stamani piove quando lasciamo Lhasa. Le jeep sono pronte a percorrere le vallate a ovest, attraverso la Friendship highway, che ci porterà al confine con il Nepal. Autostrada, la traduzione letterale non è proprio calzante: diciamo strada. Aggiungiamo che spesso è sterrata. Il viaggio di oggi sarà lungo, ma finalmente lasceremo le città per addentrarci nell’altopiano tibetano, tra villaggi, passi di montagna e deserto. La strada che avremmo dovuto percorrere è chiusa per lavori di manutenzione e si capisce che qui le buche non scherzano: spesso ci troviamo bloccati da un’auto impantanata per cui è necessario ricorrere al traino. Perciò arriviamo al passo di Kamba - la, a 4.990 m (con un piccolo sforzo potremmo salire di 10 metri e fare cifra tonda!), giusto per vedere il Yamdrok - tso , uno dei quattro laghi sacri del Tibet, dove sventolano le bandiere di preghiera. Anzi galoppano proprio, come veri cavalli, sospinte dal vento teso e freddo. Sullo sfondo il massiccio del Nojin Kangtsang con i suoi non trascurabili 7.191 m. Incurante dei turisti scaricati a palate (soprattutto cinesi) un topolino tibetano si sta affrettando a costruirsi la tana, comparendo e celandosi rapido tra i sassi. Torniamo indietro e prendiamo la strada a sud, che ci porterà a Gyangtse fra un bel po’ di ore. Ci inoltriamo in una valle stretta, solcata da un fiume impetuoso colore della terra. I fianchi delle montagne sono un agglomerato di rocce tenute insieme da un impasto argilloso, il cartello che mette in guardia da frane incombenti è assolutamente pleonastico: sfugge come quell’amalgama riesca a vincere la forza di gravità. Spesso incontriamo posti di blocco: gli autisti mettono temporaneamente la cintura di sicurezza (per i turisti non c’è quest’obbligo) e mostrano un foglio con un timbro orario; rapidamente il poliziotto calcola la velocità media e, se del caso, commina fior di multe; poi si riparte. Lungo la strada piccoli macchinari di legno, azionati da un mulino ad acqua, pestano tronchi, ricavandone una pasta profumata che viene utilizzata per fare bacchette d’incenso. Alcuni bambini ci prendono per mano e ci accompagnano a vedere da vicino il funzionamento dell’accrocchio. È il loro modo di guadagnarsi qualcosa: un soldo, un po’ di cibo o una penna. La sosta per il pranzo è scelta in base a quello che offre il territorio: una spianata sassosa vicino a pochi metri quadri di erbetta stentata, che un contadino protegge dal nostro calpestio poiché è il magro pascolo delle sue bestie. In questa terra desertica gli yak sono costretti ad arrampicarsi per poter brucare qualcosa. Come sempre il pranzo di mezzogiorno viene diviso con qualcuno, oggi è il turno del contadino, rimasto pazientemente in disparte a sgranare il suo rosario. E riprendiamo un’altra volta la strada. Adesso la vallata si allarga, compaiono qua e là verdi terrazzamenti coltivati, strappati alla montagna. Lasciamo la via asfaltata per imboccare uno sterrato. Le cime dei monti sembrano vicinissime al cielo, passaggi di nuvole ne cambiano continuamente il colore. La sabbia si addossa ai fianchi della montagna. Poi dune soffici, ondulate dal vento che ne fa scivolare i granellini, mentre un raggio di sole rende tutto dorato in questo Sahara a 4.000 metri. Passano i carretti dei contadini; i bambini, armati di pale più grandi di loro, riempiono di terra le grosse buche sulla pista, agitano le mani e gridano in cerca di caramelle o di qualcosa da mangiare. Attraversiamo ora villaggi costruiti con mattoni di fango, i muri tappezzati, anzi proprio decorati di formelle di sterco di yak, l’unico combustibile di queste terre dove non cresce nulla, o quasi, che possa essere bruciato. A tratti fioriscono improvvisi prati, qualche albero, altari con le bandierine. Poi, sullo sfondo, ecco la sagoma della fortezza di Gyangtse: dopo 10 ore di viaggio siamo arrivati. Da qui in poi non ci sono alberghi, solo guest house decorose, chilometri di strada e polvere sotto questo cielo così vicino che sembra di toccarlo, basta allungare la mano. E finalmente stasera potremo bere il tè con il burro di yak. Ne abbiamo sentite di tutti i colori sul sapore di questa bevanda. Avviciniamo le labbra con cautela... è un po’ salato, sa soprattutto di burro. Come un buon brodo. Decimo giorno: Gyangtse – Shigatse Purtroppo stamani piove, del resto è la stagione dei monsoni. E fa anche freddino, ai 3.900 m di Gyangtse. Attraversiamo a piedi il villaggio fatto di basse case, dai muri interni ed esterni coperti dalle di fatte di yak. Davanti a ogni porta c’è una mucca con un vitellino intenti a ruminare, il tesoro della famiglia. I bambini stanno andando a scuola. La strada tra le case porta al monastero Pelkor Chode. Entriamo e sulla sinistra si eleva il Kumbum, il chorten più grande del Tibet, costruito in stile nepalese. Contrariamente agli altri stupa questo è cavo e si possono visitare le numerose cappelle affrescate e corredate da statue. Si sale su per ripide scale, in alto, sempre più in alto, fino al tetto, per guardare diritto nelle pupille gli occhi del Buddha che si volgono nelle quattro direzioni. Le nuvole si muovono, lasciando liberi sprazzi di cielo sereno. La fortezza in lontananza appare maestosa, domina il villaggio di case basse come una Grande muraglia in miniatura, anche se qui il paragone con le glorie del Celeste impero invasore suonano come insulti. Sul tetto del monastero salgono i monaci dai berretti gialli, i Gelugpa, intorno le vette delle montagne. E mentre un timido raggio di sole decreta la fine della pioggia, ecco il rullio del tamburo e il suono basso dei corni rivolti al villaggio. Inizia la preghiera che sembra prendere corpo, dispiegandosi su tutte le persone e le case della vallata. Scendiamo a visitare le cappelle del monastero, bellissime, ricche di libri e statue meravigliose e affreschi. Purtroppo, però, è difficile fotografare, vige l’anarchia tra i monaci: ognuno di loro chiede soldi per concedere il suo personale permesso. Probabilmente campano anche di questo, oltre che delle offerte dei fedeli. Eccoci nuovamente sulla strada con la jeep, ma oggi il tragitto è breve, solo un centinaio di chilometri e il percorso è asfaltato. Un paio d’ore dopo siamo a Shigatse, 3.900 m, seconda città del Tibet. Qui sorge il monastero di Tashilunpo, come sempre più che un monastero è una piccola città. Il sole ha fatto capolino giusto per far risplendere le cupole d’oro degli edifici monastici. Qui sono ospitati i corpi dei primi cinque Dalai Lama, racchiusi dentro uno stupa tempestato di coralli, turchesi e chissà quali altre pietre dure. Ma la statua più spettacolare è quella gigantesca di Maitreya, il Buddha del futuro, alta 26 m e seduta su un enorme fiore di loto di rame. In ogni padiglione statue, intorno alle quali i pellegrini, instancabili, compiono la kora. Il complesso fu costruito intorno alla pietra sulla quale venivano sezionati i corpi dei defunti prima di abbandonarli ai falchi, in alta montagna. La pietra adesso è mezza nascosta dalle panche, nella sala della preghiera. Da un angolo giunge il rumore incongruente di un gioco elettronico: tre monaci giovanissimi stanno giocando con un game - boy. Nei cortili si svolgono varie attività: come sempre, regna su tutto un fortissimo odore di burro di yak. I monaci entrano nei monasteri tra gli 8 e i 10 anni. Qui studiano, vengono vestiti e nutriti. A 16 anni devono decidere se restare o tornare alle loro famiglie per condurre una vita civile. Eccoli lì che scherzano, corrono giù dalle scale, giocano. Alcuni sono poco più che bambini, come l’ultimo Panchen Lama, che sorride dai ritratti appesi nelle cappelle. Chissà che fine ha fatto questo bimbo, scomparso da anni, probabilmente rapito dai cinesi e sostituito da un bimbo ancora più piccolo, scelto però da Pechino. Uscendo dal monastero si può camminare a piedi lungo strade poco trafficate e raggiungere il mercato di Shigatse proprio sotto un piccolo Potala che sembra la copia di quello di Lhasa. Al mercatino si possono acquistare souvenir più o meno vecchi, ma se si è un po’ schizzinosi è meglio non sostare al reparto macelleria: le gustose bistecche di yak vengono proprio da lì! Alla sera la città si svuota. Restano poche auto, che procedono ignorando totalmente i pedoni, alla cinese (con rispetto parlando) e molti bordelli che diffondono sui marciapiedi le loro tristi lucine rosa, inframmezzati da piccoli negozi. Undicesimo giorno: Shigatse - Sakya - Tingri Anche oggi ci aspetta molta strada da percorrere attraverso l’altopiano tibetano. Carichiamo i fuoristrada e partiamo. La strada si inerpica sulle montagne, è ben asfaltata in questo tratto la Friendship highway, ma è comunque una statale percorsa da camion e jeep. Siamo ad altezze notevoli, il ghiaccio dell’inverno ha danneggiato l’asfalto in alcuni punti. Infatti sul più bello un’auto dal telaio troppo basso e del tutto inadeguata a queste piste resta impantanata, bloccando il traffico per un bel pezzo. Fortunatamente la situazione si risolve - sembra di essere in una puntata di Overland! - e riusciamo a raggiungere il primo passo a 4.300 m, coperto di bandierine e di piccoli stupa votivi di pietra. La vallata a tratti si stringe tra i fianchi delle alte montagne brulle. Il vero problema in Tibet è trovare un angolo riparato dagli occhi altrui per fare la pipì. Bisogna ricorrere a una barriera umana, come in un calcio di punizione! Un po’ prima di pranzo arriviamo a Sakya, annunciata dai caratteristici colori grigio, rosso e bianco delle case. Il monastero fu un’importante scuola della dottrina Sakyapa, detta dei berretti bianchi. In questo momento fervono i lavori di restauro: ovunque impalcature e operai all’opera con mezzi veramente di fortuna. In una prima cappella, molto ampia e affrescata, lucente di lumini, sono state erette le statue dei due fondatori; in quella di fronte, la sala delle preghiere, è stato conservato un mandala di sabbia colorata. Contrariamente all’uso non è stato distrutto, affinché i turisti potessero ammirarlo. Sulle nostre teste si sente lo scalpiccìo ritmato di molte persone e un canto corale: sembra una danza. Si può visitare ancora la sala degli stupa, prima di salire sul tetto per ammirare il monastero nel complesso. Ed ecco svelato il mistero musicale: sul tetto c’è una squadra di operai che sta rifacendo il pavimento di graniglia. Procedono in file serrate, pestando i sassi con una specie di mazza e si danno il ritmo cantando. In effetti è una vera e propria danza: avanti, indietro, ci si ferma e si riparte all’unisono. I lavoratori devono ridurre i sassi in graniglia minuta, per poi levigarla. Incredibile: il teatro in un cantiere edile. Dopo pranzo ripartiamo. La strada è lunga e si potrebbero incontrare ostacoli. Il cielo cambia continuamente colore, illudendoci di raggiungere il nostro premio una volta giunti a destinazione: l’Everest e un tratto della catena himalayana. Valli strette si alternano ad altre più ampie, circondate da vette di 5.000 - 6.000 m spazzate da un vento fortissimo. Qui crescono solo arbusti bassi, nutrimento degli yak e i fiumiciattoli sono trasparenti. Il ghiaccio scivolando sui pendii delle montagne le scava, ne disegna i fianchi. Sono espliciti i corrugamenti causati dall’impatto del continente indiano con l’Asia, milioni di anni fa. E per chi non lo sapesse ci sono numerosi venditori di fossili a ricordarglielo. Raggiungiamo un secondo passo a 5.200 m: ecco laggiù sulle creste la neve, significa che i monti iniziano a traguardare i 7.000 m. Tira un vento teso e freddo, le bandierine di preghiera galoppano ancora come cavalli del vento, le ragioni del soprannome sono chiare. Ridiscendiamo a 4.300 m, a Old Tingri, così ribattezzata per distinguerla dalla cittadina di più recente edificazione. Qui c’è una guest house veramente spartana, ma è “quella che non ce n’è altre”: prendere o lasciare. Saliamo su quella che viene pomposamente definita terrazza, in realtà il tetto di legno della casa, tremolante e instabile. Qui restiamo almeno un’ora, a scrutare le nuvole. Per scoprire se quell’angolo più spigoloso sia davvero la punta di monte. Il vento ci illude, sembra portare via le nuvole da un momento all’altro. Compare il fianco innevato di una montagna. Sarà the Big One? Sarà l’Everest? Ma quanto dovrebbe essere alto, visto da qui? In effetti sembra bassino: no, non può essere lui. Niente più di qualche barlume, per oggi. Speriamo che domani vada meglio. Sono le 19,30. Alla guest house accendono il generatore e dopo una cena più che dignitosa possiamo consolarci con un surrogato di caffè liofilizzato fatto in camera. Le nuvole nascondono tutto, mannaggia, ma sono comunque bellissime, colorate ora dalle mille sfumature del tramonto. Dodicesimo giorno: campo base Everest - Zhagmo E finalmente è giunto il giorno dell’impresa. Almeno per noi che non siamo alpinisti, ma che due passi sotto l’Everest li vorremmo fare, nonostante i 5.000 m. Aspettiamo questo momento da quando siamo partiti, anche con un minimo di apprensione: ce la faremo? Partiamo abbastanza presto dalla guest house e imbocchiamo subito lo sterrato che, attraverso le valli formate dalle alte vette, ci porterà a Rongbuk. Nella piana sonnolenta solo una tenda militare di fronte a una sbarra che blocca la strada. Esce un soldato in mutande a controllare il nostro permesso, alza il passaggio a livello e passiamo. La pista si snoda tra sassaie, dirupi, fango e pascoli. Qua e là le tende dei pastori: ecco dove sono, i pastori erranti dell’Asia cantati dal Leopardi! La vegetazione è composta solo da arbusti bassi, nutrimento delle mandrie di yak. Tende di trekker che arriveranno al campo base a piedi. Le nuvole aleggiano ancora sulle alte cime, ogni tanto si intravede un picco innevato. I lavori in corso talvolta bloccano la pista. Uomini e donne costruiscono muretti di contenimento per le frane, usando mezzi rudimentali, pale, picconi e piccoli trattori. Gli uomini dai volti scuri, affilati e gli zigomi alti, hanno lunghe trecce raccolte sul capo e legate con nastri di tessuto rosso, lo sguardo fiero. I tibetani non hanno nulla da spartire con i cinesi, lo si comprende bene, anche se adesso lavorano per loro e, si dice, le loro condizioni economiche sono lievemente migliorate grazie anche al turismo. Intanto la strada sale, l’aria si fa fredda e a un tratto le quinte delle montagne si aprono: compare l’Everest. È davvero un gigante: davanti a noi una parete di circa 3.000 m, con i ghiacci eterni (si spera) che raggiungono quasi la base. Bianco, massiccio, la vetta spunta tra le nuvole che assediano le cime. Proseguiamo sballottati dalla jeep e arriviamo a Rongbuk. Parcheggio. Una lunga fila di tende, intessute di lana di yak, che portano nomi pomposi: hotel, restaurant, guest house. Bancarelle sulla strada, vendono fossili e monili. Zaino in spalla, fiato corto, si procede a piedi. Spuntano in lontananza sul crinale le corna delle capre selvatiche. Passo dopo passo, lentamente, superati dai carretti trainati dai cavalli che trasportano i turisti. Noi no, noi si va a piedi. Con il cuore che batte per l’altitudine, la testa che scoppia e l’emozione. Davanti, l’Everest. Documenti. Come? Che vuol dire? La guardia è cinese. Su un tavolino arrangiato controlla i passaporti e il permesso. Ecco, ora si può fare la foto al cippo, dove sta scritto: monte Qomolangma - il nome tibetano del gigante - campo base, 5.200 m. Una soddisfazione. Si può anche correre (si fa per dire) a legare la nostra sciarpa bianca tra le bandierine colorate sulla collina, con il cuore sempre più in affanno e la testa vuota e dolente per la mancanza di ossigeno. Ecco fatto: l’Everest, l’Himalaya, il Tibet sono stati adeguatamente omaggiati. Che gli dei proteggano questa terra; che possa ritrovare, prima o poi, la propria libertà. Le nuvole adesso si richiudono sulla montagna più alta del mondo. Si torna indietro, sul carretto stavolta. Ci fermiamo in una locanda essenziale a mangiare una scodella di noodles in brodo. La stufa arde, il brodo ribolle nel pentolone. Il proprietario aggiunge paziente mattonelle di sterco di yak per alimentare il fuoco. Abbiamo le guance rosse per lo sforzo compiuto. Ci lasciamo andare sulle panche rivestite di stoffa, in questo posticino tutto decorato, coloratissimo, arredato anche con divano che, in realtà, è stato sicuramente il lungo sedile di un autobus. Brodo caldo, proprio quello che ci vuole. Poi via. La strada è lunga. E tutta sterrata. Stasera dobbiamo arrivare a Zhagmo, sul confine con il Nepal. La strada è chiusa per lavori durante il giorno, la aprono solo alla sera e per tutta la notte. Se questi sono lavori di risistemazione, non possiamo immaginare come fosse prima. Adesso è uno sterrato pauroso, lambito da un torrente che precipita impazzito. Auto e pulmini facilmente rimangono impantanati nel fango o bloccati nei guadi, il traffico resta immobile per lunghi, interminabili periodi. Ci fermiamo a cena a Nyalam, un posto dal nome inquietante, che significa la Porta dell’inferno. Quindi si riparte. È scesa la notte. Qualcuno dice che è meglio così, almeno il buio ci nasconderà il peggio di questa orribile strada. La carcassa di un camion giace a ruote per aria in una curva. Intanto, nell’oscurità, si intravede che la vegetazione è cambiata. Alberi, finalmente, conifere, palme, banani, vere e proprie cascate che dalla montagna, passando letteralmente sopra la testa, precipitano direttamente nel fiume, oppure si infrangono scrosciando rumorosamente sul tetto del fuoristrada. Acqua dappertutto, un’umidità pazzesca. Stiamo scendendo. Sogniamo una doccia prima del sonno riparatore, ma quando finalmente arriviamo a Zhagmo è notte fonda e tutto il paese è rimasto al buio, senza elettricità. A tentoni, in albergo, troviamo la camera e abbiamo un’unica possibilità: andare subito a dormire. Tredicesimo giorno: Zhagmo – Kathmandu Paese di frontiera, confine che si passa a piedi. Alle 9 apre la dogana cinese: tutti in fila con i passaporti in mano. Fogli da compilare per la Sars: hai avuto febbre, nausea, dissenteria, vomito, mal di testa? A dire il vero sì, tutti quanti abbiamo avuto questi sintomi almeno per un giorno, ma è meglio non dichiararlo: ora stiamo bene, abbiamo le guance colorite dal sole di montagna, scoppiamo di salute. I poliziotti controllano foto, trascrivono i dati dei passaporti. Lungo la strada di montagna la fila di auto mista a persone si ingrossa sempre più. Seconda tappa: ritiro del foglietto anti - Sars. Si fidano, non controllano nessuno, intanto ce ne stiamo andando. Le jeep ci attendono con i bagagli, nemmeno presi in considerazione dai poliziotti cinesi. Sulla carreggiata opposta una lunga fila di camion attende la sera per poter affrontare la strada che ora è di nuovo chiusa. Camionisti annoiati giocano, chiacchierano, fanno passare il tempo. I fuoristrada scendono sullo sterrato, in questo lembo di terra di nessuno. Poi, dopo una curva a gomito, ecco di fronte a noi facce scure dagli occhi grandi, profondi. Lineamenti indoeuropei. I saree colorati delle donne. È bastata una svolta della strada e il Tibet non c’è più, è di nuovo Nepal. Restiamo imbottigliati nel traffico: si decide di scendere dalle auto. Salutiamo guida e autisti frettolosamente, un po’ smarriti, nel mezzo del caos di veicoli e persone. C’è moltissima gente. I portatori arrivano a ondate, si accalcano cercando di contendersi le nostre valigie: il capataz mette ordine, decide chi porta cosa e via, la frontiera si passa a piedi. Eccoci a Kodari. Qualche metro oltre un ponte c’è l’ultimo drappello di polizia cinese, poi l’ufficio immigrazione nepalese. I nostri portatori - anzi portatrici, due ragazze molto giovani e minute che trasportano le valigie per mezzo di una lunga sciarpa che legano ai bagagli e fanno passare intorno alla testa - aspettano in strada, nel caos e nell’umidità. Verranno ricompensate generosamente. Il loro sorriso pieno è il miglior benvenuto in Nepal. Poco oltre ci raccoglie un autobus: ci aspettano quattro ore di viaggio per percorrere soli 150 km, ma la strada è quel che è. Destinazione, un’altra volta, Kathmandu. L’orologio è tornato indietro di 75 minuti. Siamo daccapo: cos’è il tempo? Tra Zhagmo e Kodari sono passate due ore e pochi chilometri, ma l’orologio segna sempre le 9. La strada è sconnessa, il panorama infinitamente sublime. Palme, alberi, terrazzamenti coltivati a riso. Rivoli d’acqua ovunque, dove la gente si lava o fa il bucato. Polli e bambini con gli occhi bistrati di kajal. Piove, poi esce il sole, poi ripiove. Ecco i clacson, il traffico, il caldo di Kathmandu. Il pomeriggio trascorre pigro, ci dobbiamo riprendere dalla fatica di quasi due giorni di viaggio sugli sterrati. Solo a sera la sortita, andiamo a cena nel quartiere Tamel. Quattordicesimo giorno: Kathmandu Piove. Il monsone oggi colpisce con metodicità. In città sono rimasti alcuni monumenti da visitare. Prendiamo un taxi e per 250 rupie ci facciamo portare a Swaymbunath, detto anche il Tempio delle scimmie. Ed è facile immaginare il perché. Appena arriviamo, ecco pronte intere famigliole di scimmie molto interessate alle nostre caramelle, banane e biscotti. Farebbero qualunque cosa pur di sgranocchiare tutto quello che abbiamo, si spingono perfino a un abbraccio caloroso, finalizzato naturalmente a rubare i dolciumi. Una lunga scalinata conduce alla cima della collina dove sorge lo stupa più antico del Nepal (2500 anni), attorniato da ruote di preghiera e piccole cappelle dove alcune donne stanno accendendo decine di lumini di terracotta. Un uomo sulla cima dello stupa sta gettando un liquido giallo a base di argilla per colorarlo: lì per lì non riusciamo a capirne il significato, ma poi pian piano vediamo comparire il disegno del fiore di loto. Continua a piovere, ma il maltempo non interrompe il flusso dei fedeli accorsi qui a pregare. Sotto di noi la città si estende a perdita d’occhio. Scendiamo nel quartiere Tamel, divenuto zona commerciale su impulso delle numerose guest house che accolgono i turisti. È tutto un fiorire di botteghe, negozi e bancarelle. Argenti, tappeti, vestiti, stoffe. La pioggia ha reso quasi impraticabile la strada, coprendola con un tappeto di fango su cui le macchine lasciano solchi profondi. Non c’è quasi marciapiede, passiamo il tempo a schivare le auto, le moto e le biciclette. Nella zona di Durbar square c’è meno fango, anche se il traffico di uomini e mezzi resta notevole. È molto facile restare prigionieri nel bel mezzo di un incrocio, e non è precisamente come nella pubblicità del Cynar! Ma la situazione può anche diventare favorevole, basta puntare la macchina fotografica e scattare: qui nessuno ci fa caso. Decine di individui resteranno fissati nell’obiettivo, decine di volti che dicono del Nepal molto più di tante parole. Donne intente a comprare stoffe, a fare la guardia a un tempietto soffocato dal traffico, mendicanti, venditori ambulanti, bambini, risciò. Affacciati alle gelosie di legno intarsiato bambini che fanno ciao con la mano e si ritraggono timidi al nostro saluto. Dall’alto di una terrazza, sorseggiando tè, osserviamo i tetti dei templi coperti da una sottile vegetazione. I rumori arrivano lontani. Un momento di pausa prima di immergersi un’altra volta nel clamore del traffico caotico di Kathmandu, in una sorta di taxi sgangherato che naturalmente resterà imbottigliato nell’ora di punta. Quindicesimo giorno: Kathmandu - Kirtipur - Katmandu Abbiamo prenotato un taxi che ci porterà a visitare la cittadina di Kirtipur. Appena fuori da Kathmandu, è snobbata dal turismo poiché considerata minore. Decadente e sonnolenta, è popolata da studenti - qui c’è un polo universitario importante - tutti in divisa, un costume che è retaggio del periodo coloniale inglese. Ma i giovani stanno alla larga dal centro storico. Non c’è bisogno di cercare una guida, è lei che cerca noi. Ascolta la nostra lingua, si affianca, saluta e comincia a parlare un italiano maccheronico, imparato da amici di Bologna, inframmezzato da parole spagnole. Il nostro ha il nome divino di Krishna, cerca di spillare più soldi millantando malattie varie, ma ha il pregio di farci attraversare il paese svelando piccoli tesori nascosti. Dal Tempio della tigre penzolano coltelli e scimitarre che in un tempo lontano furono utilizzare per tagliare i nasi degli abitanti di Kirtipur, colpevoli di aver lungamente resistito a un assedio. Da allora è stata ribattezzata la città dei nasi piccoli. Salendo su una collinetta c’è un bel tempio, dal quale - ci dicono - si gode una splendida vista sulle montagne circostanti; ma è stagione monsonica, quindi si intravedono solo piccoli rilievi vicini, velati dalle nuvole. Rientriamo a Kathmandu nell’ora più calda, l’umidità grava sempre di più, i nuvoloni si stanno addensando preparandosi per la pioggia pomeridiana. Per fortuna dura poco e al pomeriggio possiamo completare gli acquisti di stoffe. Per strada, i venditori di frutta e verdura siedono a terra |