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 Piccolo Teatro Studio – via Rivoli 6 (M2 Lanza)
  Prossima Rappresentazione  
COMUNICATO STAMPA

Dall’8 al 27 febbraio al Piccolo Teatro Studio un nuovo spettacolo
del percorso di drammaturgia contemporanea ideato da Luca Ronconi

Lars Norén inedito in Italia: Dettagli
storia di coppie con “il mal di vivere”

Carmelo Rifici, dopo il successo riscosso con Lagarce,
torna a dirigere un affiatato gruppo di attori legati al Piccolo

Prosegue con Lars Norén il viaggio del Piccolo Teatro di Milano nella drammaturgia contemporanea, dopo Jean-Luc Lagarce nella scorsa stagione. Lunedì 8 febbraio debutta al Teatro Studio il primo dei due spettacoli dello scrittore e regista svedese prodotti dal Piccolo, Dettagli, con la regia di Carmelo Rifici. Sul palcoscenico un affiatato gruppo di attori legato al Piccolo Teatro: in ordine di locandina, Giovanni Crippa, Elena Ghiaurov, Francesco Colella, Melania Giglio, Gianluigi Fogacci, Silvia Pernarella.
Già ospite del Piccolo nel 1994, in occasione del terzo Festival dei Teatri d’Europa, con Danza di morte di Strindberg, di cui curò la regia, Norén torna ora a Milano come drammaturgo.
Nell’ambito dello stesso progetto va in scena il monologo 20 novembre, che vede Fausto Russo Alesi nel ruolo di regista e interprete (Scatola Magica, prima per la stampa lunedì 15 febbraio).
Luca Ronconi ha scelto non a caso questo autore per due nuove produzioni del Piccolo. Norén, nato nel 1944, infatti – come Lagarce – è un autore molto rappresentato e apprezzato in tutta Europa ma poco conosciuto in Italia. I due testi sono inediti nel nostro Paese e verranno pubblicati, assieme ad altri di Norén, da Ubulibri.
Dettagli, pubblicato nel 2002, è una storia di ordinario “mal di vivere”, è la storia di due coppie della ricca borghesia intellettuale svedese che si rincorrono e si scambiano: Erik, un editore cinico e Ann, medico; Stefan, scrittore di successo ed Emma, aspirante scrittrice. Successo personale e plauso sociale sono l’obiettivo delle loro personalità tormentate. New York, Stoccolma, Firenze sono lo sfondo degli incontri-scontri tra i quattro personaggi. Tra uffici, ospedali, party mondani e librerie si innescano sottili dinamiche di seduzione e distruzione reciproca. Rimuovere la realtà ed esibire una vita apparentemente perfetta rimane l’unico espediente per reggere una situazione che alcuni “dettagli” svelano insostenibile. Disseminati nel testo, fungono da lenti di ingrandimento sulla vita dei personaggi e mostrano come la bugia e l’inganno siano le vere patologie.
“Guardare ai personaggi nella loro complessità sarebbe stato troppo angosciante, pertanto mi sono concentrato sui particolari”, spiega Lars Norén. Gli aeroporti, le situazioni di passaggio sono i non-luoghi dello spettacolo, ambientato nel primo atto dal 1989 al 1992, nel secondo nel 1998. In questi spazi si sviluppano i dialoghi “affilati” dello spettacolo, nel segno di una spietata ironia.
“Noi mediterranei siamo molto verbosi, meta-analitici”, sottolinea Carmelo Rifici. “Affrontiamo il tema del disagio psichico in maniera molto letteraria. La nostra drammaturgia è meno spietata. Nella drammaturgia svedese l’analisi della verità e la verità stessa coincidono. Tutto combacia nell’azione. I personaggi non hanno consapevolezza del loro problema. Vivono le situazioni più estreme con assoluta naturalezza”.
Dettagli, che vede cimentarsi Carmelo Rifici in un altro testo di drammaturgia contemporanea dopo il successo riscosso con I pretendenti di Lagarce nella passata stagione, è in calendario fino al 27 febbraio.

LA SCHEDA

Piccolo Teatro Studio, via Rivoli 6 (M2 Lanza)
Dall’8 al 27 febbraio 2010

Dettagli
di Lars Norén
traduzione Annuska Palme Sanavio
regia Carmelo Rifici
scene Guido Buganza
costumi Margherita Baldoni
luci Claudio De Pace
musiche Daniele D’Angelo
video Giuditta Mora

Personaggi Interpreti
ERIK, un editore Giovanni Crippa
ANN, un medico Elena Ghiaurov
STEFAN, un autore di teatro Francesco Colella
EMMA, una donna che aspira a diventare una scrittrice Melania Giglio
PADRE Gianluigi Fogacci
CAMERIERA, RAGAZZA, PAZIENTE Silvia Pernarella
DANIEL Ivan Senin

produzione Piccolo Teatro di Milano


Foto di scena Attilio Marasco



Orari: martedì e sabato ore 19.30; mercoledì, giovedì e venerdì ore 20.30;
domenica 14 febbraio ore 16, domenica 21 febbraio ore 20.30.
Lunedì riposo (salvo la ‘prima’, lunedì 8 febbraio ore 20.30).

Durata: 3 ore e ’15 compreso un intervallo

Prezzi: platea 24,50 euro, balconata 21,50 euro
Prezzi speciali su www.piccolocard.it


Info e prenotazioni 848800304 - www.piccoloteatro.org - www.piccoloteatro.tv


Milano, 4 febbraio 2010
COMUNICATO STAMPA


Al Piccolo Teatro Studio, in prima nazionale
dal 26 gennaio al 28 febbraio 2010

Alice, tra meraviglie e paradossi

In scena una compagnia di giovani attori del Piccolo,
diretti da Emiliano Bronzino

Alice, prodotto dal Piccolo Teatro di Milano, l'intramontabile classico per bambini (ma non solo) da Lewis Carroll viene allestito al Teatro Studio dal 26 gennaio al 28 febbraio, con la regia di Emiliano Bronzino.

Ideale chiusura e coronamento dell’edizione 2008-2009 di TeatroScienza, nella cornice così poco tradizionale della sala di via Rivoli, che ben si adatta a scenari e situazioni fiabesche, la giovane compagnia di attori del Piccolo dà vita alla storia della ragazzina che insegue il coniglio bianco con il panciotto e si trova a fronteggiare cappellai matti e lepri marzoline, un gatto che tende a sparire sul più bello, un’iraconda regina di cuori e un bruco vagamente tossicodipendente.

Lo spettacolo è un inno alla libertà, un invito rivolto al pubblico, giovane o meno, a preservare la propria individualità, a cercare di essere ciò che si vuole, senza mai perdere la voglia di sperimentare e conoscere cose nuove. Ma è anche un viaggio nella follia, nell’ignoto.
“È importante”, spiega Bronzino, “non cercare una logica spiegazione al perché le cose succedano – nel testo come nello spettacolo – ma lasciarsi andare alla fantasia del racconto”. E questa Alice teatrale si presenta più come "un'antifiaba, un capovolgimento di tutti gli elementi della tradizione: non impartisce alcuna morale, non vuole dare risposte né offrire soluzioni. La nostra eroina commette un errore dopo l'altro, si lancia con tragica incoscienza in ogni sorta di pericolo... sembra quasi che il reverendo Carroll abbia voluto insegnare ai bambini ad essere 'sovversivi' e a sviluppare un personale punto di vista sulle cose”.

Ma come si può rappresentare in palcoscenico “il paese delle meraviglie”, mentre al cinema, tra poche settimane, dilagheranno gli effetti speciali del film di Tim Burton?
“E’ indubbio che il mezzo cinematografico consenta soluzioni spettacolari”, spiega il regista. “Non solo per una questione di budget, ma soprattutto perché si tratta di linguaggi ben diversi. La prima domanda che mi sono posto è stata invece ‘cosa può essere il mondo delle meraviglie?’ Il teatro, ovviamente! Così ho abbandonato subito una delle possibili soluzioni: l’impiego di audiovisivi. Lo spettacolo doveva avere un carattere prettamente teatrale e sfruttare le meraviglie che il teatro sa produrre con i propri mezzi: illuminotecnica, scenotecnica, costumistica, attrezzeria”.

Lo spettacolo nasce all’interno di Teatro Scienza, un filo rosso culturale che attraversa la storia del Piccolo, dagli anni lontanissimi del Galileo di Giorgio Strehler, fino a Candelaio e Infinities di Luca Ronconi e al recentissimo Darwin per ragazzi diretto da Stefano de Luca. Nel suo romanzo, Carroll – che era un logico e un matematico di prim’ordine – si diverte a disseminare giochi e paradossi.


La bimba che precipita nella tana del coniglio all’inizio della storia menziona il centro della Terra e gli antipodi, rimandando alla riflessione sulla legge di gravità. Il nonsense del té dei Matti è una speculazione sul tempo e sulla sua misurazione, riferita al concetto di infinito. Naturalmente Carroll nulla sapeva della teoria einsteiniana della relatività. È vero però che, a livello più o meno consapevole, esiste in Alice l’anticipazione di una logica di tipo aspaziale e atemporale: il tunnel di Alice, per esempio, è molto simile a quello che oggi chiamiamo buco nero. “Così come Carroll nasconde i suoi paradossi nel racconto senza appesantirlo, anche noi, nello spettacolo”, conclude Bronzino, “ci siamo tenuti lontani dalla dimostrazione scientifica, preservando la dimensione del gioco: l’obiettivo è stimolare la curiosità dei ragazzi perché vadano poi in cerca delle spiegazioni al di fuori del testo, con gli insegnanti o con la ricerca personale”.

Traduzione e adattamento teatrale sono di Margaret Rose che spiega: “Il lavoro di adattamento al testo è stato molto complesso, in primo luogo perché si partiva da un inglese ‘antico’, di epoca vittoriana, ben diverso dalla lingua parlata oggi nel Regno Unito, secondariamente perché avevamo a che fare con un romanzo, i cui dialoghi dovevano essere trasformati in battute teatrali. Con Emiliano Bronzino”, conclude, “abbiamo lavorato a lungo per cercare di rispettare e di esaltare la fisionomia del singoli personaggi, per tradurre in italiano senza tradire lo spirito del racconto e il vivace temperamento di Lewis Carroll”.

Età consigliata: da 8 anni.



LA SCHEDA

Piccolo Teatro Studio, via Rivoli 6 (M2 Lanza) - dal 26 gennaio al 28 febbraio 2010

Alice
da Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll
adattamento teatrale e traduzione Margaret Rose
regia Emiliano Bronzino
scene Marco Rossi
costumi Chiara Donati
luci Claudio De Pace
musiche a cura di Tiziano Bonini

Personaggi e interpreti (in ordine di apparizione)
Alice Camilla Semino Favro
Coniglio Bianco, Valletto Pesce, Gatto Andrea Luini
Valletto Rana, Ghiro, Regina di Cuori Andrea Germani
Bruco, Cuoca, Lepre Marzolina, Re di Cuori Gabriele Falsetta
Duchessa, Cappellaio Matto, Fante di Cuori Clio Cipolletta
produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa

foto di scena Attilio Marasco


Orari: da lunedì a venerdì ore 10.30; domenica 21 e 28 febbraio ore 16.
Riposo: i sabati e le domeniche; lunedì 8 febbraio; da martedì 16 a sabato 20 febbraio.

Durata: un’ora e un quarto circa

Prezzi: platea 24,50 euro, balconata 21,50 euro - Prezzi speciali su www.piccolocard.it

Info e prenotazioni 848800304 - www.piccoloteatro.org - www.piccoloteatro.tv


Milano, 21 gennaio 2010
Ufficio Stampa tel. 02 72333 212 – fax 02 72333 311 – piccolo.stampa@piccoloteatromilano.it

COMUNICATO STAMPA

Al Piccolo Teatro Studio dal 22 al 30 dicembre 2009

Arriva per le Feste Scrooge - Canto di Natale
ballata per attori e ombre

Musica, teatro d’ombre e teatro d’attore si mescolano
nell’originale rilettura dal celebre testo di Dickens,
proposta natalizia di Teatro Gioco Vita e Teatro delle Briciole


Tratto da Canto di Natale di Dickens, Scrooge, in scena dal 22 al 30 dicembre 2009 al Piccolo Teatro Studio, è uno spettacolo popolare e coinvolgente che trova nella musica il fulcro dell’intero impianto drammaturgico e scenico, unendo recitato, recitativo e canto.
Scenicamente incentrato sulle molteplici possibilità combinatorie di personaggi in carne ed ossa, ombre corporee e ombre di sagome, lo spettacolo affronta tematiche e contenuti di grande attualità. La storia di Scrooge, avaro e misantropo riccone nato dalla fantasia di Dickens, è universalmente conosciuta. Scrooge è un perfetto prototipo di uomo avido ed egoista, cieco e insensibile di fronte ai mali del mondo; ma anche un esempio edificante di uomo in lotta con una lacerante presa di coscienza.
Scrooge, coproduzione Teatro Gioco Vita – Teatro Stabile di Innovazione e Teatro delle Briciole Solares Fondazione delle Arti, costituisce una nuova tappa del percorso di collaborazione già da tempo avviato tra queste realtà. Da anni Teatro delle Briciole e Teatro Gioco Vita, pur nella diversità delle poetiche e delle linee artistiche, hanno avviato percorsi di collaborazione instaurando sinergie comuni su alcuni progetti. La coproduzione dello spettacolo Alice nel paese delle meraviglie nel 1997, ad esempio, ma anche collegamenti sull’ospitalità e l’attività sul territorio, collaborazioni e scambi culturali.

LA SCHEDA Piccolo Teatro Studio (via Rivoli, 6 – M2 Lanza), dal 22 al 30 dicembre 2009 Scrooge
Ballata per attori e ombre
da Canto di Natale di Charles Dickens progetto drammaturgico Fabrizio Montecchi, Alessandro Nidi, Bruno Stori
musiche e canzoni Alessandro Nidi
testi Bruno Stori
regia e scene Fabrizio Montecchi
disegni e sagome Nicoletta Garioni
costumi Evelina Barilli
con Giuseppe Fraccaro, Candida Nieri, Gino Paccagnella, Michele Radice
luci e fonica Cesare Lavezzoli
realizzazione scene e oggetti Sergio Bernasani, Paolo Romanini, Morello Rinaldi, Patrizia Caggiati
realizzazione sagome Federica Ferrari, Nicoletta Garioni, Sini Peltola (assistente)
una coproduzione Teatro delle Briciole Solares Fondazione delle Arti
Teatro Gioco Vita – Teatro Stabile di Innovazione
Orari: martedì ore 19.30, mercoledì ore 20.30, giovedì e venerdì riposo, sabato, domenica,lunedì, martedì e mercoledì ore 16.00 Durata: 75 minuti circa senza intervallo Prezzi: platea 24,50 euro, balconata 21,50 euro Prezzi speciali su www.piccolocard.it Informazioni e prenotazioni 848.800.304, www.piccoloteatro.org - www.piccoloteatro.tv
 

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COMUNICATO STAMPA

Le sedie in prima nazionale
al Teatro Studio dal 16 al 20 dicembre 2009

La vacuità dell’esistenza nella farsa tragica di Ionesco
a cent’anni dalla nascita dell’autore

Pietro Carriglio prosegue la sua ricerca registica
sul teatro del Novecento e sui temi dell’assurdo

Dopo Il re muore, Pietro Carriglio torna a Ionesco, nel centenario della nascita dell’autore franco-rumeno, scegliendo Le sedie, “farsa tragica” scritta nel 1951, in prima nazionale al Piccolo Teatro Studio, dal 16 al 20 dicembre. Protagonisti Nello Mascia e Galatea Ranzi nel ruolo di due anziani coniugi che vivono in un faro abbandonato su un’isola deserta. Una vita fatta di piccoli gesti quotidiani, ma anche dell’assoluta mancanza di comunicazione con il mondo esterno che i due anziani decidono di rompere per trasmettere un “messaggio all'umanità”. Attraverso le parole dei due protagonisti prendono vita sulla scena un gran numero di personaggi invisibili: alla porta è un continuo via vai di persone, saluti e strette di mano di individui inesistenti nella realtà, ma lucidamente delineati nella loro mente. Persone che si materializzano solo attraverso il moltiplicarsi di sedie oggetto-simbolo, unico segno concreto del senso di vuoto che l'autore intende trasmettere. “Oltre i risaputi giochi di parole, che hanno deliziato l’avanguardia degli anni Cinquanta”, commenta il regista Pietro Carriglio, “vi è un vuoto che è anche l’ultimo interrogativo sull’uomo, sulla sua sopravvivenza fisica e morale, sul suo dialogo con Dio. Ionesco è uno stupefacente esempio di teologia negativa: Dio non è tenebra né luce, Dio è se non è. E’ questa la nostra estrema speranza.”

LA SCHEDA Piccolo Teatro Studio (via Rivoli, 6 – M2 Lanza), dal 16 al 20 dicembre 2009 Le sedie di Eugène Ionesco regia e scene Pietro Carriglio
musiche Matteo D’Amico, luci Gigi Saccomandi, costumi Marcella Salvo con Nello Mascia, Galatea Ranzi
e con la partecipazione di Sergio Basile
produzione Teatro Biondo Stabile di Palermo

Orari: mercoledì, giovedì e venerdì ore 20.30, sabato ore 19.30, domenica ore 16.00
Durata: 90 minuti circa, senza intervallo Prezzi: platea 32 euro, balconata 25,50 euro Prezzi speciali su www.piccolocard.it
Informazioni e prenotazioni 848.800.304 - www.piccoloteatro.org - www.piccoloteatro.tv



Eugène Ionesco, l’omaggio dello Stabile di Palermo


Nel centenario della nascita di Eugène Ionesco (1909-1994), il Teatro Biondo Stabile di Palermo ha voluto ricordare il grande drammaturgo franco-rumeno producendo e realizzando uno dei suoi testi più significativi e impegnativi, Le sedie, per la regia dello stesso direttore artistico dello Stabile, Pietro Carriglio. Lo Stabile di Palermo ringrazia Sergio Escobar per avere sollecitato l’iniziativa. Carriglio, peraltro, ha sempre amato Ionesco, del quale ha già messo in scena La lezione e Delirio a due in un dittico del 1980, poi un’altra edizione di Delirio a due (assieme a Finale di partita di Beckett) nel 2002 e Il re muore nel 2007.
Al centro de Le sedie – scritta nel 1951 e rappresentata per la prima volta nel 1952 – Ionesco pone l’irrealtà del reale e il vano, drammatico, grottesco tentativo di popolare il vuoto dell’esistenza e di comunicare l’incomunicabile. Protagonisti sono due coniugi ultranovantenni, il Vecchio e la Vecchia, che abitano sulla torre di un’isola deserta, conducendo una vita fatta di piccoli gesti quotidiani e dell’assoluta mancanza di rapporti con il mondo esterno.
Come ogni sera, i due sono impegnati a rappresentare la farsa della loro esistenza, carica di fatuità, ricordi, insuccessi e rimpianti, alleviata solo dalla forza delle proprie immaginazioni deliranti, da un affettuoso sentimento reciproco, dalle abitudini che fanno passare il tempo e danno l’illusione di esistere. Ma questa è una serata speciale: i due, infatti, aspettano degli ospiti illustri, invitati ad ascoltare il messaggio di salvezza che il Vecchio ha deciso di tramandare ai posteri, ingaggiando a tale scopo un atteso Oratore. In un crescendo sempre più concitato, comico e beffardo, fanno il loro ingresso gli ospiti, tanti e tutti invisibili, e la stanza si riempie di sedie, tante e tutte ben visibili, accumulate dai due vecchi. Alla porta è un continuo via vai di persone, saluti e strette di mano di ombre, individui inesistenti nella realtà, ma lucidamente delineati nella loro mente, fra i quali un misterioso Imperatore. I dialoghi che i vecchi intrattengono con gli ospiti-fantasma sono frammenti di vani monologhi cerimoniosi cui essi si fingono risposte. Il deserto dell’esistenza della coppia si è popolato con il nulla di invitati incorporei e con l’invadenza progressiva delle sedie, la cui disposizione sulla scena obbedisce ad un’architettura precisa. Soffocati dalla materia e dal desolante disagio del vuoto destinato ad esplodere nel coup de theatre finale, i vecchi si gettano dalla finestra. L’Oratore nel frattempo giunto si rivela muto, incapace di articolare alcunché, e tutto finisce nella beffarda certezza che è impossibile spiegare il senso dell’esistenza. Definito nel sottotitolo “farsa tragica”, il testo nelle parole di Ionesco «tratta dell’assenza, della vacuità, del nulla. Le sedie sono rimaste vuote perché non c’è nessuno... Il mondo non esiste per davvero».


Le sedie: il teatro come conoscenza
di Luca Doninelli

Una lunga conversazione, svoltasi nella tarda primavera del 2009, tra il sottoscritto e Pietro Carriglio mise in moto quest’opera comune, la sua di regista e la mia di traduttore, all’ombra di un’idea che le fratture intercorse nei quasi sessant’anni che ci separano dal testo ioneschiano rende quasi obbligatoria. La possibilità di assistere a due giorni di prove, al Bellini di Palermo, alla fine di novembre, ha confermato il senso della strada intrapresa. La scelta di Carriglio di affidare alla forza degli attori Le sedie, questo vecchio monumento dell’avanguardia teatrale, riassorbendolo come per un atto di natura nel grande pool del Repertorio (e quindi opponendosi alla vulgata che lo poneva in una sorta di antirepertorio composto da tutte quelle opere e da tutti quegli autori che si ponevano come punti di rottura nella tradizione letteraria), ha messo in luce quello che già la mia scelta d’indirizzo nella traduzione (a lungo discussa con lo stesso regista) intendeva far venire alla luce. […] Oggi il nostro modo di leggere Ionesco differisce completamente dalle chiavi che ci venivano offerte una trentina d’anni fa, quando personaggi come Beckett, Ionesco e Pinter galleggiavano in un’unica brodaglia critica. In effetti, l’espressione “Teatro dell’Assurdo”, al tempo assunta come reale movimento artistico, è stata coniata oltre dieci anni dopo la pubblicazione dei primi capolavori di Beckett e Ionesco, e ha perciò lo stesso significato convenzionale che ha, poniamo, l’espressione “Scuola del Sospetto” con la quale Paul Ricoeur designò la triade Marx-Nietzsche-Freud: tre scolaretti di scuole, come ognuno sa, ben lontane tra loro. Allo stesso modo, il Teatro dell’Assurdo fu un’invenzione che, per ragioni diverse, non poteva interessare Beckett e Pinter, ma che qualche danno recò, viceversa, a Ionesco.
[…] Rileggere Ionesco oggi – e soprattutto lo Ionesco dei primi Anni Cinquanta - può fare un cattivo effetto se quello che cerchiamo è la sua attualità, o peggio ancora la sua modernità. […] Ionesco, con la fine del mito del progresso in tutte le sue varianti (linguistiche, metafisiche, sociali), appare, proprio per la sua posizione più ostinatamente oppositiva (rispetto a un Beckett o a un Pinter), più disarmato. D’un tratto, il canone letterario lo ha estromesso, la battaglia di Ionesco è una battaglia del passato, i suoi temi sono temi del passato: l’assurdità dell’esistenza, la difesa dell’unicità di ogni individuo, la finzione del potere. Se il ritratto ufficiale di Beckett si libera facilmente di Aspettando Godot portando in prima linea altre opere – prima fra tutte il grande capolavoro Finale di partita – e rivelando nello scrittore e drammaturgo franco-irlandese una filigrana tragica di tutt’altra consistenza rispetto alla facile (e fallace) collocazione in ambito esistenzialista, Ionesco rischia di rimanere intrappolato nelle macerie del Novecento.
[…] Col tramonto delle tematiche legate al Teatro dell’Assurdo, un nuovo Ionesco si presenta a noi, infinitamente più variegato e umorale, infinitamente più complesso.
Le sedie ne è un esempio emblematico. Lo conoscemmo, ai tempi, come una specie di parabola dell’insignificanza del vivere: in un faro su un’isola deserta vivono un vecchio e una vecchia. L’uomo, frustrato dagli insuccessi, ha però elaborato un grande messaggio, un grande pensiero che ora, sulla soglia della morte, vuole rivelare a tutti gli uomini. Le sue parole saranno quelle definitive, quelle grazie alle quali tutti gli enigmi saranno svelati e una nuova stagione del mondo si inaugurerà. Ma c’è un contrattempo: al vecchio manca la facilità di parola, per questo ha chiesto a un oratore di pronunciare il suo messaggio. Alla fine, dopo che tutti gli invitati saranno giunti, arriverà anche l’oratore, che però non potrà pronunciare il messaggio, perché sordomuto. Il messaggio si ridurrà così a un grugnito senza senso – segno dell’insensatezza di ogni filosofia e di ogni umano tentativo di rendere abitabile il mondo.
[…] Dietro la contraddittorietà programmatica dei personaggi (il figlio di cui lei afferma l’esistenza, mentre lui la nega, la parentesi erotica di lei e quella galante di lui, e così via) altre contraddizioni si profilano. L’esistenza non scivola più verso l’assurdo, ma verso una sorta di purificazione. Il solo progresso è quello che fa avanzare l’uomo verso la propria innocenza, verso la propria creaturalità. Uno stupore accompagna questi due personaggi che hanno conosciuto la devastazione, l’impotenza […] e lo spezzettamento della propria vita – sono vite interrotte, attraversate da molte morti, morte anch’esse più volte in un tempo che non ha nessuna continuità, e infligge alla nostra coscienza le sue fratture: la loro vecchiaia è una sommatoria di diverse morti e diverse venute al mondo, attraversata da tutte le età: l’infanzia dolorosa, l’adolescenza piena di umori, la tarda maturità carica di rimpianti, la decrepitezza smemorata.
Così, giunti alla fine, ci troviamo a dover sospendere il vecchio giudizio: forse il messaggio affidato all’oratore sordomuto non è una banale beffa, forse esprime piuttosto il balbettio dell’essere creato, il grugnito, il grido di chi, dopo la delusione dei grandi lenzuoli dell’ideologia, delle grandi formule omnicomprensive, torna al be-be dell’inizio, quando l’essere non sa usare la parola per dirsi, ma sa solo invocare, affermare il suo essere-per-altro. Bisognoso di tutto, spoglio di tutto, incapace di produrre discorsi, incapace di autorappresentarsi, pura creatura, pura – fragilissima – presenza.
[…] Tutta l’opera di Ionesco – come quella di Molière e di Goldoni – è una grande meditazione sul teatro, e soprattutto sul teatro comico. Lo scrittore è il concierge, il “maresciallo d’alloggio” – come il Vecchio protagonista della nostra pièce – che presiede l’opera. Avrebbe potuto essere chissà cosa, invece ha preferito incatenarsi a questo spazio, a questa sala, a queste assi, a queste sedie. Affinché dal concreto di questa esperienza, fatta di diastole e sistole, di infinito e finito, di fantasmi che diventano corpo per poi ridiventare fantasmi, ogni tematica o pensiero o filosofia, insomma ogni contenuto acquistasse sapore di vita.
Nella mia traduzione ho semplicemente cercato di limitare il birignao delle mode che indussero lo scrittore a tagliare le sue frasi secondo un gusto oggi incomprensibile per rendere meglio visibile la sapienza del commediografo. L’ho allontanato di un passo da Beckett (che, ne sono certo, ringrazierà) per avvicinarlo meglio a Molière e Goldoni, suoi parenti più naturali. Le sedie è un grande manuale sul senso del Teatro e del fare teatro, e così ho cercato di presentarlo.





Milano, 15 dicembre 2009
COMUNICATO STAMPA

Lunedì 7 dicembre, alle ore 11, presso il Piccolo Teatro Studio (via Rivoli, 6 – M2 Lanza),
apertura della dodicesima edizione di

JAZZ AL PICCOLO – ORCHESTRA SENZA CONFINI

la stagione concertistica imperniata sulla CIVICA JAZZ BAND dei Civici Corsi di Jazz

Programma

Ore 10.30
Inaugurazione della mostra di Roberto Cifarelli
Jazz al Piccolo – emozioni e immagini

Ore 11.0
IL JAZZ DI ALBERTO SORDI
La musica di Piero Piccioni

Musiche e arrangiamenti originali di Piero Piccioni
Adattamenti di Enrico Intra
America Slow (da: Il bell’Antonio) / Amore, Amore, Amore, Amore (da: Un italiano in America) / Anima Nera (da: Anima Nera) / Opus Jazz (da: Adua e le compagne) / Underground Sketches, In Point of Love e Magic of New York (da: Lucky Luciano) / Rugido do leao (da: Finché c’è guerra c’è speranza) / This Is Life (da: Fumo di Londra) / Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare di agosto (dal film omonimo) / Daylight (sigla dell’orchestra 013)

CIVICA JAZZ BAND
Direttore ENRICO INTRA
Solisti: Emilio Soana (tromba), Roberto Rossi (trombone), Giulio Visibelli (sassofoni e flauto),
Mario Rusca (pianoforte), Lucio Terzano (contrabbasso), Tony Arco (batteria)

Introduzione al concerto a cura di Maurizio Franco

Dopo gli arrangiamenti in chiave jazz delle musiche di Morricone, Rota e Trovajoli, la Civica Jazz Band apre la sua stagione interpretando la musica di un altro grande interprete di musica per film: Piero Piccioni. Scomparso nel 2004, a 82 anni, Piccioni ha lavorato con grandi registi quali Lattuada, Monicelli, Rosi, Comencini, Visconti, Rossellini, Pietrangeli, Bertolucci, De Sica, ma soprattutto con Alberto Sordi, di cui fu il musicista di riferimento, colui che lo accompagnò nella sua grande avventura cinematografica diventando anche uno dei suoi più intimi amici. Al pari di Trovajoli, fu un autentico musicista di jazz, che cominciò ad ascoltare da bambino, appassionandosi in particolare a Duke Ellington e imparando a suonare il pianoforte. Tra l’altro, é stato l’unico musicista italiano a suonare con Charlie Parker, in un serata del 1949, a New York, quando sostituì il pianista Al Haig. Il suo mondo musicale era quindi vicino al jazz, tanto che in questa serie di letture delle opere dei grandi autori sopra citati, Piccioni è l’unico di cui si possono utilizzare le partiture originali senza bisogno di arrangiamenti jazzistici, ma solo di alcuni adattamenti e aperture congeniali per l’esecuzione di pagine nate per il cinema nell’ambito di un contesto jazzistico. Lo sguardo a Piccioni rappresenta un doveroso contributo a una autentica personalità della musica italiana e rende l’apertura di Orchestra Senza Confini un evento di assoluta originalità.

Ingresso 16,50 euro - Per informazioni e prenotazioni tel. 848800304




I prossimi appuntamenti:


Lunedì 15 febbraio 2010 ore 21 al Teatro Studio
ITALIAN JAZZ GRAFFITI
Solisti: Claudio Allifranchini, Stefano Bagnoli, Gigi Cifarelli, Laura Fedele,
Patrizio Fariselli, Piero Leveratto, Alberto Mandarini, Carlo Morena,
Paolo Tomelleri, Riccardo Zegna
Direttori Enrico Intra e Massimo Nunzi


Lunedì 22 marzo 2010 ore 21 al Teatro Studio
IL MONDO MUSICALE DI GIANLUIGI TROVESI
Solista ospite: Gianluigi Trovesi (sax alto e clarinetti)
Direttore Enrico Intra


Lunedì 12 aprile 2010 ore 21 al Teatro Studio
MILES DAVIS-GIL EVANS
Civica Jazz Band e J.W. Orchestra
Solista ospite: Fabrizio Bosso tromba
Direttore Enrico Intra


Lunedì 7 giugno 2010 ore 21 al Teatro Studio
DALL’APARTHEID AI MONDIALI
OMAGGIO AL JAZZ SUDAFRICANO
Solista ospite: Gabriele Mirabassi clarinetto
Immagini di Pino Ninfa
Direttore Enrico Intra
Arrangiamenti di Roberto Ottaviano e Enrico Intra



Milano, 4 dicembre 2009
COMUNICATO STAMPA

Lunedì 7 dicembre, alle ore 11, presso il Piccolo Teatro Studio (via Rivoli, 6 – M2 Lanza),
apertura della dodicesima edizione di

JAZZ AL PICCOLO – ORCHESTRA SENZA CONFINI

la stagione concertistica imperniata sulla CIVICA JAZZ BAND dei Civici Corsi di Jazz

Programma

Ore 10.30
Inaugurazione della mostra di Roberto Cifarelli
Jazz al Piccolo – emozioni e immagini

Ore 11.0
IL JAZZ DI ALBERTO SORDI
La musica di Piero Piccioni

Musiche e arrangiamenti originali di Piero Piccioni
Adattamenti di Enrico Intra
America Slow (da: Il bell’Antonio) / Amore, Amore, Amore, Amore (da: Un italiano in America) / Anima Nera (da: Anima Nera) / Opus Jazz (da: Adua e le compagne) / Underground Sketches, In Point of Love e Magic of New York (da: Lucky Luciano) / Rugido do leao (da: Finché c’è guerra c’è speranza) / This Is Life (da: Fumo di Londra) / Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare di agosto (dal film omonimo) / Daylight (sigla dell’orchestra 013)

CIVICA JAZZ BAND
Direttore ENRICO INTRA
Solisti: Emilio Soana (tromba), Roberto Rossi (trombone), Giulio Visibelli (sassofoni e flauto),
Mario Rusca (pianoforte), Lucio Terzano (contrabbasso), Tony Arco (batteria)

Introduzione al concerto a cura di Maurizio Franco

Dopo gli arrangiamenti in chiave jazz delle musiche di Morricone, Rota e Trovajoli, la Civica Jazz Band apre la sua stagione interpretando la musica di un altro grande interprete di musica per film: Piero Piccioni. Scomparso nel 2004, a 82 anni, Piccioni ha lavorato con grandi registi quali Lattuada, Monicelli, Rosi, Comencini, Visconti, Rossellini, Pietrangeli, Bertolucci, De Sica, ma soprattutto con Alberto Sordi, di cui fu il musicista di riferimento, colui che lo accompagnò nella sua grande avventura cinematografica diventando anche uno dei suoi più intimi amici. Al pari di Trovajoli, fu un autentico musicista di jazz, che cominciò ad ascoltare da bambino, appassionandosi in particolare a Duke Ellington e imparando a suonare il pianoforte. Tra l’altro, é stato l’unico musicista italiano a suonare con Charlie Parker, in un serata del 1949, a New York, quando sostituì il pianista Al Haig. Il suo mondo musicale era quindi vicino al jazz, tanto che in questa serie di letture delle opere dei grandi autori sopra citati, Piccioni è l’unico di cui si possono utilizzare le partiture originali senza bisogno di arrangiamenti jazzistici, ma solo di alcuni adattamenti e aperture congeniali per l’esecuzione di pagine nate per il cinema nell’ambito di un contesto jazzistico. Lo sguardo a Piccioni rappresenta un doveroso contributo a una autentica personalità della musica italiana e rende l’apertura di Orchestra Senza Confini un evento di assoluta originalità.

Ingresso 16,50 euro - Per informazioni e prenotazioni tel. 848800304




I prossimi appuntamenti:


Lunedì 15 febbraio 2010 ore 21 al Teatro Studio
ITALIAN JAZZ GRAFFITI
Solisti: Claudio Allifranchini, Stefano Bagnoli, Gigi Cifarelli, Laura Fedele,
Patrizio Fariselli, Piero Leveratto, Alberto Mandarini, Carlo Morena,
Paolo Tomelleri, Riccardo Zegna
Direttori Enrico Intra e Massimo Nunzi


Lunedì 22 marzo 2010 ore 21 al Teatro Studio
IL MONDO MUSICALE DI GIANLUIGI TROVESI
Solista ospite: Gianluigi Trovesi (sax alto e clarinetti)
Direttore Enrico Intra


Lunedì 12 aprile 2010 ore 21 al Teatro Studio
MILES DAVIS-GIL EVANS
Civica Jazz Band e J.W. Orchestra
Solista ospite: Fabrizio Bosso tromba
Direttore Enrico Intra


Lunedì 7 giugno 2010 ore 21 al Teatro Studio
DALL’APARTHEID AI MONDIALI
OMAGGIO AL JAZZ SUDAFRICANO
Solista ospite: Gabriele Mirabassi clarinetto
Immagini di Pino Ninfa
Direttore Enrico Intra
Arrangiamenti di Roberto Ottaviano e Enrico Intra


Milano, 2 dicembre 2009
Ufficio Stampa tel. 02 72333 212 – fax 02 72333 311 – piccolo.stampa@piccoloteatromilano.it
COMUNICATO STAMPA

In prima nazionale il nuovo lavoro di Marco Carniti
che da Madrid, dopo quindici anni, torna al Piccolo Teatro Palacio del fin: processo alla storia Tre storie sullo sfondo della guerra in Iraq

Mentre arrivano a Milano i prigionieri di Guantánamo, va in scena,
al Teatro Studio, dall’11 al 13 dicembre, uno spettacolo
di scottante attualità sui danni collaterali della guerra in Iraq
Arriva in prima nazionale al Piccolo Teatro Studio, dall’11 al 13 dicembre 2009, Palacio del fin, il nuovo lavoro di Marco Carniti, regista che, dopo quindici anni, da Madrid torna al Piccolo dove si è formato al fianco di Giorgio Strehler. Tratto dal testo di Judith Thompson, la più importante drammaturga canadese, Palacio del fin attinge direttamente da fatti di cronaca, mostrando, sullo sfondo della guerra in Iraq, la parte peggiore della storia contemporanea. In primo piano le vicende personali di Lyndie England, soldatessa americana condannata per torture sessuali nel campo di Abu Graib; David Kelly, microbiologo, morto in circostanze sospette dopo aver testimoniato sull’infondatezza del dossier sulle armi di distruzione di massa presentato dal governo inglese che avvalorava l’intervento militare americano in Iraq; una madre irachena, moglie del capo del Partito Comunista, che dopo aver visto torturare e uccidere i propri figli dal regime di Saddam, viene a sua volta uccisa dalle bombe dell’invasione americana. “Tre monologhi”, spiega Carniti, “strappati direttamente dai titoli dei giornali che stordiscono lo spettatore lasciandolo senza fiato. Un processo alla realtà. Una trilogia di voci che illumina i danni collaterali della guerra in Iraq. Tre vite, tre differenti percorsi con un unico denominatore: essere condannati dall’Umanità e dalla Storia, che sul campo lascia sempre e solo perdenti”. Il regista invita il pubblico a un interrogatorio ‘in diretta’ in un carcere stile Guantánamo, disegnato da tre porte murate e da un recinto di reti metalliche entro cui i personaggi-testimoni, “voci di fantasmi”, dice sempre Carniti, “si riaffacciano alla vita per gridare al mondo la loro verità, la loro testimonianza”.

Mercoledì 9 dicembre (ore 17), nello Spazio Eurolab del Piccolo Teatro Strehler si terrà un incontro, aperto al pubblico, dedicato allo spettacolo. Interverrà il regista, Marco Carniti. L'ingresso è libero fino a esaurimento dei posti disponibili.

Marco Carniti ha un percorso di studio che, partendo dalla danza, passa attraverso la recitazione, per approdare alla regia teatrale, lirica e cinematografica. Nel corso della sua carriera studia negli Stati Uniti alla UCLA poi con Grotowski e Bob Wilson. Recita per Fellini e si forma teatralmente lavorando per lungo tempo al Piccolo Teatro come aiuto regista, al fianco di Giorgio Strehler, per diverse importanti produzioni come Opera da tre soldi, Elvira o la passione teatrale, Come tu mi vuoi, Arlecchino servitore di due padroni, Faust I e Faust II, Falstaff e Don Giovanni. Successivamente collabora con alcuni dei più prestigiosi registi europei ed extra europei tra cui Bob Wilson, Lluis Pasqual, Giancarlo del Monaco, Maurizio Scaparro, E. Mosinsky, Pet Halmen e Gilbert Deflo. Ha formato e diretto una compagnia di venti giovani attori come responsabile artistico del "Progetto giovani" al Teatro Eliseo di Roma. In Francia le prime regie di teatro con Alberto Savinio e Corrado Alvaro e in Germania a Bonn con l'opera Romeo e Gulietta di Gounod.
Da anni vive e lavora parte dell’anno in Spagna, alternando regie di teatro e di opera lirica. Oltre ai testi classici propone autori moderni di forte urgenza e impatto sociale e riletture di opere liriche con uno sguardo al contemporaneo. Dirige la sua prima opera cinematografica Sleeping Around e vince 6 premi al Festival Internazionale di Cinema di Ibiza 2008 tra cui miglior film e miglior regista. Premio Fondi La Pastora per Spoonface con Melania Giglio sul tema dell'autismo. Nel 2008 in Spagna riceve un importante riconoscimento di critica e pubblico al Teatro Real di Madrid con la Clemenza di Tito di Mozart e con un testo contemporaneo Lapidando Maria di D.T.Green sulla lapidazione delle donne in Africa. Quest'anno ha presentato una Bisbetica Domata al Teatro Globe di Roma in un ring da boxe e Mozart /Haydn al Festival Internazionale di Tenerife.
Ad aprile 2010 sarà al Teatro Regio di Parma con Werther di Massenet. Piccolo Teatro Studio (via Rivoli, 6 – M2 Lanza), dall’11 al 13 dicembre 2009 Palacio del fin di Judith Thompson, regia Marco Carniti scene Nicolás Hünerwadel/Marco Carniti in collaborazione con Francesco Scandale costumi Belén Montoliú spazio sonoro Massimo Carniti/Adamo Lorenzetti/David Barittoni luci Paolo Ferrari produzione esecutiva Susi Arias
con Helio Pedregal, Yolanda Ulloa, Alexandra Fierro
produzione PasionArte In lingua spagnola con sovratitoli in italiano, a cura di Prescott Studio Orari: venerdì ore 20.30, sabato ore 19.30, domenica ore 16. Durata: 100 minuti senza intervallo
Prezzi: platea 38 euro, balconata 29,50 euro Prezzi speciali su www.piccolocard.it Informazioni e prenotazioni 848.800.304, www.piccoloteatro.org - www.piccoloteatro.tv

Milano, 3 dicembre 2009
Ufficio Stampa tel. 02 72333 212 – fax 02 72333 311 – piccolo.stampa@piccoloteatromilano.it


COMUNICATO STAMPA


“Milano per Giorgio Gaber”, secondo appuntamento al Piccolo


Maddalena Crippa: Gaber al femminile


“E pensare che c’era il pensiero”, al Teatro Studio, 2 e 3 dicembre

Il secondo appuntamento con “Milano per Giorgio Gaber” è affidato a Maddalena Crippa, che torna al teatro-canzone, dopo le esperienze di Sboom e di A sud dell’alma, con E pensare che c’era il pensiero di Gaber-Luporini, prima donna a cimentarsi con il repertorio gaberiano.

“Dal primo istante”, spiega l’attrice, “mi è stato chiaro che in quanto donna non avrei mai potuto, ma soprattutto non avrei mai voluto, rifare Gaber. Ma Gaber, insieme a Luporini, ha davvero inventato un nuovo modo di abitare il palcoscenico e la canzone, rinnovando l'unione tra parola e musica, riflettendo,interrogandosi, scendendo nel privato o aprendosi al sociale, stando nel presente, riuscendo spesso a decifrarlo e persino ad anticiparlo, mettendosi in gioco in prima persona in una costante ricerca. Proprio nell'onestà di questa ricerca, che a tratti diventa perfino corrosiva, e nel bisogno di condividerla sta il punto di contatto con me, con noi, con l'oggi. Vale la pena di riascoltare le sue parole, specie in un momento tanto buio sia per la cultura che per le coscienze, ma credo valga la pena soprattutto perché la sua eredità, in questo caso, passa attraverso un'alterità - il mio essere donna appunto - un altro punto di vista, un'altra sensibilità. Nella costruzione della scaletta drammaturgica, non ho esitato a tagliare e ad integrare brani o canzoni di altri spettacoli, come per altro era sua consuetudine, specie con E pensare che c’era il pensiero forse lo spettacolo più rappresentato ed elaborato nel corso del tempo”.

“La cosa che mi ha soprattutto convinto”, aggiunge la regista Emanuela Giordano, “è l’idea di un Gaber riletto, ripensato, metabolizzato e proposto al femminile grazie all’interpretazione assolutamente inedita che ne fa Maddalena Crippa, allontanando così ogni rischio di imitazione, di rifare Gaber “facendo” Gaber. Maddalena Crippa, attraverso Gaber, canta e racconta la sua (nostra) idea del vivere, i suoi perché, le sue paure. E lo fa volutamente, con fascino, ironia, e potenza tutta femminile. Arturo Annecchino che ha curato il coordinamento musicale dello spettacolo, con gli arrangiamenti di Massimiliano Gagliardi, al pianoforte, ha aderito con entusiasmo al nostro desiderio di portare all’estremo questa inedita lettura gaberiana, presentando in scena non un ensemble strumentale ma un trio di giovanissime vocalist che fanno da contrappunto al canto di Maddalena Crippa, canto che spazia da una vocalità piena a note sottili e struggenti”.




L’ultimo appuntamento con “Milano per Giorgio Gaber” sarà il 14 dicembre con Claudio Bisio, che porta in scena, questa volta al Piccolo Teatro Strehler, Io quella volta lì avevo 25 anni, lettura scenica di un testo inedito di Gaber-Luporini, diretta da Giorgio Gallione con Carlo Boccadoro al pianoforte.




Piccolo Teatro Studio, via Rivoli 6 (M2 Lanza) – 2 e 3 dicembre 2009
E pensare che c’era il pensiero
di Giorgio Gaber e Sandro Luporini
con Maddalena Crippa
Massimiliano Gagliardi (pianoforte)
Chiara Calderale, Miriam Longo, Valeria Svizzeri (coriste)
arrangiamenti di Massimiliano Gagliardi
coordinamento musicale di Arturo Annecchino
regia di Emanuela Giordano
produzione Tieffe Teatro Milano Stabile di Innovazione diretto da Emilio Russo
in collaborazione con la Fondazione Giorgio Gaber

Orari: mercoledì 2 e giovedì 3 dicembre, ore 20.30

Durata: 80 minuti

Prezzi: platea 24,50 euro, balconata 21,50 euro
Prezzi speciali su www.piccolocard.it


Informazioni e prenotazioni: 848.800.304 - www.piccoloteatro.org - www.piccoloteatro.tv




Milano, 23 novembre 2009
 
Ufficio Stampa tel. 02 72333 212 – fax 02 72333 311 – piccolo.stampa@piccoloteatromilano.it

COMUNICATO STAMPA

“Milano per Giorgio Gaber”, terza edizione

Gioele Dix al Piccolo Teatro per ricordare Gaber


“Se potessi mangiare un’idea”, al Piccolo Teatro Studio, 25 e 26 novembre

Torna anche nella stagione 2009-2010 “Milano per Giorgio Gaber”. Quest’anno Gaber avrebbe compiuto settant’anni. Per questa ricorrenza la manifestazione, al suo terzo anno di vita, avrà un carattere d’eccezionalità. Si articolerà in vari momenti di approfondimento culturale e didattico, in vari luoghi della città, e in tre proposte teatrali di altissimo profilo, ospitate al Piccolo Teatro.

Il primo appuntamento è mercoledì 25 e giovedì 26 novembre, al Teatro Studio, con Gioele Dix e il suo Se potessi mangiare un’idea, monologhi di Gaber-Luporini, prodotto dalla Fondazione Giorgio Gaber. Gioele Dix racconta e canta Giorgio Gaber, ripercorrendo alcune delle tappe più significative del percorso musicale e teatrale dell’artista. La scelta dei brani spazia liberamente nel vastissimo e prezioso repertorio gaberiano, raccogliendo perle dalle travolgenti folgorazioni di Dialogo fra un impegnato e un non so e Anche per oggi non si vola, dai tempi delle benefiche provocazioni di Un’idiozia conquistata a fatica, per finire ai lucidi e dolenti ripensamenti di La mia generazione ha perso. Canzoni come Il corpo stupido, Il potere dei più buoni, Un’idea, Ora che non son più innamorato, Qualcuno era comunista, monologhi come Il minestrone, Dove l’ho messa, La sedia, in una selezione guidata dal gusto di un suo appassionato ammiratore, testimoniano una riconoscenza artistica e professionale che il tempo non affievolisce.
Gioele Dix propone dunque il suo originale sguardo sul mondo di Giorgio Gaber, con la complicità e gli arrangiamenti di due eccellenti musicisti, Silvano Belfiore alle tastiere e Savino Cesario alle chitarre, adattandolo alle proprie corde interpretative.

I successivi appuntamenti con “Milano per Giorgio Gaber” saranno con Maddalena Crippa, E pensare che c’era il pensiero, produzione Tieffe Teatro Stabile d’Innovazione, il 2 e 3 dicembre, al Piccolo Teatro Studio. Il 14 dicembre sarà poi la volta di Claudio Bisio, questa volta al Piccolo Teatro Strehler, con Io quella volta lì avevo 25 anni, lettura scenica di un testo inedito di Gaber-Luporini, diretta da Giorgio Gallione con Carlo Boccadoro al pianoforte.


Piccolo Teatro Studio, via Rivoli 6 (M2 Lanza) – 25 e 26 novembre 2009
Se potessi mangiare un’idea
Gioele Dix racconta e canta Giorgio Gaber
monologhi e canzoni di Gaber-Luporini
drammaturgia e regia di Gioele Dix
con Silvano Belfiore (tastiere), Savino Cesario (chitarre)
Produzione Fondazione Giorgio Gaber

Orari: mercoledì 25 novembre, ore 21 - giovedì 26 novembre, ore 20.30 Durata: 90 minuti
Prezzi: platea 24,50 euro, balconata 21,50 euro - Prezzi speciali su www.piccolocard.it

Informazioni: 848.800.304 - www.piccoloteatro.org - www.piccoloteatro.tv
Milano, 20 novembre 2009
Ufficio Stampa tel. 02 72333 212 – fax 02 72333 311 – piccolo.stampa@piccoloteatromilano.it

COMUNICATO STAMPA

Piccolo Teatro Studio, venerdì 20 novembre 2009
dalle 12.00 alle 18.00

Non-stop di incontri - spettacolo
con Cecchi Paone per Science for Peace

Si svolgerà domani l’incontro-spettacolo
occasione per lanciare la petizione mondiale online
per far assegnare il Premio Nobel per la pace a Internet

Nell’ambito della manifestazione Science for Peace live, il Piccolo Teatro di Milano ospiterà all’interno del Teatro Studio, venerdì 20 novembre dalle ore 12.00 alle 18.00, la manifestazione non-stop progettata dalla Fondazione Umberto Veronesi, in collaborazione col Comune di Milano. Un incontro spettacolo ideato e condotto da Alessandro Cecchi Paone per lanciare la petizione mondiale online finalizzata all’assegnazione del Premio Nobel per la pace a Internet. Sei ore ininterrotte durante le quali oltre al collegamento in diretta con la conferenza mondiale Science for Peace, in corso nell’aula magna dell’Università Bocconi, verranno proposte immagini, note, parole, frammenti di film, e alcune scene dello spettacolo “Darwin… tra le nuvole”, produzione del Piccolo, in scena al Teatro Studio dal 21 novembre al 5 dicembre 2009. Il programma della giornata, ad ingresso libero, comprende esibizioni e performance di personaggi del mondo dello spettacolo, e non solo, tra i quali, Moni Ovadia, la clarinettista Selene Framarin, gli studenti dell’Accademia internazionale di Milano e del Conservatorio di Milano. Parleranno di scienza e pace Umberto Veronesi, Emma Bonino e Alberto Martinelli. Interverranno inoltre Valerio Neri, direttore generale di Save the Children Italia, Sergio Cecchini, direttore della comunicazione per Medici Senza Frontiere, Rita El Khayat, medico psichiatra, saggista e scrittrice, Manuela Dviri Vitali Norsa, scrittrice, Awich Pollar, ex bambino soldato, rappresentante Onu, Giovanni Puglisi, direttore di Unesco Italia , Sergio Escobar, direttore del Piccolo Teatro di Milano.

Milano, 19 novembre 2009
Ufficio Stampa tel. 02 72333 212 – fax 02 72333 311 – piccolo.stampa@piccoloteatromilano.it


COMUNICATO STAMPA

Al Piccolo Teatro Studio dal 21 novembre al 5 dicembre 2009
lo spettacolo scritto a tre mani da Giorello-Boschi-de Luca

Darwin… tra le nuvole: teatro
e immagini per spiegare l’evoluzione

Dopo lo straordinario successo riscosso a Mosca e Lisbona,
Darwin… tra le nuvole torna al Piccolo. In tournée in Italia, in primavera

Dopo le tappe internazionali di Mosca e Lisbona, toccate ad ottobre, con straordinario successo di pubblico, Darwin… tra le nuvole torna a Milano. Originale omaggio a Charles Darwin, nel bicentenario della nascita, nato dall’incontro “improbabile” tra un epistemologo, Giulio Giorello, un professore di Fumetto e Cinema d’animazione, Luca Boschi, e un regista di teatro, Stefano de Luca, lo spettacolo, per grandi e piccini (dai dieci anni in su), è nuovamente in scena al Piccolo Teatro Studio dal 21 novembre al 5 dicembre 2009. A primavera Darwin… tra le nuvole salperà per la tournée italiana.

Nella cornice di una scenografia “animata” da immagini in parte originali in parte rielaborazioni delle illustrazioni di Darwin, tutte firmate da Luca Boschi, si dipana il viaggio del Beagle, il vascello che in cinque anni avrebbe portato lo scienziato alla scoperta dei luoghi più remoti del mondo: un percorso a tappe in cui ogni nuovo approdo, ogni nuova meta diventa occasione per illustrare alcuni aspetti del sistema evoluzionistico.

Il racconto prende le mosse dal desiderio di due ragazze dei giorni nostri di “intervistare” quel tranquillo gentiluomo del Kent che avrebbe promosso in biologia una rivoluzione intellettuale paragonabile a quella iniziata da Copernico in astronomia. Comincia così un viaggio nel tempo attraverso il teatro. Lo scienziato che le ragazze incontrano è un Darwin giovane, praticamente ventenne, l’età nella quale si unì alla spedizione del Beagle, un Darwin narratore, entusiasta, fantasioso, tra le nuvole appunto, che ama perdersi nei racconti della sua infanzia e che diventa emblema dell’immaginazione come territorio comune nel quale si muovono allo stesso modo infanzia, teatro e scienza, dell’immaginazione come primordiale strumento di interpretazione della realtà e come possibile scorciatoia per la conoscenza.


Piccolo Teatro Studio (via Rivoli 6 - M2 Lanza) – dal 21 novembre al 5 dicembre 2009
Darwin… tra le nuvole
un’idea di Luca Boschi, Stefano de Luca e Giulio Giorello, regia Stefano de Luca
impianto scenografico a cura di Marco Rossi, luci Claudio De Pace, costumi Luisa Spinatelli
con Clio Cipolletta, Gabriele Falsetta, Andrea Germani, Andrea Luini, Silvia Pernarella
Produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa
Le foto di scena sono di Attilio Marasco Durata: un’ora e 20’

Orari: da martedì a giovedì ore 10.30; venerdì ore 20.30; sabato ore 19.30; domenica ore 16. Lunedì riposo.
Venerdì 27 novembre, ore 10.30 e 20.30.

Prezzi: platea 24,50 euro, balconata 21,50. Prezzi speciali su www.piccolocard.it
Per informazioni e prenotazioni: 848800304 – www.piccoloteatro.org - www.piccoloteatro.tv

Milano, 18 novembre 2009
Ufficio Stampa tel. 02 72333 212 – fax 02 72333 311 – piccolo.stampa@piccoloteatromilano.it

COMUNICATO STAMPA


Serata in ricordo di Alda Merini
lunedì 9 novembre al Piccolo Teatro Studio

Si terrà lunedì prossimo 9 novembre alle 20,30 al Piccolo Teatro Studio di via Rivoli una serata in ricordo di Alda Merini, con letture di suoi testi e la proiezione di filmati. L’incontro, promosso dal Piccolo in collaborazione con il Teatro Franco Parenti, è a ingresso libero fino a esaurimento dei posti.
“Subito dopo la sua morte, domenica scorsa, ci siamo sentiti con l’assessore regionale Massimo Zanello: con lui abbiamo condiviso questa iniziativa, che ho ritenuto giusto promuovere in collaborazione con il Franco Parenti, l’altro teatro al quale Alda Merini era molto legata. Riteniamo doveroso ricordare così la grande poetessa, che è stata più volte ospite dei due teatri con memorabili recital”, spiega il direttore del Piccolo Teatro, Sergio Escobar. “Ricordo in particolare quelli con Milva al Teatro Strehler nell’aprile 2005 e con Licia Maglietta al Parenti”.


Milano, 3 novembre 2009
Ufficio Stampa tel. 02 72333 212 – fax 02 72333 311 – piccolo.stampa@piccoloteatromilano.it

COMUNICATO STAMPA

Venerdì 30 ottobre 2009 alle ore 18.00 al Piccolo Teatro Studio

Racconti e Menzogne: Pippo Delbono
incontra i suoi lettori e spettatori

Pippo Delbono, in occasione della rappresentazione al Piccolo di La Menzogna, in scena fino al 31 ottobre, incontrerà il pubblico al Teatro Studio per un momento di confronto e riflessione su Racconti di giugno, libro edito da Garzanti, il cui sottotitolo, “incontro con se stesso”, ne rivela la cifra autobiografica.
“Racconti e menzogne”, incontro condotto da Oliviero Ponte di Pino, sarà una vera e propria conversazione con il regista, un’opportunità per approfondire le intenzioni poetiche di Delbono.

Racconti di giugno

Le Forme, Garzanti Libri
144 pagine, con 180 foto

«Io credo di aver iniziato a cercare un percorso di libertà grazie a quegli anni di costrizioni.»

Un giorno è stato chiesto a Pippo Delbono di parlare dell’amore. Sono nati così questi Racconti di giugno, dove Pippo ripercorre la sua esperienza, i suoi incontri e le sue lotte, tra la vita e la scena. Lo fa con pudore e con rabbia. Commuove e diverte, in una ricerca della libertà furiosa e felice, dove ci sono il corpo e Dio, il teatro e la morte, l’amicizia e la rivolta, la disciplina e la grazia, il dolore più atroce e la risata irrefrenabile.
Racconti di giugno è una favola vera, arricchita da numerose immagini che seguono il suo percorso umano e artistico. Vi si incontrano Arafat e la regina d’Olanda: ma gli eroi sono, tra gli altri, Pepe, che è fuggito dalla repressione dei generali argentini; Gianluca, il ragazzo down che voleva fare l’attore; Nelson, il barbone con lo zainetto come unico bene; e soprattutto Bobò, sordomuto e analfabeta, per quarantacinque anni rinchiuso nel manicomio di Aversa e diventato una star internazionale.
Quella che è un’esperienza personale, e dunque assolutamente unica e irripetibile, si arricchisce così dei mille colori della vita, trasmettendoci una lezione unica. Imprevedibile e sfaccettata come - appunto - la vita.


Milano, 29 ottobre 2009
ENEL: I NUOVI SCENARI ITALIANI ED EUROPEI A “DUE ORE CON”


• Mercoledì 28 ottobre alle ore 18.00 al Piccolo Teatro Studio di Via Rivoli, Enel propone un dibattito sui nuovi equilibri politici e sociali in Europa, e sulle prospettive future. Intervengono Ernesto Galli della Loggia, Antonio Polito, Oscar Fulvio Giannino. Modera Alberto Mingardi. Ingresso libero.


Milano, 26 ottobre 2009 – I nuovi scenari italiani ed europei. Una lettura del nuovi equilibri politici e sociali e una disamina delle prospettive. E’ questo il tema del primo di “Due ore con”, il ciclo di incontri promossi da Enel, in collaborazione con il Piccolo Teatro di Milano in cui si confrontano personalità legate al mondo dell’informazione, della cultura, dell’economia, della politica, delle istituzioni.

Mercoledì 28 ottobre alle ore 18.00 presso il Piccolo Teatro Studio di Via Rivoli (ingresso libero), prendono parte al dibattito il professor Ernesto Galli della Loggia, editorialista del Corriere della Sera, Antonio Polito, direttore del Riformista e Oscar Fulvio Giannino, editorialista politico-economico. Modera Alberto Mingardi, direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni.

L’incontro affonda il tema dei nuovi equilibri sociali, politici e geopolitica, in Italia e in Europa, provando a delineare gli scenari futuri.

Il dibattito ha la durata di due ore circa e sarà trasmesso anche sul sito www.enel.it.

“Due ore con” è realizzato in collaborazione con Cassiopea di Chicca Olivetti e rientra nel progetto Energiaper, il programma di Enel che raccoglie in un unico contenitore le attività di comunicazione a sostegno della cultura, la ricerca scientifica, l’ambiente e lo sport, in Italia e all’estero.

Il prossimo incontro è previsto per il 25 novembre e avrà come titolo: Nuovi mondi, nuove frontiere: da Oriente a Occidente. Cina, India e i protagonisti dello sviluppo.
Ufficio Stampa tel. 02 72333 212 – fax 02 72333 311 – piccolo.stampa@piccoloteatromilano.it



COMUNICATO STAMPA

Pippo Delbono con La menzogna
al Teatro Studio, dal 18 al 31 ottobre

La tragedia della Thyssen: il rogo della verità


Giunge a Milano dopo il grande successo riscosso ad Avignone La menzogna, ultima creazione di Pippo Delbono, che sarà in scena al Piccolo Teatro Studio dal 18 al 31 ottobre.


Nelle acciaierie della ThyssenKrupp di Torino il 5 dicembre 2007 scoppia un incendio che costa la vita a sette operai. Il tragico incidente di lavoro è il punto di rottura di una situazione che Pippo Delbono vuole denunciare. A partire dal vergognoso silenzio – etico e politico – creatosi intorno al fenomeno delle morti bianche, l’artista avvia un percorso che allarga il campo e indaga, nella sua maniera visionaria e lirica, i luoghi della menzogna come malessere capillarmente diffuso all’interno della nostra società.
Un male al quale è difficile, se non impossibile, sottrarsi.


Siamo entrati nella fabbrica per i sopralluoghi e più che la parte bruciata mi ha colpito il resto, lo squallore, la tristezza, la morte che il luogo in sé, la fabbrica appunto, emanava.
Il mio viaggio dentro la fabbrica è cominciato da lì. Sentivo il bisogno di partire da quel dolore cercando di entrare nella sua profondità, evitando il pietismo che è solo prodotto dall’ipocrisia. (Pippo Delbono)


Quarto spettacolo di Pippo Delbono ad approdare al Piccolo dopo Esodo (2001), Urlo (2006) e Questo buio feroce (2008), La menzogna racconta la tragedia della Thyssen e il caso giudiziario che ne è seguito: è l’occasione per proporre al pubblico un nuovo capitolo del viaggio nei territori dell’emarginazione, dell’ingiustizia sociale e della sofferenza, da sempre oggetto della ricerca umana e artistica dell’artista. Ogni volta che Pippo Delbono allestisce uno spettacolo, l’urgenza di affrontare uno specifico tema coincide con il bisogno di sollevare un dibattito sulla società civile e sul ruolo del teatro quale luogo di condivisione e di incontro. In questo caso, la lente è puntata sulle vite quasi “informi” del nostro presente, vite, nella visione di Delbono, socialmente dissimulate, trascurate, che solo la morte sul lavoro riporta alla luce della cronaca e della coscienza collettiva.
I testi originali di Delbono si alternano a materiali che contribuiscono a costruire il discorso dell’autore intorno al tema: brani da Shakespeare emergono come urli dell’anima, in un tessuto sonoro ed emotivo che va dall’opera al tango, da Stravinskij a Wagner, fino alla voce di Juliette Gréco.


Dopo Milano lo spettacolo sarà a Parigi al Théatre du Rond Point dal 20 gennaio al 6 febbraio, e successivamente a Lisbona al Centro Cultural di Belem (12 e 13 maggio).








Piccolo Teatro Studio, via Rivoli 6 (M2 Lanza)
dal 18 al 31 ottobre 2009

La menzogna

ideazione e regia Pippo Delbono
con (in ordine alfabetico) Dolly Albertin, Gianluca Ballarè, Raffaella Banchelli,
Bobò, Antonella De Sarno, Pippo Delbono, Lucia Della Ferrera, Ilaria Distante,
Claudio Gasparotto, Gustavo Giacosa, Simone Goggiano, Mario Intruglio, Nelson Lariccia,
Julia Morawietz, Gianni Parenti, Mr. Puma, Pepe Robledo, Grazia Spinella
scene Claude Santerre
luci Robert John Resteghini
costumi Antonella Cannarozzi
suono Angelo Colonna
produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione
Unione Europea nell’ambito del progetto Prospero
Fondazione del Teatro Stabile di Torino
Teatro di Roma
Théâtre du Rond Point
Maison de la Culture d’Amiens
Malta Festival Poznan



Orari: martedì e sabato ore 19.30, mercoledì, giovedì e venerdì ore 20.30, domenica ore 16.
Lunedì riposo.
Domenica 18 ottobre (prima rappresentazione) ore 20.30.

Durata: 80’ senza intervallo

Prezzi: platea 24,50 euro, balconata 21,50 euro
Prezzi speciali su www.piccolocard.it


Biglietteria telefonica 848800304

www.piccoloteatro.org  - www.piccoloteatro.tv
 

Milano, 13 ottobre 2009




Pippo Delbono
Appassionato esploratore degli aspetti più crudi della nostra società, Pippo Delbono è conosciuto e amato dal pubblico per il coraggio delle sue scelte e la personalità inconfondibile del suo linguaggio teatrale. Nato a Varazze nel 1959, negli anni della formazione incontra l’attore argentino Pepe Robledo, e lo segue in Danimarca, dove si avvicina al gruppo Farfa, diretto da Iben Nagel Rasmussen, attrice “storica” dell’Odin Teatret. Successivamente approfondisce le tecniche della tradizione orientale dell’attore-danzatore, per poi approdare alla lezione del teatrodanza di Pina Bausch.
Nei primi Anni Ottanta fonda la Compagnia Pippo Delbono, con la quale realizza tutti i suoi spettacoli, cominciando da Il tempo degli assassini (1987). Seguono, negli anni, tra gli altri, Morire di musica, Il muro, La rabbia (dedicato a Pier Paolo Pasolini). È con Barboni, vincitore del premio speciale Ubu nel 1997 “per lo stile inconfondibile con il quale mescola arte e vita”, che si impone all’attenzione di pubblico e critica. Continuando a sperimentare e a fondere diversi linguaggi, Delbono prosegue il proprio percorso artistico con Guerra (1998), Il silenzio (2000), Gente di plastica (2002), Urlo (2004), Questo buio feroce (2007). Nel corso di una tournée tra Israele e Palestina gira un documentario, anch’esso intitolato Guerra, con il quale, nel 2007, vince il David di Donatello. Pellicole successive sono Grido e La paura, quest’ultimo in concorso al Festival di Locarno, che quest’anno gli dedica una retrospettiva.
Nel 2009 gli viene assegnato il premio Europa Nuove Realtà Teatrali.
Ufficio Stampa tel. 02 72333 212 – fax 02 72333 311 – piccolo.stampa@piccoloteatromilano.it

COMUNICATO STAMPA

In scena al Piccolo Teatro Studio, dal 9 al 13 ottobre

Elisabetta Pozzi è Max Gericke
Favola tragica di un’identità rubata

Il capolavoro di Manfred Karge ritorna a dieci anni dalla prima messa in scena




L’identità negata, il tema del doppio, del complesso intreccio di femminile e maschile, la violenza della convenzione sociale: questi i temi di Max Gericke, in scena al Piccolo Teatro Studio dal 9 al 13 ottobre, spettacolo che viene ripreso da Fondazione Teatro Due, a più di dieci anni di distanza dall’ultima messa in scena, con la stessa attrice, Elisabetta Pozzi, a interpretare nuovamente la tragica e paradossale ambiguità del personaggio.

Un uomo anziano, sprofondato in una poltrona. Riaffiorano i ricordi, le memorie di una solitudine lunga quarant’anni, brandelli di vita chiusi in un segreto che affiora a poco a poco. Ispirato ad un caso realmente accaduto, Max Gericke è la storia di Ella, che a poco più di vent’anni si ritrova vedova, sola, nella Repubblica di Weimar in piena crisi economica dopo la fine della Prima Guerra Mondiale.
Per non perdere il lavoro di Max, Ella si sostituisce al marito nascondendo la propria identità, rinnegando la propria femminilità. E solo alla fine della sua esistenza, nell’abbandono di una modesta casa di pensionato, Ella rimette insieme i frammenti della propria vita, rimpiangendo un universo al femminile tenuto accuratamente nascosto e sostituito dalla gretta brutalità del mondo degli uomini.

Rappresentato in Italia per la prima volta nel 1984 a Teatro Festival Parma con l’interpretazione di Lore Brunner, il monologo di Manfred Karge è stato poi riallestito da Walter Le Moli nel 1990 con Elisabetta Pozzi.

Piccolo Teatro Studio, via Rivoli 6 (M2 Lanza) – dal 9 al 13 ottobre 2009
Max Gericke. La più gran parte della vita è vita passata, meno male
di Manfred Karge, traduzione e messa in scena Walter Le Moli
con Elisabetta Pozzi
costumi Susanna Montecolli, scene Tiziano Santi, luci Claudio Coloretti, trucco Cinzia Costantino
produzione Fondazione Teatro Due



Orari: lunedì e venerdì ore 20.30, martedì e sabato ore 19.30, domenica ore 16.
Durata: un’ora e 45 minuti

Prezzi: platea 24,50 euro, balconata 21,50 euro
Prezzi speciali su www.piccolocard.it

Biglietteria telefonica 848800304 - www.piccoloteatro.org
Milano, 8 ottobre 2009
Ufficio Stampa tel. 02 72333 212 – fax 02 72333 311 – piccolo.stampa@piccoloteatromilano.it

COMUNICATO STAMPA

La bellezza e l’inferno, dal 6 all’8 ottobre, al Teatro Studio
e per due settimane, a febbraio, nel restaurato Teatro Grassi

Roberto Saviano interpreta se stesso
La parola come forma di resistenza

Uno spettacolo-monologo diretto da Serena Sinigaglia,
prodotto dal Piccolo, in collaborazione con Mondadori

Escobar: “Teatro civile per noi significa riscatto della parola
al di fuori di un contesto di banalizzazione dilagante”



Un racconto che si sviluppa a partire dall’uscita di “Gomorra” e da quello che quel libro ha generato. Un monologo che racconta come la parola, da sola, possa rappresentare oggi l’unica forma di resistenza, come possa opporsi a qualsiasi forma di potere, a testimonianza che la verità, nonostante tutto, può esistere.
Roberto Saviano mette in scena se stesso, la sua persona, e diventa “attore” e insieme testimone della sua vita blindata, dopo tre anni di scorta, in “La bellezza e l’inferno”, l’attesissimo spettacolo prodotto dal Piccolo Teatro in collaborazione con Mondadori, che ha pubblicato l’omonimo libro, in scena per tre sere dal 6 ottobre al Teatro Studio e poi, dal 16 al 28 febbraio 2010, nel restaurato Teatro Grassi di via Rovello.
Dalla rivolta di Castelvolturno alle canzoni di Miriam Makeba, dalle note di Petrucciani ai goal di Lionel Messi, dall’incredibile storia di Varlam Shalamov al ricordo appassionato di Ken Saro Wiwa, ovvero la parola che ha la forza di opporsi a una delle più grandi multinazionali del petrolio, ai pugili di Marcianise, che in una realtà difficile continuano a conquistare medaglie, riempiendo d’orgoglio una terra devastata nell’economia e nell’animo, a riprova del fatto che non esiste predestinazione e che nel deserto è possibile coltivare qualsiasi frutto: Roberto Saviano racconta le storie di coloro che hanno usato il talento per sconfiggere l’inferno. Perché il talento è la forma attraverso cui la bellezza resiste all’inferno.
“Già dal nostro primo incontro nella primavera scorsa, insieme con gli amici della Mondadori, è scattata con Roberto Saviano una totale sintonia, anzi, una vera e propria empatia su questo progetto”, spiega il direttore del Piccolo Teatro, Sergio Escobar. “Ciò che unisce il lavoro di Roberto Saviano - che attore non è e non lo diventerà neanche dopo questa esperienza - al percorso del Piccolo è l'assoluta necessità di raccontare, di non tacere. La bellezza e l'inferno rappresenta il riscatto della parola dalla banalizzazione dilagante, che è la più profonda minaccia alla libertà di esprimere il pensiero, e ci consente di riaffermare il valore, per il Piccolo, del "teatro civile": significa, per noi, la necessità di dare spazio alla parola, a una parola che esprima tutta la propria forza dirompente, al di fuori di quei contesti che la deformano”.


“Il paradosso è che proprio il teatro, in assoluto il luogo della menzogna, della rappresentazione della finzione, diventa talvolta il luogo della verità possibile”, osserva Roberto Saviano. “Una verità messa a fuoco attraverso strumenti che non rendano semplice ciò che è complesso, ma che rendano ciò che è complesso quantomeno visibile e leggibile. La verità è ciò che più mi ossessiona”, aggiunge Saviano. “E sul palco del Piccolo Teatro di Milano cercherò di raccontarla attraverso le storie di coloro che hanno usato il proprio talento per sconfiggere l'inferno”.
“Roberto mi ha inondata di vita e di umanità, mi ha commossa, avvinta, appassionata”, commenta Serena Sinigaglia. “Averlo incontrato e potergli camminare a fianco mi ha ridato la speranza che qualcosa un giorno possa cambiare in questo nostro paese di buffoni e litiganti, di mediocri inutili commedianti. Forse è un giorno lontano, ma finché ci saranno persone d’ingegno e di valore disposte a lottare perché la verità vinca sulla menzogna, perché la giustizia sia prassi quotidiana del nostro coabitare sulla terra, perché la bellezza,ovunque essa si manifesti e comunque essa si manifesti, vinca sull’inferno, allora potremo ancora sperare”.



LA SCHEDA

Piccolo Teatro Studio, via Rivoli 6 (M2 Lanza) – dal 6 all’8 ottobre 2009
Piccolo Teatro Grassi, via Rovello 2 (M1 Cordusio) – dal 16 al 28 febbraio 2010

La bellezza e l’inferno
di e con Roberto Saviano
regia Serena Sinigaglia
luci Claudio De Pace
produzione Piccolo Teatro di Milano

Le foto di scena sono di Serena Serrani


Orari: martedì ore 19.30, mercoledì e giovedì ore 20.30

Prezzi: platea 24,50 euro, balconata 21,50 euro
Prezzi speciali su www.piccolocard.it

Biglietteria telefonica 848800304 - www.piccoloteatro.org



Milano, 2 ottobre 2009
COMUNICATO STAMPA



La bellezza e l'inferno, domani 6 ottobre debutto al Piccolo



Roberto Saviano interpreta se stesso

Grande attesa al Teatro Studio



Attesa delle grandi occasioni al Teatro Studio, dove domani sera, 6 ottobre, alle 19,30 debutterà in prima nazionale La bellezza e l'inferno di Roberto Saviano, con l'autore di Gomorra nelle vesti di interprete di se stesso. Lo spettacolo-monologo prodotto dal Piccolo Teatro in collaborazione con Mondadori, con la regia di Serena Sinigaglia, resterà in scena fino all'8 ottobre, per tornare poi nel restaurato Teatro Grassi di via Rovello per due settimane, dal 16 al 28 febbraio 2010.

Dalla rivolta di Castelvolturno alle canzoni di Miriam Makeba, dalle note di Petrucciani ai goal di Lionel Messi, dall'incredibile storia di Varlam Shalamov al ricordo appassionato di Ken Saro Wiwa, ovvero la parola che ha la forza di opporsi a una delle più grandi multinazionali del petrolio, ai pugili di Marcianise, che in una realtà difficile continuano a conquistare medaglie, riempiendo d'orgoglio una terra devastata nell'economia e nell'animo, a riprova del fatto che non esiste predestinazione e che nel deserto è possibile coltivare qualsiasi frutto: Roberto Saviano racconta le storie di coloro che hanno usato il talento per sconfiggere l'inferno. Perché il talento è la forma attraverso cui la bellezza resiste all'inferno.



LA SCHEDA



Piccolo Teatro Studio, via Rivoli 6 (M2 Lanza) - dal 6 all'8 ottobre 2009

Piccolo Teatro Grassi, via Rovello 2 (M1 Cordusio) - dal 16 al 28 febbraio 2010


La bellezza e l'inferno

di e con Roberto Saviano

regia Serena Sinigaglia

luci Claudio De Pace

produzione Piccolo Teatro di Milano



Le foto di scena sono di Serena Serrani





Orari: martedì ore 19.30, mercoledì e giovedì ore 20.30



Prezzi: platea 24,50 euro, balconata 21,50 euro

Prezzi speciali su www.piccolocard.it



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COMUNICATO STAMPA

Dopo la fortunata tournée dell’Arlecchino a Tokyo,
è il Giappone ad aprire il Festival del Teatro d’Europa

In scena, al Teatro Studio,
l’antichissima arte del kyogen

con la regia di Mansai Nomura, storico interprete
del kyogen tradizionale e attore di Kurosawa

Uno scambio tra Tesori Nazionali Viventi: Ferruccio Soleri, in luglio, ha visitato con Arlecchino il Setagaya Public Theatre di Tokyo; il 18 settembre un grande maestro giapponese, Mansaku Nomura, apre il Festival internazionale del Piccolo con la sua compagnia di kyogen tradizionale.
Il kyogen è un’arte millenaria che nel 2001 l’Unesco ha nominato, assieme al noh, capolavoro del patrimonio orale e immateriale dell’umanità. Mansaku, Mansai e Mannosuke Nomura, esponenti di una delle due famiglie che, in Giappone, si tramandano da secoli questa forma teatrale antichissima (Mansai Nomura ha debuttato in teatro a soli tre anni e, giovanissimo, ha lavorato nel celebre film Ran di Akira Kurosawa) presentano al Piccolo Teatro Studio tre pièce tratte dallo sterminato repertorio (oltre 250 opere): Bo-Shibari (Legato ad un palo), Kawakami (La sorgente del fiume Kawakami), Kagyu (La lumaca). Il kyogen affonda le sue radici nei miti e nelle leggende che si perdono nella notte dei tempi e assume ancora oggi i caratteri di una cerimonia laica, nella ritualità dei movimenti del corpo, della testa o delle mani, nell’espressività degli occhi. Nato tra il XIV e il XV secolo, inizialmente legato al più celebre noh di cui costituiva una sorta di intervallo farsesco, era considerato una parte indispensabile della rappresentazione, perché alleggeriva la tensione drammatica sottolineando gli aspetti ridicoli del reale. Assunto il carattere di forma teatrale autonoma, il kyogen si sviluppa in brevi pièce comiche che hanno come temi la vita, le abitudini e i costumi della gente comune. Recitato prevalentemente senza maschera, utilizza un linguaggio quotidiano, evita qualsiasi riferimento al soprannaturale, se non per parodia, e non prevede i personaggi nobili.

Piccolo Teatro Studio, via Rivoli 6 (M2 Lanza) – dal 18 al 20 settembre 2009
Traditional Kyogen
Mansaku-no-kai Kyogen Company
Bo-Shibari (Legato ad un palo)
Kawakami (La sorgente del fiume Kawakami)
Kagyu (La lumaca)
regia Mansai Nomura

Orari: venerdì ore 20.30; sabato ore 19.30; domenica ore 16. Durata: un’ora e ’40 con intervallo

Prezzi: platea 38 euro, balconata 29,50 euro
Prezzi speciali su www.piccolocard.it

Biglietteria telefonica 848800304 - www.piccoloteatro.org
Milano, 15 settembre 2009
Ufficio Stampa tel. 02 72333 212 – fax 02 72333 311 – piccolo.stampa@piccoloteatromilano.it

COMUNICATO STAMPA

Una compagnia tutta maschile per un dittico in stile elisabettiano

Edward Hall e i Propeller
Shakespeare alla maniera di Shakespeare

A Midsummer Night’s Dream allo Studio dal 21 al 24 maggio
e The Merchant of Venice allo Strehler dal 27 al 31 maggio

Prosegue il Festival del Teatro d’Europa che nei prossimi giorni propone un vero e proprio ‘dittico elisabettiano’: Shakespeare come l’avrebbe fatto Shakespeare.
Propeller, la compagnia tutta maschile di Edward Hall, che ha sede a Watermill, vecchio mulino ad acqua alle porte di Londra, raddoppia l’appuntamento e accanto a The Merchant of Venice, già annunciato in stagione, in programma al Piccolo Teatro Strehler dal 27 al 31 maggio, propone la sua versione di A Midsummer Night’s Dream, al Piccolo Teatro Studio dal 21 al 24 maggio.

Il primo appuntamento è con A Midsummer Night’s Dream, storia di amori possibili e impossibili, di fughe nella foresta, di giovani amanti, di fate e folletti, di artigiani che si trasformano in comici: un percorso iniziatico nell’intricata geografia dei sentimenti, con pozioni magiche che creano il caos in una lunga notte tra sogno e follia. Dice Robert Warren che con il regista Edward Hall ha adattato il testo per la scena: “E’ una delle opere di Shakespeare più originali, più comunicative e più abilmente costruite. L’autore fa interagire quattro gruppi di personaggi - la corte, gli amanti, i commedianti, le fate - per drammatizzare i diversi aspetti dell’esperienza amorosa. Il matrimonio della coppia Teseo/Ippolita è l’evento intorno al quale si muovono le storie di tutti, riuniti nella scena finale, quando i servi, per celebrare l’avvenimento, allestiscono la commedia Piramo e Tisbe. Il filo conduttore è la commedia nella commedia. Nel suo svolgimento, la scena contribuisce alla drammatizzazione del gioco dell’amore in tutte le sue forme: la gioia e la tristezza, l’idealismo e l’egoismo, e il modo in cui gli uomini possono innamorarsi delle apparenze. Rappresentare il Sogno con un cast tutto maschile mi aiuta ad esprimere la a-sessualità, l’androginia della commedia, una versione sublimata della concezione elisabettiana di relazioni spirituali tra persone dello stesso sesso, una forma di spiritualità celebrata anche nei Sonetti”.

La settimana successiva è poi la volta della storia di Bassanio e Antonio, dello spietato contratto di Shylock… Vittima o carnefice? Uomo o donna? L’eterno tema dell’ambiguità e della ricerca di identità torna in un altro dei capolavori di Shakespeare, in una messa in scena originale, divertente e di lucida intelligenza. “Al centro del Mercante è la tensione tra giustizia e misericordia”, spiega sempre Warren “ma si parla anche d’amore, vendetta, intolleranza, e della natura dei legami, degli obblighi di un essere umano nei confronti di un altro. La drammatizzazione delle scene di Shakespeare impedisce di semplificare scegliendo una soluzione che sia bianca o nera: la sua studiata ambiguità è l’esempio più estremo dell’equilibrio tra gli argomenti dall’inizio alla fine dell’opera. La tensione tra l’imparzialità teoretica della legge e l’imperfezione dei suoi esecutori ricade sul modo in cui adempiere agli obblighi. Obblighi di due generi: di legge e d’amore. Nella scena finale, Shakespeare porta all’estremo il contrasto tra fantasia lirica e semplice realtà. Si potrebbe sintetizzare con una frase di Groucho Marx, ‘il contrario è anche vero’”.




Edward Hall
Quarantenne figlio d’arte – suo padre Peter è uno dei registi teatrali più famosi in Gran Bretagna - Edward Hall inizia giovanissimo a lavorare con Watermill Theatre. Nel 1995, grazie al fondamentale aiuto di Jill Fraser, direttore artistico di Watermill, mette in scena Otello: è un successo. Hall, con lo scenografo Michael
Pavelka, approfondisce il lavoro su Shakespeare per Enrico V. Lo spettacolo prevede un coro di undici attori che rievoca la vicenda interpretandone tutti i ruoli, compresi quelli femminili.
Nasce l’idea di Propeller, compagnia tutta al maschile. In repertorio La commedia degli errori (1998), La dodicesima notte (1999), Rose Rage, dalle tre parti dell’Enrico VI (2001), Sogno di una notte di mezza estate (2003), Racconto d’inverno (2005) e La bisbetica domata (2006). Per festeggiare il decennale di produzioni shakespeariane, Edward Hall debutta nel dicembre 2008 con Il mercante di Venezia. Successivamente mette in scena una nuova produzione di Sogno di una notte di mezza estate. I Propeller sono stati ospiti al Piccolo Teatro nel maggio 2007 con La bisbetica domata e La dodicesima notte.

Spettacoli in lingua originale con sovratitoli in italiano


LA SCHEDA

Piccolo Teatro Studio, via Rivoli 6 (M2 Lanza) – dal 21 al 24 maggio 2009
A Midsummer Night’s Dream
di William Shakespeare
adattamento Edward Hall e Roger Warren
regia Edward Hall
scene Michael Pavelka, disegno luci Ben Ormerod, costumi Hannah Lobelson
musica Propeller, arrangiamenti e musiche originali Jon Trenchard
Produzione Propeller del The Watermill Theatre
in associazione con Liverpool Everyman & Playhouse
La tournèe è realizzata con il supporto di The Arts Council of England e Coutts Bank.
in collaborazione con DUETTO 2000 - Roma

Personaggi Interpeti
Bottom Bob Barrett
Snout Kelsey Brookfield
Helena Babou Ceesay
Oberon Richard Clothier
Titania Richard Dempsey
Flute John Dougall
Hermia / Snug Richard Frame
Hippolyta Jonathan Livingstone
Quince / Egeus Chris Myles
Moth David Newman
Theseus Thomas Padden
Demetrius Sam Swainsbury
Lysander Jack Tarlton
Puck / Starvling Jon Trenchard

Foto di scena Nobby Clark

Durata 2 ore e 30’ compreso intervallo
Orari: sabato ore 19.30; giovedì e venerdì ore 20.30; domenica ore 16.








Piccolo Teatro Strehler, largo Greppi (M2 Lanza) – dal 27 al 31 maggio 2009
The Merchant of Venice
di William Shakespeare, adattamento Edward Hall e Roger Warren
regia Edward Hall
scene Michael Pavelka, disegno luci Ben Ormerod, costumi Hannah Lobelson
musica Propeller, arrangiamenti e musiche originali Jon Trenchard
Produzione Propeller del The Watermill Theatre
in associazione con Liverpool Everyman & Playhouse
La tournèe è realizzata con il supporto di The Arts Council of England e Coutts Bank.
in collaborazione con DUETTO 2000 - Roma

Interpreti Personaggi
Bob Barrett Antonio
Sam Swainsbury Salerio
Jack Tarlton Bassanio
Richard Frame Gratiano
Richard Dempsey Lorenzo
Kelsey Brookfield Portia
Chris Myles Nerissa
Richard Clothier Shylock
Jonathan Livingstone Morocco
Thomas Padden Tubal/Aragon
John Dougall Lancelot Gobbo
Jon Trenchard Jessica
Babou Ceesay Duke of Venice
David Newman Monsieur le Bon/Preacher

Foto di scena Nobby Clark

Durata 2 ore e 30’ compreso intervallo
Orari: sabato ore 19.30; mercoledì e venerdì ore 20.30; giovedì ore 15 e 20.30; domenica ore 16 e 21.





Prezzi: platea 38 euro, balconata 29,50 euro - Prezzi speciali su www.piccolocard.it
Biglietteria telefonica 848800304 - www.piccoloteatro.org




Milano, 18 maggio 2009
Ufficio Stampa tel. 02 72333 212 – fax 02 72333 311 – piccolo.stampa@piccoloteatromilano.it

COMUNICATO STAMPA

Primo appuntamento con il dittico elisabettiano messo in scena
da una compagnia inglese, tutta al maschile

Edward Hall e i Propeller
Shakespeare alla maniera di Shakespeare

A Midsummer Night’s Dream allo Studio dal 21 al 24 maggio

Shakespeare come l’avrebbe fatto Shakespeare: primo appuntamento con il ‘dittico elisabettiano’ messo in scena da Propeller, la compagnia inglese, tutta maschile, di Edward Hall.

Si comincia con A Midsummer Night’s Dream - al Piccolo Teatro Studio, dal 21 al 24 maggio - storia di amori possibili e impossibili, di fughe nella foresta, di giovani amanti, di fate e folletti, di artigiani che si trasformano in comici: un percorso iniziatico nell’intricata geografia dei sentimenti, con pozioni magiche che creano il caos in una lunga notte tra sogno e follia. Dice Robert Warren che con il regista Edward Hall ha adattato il testo per la scena: “E’ una delle opere di Shakespeare più originali, più comunicative e più abilmente costruite. L’autore fa interagire quattro gruppi di personaggi - la corte, gli amanti, i commedianti, le fate - per drammatizzare i diversi aspetti dell’esperienza amorosa. Il matrimonio della coppia Teseo/Ippolita è l’evento intorno al quale si muovono le storie di tutti, riuniti nella scena finale, quando i servi, per celebrare l’avvenimento, allestiscono la commedia Piramo e Tisbe. Il filo conduttore è la commedia nella commedia. Nel suo svolgimento, la scena contribuisce alla drammatizzazione del gioco dell’amore in tutte le sue forme: la gioia e la tristezza, l’idealismo e l’egoismo, e il modo in cui gli uomini possono innamorarsi delle apparenze. Rappresentare il Sogno con un cast tutto maschile mi aiuta ad esprimere la a-sessualità, l’androginia della commedia, una versione sublimata della concezione elisabettiana di relazioni spirituali tra persone dello stesso sesso, una forma di spiritualità celebrata anche nei Sonetti”.

Quarantenne figlio d’arte – suo padre Peter è uno dei registi teatrali più famosi in Gran Bretagna - Edward Hall inizia giovanissimo a lavorare con Watermill Theatre. Nel 1995, grazie al fondamentale aiuto di Jill Fraser, direttore artistico di Watermill, mette in scena Otello: è un successo. Hall, con lo scenografo Michael
Pavelka, approfondisce il lavoro su Shakespeare per Enrico V. Lo spettacolo prevede un coro di undici attori che rievoca la vicenda interpretandone tutti i ruoli, compresi quelli femminili.
Nasce l’idea di Propeller, compagnia tutta al maschile. In repertorio La commedia degli errori (1998), La dodicesima notte (1999), Rose Rage, dalle tre parti dell’Enrico VI (2001), Sogno di una notte di mezza estate (2003), Racconto d’inverno (2005) e La bisbetica domata (2006). Per festeggiare il decennale di produzioni shakespeariane, Edward Hall debutta nel dicembre 2008 con Il mercante di Venezia. Successivamente mette in scena una nuova produzione di Sogno di una notte di mezza estate. I Propeller sono stati ospiti al Piccolo Teatro nel maggio 2007 con La bisbetica domata e La dodicesima notte.


Spettacolo in lingua originale con sovratitoli in italiano.






LA SCHEDA


Piccolo Teatro Studio, via Rivoli 6 (M2 Lanza) – dal 21 al 24 maggio 2009
A Midsummer Night’s Dream
di William Shakespeare
adattamento Edward Hall e Roger Warren
regia Edward Hall
scene Michael Pavelka, disegno luci Ben Ormerod, costumi Hannah Lobelson
musica Propeller, arrangiamenti e musiche originali Jon Trenchard
Produzione Propeller del The Watermill Theatre
in associazione con Liverpool Everyman & Playhouse
La tournèe è realizzata con il supporto di The Arts Council of England e Coutts Bank.
in collaborazione con DUETTO 2000 - Roma

Personaggi Interpeti
Bottom Bob Barrett
Snout Kelsey Brookfield
Helena Babou Ceesay
Oberon Richard Clothier
Titania Richard Dempsey
Flute John Dougall
Hermia / Snug Richard Frame
Hippolyta Jonathan Livingstone
Quince / Egeus Chris Myles
Moth David Newman
Theseus Thomas Padden
Demetrius Sam Swainsbury
Lysander Jack Tarlton
Puck / Starvling Jon Trenchard

Foto di scena Nobby Clark

Durata 2 ore e 30’ compreso intervallo
Orari: sabato ore 19.30; giovedì e venerdì ore 20.30; domenica ore 16.


Prezzi: platea 38 euro, balconata 29,50 euro - Prezzi speciali su www.piccolocard.it
Biglietteria telefonica 848800304 - www.piccoloteatro.org




Milano, 20 maggio 2009
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COMUNICATO STAMPA

Arlecchino - Soleri torna a casa

Al Piccolo Teatro Studio, dal 15 aprile al 10 maggio

Arlecchino servitore di due padroni, spettacolo-simbolo del Piccolo Teatro torna a casa, ma questa volta non nella storica sala di via Rovello, dove è “nato” (ora chiusa per restauri) bensì nella cornice dello Studio, dal 15 aprile al 10 maggio. Il fatto che, in sessant’anni, il ruolo di Arlecchino sia stato interpretato solo da due attori, Marcello Moretti e Ferruccio Soleri, che ne raccolse l’eredità nel 1963, accresce il suo carattere di eccezionalità e di “arte della memoria”. Ferruccio Soleri è ormai l’unico della compagnia ad aver lavorato per tutta la vita con Strehler, colui che - come ha affermato la studiosa francese Myriam Tanant - è “diventato Arlecchino” come si abbraccia una vocazione, capace di restituire, con una straordinaria longevità scenica, l’energia senza tempo del suo personaggio.

Spettacolo sempre carico di energia, Arlecchino continua a trasferire la sua grande vitalità alle platee di tutto il mondo; le quasi quattro settimane di permanenza milanese rappresentano un ritorno a casa, dopo la tappa in Turchia e prima di concludere, con il Giappone a luglio, la lunga tournée italiana e internazionale che lo ha visto riscuotere ovunque uno straordinario successo. E a Milano la prima rappresentazione sarà sotto il segno della solidarietà con la dedica a Vidas, voluta dal Piccolo Teatro e da Ferruccio Soleri che ha dichiarato: “Sono lieto di dedicare la rappresentazione di questa sera a Vidas, perchè credo sia dovere di una società che si definisca civile, sostenere un'associazione che in oltre 27 anni ha assistito gratuitamente oltre 22.000 malati terminali a domicilio e nel proprio hospice".

Lo spettacolo più longevo della storia (ha superato le 2500 repliche e i due milioni di spettatori) ha aggiunto, in questa stagione, ai 40 paesi e alle 200 città già toccate con le sue tournée, Ecuador e Adana, in Turchia. Lungi dal trasformarsi in uno “spettacolo-museo”, Arlecchino conferma così la sua natura di “memoria in azione” e il suo ruolo di ambasciatore indiscusso della Commedia dell’Arte nel mondo mai tanto vivacemente come in questo momento, in particolare con la creazione dell’Accademia internazionale della Commedia dell’Arte del Piccolo Teatro di Milano, diretta da Ferruccio Soleri, che, dopo il “debutto” al Maly Teatr di Mosca nell’autunno 2008, terrà a Brindisi un corso speciale – l’unico in Italia nel 2009 – dal 15 maggio al 7 giugno.


Giovedì 16 aprile, alle ore 17, nello Spazio Mondadori Multicenter di Milano, piazza Duomo 1, si terrà un incontro con Ferruccio Soleri.
Conduce l’incontro Antonio Calbi, direttore del Settore Spettacolo del Comune di Milano.





LA SCHEDA

Piccolo Teatro Studio (via Rivoli 6 – M2 Lanza) – dal 15 aprile al 10 maggio 2009
Arlecchino servitore di due padroni
di Carlo Goldoni
regia Giorgio Strehler
messa in scena da Ferruccio Soleri
con la collaborazione di Stefano de Luca
scene Ezio Frigerio
costumi Franca Squarciapino
luci Gerardo Modica
musiche Fiorenzo Carpi
movimenti mimici Marise Flach
scenografa collaboratrice Leila Fteita
maschere Amleto e Donato Sartori
con Ferruccio Soleri
e con Enrico Bonavera, Giorgio Bongiovanni, Francesco Cordella, Leonardo De Colle, Alessandra Gigli, Stefano Guizzi, Tommaso Minniti, Stefano Onofri, Matteo Romoli, Annamaria Rossano, Giorgio Sangati, Camilla Semino, Giorgia Senesi, Giulia Valenti
e i suonatori Gianni Bobbio, Franco Emaldi, Paolo Mattei, Francesco Mazzoleni, Elisabetta Pasquinelli
Produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa

Orari
Martedì e sabato ore 19.30; mercoledì, giovedì e venerdì ore 20.30; domenica ore 16.00.
Lunedì riposo.
Venerdì 17, mercoledì 22, lunedì 27, mercoledì 29 aprile e mercoledì 6 maggio
ore 15.00 (pomeridiana per le scuole) e ore 20.30
Sabato 25 aprile, venerdì 1 e lunedì 4 maggio riposo.

Durata dello spettacolo: 210 minuti con due intervalli

Prezzi: Platea euro 32 - balconata euro 25,50
Prezzi speciali su www.piccolocard.it

Biglietteria telefonica 848800304 - www.piccoloteatro.org


Milano, 8 aprile 2009
Ufficio Stampa tel. 02 72333 212 – fax 02 72333 311 – piccolo.stampa@piccoloteatromilano.it

COMUNICATO STAMPA

Dal 28 marzo (anteprima il 27) al Teatro Studio
l’atteso testo dell’autore francese

Jean-Luc Lagarce secondo Luca Ronconi
Va in scena “Giusto la fine del mondo”
storia di un’assenza e di un addio impossibile


Debutta il 28 marzo, con un’anteprima il 27, in prima nazionale al Piccolo Teatro Studio Giusto la fine del mondo di Jean-Luc Lagarce, regia di Luca Ronconi. E’ questo l’attesissimo secondo spettacolo prodotto dal Piccolo che fa parte del Progetto Lagarce diretto dallo stesso Ronconi: il primo, I pretendenti, con la regia di Carmelo Rifici, è andato in scena con grande successo il mese scorso.


Jean-Luc Lagarce, morto di Aids nel 1995 a 38 anni, è oggi l’autore teatrale contemporaneo più rappresentato nelle sale francesi; a lui sono dedicati ovunque convegni, pubblicazioni, tesi di laurea. I suoi testi sono tradotti in una dozzina di lingue e sono sempre più rappresentati anche all’estero, dal Brasile al Cile e all’Argentina, dalla Spagna alla Germania e alla Lituania.
Lagarce ebbe l’idea di Giusto la fine del mondo prima di sapere d’essere sieropositivo. Poi la sua storia personale si incrociò con quella della finzione drammaturgica.


Luca Ronconi mette in risalto la bellezza di un testo scritto quasi fosse un pezzo musicale.
Lo spettacolo racconta con estrema delicatezza e discrezione la storia di Louis, che va a trovare la sua famiglia dopo una lunga assenza interrotta di tanto in tanto da brevi messaggi scritti su cartoline illustrate. Torna perché sa di morire di lì a poco. E vuole essere lui a raccontare, a “dire” la sua morte, ma partirà senza essere riuscito a farlo.


Giusto la fine del mondo è collegato alla rassegna “Face-à-face, Parole di Francia per scene d’Italia”. Il testo dello spettacolo è pubblicato da Ubulibri nel volume Jean-Luc Lagarce. Teatro I, a cura di Franco Quadri, che comprende anche I pretendenti, Ultimi rimorsi prima dell’oblio, Noi, gli eroi.









LA SCHEDA

Piccolo Teatro Studio, via Rivoli 6 (M2 Lanza) – dal 28 marzo (anteprima 27) al 9 aprile 2009
Jean-Luc Lagarce
Luca Ronconi
Giusto la fine del mondo
di Jean-Luc Lagarce
traduzione Franco Quadri
regia Luca Ronconi
impianto scenografico a cura di Marco Rossi
costumi Margherita Baldoni
luci Claudio De Pace

Personaggi Interpreti
Louis, 34 anni Riccardo Bini
Suzanne, sua sorella, 23 anni Melania Giglio
Antoine, loro fratello, 32 anni Pierluigi Corallo
Catherine, moglie di Antoine, 32 anni Francesca Ciocchetti
La madre, madre di Louis, Antoine e Suzanne, 61 anni Bruna Rossi

Produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa

Foto di scena Attilio Marasco



Orari: martedì e sabato ore 19.30; mercoledì, giovedì e venerdì ore 20.30; domenica ore 16. Lunedì riposo.
Domenica 29 marzo, ore 21.

Durata: 2 ore e 15’

Prezzi: platea 24,50 euro, balconata 21,50 euro - Prezzi speciali su www.piccolocard.it

Biglietteria telefonica 848800304 - www.piccoloteatro.org



Milano, 24 marzo 2009






PROGETTO JEAN-LUC LAGARCE

La parola e l’ “impossibilità”
dei sentimenti

di Sergio Escobar


Giusto la fine del mondo è il secondo dei testi di Jean-Luc Lagarce che, con Luca Ronconi, abbiamo scelto per il Piccolo Teatro. Dire qualcosa di questo testo significherebbe tradirlo: l’atteggiamento giusto è la totale disponibilità all’ascolto: occorre lasciarsi invadere dalle parole di Lagarce e dall’impossibilità dei sentimenti che pure esse potentemente evocano. Nella prosa teatrale di questo autore colpisce la continua ricerca di una “classicità del linguaggio” pur nella contemporaneità, quasi contingenza, delle “situazioni” delle commedie. Il lavoro che egli compie per scegliere, selezionare e tessere il disegno delle parole, andando a comporre un “ordito linguistico”, si esprimeva in maniera beffarda nei Pretendenti, creando una gabbia, da entomologo, in cui si gioca il gioco del potere. Con Giusto la fine del mondo, la parola raggiunge distillazione estrema, affondando nella materia viva di sentimenti impossibili quanto inevitabili.
In una pagina posta a introduzione di un altro suo testo, I Solitari Intempestivi, Lagarce descrive la propria generazione cresciuta “amando canzoni che parlano di canzoni e film che ci parlano di cinema… vivendo di ricordi che ci sono stati inculcati” e conclude con amara lucidità: “Non siamo un punto di riferimento per nessuno”.
Lagarce ha saputo con grandissima finezza trasferire sulla pagina scritta, e poi in teatro, la sconcertata consapevolezza della sua generazione di camminare sola, nella notte, lungo una strada ferrata – come accade a Louis al termine di Giusto la fine del mondo - immersa nella bellezza del mondo circostante, ma incapace di levare quel “grande grido di gioia” che solo potrebbe segnare una svolta. È una fuga dalla cronaca, dalla famiglia, per trovare rifugio nella scrittura, nel teatro, in relazioni umane liberamente scelte. In questo Lagarce è stato forse terribilmente anticipatore della frammentazione del nostro presente riuscendo già a leggerlo in una prospettiva classica.




Un testo che “pretende” l’ascolto

Intervista a Luca Ronconi

a cura di Eleonora Vasta
(dal programma di sala)


Con “Giusto la fine del mondo” il suo interesse per Jean-Luc Lagarce arriva alla prova del palcoscenico. Le sembra che l’autore mantenga le promesse che le aveva fatto alla lettura dei testi?
Giusto la fine del mondo è, prima di ogni altra cosa, un testo che pretende l’ascolto.
Portata in palcoscenico, la commedia mantiene tutte le sue promesse ma esige di non essere tradita. Il linguaggio di Lagarce chiede di essere rispettato in tutte le sue difficoltà, asperità, ambiguità: ed è un linguaggio che può anche sconcertare. Durante le prove ho fornito agli attori un’indicazione: “Cercate di non recitarlo come se aveste tra le mani una commedia di Pirandello”. Il paragone con l’autore siciliano sorgeva spontaneo perché anche il suo è uno stile particolarmente arzigogolato. Mentre per Pirandello l’elaborazione linguistica è richiesta dall’assurdità dei concetti espressi - serve a convincere l’interlocutore di qualcosa di terribilmente astruso – qui, all’opposto, la complessità verbale svela la semplicità assoluta di sentimenti che appartengono a tutti. Sono emozioni molto profonde, talmente profonde che i personaggi non riescono ad enunciarle. Ciò che è commovente, nella commedia, è lo scarto che si crea tra il pensiero profondo che ciascun personaggio alimenta dentro di sé e le difficoltà che incontra nel verbalizzarlo: servono troppe parole per esprimere concetti lineari. Si può scegliere di tacere e isolarsi - come Louis, che si rifugia nel silenzio - oppure di alimentare una volontà inarrestabile di comunicare il cui inevitabile esito sarà rimanere impigliati nei passaggi che separano immagine, pensiero ed eloquio. Ed è questo che trovo molto bello.

È giusto dire che i cinque personaggi della commedia - la Madre, Louis, la sorella Suzanne, il fratello Antoine e sua moglie Catherine - recitino un susseguirsi di monologhi?
Non del tutto. È vero che ciascun personaggio interpreta dei monologhi, ma sempre rivolti ad un interlocutore. I monologhi di Louis non sono mai soliloqui e non hanno tutti lo stesso statuto: enuncia prologo ed epilogo parlando al pubblico; altre volte immagina di rivolgersi a un familiare non presente in quel momento in scena. Oppure prepara quello che dirà - meglio che vorrebbe dire - e che poi non riuscirà a pronunciare. Il più lungo, e più importante, è il monologo in cui immagina il modo in cui potrebbe comunicare ai parenti la propria morte. Quelli degli altri quattro personaggi, invece, non sono monologhi: sono tentativi di farsi rispondere.

Ma chi è in posizione di ascolto, penso soprattutto a Louis, è veramente attento? Ha una reale volontà di accogliere quel che gli viene detto?
Dipende. Ci sono momenti in cui Louis ascolta e lo fa sinceramente. È il caso della conversazione con la madre, che lo esorta a parlare con Antoine e con Suzanne. Con la sorella, invece, è distratto. Louis la guarda, la osserva più che ascoltarla. Diverso l’atteggiamento con Antoine, anche perché il rapporto con lui è radicato nell’infanzia: Louis raccoglie l’esortazione della madre, eppure non riesce a dire, nemmeno ad Antoine, quel che vorrebbe.






In “Giusto la fine del mondo” Lagarce ha uno strano rapporto con il tempo…
È già tutto scritto nella didascalia iniziale: la commedia si svolge in un’unica giornata, una domenica, o anche durante tutto un anno. L’intermezzo che sta al centro della commedia può dare l’impressione di spezzare la linea temporale: Louis è qui già morto. I familiari ne parlano a posteriori, mentre la sola Catherine, la cognata, estranea al legame di sangue, è rimasta nel tempo presente. La scansione temporale in questo punto del testo è complessa ma è altrettanto giusto che essa non sia didascalicamente spiegata e lasci un margine di ambiguità. In fondo Louis spesso dice di aver l’impressione che i suoi parenti vorrebbero parlare a lui vivo come gli si rivolgerebbero se fosse morto…

Un altro tema della commedia è la cesura tra chi è “prigioniero” della famiglia e chi è riuscito a staccarsene. In particolare è la chiave del rapporto tra Suzanne e Louis.
È la madre ad avere un ruolo chiave sotto questo aspetto. Nella lunga “tirata” che rivolge a Louis, paradossalmente gli chiede di incoraggiare i fratelli ad andarsene e ad abbandonarla. Il suo è un personaggio molto bello: è una donna che, contrariamente agli altri, ha compiuto un percorso, in una parola ha vissuto.

Louis, invece, ci sembra cercare il contatto con gli altri e allo stesso tempo respingerli. In un punto della commedia dice “Penso il male. Non amo nessuno”.
Dice anche a chiare lettere che i suoi familiari devono capire che solo lasciandolo andare, lasciandolo in pace, gli dimostreranno veramente dell’affetto. Antoine lo smaschera molto correttamente, al termine della commedia, quando gli dice che tutta l’infelicità di cui attribuisce la colpa ai familiari è solo la barriera che frappone fra sé e loro, per impedire che entrino nella sua intimità.

Se dovesse descrivere, sinteticamente, tutti i cinque personaggi della commedia?
Impersonano delle solitudini, solitudini ricche di una fortissima tensione emotiva e affettiva verso gli altri. Louis è il figlio che è riuscito ad andarsene di casa e a costruirsi una vita propria; Antoine no, purtroppo. La madre insiste molto sul punto “dolente” del fratello maggiore come modello: Antoine avrebbe voluto fare quello che Louis è stato capace di fare ma non c’è riuscito.
Catherine è un personaggio trattato con una certa ironia. Il suo turbamento di fronte alla presentazione del cognato omosessuale, e di fronte all’omosessualità in genere, è risibile e la porta a commettere gaffes. Rimprovera Louis perché non si interessa della vita del fratello poi è lei per prima a non sapere che mestiere faccia il cognato… continua per tutto il tempo a dargli del lei, mantiene le distanze. È un modello di donna limitata.
Suzanne ha un carattere aggressivo. Si percepisce che è cresciuta immaginando il fratello ma che, incontrandolo, lo ha trovato, persino nell’aspetto, totalmente diverso dalla proiezione della sua fantasia. Questo alimenta in lei rancore, non dovuto, è importante sottolinearlo, all’assenza di Louis. L’accusa che gli rivolge è “Non sei come ti immaginavo!” Eppure la responsabilità di questo “errore” è tutta sua…
La madre ha raggiunto una pacifica indifferenza. A Louis dice cose terribili per poi rimproverargli la “detestabile” calma con cui reagisce. Allo stesso tempo è toccante la sua accettazione dell’omosessualità di lui. Accettazione che si accompagna al fastidio per il modo in cui Louis la vive, con calma e serenità.




Connaissez-vous Jean-Luc Lagarce?

Autobiografia

Sono nato in Haute-Saône, il 14 febbraio 1957. I miei genitori abitavano a Doubs, il paese dove mio padre era nato e aveva sempre vissuto. Dicono di aver traslocato sette volte in dodici anni ma non me ne ricordo. Abbiamo abitato a Seloncourt, di questo mi ricordo, da un lato della piazza; poi a un certo punto abbiamo attraversato la piazza e ci siamo stabiliti nell’edificio di fronte.
Dopo la nascita di mia sorella, ci siamo stabiliti nella casa di Valentigny che apparteneva alla mia nonna materna e da cui non ci siamo più allontanati.
I miei nonni paterni e materni abitavano in campagna, coltivavano i campi, allevavano qualche animale e lavoravano in fabbrica. Non sono sicuro che mio nonno paterno lavorasse in fabbrica: aveva un furgone, era stato soldato e parrucchiere. Mio padre aveva conservato il rasoio del nonno e tagliava i capelli a me e a mio fratello, fino all’arrivo dei Beatles, poi, qualche volta, la domenica di nuovo, quando adottai il mio taglio attuale.
Mio padre lavorava in fabbrica, prima da operaio, poi da quadro, ma era già vecchio quando divenne quadro. Mia madre non lavorava quando ero bambino; poi andò anche lei in fabbrica; quando nacque mia sorella, era operaia. Quando eravamo molto piccoli, e ancora non c’era mia sorella, mia madre disse che eravamo molto poveri, che alle volte lei aveva i buchi sotto le scarpe, ma io non me ne ricordo, non mi ricordo la povertà, mi ricordo semplicemente che noi eravamo “giusti”, che non potevamo andare in vacanza, ma non che fossimo poveri fino a quel punto.
Sono il maggiore, ho un fratello e una sorella. Mio fratello ha un anno meno di me, mia sorella otto. Mio fratello è stato investito da una donna in motorino e la maestra mi ha detto che era colpa mia se mio fratello aveva corso il rischio di morire, ma mia madre ha detto di no e che non erano cose da dirsi a un bambino. Mi ricordo il luogo esatto. In seguito, fino ai quindici anni, mio fratello ha avuto frequenti e violenti attacchi d’asma, andava male a scuola e poiché io avevo la fortuna di essere sano, non potevo che essere un eccellente studente. Nel maggio del ’68 ha avuto la febbre tifoidea e del maggio ’68 io non ho che questo ricordo: mio fratello che un’altra volta correva il rischio di morire. Un giorno sono stato mandato al cinema, da solo, a vedere Tutti insieme appassionatamente, il primo film che ho visto, con Julie Andrews, perché non avevo creato problemi mentre mio fratello era in ospedale. Mio fratello, di nuovo, si è rotto tutte e due le braccia in due diversi incidenti, si è procurato una doppia frattura della mascella in un altro incidente motociclistico, e in seguito, intorno ai vent’anni, ha avuto un altro incidente, d’auto, con degli amici, di ritorno da un viaggio in Marocco.
A me non è mai successo niente.

© Les Solitaires Intempestifs - Estratto di un testo scritto per il film Portrait, apparso in dvd all’interno del progetto Journal vidéo. Il testo integrale (intitolato 1957-1977) è pubblicato nell’introduzione a Diario 1977-1990.

La mia generazione, i Solitari Intempestivi

Abbiamo trent’anni.
Ogni tanto incrociamo qualche ragazzetto che ci dice: “Ai tuoi tempi…”
Siamo nati alla fine della Guerra Fredda. I nostri genitori hanno l’età di Brigitte Bardot, Johnny Hallyday… avrebbero l’età di Jean Seberg, se lei avesse voluto.
Siamo i fratelli minori di Marx e della Coca Cola e le nostre scuole sono rimaste chiuse nel maggio del ’68.
Senza rendercene conto, siamo diventati i fratelli maggiori della Generazione Morale.
Facciamo l’amore pensando alla Morte e siamo preoccupati per la Pace. Siamo come Fabrizio ad Austerlitz: non vediamo nulla delle battaglie e delle realtà del mondo.
Ci siamo divertiti con la nostra nostalgia. Ci siamo nutriti dei nostri libri e dei libri di chi ci ha preceduto.
Amiamo le canzoni che ci parlano di canzoni e i film che ci parlano di cinema.
Camminiamo tranquillamente immersi nella paura e nella bellezza delle catastrofi o delle utopie più terrificanti.
Siamo fatti solo dei ricordi che ci sono stati inculcati.
Non siamo un punto di riferimento per nessuno.

© Les Solitaires Intempestifs - Testo scritto in occasione del debutto dello spettacolo Les Solitaires Intempestifs per i “Cahiers du Granit” (n° 1, maggio 1992), ripreso in Traces incertaines. Per conoscere l’origine del titolo di questo testo, diventato poi il nome della casa editrice fondata da Jean-Luc Lagarce, rimandiamo al sito dell’editore stesso: www.solitaireintempestifs.com

Saremo sereni, questa notte ancora

Rinunciare al naturale, alla cretinata della falsa modernità, l’imperativo che credono di poterci imporre di dire tutto, raccontarsi ogni mattina, svelarsi e far mostra di sé ovunque, descrivere i propri infimi “niente”, e voler credere che si tratti della nostra anima, di quel che ne resta. No, rinunciare, preservare per sé, mantenere il riserbo, darsi solo a chi ci conosce davvero.
Rivelare solo gli autentici segreti, dire giusto l’essenziale e che non siano sempre pesanti e tristi questi nostri segreti. Rivelare solo una volta, la prima, e non ripetere più, farsi desiderare: incomprensioni, malintesi… peccato e pazienza. Non rimuginare, vendere al dettaglio.
Barare in silenzio, mentire con cortesia e abbandonarsi alle confidenze solo in presenza di autentiche belle persone, dolci e generose.
Andare per la propria strada, essere desiderati per cattive ragioni, perdonati, oggi, per antichi ricordi felici o ancora, questo sarebbe bene, essere detestati per qualche stupido malinteso. Non smentire nulla, mai.

© Les Solitaires Intempestifs - Estratto di un testo scritto per il calendario della stagione 1993/94 del Théâtre de la Roulotte, ripreso all’interno di Du luxe et de l’impuissance.

Come scrivo

Scrivo molto male, la mia grafia è illeggibile. Non scrivo più lettere a mano per questa ragione, le scrivo a computer, ordinandole automaticamente in un dossier dal titolo corrispondenza privata. Le archivio con il nome del destinatario e la data. Faccio parecchi errori di ortografia, ne faccio di più oggi che quando ero ragazzo. Controllo sul Littré (celebre dizionario della lingua francese, n.d.t.) ma come tutti coloro che fanno errori di ortografia, non ci penso, non lo immagino. Credo che dovrei farne meno. Ascolto sempre musica quando lavoro a casa. La musica proviene dalla stanza accanto ed è necessario che sia a volume piuttosto alto, perché io la senta dallo studio. In città, nei caffè, per esempio, il rumore non mi dà alcun fastidio, la gente non mi disturba, e preferirò sempre un caffè affollato ad un posto deserto. Non smetto mai di sollevare il naso dal mio quaderno e di riabbassarlo, gli andirivieni non mi danno noia. Amo vedere la strada, se è possibile, guardar passare la gente e tornare al mio lavoro. Ho le dita sporche di inchiostro. Sono sempre tornato da scuola con le dita sporche di inchiostro, spesso ne avevo tracce anche in viso e ancora oggi, nonostante questa bella ed ottima penna, succede ancora. Mi capita di trovare inchiostro sui vestiti e a lungo ho asciugato la penna sui pantaloni e sulle camicie, ma mi hanno talmente rimproverato che ho smesso.
Non scrivo sempre. A volte faccio solo finta. Per due anni non ho scritto nulla. A. dice che non è vero: nega l’evidenza. Ho fatto qualche lavoretto, piccoli testi, ma in realtà non scrivevo più. Di ritorno dalla Germania, dopo la morte di G. era finita, non scrivevo più, ero a terra. Ho scritto una commedia e ho lavorato a un copione con un’altra persona, ma non era scrivere, era svolgere un compito. Tecnica e mestiere. Facevo il regista. Non ho mai smesso di scrivere il Diario, come un automa gli ho dedicato forse ancora più tempo, mi sedevo nei caffè e tenevo il mio piccolo registro di bordo, e per non affogare definitivamente ho tentato anche di mettere in bella i quaderni vecchi. Ogni giorno ho ricopiato con calma le pagine degli anni precedenti. Forse le cose capiteranno ancora senza troppa violenza, si pensa questo, non lo so. Si può scrivere senza scrivere, barare, ma anche restare là in silenzio, inutili e impotenti. Qualche testo fondamentale prende forma nella testa senza nessuna voglia di vederlo sulla carta, senza alcun desiderio di darlo che a se stessi.

© Les Solitaires Intempestifs - Estratto di un testo scritto per i “Cahiers deProspero” (n° 2, 1994), ripreso all’interno di Du luxe et de l’impuissance.

Affermare il rifiuto di avere paura

Accettare di guardare dentro di sé per guardare il Mondo, non straniarsi, ma collocarsi là, nel bel mezzo dello spazio e del tempo, avere il coraggio di cercare nel proprio spirito, nel proprio corpo, le tracce di tutti gli altri uomini, ammettere di vederle, ricevere nella propria esistenza i due o tre barlumi di vita di tutte le altre vite, accettare di conoscere, correndo il rischio di distruggere le proprie personali certezze, cercare e rifiutare pertanto di trovare e andare in giro indifesi, rischiando di non essere capiti, con il pericolo della presa in giro o dell’insulto, esporsi, camminare senza preoccupazione e affermare questo rifiuto di avere paura come il primo impegno.

© Les Solitaires Intempestifs - Estratto di un testo scritto per il calendario della stagione 1994/1995 del Théâtre de la Roulotte, ripreso all’interno di Du luxe et de l’impuissance.

Farò questo quando tornerò

Mi pongo degli obiettivi, prendo delle decisioni, mi incoraggio, cose così, mi incoraggio come ho sempre fatto, a non guardare troppo indietro, a rifiutare, ad ammettere, adesso, che ciò che è perso è perso e non tornerà più.
Ammettere l’idea, semplicissima e molto rassicurante, gioiosa, è questo quello che voglio dire, gioiosa, sì, l’idea che tornerò, che avrò un’altra vita dopo questa, nella quale sarò lo stesso, nella quale avrò più fascino, nella quale camminerò la notte per le strade con ancora maggiore sicurezza rispetto al passato, nella quale sarò un uomo molto libero e molto felice.
Un’idea frequente, automatica, quasi pronunciata ad alta voce “Farò questo quando tornerò...”
Un’idea gioiosa, molto rassicurante e perfettamente ancorata al mio spirito, con un solo timore, un po’ stupido, il solo timore di risvegliarmi, come ci si risveglia dal mal di denti, e, alla fine, avere paura e mettersi a gridare all’improvviso, come farebbe un bambino, terrorizzato, in modo inopportuno, dopo la scomparsa del pericolo.

© Les Solitaires Intempestifs - Estratto da L’Apprentisage. In Trois récits.

L’illusione comica

Nella cornice della “grotta magica”, il palcoscenico oscuro, questo buco profondo dove lo spettatore, prima che inizi lo spettacolo, non vede niente, non indovina niente, nella scatola che abbiamo di fronte a noi, possono apparire i “fantasmi effimeri”, gli uomini e le donne, gli attori, senza che si sappia, che si possa sapere o immaginare se essi diranno il vero o il falso, diranno sempre, in fin dei conti, il falso e nient’altro.
Si tratta solo di ammettere il pericolo di non tornare mai più alle nostre certezze. Di non aver paura e di guardare noi stessi nelle luci tremolanti della scena e nelle incertezze della nostra concentrazione.
Camminare a passi misurati, nella fragilità della luce che separa il sogno dalla veglia, la platea dal palcoscenico, il sole della Turenna da una grotta oscura come quella di Platone. Forse oltrepassare la nostra stessa immaginazione, entrare nel nostro romanzo, attraversare quel confine dove gli spettatori si voltano per diventare, di faccia, nella luce, attori del racconto.
Dalla magia iniziale, solo un colpo di bacchetta magica, il passaggio da un mondo all’altro, si costruisce il teatro e si dimenticano gli spettatori, l’apparenza costruita, meditata, l’opera d’arte elaborata, nell’illusione spontanea, nata dalla creatività più segreta.
E, come un libro nel quale si potrebbe entrare, superare il prologo come se si oltrepassasse il proscenio del teatro, introdursi nella storia come se ci si addentrasse sul palcoscenico, muoversi nel romanzo come se si viaggiasse con il pensiero nelle parole e nelle frasi, prendere i costumi teatrali e diventare personaggi, sfilare in parata, il sogno dell’infanzia, come se si marciasse nella propria immaginazione, da esploratore e regista della propria vita, allora si potrebbe recitare, e si direbbe il vero più vero del vero.
E quando arriverà la rassicurazione nella quale si spegne il sogno e nella quale i morti si alzano e gli attori salutano, e quando arriverà la pace delle emozioni, quando riprenderanno il loro corso, resterà, ancora, come un leggero dolore, una piccola morte, il ricordo di questo tempo fittizio, e la speranza inconfessata che questa nuova vita sia l’inizio di un altro spettacolo, l’ingresso in un altro sogno, più grande degli altri e che li comprenda tutti, all’infinito, sempre.

© Les Solitaires Intempestifs - Estratto da un testo scritto per il progetto di messa in scena dell’Illusione comica di Corneille, ottobre 1993, ripreso in Traces incertaines.

Essere un amatore (un “dilettante”, n.d.t.)

Essere un amatore, “colui che ama”, un autore amatore. E amare ancora l’essere amatore. Pedone e allo stesso tempo amante delle passeggiate, è possibile. Non dire la parola “professionista della scrittura”, guardarsene bene, prendersi questo rischio. Pazienza. Fuggire quando vi parlano di scrittura come mestiere senza curarsi di ogni logica e negare davanti ai “doganieri” o ai “riduttori di teste”. Scrivere per se stessi, senza saperlo, e per due o tre altre persone, talvolta per una, e soltanto dopo, per vigliaccheria o per sciupare le cose o per sbarazzarsene o, più probabilmente, per obbligarsi ad accettarle, nero su bianco, confessarle agli altri, tutti gli altri, darle da leggere, perdere il pudore, lasciarle scappare e diffondersi. Farne un mestiere.
Scrivere invece di amare, come forma d’amore, o per amare di più e fare di questa forma d’amore un mestiere come un altro. Che ha un nome.
Parlare molto, scrivere enormemente e lungamente per evitare, nel silenzio, di essere interrogati. Confessare tutto per evitare le domande.


Burlarsene anche. Una parola per un’altra, cosa cambia? Scrivere spesso “cosa cambia”? Pensarlo veramente. Le cose essenziali sono senza importanza, e reciprocità, stavo per dimenticarlo.

© Les Solitaires Intempestifs - Testo commissionato a Jean-Luc Lagarce da Théâtre Ouvert in occasione di un “Parcours d’auteur” di tre settimane con un itinerario attraverso l’opera di Eugène Durif, Jean-Luc Lagarce e Armando Llamas, marzo 1990.

Foto di prova

Gli attori, a volte l’ho stupidamente dimenticato, gli attori ascoltano. Foto di prova. Mentre lavorano, ascoltano, questo ascolto teso verso due o tre parole, perdute a metà discorso, un dettaglio solo per riprendere, ricominciare, essere pronti a seguire la battuta, cercare di essere all’interno della mia storia, essere più vicini a ciò che io stesso ignoro, sforzandosi di trovare in se stessi il segreto.

© Les Solitaires Intempestifs - Didascalia di una foto della mostra Obscène di Lin Delpierre (1992). La didascalia integrale è riprodotta in Un ou deux reflets dans l’obscurité.

Dobbiamo difendere i luoghi della creazione

Dobbiamo difendere i luoghi della creazione, i luoghi del lusso del pensiero, i luoghi del superficiale, i luoghi dell’invenzione di ciò che ancora non esiste, i luoghi dove ci si interroga sul passato, i luoghi dove ci si pone delle domande. Sono le nostre belle proprietà, le nostre case, di tutti e di ognuno di noi. Gli edifici impressionanti della certezza definitiva non ci mancano, smettiamo di costruirli. Anche la commemorazione può essere viva, anche il ricordo può essere allegro o terribile. Il passato non deve essere sempre sussurrato, non deve camminare a passi felpati. Noi abbiamo il dovere di fare rumore.
Dobbiamo conservare al centro del nostro mondo il luogo delle nostre incertezze, il luogo delle nostre fragilità, delle nostre difficoltà di parlare e ascoltare. Dobbiamo mantenere i nostri dubbi e resistere così, nel dubbio, ai discorsi violenti o affabili dei “perentori professionisti”, delle logiche economiste, di chi consiglia non essendo direttamente in causa, di chi cerca un utile immediato, dei capaci e dei furbi, tutti nostri signori, con il nostro consenso.
Non possiamo accontentarci della nostra buona o cattiva coscienza davanti alla barbarie degli altri, la barbarie è insita in noi, chiede solo di devastarci, esplodere nella profondità della nostra anima e piombare sull’Altro. Dobbiamo rimanere vigili davanti al mondo e, per rimanere vigili davanti al mondo occorre essere vigili davanti a noi stessi.
Dobbiamo sorvegliare il male e l’odio che ci nutre segretamente, senza saperlo, senza volerlo sapere, senza nemmeno osare immaginarlo, l’odio sotterraneo, silenzioso, che attende il momento giusto per divorarci e servirsi di noi per divorare nemici innocenti. I luoghi dell’Arte possono allontanarci dalla paura e quando noi abbiamo meno paura, siamo meno cattivi.

© Les Solitaires Intempestifs - Estratto da un editoriale scritto per il programma della stagione 1993/1994 del Théâtre Granit di Belfort, ripreso in Du luxe et de l’impuissance.

Del lusso e dell’impossibilità

Raccontare il Mondo, la mia parte miserabile e infima del Mondo, la parte che mi è toccata in sorte, scriverla e metterla in scena, costruirne con fatica, una volta ancora, la luce, la durata, esprimerne con lucidità l’evidenza. Mostrare in teatro la forza perfetta che ci afferra a volte, quella, precisamente quella, gli uomini e le donne, tali quali sono, la bellezza e l’orrore dei loro cambiamenti e la malinconia che subito li prende quando quella bellezza e quell’orrore svaniscono, fuggono e cercano di distruggersi da sé, terrorizzati dai propri demoni.

© Les Solitaires Intempestifs - Estratto di un testo scritto per la “Revue d’esthétique” (n°26, luglio 1994), ripreso all’interno di Du luxe et de l’impuissance.

La fine è nota

C’è una cosa di cui mi ricordo e che voglio ancora raccontare (dopo avrò finito).
Estate. Sono gli anni in cui sono via, nel Sud della Francia. Una notte mi perdo sulle montagne. Mi avvio lungo la ferrovia: eviterò i tornanti della strada, il percorso sarà più breve; soprattutto so che la ferrovia passa vicino alla casa dove vivo.
Di notte non passano treni, non corro rischi e riuscirò a orientarmi. Imbocco un gigantesco viadotto che domina una vallata di cui indovino al chiaro di luna i contorni; cammino da solo nella notte, sospeso nel vuoto, a pari distanza dal cielo e dalla terra. Ciò che penso – qui volevo arrivare – è che dovrei lanciare un grido grande, bello, un lungo grido di gioia che risuonerebbe in tutta la valle, dovrei regalarmi quella felicità, urlare una buona volta. Ma non lo faccio, non l’ho fatto.
Mi rimetto in cammino, con il solo rumore dei miei passi sulla ghiaia.
Sono queste le mancanze che rimpiango.

Settembre 1995

© Les Solitaires Intempestifs
Face à Face MILANO - PICCOLO TEATRO DI MILANO - TEATRO STUDIO
lunedì 23 marzo 2009
ore 20.30
mise en espace
ingresso libero fino a esaurimento posti


VALÈRE NOVARINA
L’animale del tempo
traduzione di Gioia Costa
mise en espace a cura di Carmelo Rifici
con Roberto Herlitzka
Ritorna Face à face, la rassegna di testi francesi allestiti nelle scene d’Italia, con una nuova serata al Piccolo Teatro Studio di Milano che avrà per protagonista Roberto Herlitzka, uno dei più apprezzati interpreti del nostro teatro, alle prese con il testo di Valère Novarina L’animale del tempo, tradotto da Gioia Costa. La mise en espace è diretta da Carmelo Rifici. L’appuntamento è per lunedì 23 marzo ore 20.30, ingresso libero.


La figura del 5 nel dado, un punto circondato da altri 4 punti. È il simbolo che si fanno tatuare i detenuti sul dorso della mano: uno solo fra quattro mura… È questa l’unica indicazione che ho dato a Roberto Herlitzka quando abbiamo lavorato qualche giorno su L’animale del tempo, ha detto lo stesso Valère Novarina. L’emozione, a teatro, ogni volta nasce dal vedere lo spazio aprirsi davanti a noi d’improvviso - e l’uomo, dentro, per la prima volta.

L'animale del tempo è la versione per la scena de Le Discours aux Animaux, pièce teatrale creata per il Festival d’Avignone e ripresa al Festival d’automne di Parigi nel 1987, in Italia ha avuto un allestimento all’Università di Roma, diretto dallo stesso Novarina nel 2002, che ebbe per protagonista proprio Roberto Herlitzka, come sarà ora per la versione mise en espace allestita da Rifici per Face à face.

Maestro naturale del segno e del verbo, giocoliere del linguaggio, Novarina è entrato in scena da autore venti anni fa facendo parlare i morti e gli animali, e via via ha invaso lo spazio di parole inventate per costruire a forza di ritmi e di analogie una realtà fittizia che ripete quella autentica. Se l'attore parla agli animali, gli animali siamo noi, il suo pubblico.

Al centro della scena c’è l’attore, al centro dell’attore il linguaggio. Un linguaggio inafferrabile e che pure appare come un oggetto fatto di materia, capace di colpire. Il “Discorso agli animali” altro non è se non una passeggiata fino ai luoghi più profondi dell’interiorità. Parla di cose di cui normalmente non si parla, di ciò che noi viviamo quando siamo portati a situazioni estreme, lacerati, nella più grande oscurità, e non ci accorgiamo che la luce non è lontana.

“Il teatro di Valère Novarina è popolato di figure orali” dice la traduttrice Gioia Costa, “nomi che si autogenerano attraverso la chiamata, la nominazione e l'elenco. Come un invisibile telaio, la voce tesse esistenze e forme. Nel ritmo, nel gioco delle pause, nei ritorni dei nomi e nella proliferazione di figure si tesse in scena lo spettacolo della lingua”.

Autore e pittore, Valère Novarina è regista di alcuni suoi testi. Nato a Ginevra nel 1947, ha studiato letteratura e filosofia, ed è fra i massimi autori teatrali francesi. I suoi testi sono tradotti in tutto il mondo e i suoi spettacoli sono ospiti abituali del Festival d’Automne di Parigi e del Festival di Avignone. Nel 2007 la sua ultima creazione, L’Acte Inconnu, ha inaugurato nella Cour d’Honnneur del Palais des Papes il Festival d’Avignone. Dal 1997 è entrato a far parte del repertorio della Comédie Française.

Face à Face, progetto promosso dall’Ambasciata di Francia in Italia e dalla Fondazione Nuovi Mecenati, nonché iscritto nel programma Teri (Traduction, Edition, Représentation en Italie), è nato per interessare il sistema teatrale italiano ai testi e agli autori francesi di oggi, coinvolge 18 teatri italiani, distribuiti su 13 città. Dopo questa mise en espace, atteso è l’appuntamento milanese con il nuovo spettacolo di Luca Ronconi Giusto la fine del mondo dal testo di Jean-Luc Lagarce.
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COMUNICATO STAMPA

Carmelo Rifici, dopo il successo dei “Pretendenti”, torna dall’11 marzo
allo “Studio” con una nuova attesa produzione del Piccolo Teatro

Il Gatto con gli stivali ovvero
una recita continuamente interrotta



Dopo il grande successo dei Pretendenti, Carmelo Rifici è di nuovo alle prese con la regia di una nuova produzione del Piccolo Teatro, Il Gatto con gli stivali ovvero Una recita continuamente interrotta, in scena allo Studio, dall’11 marzo (anteprima il 10 marzo, ore 10.30) all’1 aprile 2009, un “gioco del teatro nel teatro”, per adulti e bambini (da 10 anni), ma anche una feroce satira che intreccia atmosfere surreali a riflessioni sulla vita, la società, le convenzioni teatrali, la politica.

Il poeta romantico Tieck, nel 1844, innesta la famosa fiaba di Perrault, dove alla morte del padre, il fratello più giovane riceve l’eredità più misera, e cioè solo il gatto Hinze, in una fittizia e paradossale rappresentazione teatrale, con il crescente malcontento del pubblico, che mostra di non gradire una pièce che mescola fantasia, umorismo e satira sociale. La fiaba del poeta, frutto di raffinata cultura sui modelli di Aristofane, Shakespeare e Gozzi, continua nel modo più classico, ma gli spettatori inferociti trovano assurdo che creature favolose parlino come se fossero uomini e mostrano il proprio disagio con frequenti interventi che interrompono lo spettacolo. Perfino il poeta deve comparire in scena per invocare pazienza e giustificare la libera irriverenza della commedia, ma riceve dal pubblico, cieco e sordo, un fitto lancio di frutta marcia. Tieck, cento anni prima di Pirandello e di Jarry, fa interloquire, come in un gioco del teatro nel teatro dalle suggestioni oniriche, finzione e realtà, immaginando che i suoi personaggi si auto-critichino e girino il mondo in “cerca d’autore”.

LA LOCANDINA

Piccolo Teatro Studio, via Rivoli 6 (M2 Lanza) – dall’11 marzo (anteprima 10 marzo) all’1 aprile 2009
Il Gatto con gli stivali
ovvero
Una recita continuamente interrotta
di Ludwig Tieck/Ugo Tessitore
elaborazione drammaturgica Ugo Tessitore
regia Carmelo Rifici
scene Guido Buganza
costumi Margherita Baldoni
luci Claudio De Pace
musiche a cura di Emanuele De Checchi
movimenti scenici Alessio Maria Romano

Personaggi Interpreti (in ordine di apparizione)
Cassiera, Oste, Cuoco Andrea Germani
Sig.ra Persichetti Elena Ghiaurov
Sig. Persichetti Gianluigi Fogacci
Sig.ra Lodoli Silvia Pernarella
Kunz, Innamorato, Paggio, Pubblico Tindaro Granata
Lorenz, Macchinista, Paggio, Cameriere,
Pubblico, Suggeritore Giuseppe Sartori
De Coupertin Marco Grossi
Innamorata, Cantante, Volpe, Paggio Stella Piccioni
Autore, Soldato Andrea Luini
Comico Giovanni Crippa
Seppia, Spauracchio Pasquale Di Filippo
Nathanael, Paciere, Barthel, Sarastro Sax Nicosia
Gottlieb, Soldato disertore, Paggio Gabriele Falsetta
Gatto Francesco Colella
Re Massimo De Francovich
Principessa, Usignolo Clio Cipolletta
Leandro Sergio Leone
Voce registrata Melania Giglio

produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa

Foto di scena Attilio Marasco


Orari:
martedì 10 marzo, anteprima, ore 10.30
mercoledì 11 marzo, prima, ore 20.30
giovedì 12 marzo, ore 20.30
venerdì 13 marzo, ore 10.30
sabato 14 marzo, ore 19.30
domenica 15 marzo, ore 16
lunedì 16 marzo, riposo
martedì 17 e mercoledì 18 marzo, ore 10.30
giovedì 19 e venerdì 20 marzo, ore 20.30
sabato 21 marzo, ore 19.30
domenica 22 marzo, ore 16
lunedì 23 marzo, ore 10.30
martedì 24 marzo, ore 19.30
mercoledì 25 marzo, ore 20.30
giovedì 26 marzo, ore 21
venerdì 27 e sabato 28 marzo, riposo
domenica 29 marzo, ore 16
lunedì 30 marzo, ore 10.30 e 20.30
martedì 31 marzo e mercoledì 1 aprile, ore 10.30


Prezzi: platea 24,50 euro, balconata 21,50 euro - Prezzi speciali su www.piccolocard.it

Biglietteria telefonica 848800304 - www.piccoloteatro.org


“Guardare il mondo con gli occhi del bambino…”

di Sergio Escobar


“Guardare il mondo con gli occhi del bambino e la consapevolezza dell’adulto”, per non perdere la curiosità e non temere la splendida ambiguità del vivere senza lo scudo delle certezze, parola di Edgar Morin. È in tal senso che questo Gatto con gli stivali costantemente interrotto tra finzione e verosimiglianza, tra accettazione delle regole del gioco e buon senso, non può ridursi alle categorie “per bambini” o “per adulti”. Lo si sa, un cavallo vero, o meglio un gatto vero, in scena suona falso, sproporzionato, mentre un falso è più vero del vero. Perché quel che c’è di vero, in teatro, è la condivisione del gioco che, come ci insegnano i bambini, è una cosa serissima. Chi non ha ricordi sconfortanti dell’amico che sul più bello si faceva serio e diceva: basta, non gioco più. L’emozione, invece, dell’“arimortis” come regola sacrale del gioco condiviso e sospeso.
Il Gatto di Tieck è anche questo.
Nella commedia l’autore propone al pubblico una riflessione sul senso del teatro e sulla sua funzione, oggi, per noi. Discussione che, come vedrete nel corso dello spettacolo, ha attraversato i secoli ed è destinata a rimanere priva di soluzioni che non siano assurde, grottesche, scherzose.
La risposta di Carmelo Rifici e di Ugo Tessitore – come anche la conclusione di Tieck prima di loro - è che il teatro non serva e non debba servire a nulla. Il teatro è semplicemente un luogo “deputato all’infanzia”… ed è consigliabile lo si frequenti anche in età adulta.
Curiosamente, sia con Darwin… tra le nuvole, sia con questo Gatto con gli stivali, proponiamo al pubblico dei più giovani un itinerario di formazione: in entrambi i casi un giovane scoprirà la propria vocazione. Nella realtà, il figlio di un medico britannico diventerà il grande scienziato Charles Darwin; nella fiaba, il figlio di un mugnaio diventerà principe.
Ecco, forse a questo serve il teatro, a convincerci amorevolmente dell’importanza di rintracciare in noi stessi la nostra vera natura e a insegnarci, se possibile, a non soffocarla.



Un mondo alla rovescia

di Carmelo Rifici


Che cos’è questo Gatto con gli stivali? Questa è la domanda legittima che sia il pubblico adulto sia quello prossimo a diventarlo potranno porsi di fronte allo spettacolo. Ma in che mondo ci troviamo? Sicuramente in un mondo alla rovescia, a prima vista caoticamente infantile, che chiede al pubblico, con coraggio e con ironica ingenuità, di essere visitato.
Siamo nel mondo della Fantasia, nell’universo favola, ma nello svolgerla Ludwig Tieck, qui tradotto con sardonico divertimento da Ugo Tessitore, ha presente i grandi maestri di un teatro che è riuscito ad intrecciare, con grazia e perizia, poesia, realtà, satira e sogno: Aristofane, Gozzi, Shakespeare. Certo, per quanto uomo di cultura raffinato, Tieck non riesce a raggiungere i suoi modelli, per i quali il Teatro è misura ed equilibrio; il nostro autore invece appartiene a quella appassionata squadra di romantici tedeschi che fin dalla prime formulazioni fu avversa per principio a ogni regola teatrale e a leggi sociali e culturali. Cresciuti durante la Rivoluzione, questi scrittori si formano con l’intento di distruggere qualsiasi convenzione, ossessionati dal riportare sulle scene quell’universo favoloso che il Settecento aveva represso. Per questa mancanza di misura, dei fondatori della prima scuola romantica nessuno si può dire uno scrittore riuscito e il Gatto con gli stivali, per quanto raffinato gioco d’intelligenza, per sua stessa natura non può costituire un modello. Detto questo, le intuizioni di Tieck sono talmente evidenti che si dovrà riconoscere che molte audacie del teatro del Novecento non costituiscono una novità.
Cent’anni prima di Pirandello, di Jarry e dei russi, Tieck affronta il surrealismo e il gioco del teatro nel teatro. Lo spettacolo, per seguire i binari su cui corre il testo, aggiunge al titolo Il Gatto con gli stivali il sottotitolo Una recita continuamente interrotta. La favola è nota a tutti, né l’autore si è dato la pena di cambiarla, ma per muoversi con agilità in questo mondo onirico e satirico, Tieck fa partecipare all’azione non solo i suoi personaggi – il Re e sua figlia, il Gatto e il suo ottuso padroncino – ma anche il pubblico che assiste alla sua rappresentazione e che protesta, commenta, applaude o fischia, intrecciando dialoghi con gli attori della fiaba. Lo stesso poeta viene in scena ad invocare pazienza, a giustificare la novità della sua commedia, ma vi è di più, gli stessi personaggi spesso escono dalla loro parte per auto-criticarsi e scoprire le magagne della commedia. Così il pubblico vero e quello artificiale possono assistere non solo alle scene tra il re e la principessa, ma anche alle sotto scene di odio tra l’attore che interpreta il re, che per mostrare tutti i suoi colori tonali si pavoneggia in un brutale barocchismo di stili teatrali, e la giovane attrice che interpreta la figlia, disinvolta, sciolta e alquanto stupida, guarda caso perfetta per interpretare la parte della donna letterata che scrive per vanità, senza avere la cultura necessaria.
Si può assistere alle peripezie dell’emozionante e spaesato comico, che cacciato dal teatro ufficiale e prigioniero in una corte di dubbia altezza politica e culturale, va alla ricerca della sua identità di buffone, assumendo, con schizofrenico divertimento, tutte le maschere di comici a noi noti. Ci si stupisce per la semplicità del Gatto, che come il coniglio di Alice (ma anche come Woland de Il maestro e Margherita) fa compiere al suo protetto il misterioso viaggio verso la maturità.
Altrove nello spettacolo, il pubblico commenta la superficialità del poeta, che mischia luoghi e tempi, altre volte si sbalordisce dell’esistenza del vero pubblico in sala, mentre il comico e il filosofo litigano furiosamente, durante una disputa culturale che ha per oggetto proprio il Gatto con gli stivali di Tieck. Tutto questo moltiplica il gioco delle illusioni, come avviene per chi si riflette in uno specchio che a sua volta si riflette in uno specchio, così all’infinito.
Certo la satira di Tieck colpisce i mediocri scrittori dell’epoca, rei di aver creato un teatro di convenzionale realismo dove l’arte è relegata all’imitazione della realtà, colpisce la filosofia di Rousseau per la quale tutto ciò che esiste in natura è buono ed è la società che corrompe gli istinti, ma lo spettacolo, per quanto consapevole della satira, affronta un altro tema del testo. Il teatro è ancora il luogo del sogno e dell’infanzia? Un teatro surreale può essere l’alter ego irriverente e fintamente caotico del reale?
Ma soprattutto, il teatro è ancora un luogo dove lo spettatore può compiere un viaggio di conoscenza? Con la fantasia si scappa dalla realtà o la si svela? Non abbiamo la presunzione di una risposta, ma chiederemo al pubblico di fare insieme a noi un salto nel mondo della fantasia più sfrenata, un divertente viaggio per adulti e bambini che termina con la consapevolezza dell’importanza del sogno nell’esperienza quotidiana come destabilizzante delle nostre certezze. Lo spettacolo, un giocoso e inquieto rito iniziatico (bisogna tornare bambini per due ore, dice alla fine l’autore), sviluppa i riferimenti di Tieck al Flauto magico di Mozart, come “collante” di questo caos di frammenti di sogno.



I rischi del teatro

di Ugo Tessitore

Adattare il Gatto con gli Stivali di Tieck nel nostro caso odierno significa correre rischi ineludibili: per la comprensione dei ragazzi e per divertire sia loro sia gli adulti; e soprattutto senza tirarla troppo per le lunghe. Ma il rischio è insito nel teatro stesso, area di conflitto, di litigio, di sferzanti allusioni.
Fra autore e regista, fra regista e attori, fra attori tra loro, fra attori e pubblico, fra pubblico e palcoscenico. Se questa non è la natura umana, è però, comunque, la natura del teatro in sé e di questo testo di Tieck in particolare. E assistere alle risse è, per tutti, una sorta di confortante sollazzo che dà sicurezza allo spettatore, decida di partecipare o estraniarsi.
Commedia a chiave? Sì, per i riferimenti a cose a quei tempi assolutamente chiare, allora individuabili, riconoscibili; il che pone, è ovvio, un problema in più per noi. Tieck sapeva bene con chi prendersela, e nel nostro caso sarebbe stato fuori luogo sostituire quei fatti, cose, persone, con elementi della nostra attualità. I personaggi, dunque - per inciso tutt’altro che pirandelliani, cioè incerti e dubbiosi su se stessi - non sono più quelli “storici” dell’originale bensì di carattere per così dire archetipico: il critico militante, lo spettatore accorto, lo spettatore ingenuo, l’attore alle prime armi, il mattatore. Con il che la “cronaca” sparisce in quanto tale, ma non se ne perde la morsa graffiante. In Tieck - si pensi ai tempi in cui visse, a cavallo tra Sette e Ottocento - c’era inoltre il confronto beffardo tra il realismo allora in gestazione e il fantastico in declino. Ma, si badi, questo non è teatro dell’assurdo o del metafisico, questo teatro è soprattutto gioco. E si gioca anche - parrebbe a noi oggi irriverente assai - con lo stesso Mozart.
Ma il Flauto Magico è stato immaginato anch’esso proprio come gioco. Nel che gran parte ha la familiarità dello spettatore di allora con quelle cose, da tradursi oggi in diverse se pur equivalenti cose. Quanto al rapporto eventuale con altre fiabe teatrali più o meno di quei tempi, poniamo alla Gozzi, si badi che il confronto tra sceneggiata orientale e spettatore nostrano appare in certo senso rovesciato: sul palco si svolge ciò che è naturale e nudamente reale, mentre lo sconcerto, la perplessità, l’immaginifico, sta dalla parte del pubblico. Si è detto che questo è un avvicinare a noi cosa tutt’altro che novecentesca in sé. Però c’è anche in quel testo un pizzico di cosa che ricorda - proprio in tema di pericolosità - una trasgressione a noi più vicina: quella del gatto del teatrante Bulgakov - di cui non è detto che il gatto di Tieck non sia un antenato o un’anteprima, anche nella fisiologia del mestiere - con quella sua compartecipazione a pieno titolo alla compagnia di Woland
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COMUNICATO STAMPA

Al Teatro Studio dall’8 al 27 febbraio (anteprime dal 4 al 6 febbraio)

Darwin… tra le nuvole: teatro
e immagini per spiegare l’evoluzione

Nel bicentenario della nascita un originalissimo spettacolo di Stefano de Luca
da un’idea di Luca Boschi, Giulio Giorello e dello stesso De Luca

Dall’incontro “improbabile” tra un epistemologo, Giulio Giorello, un professore di Fumetto e Cinema d’animazione, Luca Boschi, e un regista di teatro, Stefano de Luca, nasce Darwin… tra le nuvole, originale omaggio a Charles Darwin, del quale ricorre quest’anno il bicentenario della nascita.
Lo spettacolo, per grandi e piccini (dai dieci anni in su), è in scena al Piccolo Teatro Studio dall’8 al 27 febbraio 2009 (anteprime dal 4 al 6 febbraio)

Nella cornice di una scenografia “animata” da immagini in parte originali in parte rielaborazioni delle illustrazioni di Darwin, tutte firmate da Luca Boschi, si dipana il viaggio del Beagle, il vascello che in cinque anni avrebbe portato lo scienziato alla scoperta dei luoghi più remoti del mondo: un percorso a tappe in cui ogni nuovo approdo, ogni nuova meta diventa occasione per illustrare alcuni aspetti del sistema evoluzionistico.

Il racconto prende le mosse dal desiderio di due ragazze dei giorni nostri di “intervistare” quel tranquillo gentiluomo del Kent che avrebbe promosso in biologia una rivoluzione intellettuale paragonabile a quella iniziata da Copernico in astronomia. Comincia così un viaggio nel tempo attraverso il teatro.
Lo scienziato che le ragazze incontrano è un Darwin giovane, praticamente ventenne, l’età nella quale si unì alla spedizione del Beagle, un Darwin narratore, entusiasta, fantasioso, tra le nuvole appunto, che ama perdersi nei racconti della sua infanzia e che diventa emblema dell’immaginazione come territorio comune nel quale si muovono allo stesso modo infanzia, teatro e scienza, dell’immaginazione come primordiale strumento di interpretazione della realtà e come possibile scorciatoia per la conoscenza.


Piccolo Teatro Studio (via Rivoli 6 - M2 Lanza) - dall’8 al 27 febbraio 2009 (anteprime dal 4 al 6 febbraio)
Darwin… tra le nuvole
un’idea di Luca Boschi, Stefano de Luca e Giulio Giorello, regia Stefano de Luca
impianto scenografico a cura di Marco Rossi, luci Claudio De Pace, costumi Luisa Spinatelli
con Clio Cipolletta, Gabriele Falsetta, Andrea Germani, Andrea Luini, Silvia Pernarella
Produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa
Le foto di scena sono di Attilio Marasco








Durata: un’ora e 20’

Orari: da lunedì a venerdì ore 10.30; sabato riposo; domenica ore 21.
Giovedì 19 e venerdì 20 febbraio ore 10.30 e 20.30; sabato 21 febbraio ore 19.30; domenica 22 febbraio ore 16 e 20.30.
Ultima settimana: martedì 24 febbraio ore 19.30; da mercoledì 25 a venerdì 27 febbraio ore 20.30.

Prezzi: platea 24,50 euro, balconata 21,50. Per le recite del mattino: 8 euro
Prezzi speciali su www.piccolocard.it

Per informazioni e prenotazioni: 848800304 – www.piccoloteatro.org

Milano, 4 febbraio 2009


Raccontare la scienza
di Sergio Escobar

Una personalità come quella di Charles Darwin ci è sembrata ideale per avvicinare un pubblico giovane al mondo scientifico. In teatro – e l’esperimento “per adulti” che Luca Ronconi aveva condotto con Infinities ne è stata una prova eccellente – è possibile raccontare la scienza. Soprattutto è possibile rappresentare la suggestione, la curiosità, l’emozione che l’intuizione scientifica sa produrre. Fantasia, curiosità credo che queste siano le parole chiave che possiamo applicare a Charles Darwin. Lo spettacolo, la visione che il disegnatore Luca Boschi, il regista Stefano de Luca e l’epistemologo Giulio Giorello hanno immaginato insieme, è proprio questo: un inno alla fantasia e al suo potere creatore. Non esiste intelligenza, senza curiosità, non sarebbe possibile ricerca scientifica. Darwin, al pari di Galileo o di Newton, è stata una delle figure chiave per l’evoluzione del pensiero occidentale. Quest’anno il mondo lo festeggia, a duecento anni dalla nascita. Celebra un uomo che fu rivoluzionario suo malgrado e le cui teorie, ancora oggi, fanno discutere animatamente. Evoluzione, tempo profondo, lotta per la sopravvivenza, selezione naturale… oggi queste parole e l’universo ideologico che sta alle loro spalle sono per noi familiari e assodate. Di questi concetti scientifici si parla, naturalmente, anche nello spettacolo, andando però in cerca del momento in cui quelle intuizioni presero forma. La ricerca dei tre autori racconta un Darwin giovane, timido, con la testa perennemente… tra le nuvole.
Il teatro si pone, in questo caso, non come divulgatore, ma come luogo dove descrivere e rendere riconoscibile un metodo. A maggior ragione in un’occasione come questa, in cui ci rivolgiamo a giovani e giovanissimi, ci preme sottolineare l’importanza del metodo scientifico e del ruolo dello scienziato: scienziato è colui che non smette mai di chiedersi il perché delle cose, mantenendo così tutte le positive radici della propria componente infantile. In questo, Charles Darwin costituì un esempio straordinario, lasciando un’indicazione di vita appassionante per qualsiasi giovane di ogni epoca e luogo: fu un uomo, prima ancora un ragazzo, che seppe studiare con atteggiamento sempre critico, andò oltre i confini del sapere già tracciati, senza mai perdere la ricchezza di uno stupore infantile davanti alla meraviglia del mondo.

Darwin a teatro
di Stefano de Luca

Scienza, fumetto e teatro
L’idea di uno spettacolo su Charles Darwin nasce da un progetto di Giulio Giorello, filosofo della scienza, di Luca Boschi fumettologo e fumettista, e mio. Il 12 febbraio del 2009 cade il bicentenario della nascita di questo personaggio straordinario che ha completamente cambiato la visione dell’uomo sulla terra: ci è sembrato interessante individuare nella biografia di Darwin spunti che potessero rendere la sua storia appassionante per dei ragazzi. Attraverso la “scatola magica” del teatro vogliamo raccontare la storia di un uomo che con sensibilità, serietà e una testardaggine fuori dal comune si avventurò in un’impresa incredibile: andare contro i pregiudizi e rifondare il pensiero scientifico occidentale. Ci siamo innamorati di un’avventura vissuta a vent’anni e di una straordinaria capacità di osservare le cose serbando, sempre, una non comune indipendenza di giudizio.

Cercare, classificare, scoprire
L’immagine tradizionale che l’iconografia di Darwin suggerisce è quella di un uomo anziano, con una lunga barba bianca, un cattedratico. Ci siamo accorti che esiste un aspetto forse meno noto della biografia di Darwin, ma decisamente affascinante: è la storia di Darwin bambino, a Shrewsbury, nella grande casa di campagna dove viveva con il padre e le sorelle (la madre morì quando era giovanissimo), della sua vita ai tempi della scuola, all’università. Quest’uomo ha attraversato la vita inseguendo le passioni dell’infanzia: ha cominciato a scrivere il proprio destino raccogliendo insetti e piccoli minerali nel cortile di casa, classificandoli, osservando la struttura delle foglie degli alberi del giardino; poi, a poco a poco, ha trasportato questo “gioco” su un piano più serio. Si è accorto che quella era la sua vocazione, nonostante il padre lo incoraggiasse ad altre professioni. Per il giovane Charles inseguire blatte e scarafaggi era una chiamata irresistibile…

Il nostro Darwin è un ragazzo
Darwin simboleggia per noi l’espressione del desiderio di esplorare il mondo. Il nostro Darwin ha poco più di vent’anni, come l’attore che lo interpreta. E poco più di vent’anni aveva all’epoca anche il capitano Fitzroy, comandante del Beagle, il brigantino della regia marina di Sua Maestà su cui Darwin si imbarcò per viaggiare cinque anni intorno al mondo.
Come potevamo parlare di Charles Darwin ai ragazzi di oggi, a giovani che ne hanno sentito parlare in modo vago e ai quali la sua storia è giunta contaminata da veli ideologici? Portando in scena un giovane Darwin e sottolineando un atteggiamento meraviglioso che emerge sia dall’Autobiografia sia dal Viaggio di un naturalista intorno al mondo: il desiderio di osservare e di esplorare il continente, la curiosità nutrita fin da bambino, l’impulso a domandarsi il perché delle cose, a scovare le ragioni dei risvolti sorprendenti e affascinanti della natura. Domande che al resto dei suoi contemporanei parevano oziose: perché le giraffe hanno il collo lungo? Perché alcuni scarafaggi possono avere grosse corna? Perché? Perché? Perché? Come i bambini. Il nostro Darwin è un giovanotto che non ha perso, fortunatamente, neppure da adulto, il desiderio di domandarsi il perché delle cose e di cercare risposte senza accettare soluzioni preconfezionate.
È quanto premeva sottolineare a me e a Giorello; è la chiave che ci ha fatto scoprire il collegamento con il teatro.

A teatro per esplorare
Anche i teatranti si domandano il perché delle cose, esplorano il mondo e le relazioni tra le persone; anche i teatranti adorano raccontare storie. Darwin è un narratore straordinario, uno scienziato atipico, rinascimentale, dotato di un talento letterario fuori del comune. Il Viaggio di un naturalista intorno al mondo è, prima di ogni altra cosa, un fantastico libro di avventure. Darwin ha grande sensibilità, capacità di ascoltare, sentire, osservare, rielaborare, sia attraverso teorie scientifiche, sia ricorrendo alla letteratura.

L’elemento scientifico
Con Giorello abbiamo individuato i concetti scientifici fondamentali su cui attirare l’attenzione dei ragazzi. Filo conduttore di tutta la storia è il viaggio del Beagle, l’avvenimento più importante della vita di Darwin, come lui stesso ebbe a dire. Nel corso del viaggio, le future scoperte sono ancora in bozzolo ma alcune prime osservazioni fanno presagire la direzione verso cui lo scienziato si orienterà.
Il viaggio ha alcune tappe fondamentali: il Brasile, la foresta tropicale, la Patagonia, la Terra del Fuoco, le Ande. In ognuna di queste, Darwin approfondisce elementi che lo porteranno a formulare la teoria dell’evoluzione: la lotta per la sopravvivenza, ossia il combattimento fra specie e all’interno della stessa specie, il significato dei fossili ritrovati sulle Ande, l’estinzione degli animali preistorici… Riflettendo su questi concetti Darwin non si accontenta delle spiegazioni tradizionali: ne cerca di nuove, più credibili e verificabili.

Le illustrazioni
Fu Darwin stesso a illustrare le proprie pubblicazioni e a scegliere l’iconografia da allegarvi. Aveva un’immaginazione figurativa e corredò i diari di immagini di atolli, tempeste, animali, piante… La nostra scena è un grande foglio bianco, che funziona da fondale teatrale, ma che adoperiamo anche come foglio, come in un libro illustrato, per raccontare la storia di Darwin e rendere più vividi situazioni e racconti…
Le immagini di Luca Boschi, alcune animate, trasformano l’azione in un racconto illustrato.


Lo scienziato risponde
di Giulio Giorello

Cosa significa essere uno scienziato?
Il termine scientist (scienziato) viene in uso piuttosto tardi. All’epoca di Charles Darwin si parla di philosopher (filosofo, filosofo naturale nello specifico): ed è con questo appellativo che, nello spettacolo, Fitzroy, il capitano del Beagle, si rivolge al giovane Darwin. Scientist non è adoperato perché fa spiacevolmente rima con artist e atheist, artista e ateo...
È William Whewell di Cambridge, grande autorità del Trinity College, a sdoganare la parola e a renderla di uso comune. Siamo negli anni ‘30 dell’Ottocento: Whewell, figura legata all’establishment della Chiesa d’Inghilterra, ma anche grande matematico, studioso di mineralogia e botanica, nonché fondatore, attraverso l’opera Philosophy of Inductive Sciences, (Filosofia delle scienze induttive), di quella che oggi chiamiamo “filosofia della scienza”, adopera il termine scienziato per indicare un professionista della scienza, non più soltanto un semplice dilettante: la parola si adatta piuttosto bene alla personalità di Charles Darwin.
Darwin, con le sue ricerche, intuisce quale sia l’obiettivo della spiegazione scientifica: porre domande interessanti, talvolta inquietanti, partendo dalle credenze consolidate ma saper poi trovare risposte che vadano a scoprire le ragioni profonde delle forme che appaiono in natura. Nel 1842, quando concepisce i primi lineamenti della propria teoria, Darwin annota sui propri diari che, così come sarebbe strano, oggi che Newton ha scoperto la gravitazione universale, pensare che i pianeti stiano nelle orbite “per volontà di Dio”, allo stesso modo, ritenere che ciascuna specie, animale o vegetale, sia stata creata da un atto singolo di Dio è altrettanto arbitrario. Se invece si inizia ad ammettere che ci sia stata un’evoluzione a partire da un ceppo comune, allora molte analogie, anatomiche e fisiologiche, tra le varie specie viventi cominceranno a risultare comprensibili.
Aumentare la comprensibilità del mondo: questo è lo scopo primo della spiegazione scientifica.

La lotta per la sopravvivenza
Durante il viaggio sul Beagle e nel corso delle sue osservazioni in Brasile ed in altre zone dell’America meridionale, fino a quelle conclusive sulle isole Galàpagos, Darwin si confronta con il fenomeno della lotta per la vita: essa si basa su due vettori fondamentali, il cibo e la riproduzione. Quando descrive il combattimento fra una vespa e un ragno, Darwin scopre che alcuni animali, di norma predatori, possono diventare loro stessi prede di altri animali più feroci. Parlare di ferocia è però scorretto, perché attribuisce agli animali comportamenti umani. Nel 1856, Darwin, riflettendo su questo tema, parla dell’“immane crudeltà della natura” e dice di sentirsi un “cappellano del diavolo che scrive uno strano Vangelo dove si raccontano tutte quelle terribili uccisioni necessarie perché la vita sulla Terra continui e produca incessantemente nuove forme”.

Il tempo profondo
Darwin, fin da bambino, si appassiona allo studio della geologia. Il testo-guida che lo accompagna nel viaggio sul Beagle è Principles of Geology (1830) di Charles Lyell, di origine scozzese, grande innovatore della geologia. Scozzese è anche James Hutton (1726-1797) che introduce in geologia il concetto di tempo profondo. Cosa significa?
La terra porta su di sé le cicatrici di sconvolgimenti immani che hanno richiesto un numero di secoli ben più grande di quei seimila anni di età del mondo indicati dai lettori rigorosi della Bibbia... Il tempo profondo è pertanto una scoperta dei geologi. È il tempo necessario perché l’evoluzione delle specie, quella che nelle prime traduzioni italiane di Darwin è chiamata trasmutazione, possa lentamente intercorrere.

Evoluzionismo e creazionismo
Il disegno evoluzionistico di Darwin è molto complesso. Come aveva notato uno dei più grandi evoluzionisti del secolo scorso, Ernst Mayr, molte sono le concezioni legate insieme nel pensiero darwiniano. 1) Le specie non sono entità “fisse” ma si evolvono nel lungo periodo. 2) Molte di loro discendono da un ceppo comune. 3) Esiste un gradualismo, che rimanda al concetto di tempo profondo, cioè i mutamenti avvengono nel corso di periodi di tempo molto lunghi. 4) L’evoluzione conduce alla creazione di forme sempre più varie: di qui la spiegazione dell’immensa varietà degli esseri viventi, tra cui l’uomo. 5) Il punto che a Darwin costò più fatica e più ostilità: l’idea che il meccanismo evolutivo avvenga per selezione naturale dovuta alla pressione dell’ambiente. Sostenendo questa posizione, Darwin si distacca sia da Lamarck sia dal nonno Erasmus: Charles afferma che non esiste una “virtù” propria di ciascuna specie tale da spingerla a migliorare, un’intima tendenza al progresso. Esiste solo il meccanismo cieco della selezione. Esso, che è naturale, elimina qualsiasi idea di un piano ultraterreno o di una provvidenza divina.
Alla domanda se si potesse ancora ipotizzare un disegno superiore dell’evoluzione del vivente, Darwin risponde che pensare a un progetto della natura è come domandarsi se esista un piano per la direzione dei venti. Per Darwin non è affatto semplice: nel 1844, illustrando a un amico i fondamenti della spiegazione scientifica che ha concepito, dichiara di sentirsi come chi abbia commesso un assassinio. La prima “vittima” è stata la fissità delle specie; la seconda la teologia naturale, sostituita dalla selezione naturale. È questo il “crimine” maggiore di Darwin, quello che ancora oggi alcuni non gli perdonano.


Illustrare Darwin
di Luca Boschi

La scuola scopre il fumetto
Negli ultimi dieci anni, noi disegnatori abbiamo assistito a una sorta di mini riforma della scuola e del libro di testo: il fumetto è stato sdoganato e promosso a mezzo per la comunicazione didattica. È stata una svolta epocale, se pensiamo che, ancora poche decine di anni fa, questa forma espressiva era disprezzata e osteggiata. Le immagini rappresentavano, secondo gli educatori, un prodotto preconfezionato e perciò un ostacolo allo sviluppo della fantasia nei bambini. Si trattava di una situazione molto italiana: diverso era il discorso negli Stati Uniti o in Giappone. Non tutti sanno che il successo del formato tascabile, per i fumetti, nasceva dalla comodità di poterlo nascondere in tasca, sottraendosi al controllo di insegnanti e genitori! Rispetto a una posizione così ostile, le cose oggi sono cambiate molto. Forse perché i ragazzini ormai leggono pochissimo… Ecco che allora il fumetto può alleggerire, aiutare a studiare e a imparare. La scuola ha rivalutato fortemente l’educazione all’immagine. Si è deciso che nei testi scolastici, compresi quelli scientifici per la scuola dell’obbligo, testo scritto e illustrazioni debbano avere lo stesso peso. Alcuni editori hanno ritenuto che il fumetto, per la sua caratteristica di mischiare parole e immagini, sia un’occasione preziosa da sfruttare a fini didattici. Alcuni anni fa sono stato contattato da uno di loro che aveva avuto un’idea interessante: raccontare, attraverso strisce illustrate, le vite di alcuni scienziati, le scoperte scientifiche fondamentali e altri importanti episodi storici. Era una strada utile anche a descrivere episodi spesso difficili da spiegare con i modi tradizionali: per esempio, i conflitti tra la chiesa e Galileo, in una striscia a fumetti, erano comunicabili ai ragazzi in maniera leggera e sdrammatizzata.

Il mio incontro con Darwin
Una delle figure su cui mi è stato chiesto di lavorare era Charles Darwin. Di qui è nato il mio rapporto con questo signore. Darwin era visto attraverso le varie epoche della sua vita: quando giovane e incosciente si avventurava nel viaggio sul Beagle, poi anziano, quando, presa coscienza della portata dei cambiamenti introdotti nella visione del mondo, si tormentava su quelle che sarebbero state le conseguenze delle sue scoperte, non soltanto per i problemi con la chiesa, ma anche per i conflitti con gli altri scienziati, ostili alle sue idee, innovative e rivoluzionarie rispetto alle credenze acquisite e consolidate nei secoli.

L’immagine in teatro
Il ruolo dell’immagine, nello spettacolo che abbiamo realizzato con Giulio e Stefano, è simile a quello che svolgeva sulla pagina stampata nell’esperienza che ho ricordato. È una sorta di “messaggero”, di tramite, uno stratagemma che può servire a rendere più “digeribili” le informazioni attraverso un gioco, una minima deformazione. L’immagine riesce a raccontare qualcosa che non è fisicamente trasportabile in teatro - penso alla scena in cui si descrive la rotta seguita dal Beagle, o ai fantastici animali che i cinque protagonisti incontrano in giro per il mondo, ai ricordi dell’infanzia di Charles… - l’immagine è una forma di mediazione della comunicazione. Le illustrazioni che adoperiamo sono animate, in alcuni punti dello spettacolo, grazie all’impiego del computer. La deformazione delle immagini, il fatto che attori in carne ed ossa interagiscano con loro, dialoghino con loro, è sicuramente un modo per alleggerire i contenuti scientifici dello spettacolo, per renderne più efficace la comprensione e per catturare i nostri giovani spettatori.

La mia idea di Darwin
Un elemento che trovo fondamentale nella personalità di Darwin - e che forse è l’essenza stessa della figura di qualsiasi scienziato - è la consapevolezza che tutto si trasforma, niente è fermo: anche la fantasia deve compiere dei balzi in avanti, per intuire qualcosa che difficilmente potrebbe afferrare ricorrendo alla sola razionalità. Il metodo scientifico, e quindi anche quello darwiniano, ha la fantasia come elemento propulsore. Se Darwin non avesse avuto l’infanzia che raccontiamo nello spettacolo, l’infanzia di un sognatore, probabilmente non sarebbe diventato lo scienziato che oggi conosciamo. Eppure il padre, proprio per questo suo modo di essere, ne aveva una cattiva opinione, lo riteneva uno scioperato, un perditempo neanche troppo intelligente.
Il Darwin giovane che si imbarca sul Beagle coltiva una buona dose di incoscienza, accanto alla curiosità. Incoscienza che perderà, fatalmente, tornando in Inghilterra, maturando, scontrandosi con i suoi contemporanei…. Dal mio, dal nostro punto di vista, la parte più interessante della sua vita è stata quella in cui era libero dai freni inibitori impostigli dalla società.

Anche il disegnatore è un sognatore…
La personalità del giovane Darwin mi ha suggerito molte analogie con noi disegnatori… forse non tutti conoscono l’influenza che alcuni elementi biografici esercitano sulla scelta, da ragazzini, di prendere in mano una matita e di cominciare a disegnare su un foglio… Se i bimbi spesso non fossero costretti a un tavolo ma lasciati liberi di correre, di sfogarsi, chissà, magari diventerebbero sportivi di successo! Seduti, obbligati a stare fermi, trovano nella carta il luogo ideale dove fissare il mondo che si portano dentro: la pagina diventa un modo per mettere il fuoco sulla propria instabilità, sulla propria irrequietezza, per imparare a conviverci e in qualche modo a farsela amica… È questo il collegamento tra la ricerca “fantastica” dello scienziato e quella del fumettista o del creativo in senso lato.
Ufficio Stampa tel. 02 72333 212 – fax 02 72333 311 – piccolo.stampa@piccoloteatromilano.it

COMUNICATO STAMPA

Al Piccolo Teatro Studio dal 27 gennaio al 18 febbraio
Jean-Luc Lagarce, un progetto di Luca Ronconi
Debutta “I pretendenti” diretto da Carmelo Rifici

Debutta al Piccolo Teatro Studio (anteprima martedì 27 gennaio, prima mercoledì 28) I pretendenti di Jean-Luc Lagarce, prodotto dal Piccolo Teatro di Milano. A curare la regia di questo primo testo che fa parte del Progetto Lagarce diretto da Luca Ronconi, è Carmelo Rifici, giovane regista già presente nella stagione del Piccolo con un altro spettacolo. A I pretendenti seguirà dal 18 marzo Giusto la fine del mondo con la regia di Ronconi.
Jean-Luc Lagarce, morto di Aids nel 1995 a 38 anni, è oggi l’autore teatrale contemporaneo più rappresentato nelle sale francesi; a lui sono dedicati ovunque convegni, pubblicazioni, tesi di laurea. I suoi testi sono tradotti in una dozzina di lingue e sono sempre più rappresentati anche all’estero, dal Brasile al Cile e all’Argentina, dalla Spagna alla Germania e alla Lituania.
Il testo dei Pretendenti è edito da Ubulibri nel primo volume a cura di Franco Quadri dedicato all’opera di Lagarce, che uscirà in febbraio e comprenderà anche Giusto la fine del mondo, Ultimi rimorsi prima dell’oblio, Noi, gli eroi. Il testo dello spettacolo messo in scena da Rifici si attiene alla traduzione di Gioia Costa pubblicata nel volume.
Lo spettacolo è collegato alla rassegna “Face à Face. Parole di Francia per scene d’Italia – Paroles d’Italie pour les scènes de France”.
I pretendenti è costruito come una commedia. I componenti del direttivo di un circolo culturale di una città di provincia si riuniscono per sostituire il vecchio direttore con uno più giovane. È un giorno importante, perché finalmente si presenta l’occasione per portare avanti nuove idee. Un quadro caustico e carico di humour dei luoghi del potere, nel passaggio dal vecchio al nuovo. È l’analisi di un microcosmo, dove ciascuno gioca il suo destino.
Lagarce, mentre scriveva la commedia aveva quotidianamente sotto gli occhi la Francia provinciale di Besançon, dove lavorava, e il mondo della cultura.
Il testo si presenta come un attacco frontale verso questi “mondi” fatti di atti illeciti, manovre ambigue, conflitti professionali che si confondono spesso con quelli familiari. I diciassette personaggi sono sempre in scena e rappresentano una società in piccolo, dove ognuno è riconoscibile sia per la sua funzione sociale che per quella privata: rappresentanti comunali che litigano con i dirigenti, impiegati contro impiegati, mogli contro i mariti, amanti contro amanti.
La struttura dello spettacolo, i suoi ritmi, le azioni sono veicolati dal linguaggio di Lagarce, dalle parole, che come delle armi rivolte più verso chi le pronuncia che verso coloro ai quali sono riferite, commettono dei tragicomici e involontari suicidi.
Tutto questo grazie a una serie di gaffes, lapsus, bestialità, menzogne, correzioni che invece di “salvare” il personaggio che in quel momento sta parlando, lo gettano in un abisso di imbarazzo e disagio dal quale può essere sottratto solo dallo stesso tragico destino di un altro personaggio, il quale, per aiutare il suo compagno (o per annientarlo del tutto) cade a sua volta nella stessa fatale trappola.
Lagarce scrive una commedia dove dal non detto e dall’ambiguo scaturiscono una serie di situazioni che vanno dal tragico al ridicolo, come nelle migliori commedie di Cechov e Gogol.

Milano, 26 gennaio 2008




PRIMA DELLA PRIMA

Mercoledì 28 gennaio, alle ore 17.30, nello Spazio Eurolab del Piccolo Teatro Strehler si terrà l’incontro “Jean-Luc Lagarce, la passione teatrale” con Carmelo Rifici, regista dei Pretendenti, e Franco Quadri, critico teatrale ed editore di Ubulibri.

LA LOCANDINA

Piccolo Teatro Studio, 27 gennaio – 18 febbraio 2009 (prima per la stampa 28 gennaio 2009)

Jean-Luc Lagarce
Un progetto di Luca Ronconi
I pretendenti
di Jean-Luc Lagarce,
traduzione Gioia Costa
regia Carmelo Rifici
testo conforme alla traduzione edita da Ubulibri
impianto scenografico a cura di Marco Rossi
costumi Margherita Baldoni
luci Claudio De Pace

Personaggi Interpreti
Paul Raout Massimo De Francovich
Héléne Raout Paola Bacci
Christine Raout Melania Giglio
Maxime Ripoix Alessandro Genovesi
Nelly Ripoix Bruna Rossi
Paule Brulat Elena Ghiaurov
Ludovic Brulat Giorgio Ginex
Joseph Schwartzer Gianluigi Fogacci
Marc Spater Pierluigi Corallo
Jean-Michel Blot Francesco Colella
Solange Poitiers Francesca Ciocchetti
Henri Poitiers Michele Maccagno
Mariani Giovanni Crippa
Louis Simone Bianca Pesce
Jacques Debreuil Angelo De Maco
Aubier Sergio Leone
Soliveau Marco Grossi

produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa

foto di scena Attilio Marasco

Orari: martedì e sabato ore 19.30; mercoledì, giovedì e venerdì ore 20.30; domenica ore 16.
Lunedì riposo.

Durata 1 ora e 55’ senza intervallo

Prezzi: platea 32 euro, balconata 25,50 euro - Prezzi speciali su www.piccolocard.it

Biglietteria telefonica 848800304 - www.piccoloteatro.org





LA SCHEDA
Carmelo Rifici

Carmelo Rifici, nato a Cernusco sul Naviglio (Milano) il 19 dicembre 1973, si è diplomato in qualità di attore alla Scuola di Teatro del Teatro Stabile di Torino e laureato in Lettere Moderne all’Università Statale di Milano. Ha partecipato al Corso di perfezionamento per attori diretto da Massimo Castri e al Corso di perfezionamento diretto da Luca Ronconi, in qualità di regista.
Come regista ha messo in scena: nel 2001 Cinque capitoli per una condanna, da Victor Hugo per il Teatro Stabile di Torino e Tre Sorelle, di Anton Cechov per il Teatro Verdi di Milano. Dal 2003 al 2006 è regista residente per il Teatro Litta di Milano dove mette in scena Il giro di vite, di Henry James, La tardi ravveduta, di Giuseppe Giacosa, La signorina July, di August Strindberg.
Nel 2006 firma per il Teatro Filodrammatici di Milano Lunga giornata verso la notte di Eugeen O’Neil e in collaborazione con il Teatro Stabile di Torino, I Giusti di Albert Camus.
Nel 2007 partecipa al Festival di San Miniato con Il nemico di Julien Green e nel 2008 il Festival di teatro di Napoli gli commissiona la regia di Chiechan ed io, di Banana Yoshimoto, prodotto insieme al Teatro Mercadante di Napoli e al Teatro Eliseo di Roma. Sempre nel 2008 firma per Teatro Due di Parma la regia di Una notte di maggio del grande romanziere israeliano Abraham Yeoshua.
Come regista assistente e collaboratore di Luca Ronconi partecipa ai seguenti spettacoli:
Troilo e Cressida, di Shakespeare, Lo specchio del diavolo di Giorgio Rufolo, per Torino Olimpiadi 2006, I soldati di Lenz, Farenheit 451 di Bradbury , Odissea Doppio Ritorno di Strauss e Porfirio, Turandot di Puccini
È docente di recitazione al Corso di perfezionamento per attori Santa Cristina, diretto da Luca Ronconi, alla Scuola di Teatro del Teatro Litta di Milano e all’Università IUAV di Venezia.
Nel 2005 vince il Premio della Critica come regista emergente.

___________PROGETTO JEAN-LUC LAGARCE

La forza della parola

di Sergio Escobar


È indubbiamente nell’uso della parola, di una lingua potentemente teatrale nella contemporaneità dello stile, apparentemente quotidiana ma in realtà non confinata nei limiti dell’attualità, che risiede l’oggetto primario di interesse verso l’opera di Jean-Luc Lagarce per Luca Ronconi e per il Piccolo Teatro. Una lingua frammentata, che è la drammaturgia stessa di Lagarce, e che ha rappresentato una sfida, nel renderne intensità e forza attraverso la traduzione italiana di Gioia Costa per I pretendenti e di Franco Quadri per il testo che proporremo successivamente, Giusto la fine del mondo, entrambi raccolti in un volume edito da Ubulibri, prima raccolta di testi di Lagarce pubblicata in Italia.
Ancora dalla forza della parola è partita la scelta di Ronconi di allestire questi due testi in particolare: I pretendenti, commedia corale in cui i dialoghi tra diciassette personaggi sono brevi, serrati, tra cinismo e ironia, e Giusto la fine del mondo, testo di solitudini, vicino allo stile del romanzo, pensato e architettato come una collazione di lunghi monologhi per cinque attori. Il Progetto Lagarce, dopo Sogno di una notte di mezza estate, è la seconda tappa di un nuovo modo di lavorare, al Piccolo, con attori e giovani registi: le produzioni, in questa stagione, si passano il testimone senza soluzione di continuità; artisti e tecnici sono impegnati a provare, nell’arco di tutta la giornata, mentre ancora la sera si svolgono le repliche della precedente produzione. All’interno di questo metodo che stiamo sperimentando con successo, Ronconi ha cooptato per il “Progetto Lagarce” Carmelo Rifici, un giovane regista sulla cui qualità professionale il Piccolo aveva già investito, affidandogli la messa in scena del Gatto con gli stivali di Tessitore da Tieck, in calendario nel mese di marzo 2009. Rifici è anche coinvolto, in qualità di curatore di alcune mise en espace di autori francesi contemporanei a Lagarce, nel progetto “Face à Face - Parole di Francia per scene d’Italia”, promosso dall’Ambasciata di Francia e ospitato per una parte dal Piccolo.
Ci auguriamo che il pubblico milanese scopra con Jean-Luc Lagarce un autore intelligente e appassionante. Il Piccolo, investendo su un nome nuovo per l’Italia e incoraggiando giovani registi di serio talento, si riappropria così del diritto e del dovere di condividere con il pubblico valide proposte culturali.


_______PROGETTO JEAN-LUC LAGARCE

Perché ho scelto questi due testi

di Luca Ronconi



Jean-Luc Lagarce ha destato in me grande interesse. Portarlo in scena al Piccolo è stata pertanto un’operazione editoriale, oltre che teatrale. Le traduzioni dal francese sono state realizzate per l’occasione e confluiranno anche in un volume, edito da Ubulibri, comprendente altri tre testi di Lagarce, oltre ai due che allestiamo noi. Altri appuntamenti, promossi dall’Ambasciata di Francia nell’ambito del Progetto “Face à Face”, completano questo nostro excursus all’interno della drammaturgia francese contemporanea.
A Lagarce ho voluto dedicare un percorso scegliendo due testi profondamente diversi tra loro.
I pretendenti - del quale ho affidato la regia a Carmelo Rifici – è una commedia animata da diciassette personaggi, costruita sul registro dell’ironia e racconta un turbolento avvicendamento ai vertici di un circolo culturale della provincia francese; Giusto la fine del mondo è una commedia “da camera”, con soli cinque attori che interpretano i membri di una stessa famiglia.
Pur differenti, le due commedie contengono, tuttavia, elementi di affinità: uno di questi è per esempio il fatto che nei dialoghi si usino molte parole tutto sommato per eludere e non per dichiarare. Parlare per nascondere, per non rivelare, non esplicitare, per non rendere didascalicamente scolastico quello che si vuole dire ma per farlo percepire: tutto questo non poteva non interessarmi.
Ma ci sono elementi che attengono alla componente più specificatamente teatrale.
Prima di essere autore, Lagarce fu attore e regista di testi scritti da altri. Le sue commedie sono una sfida al regista: Giusto la fine del mondo, già nella prima pagina, pone un problema di regia. La didascalia di Lagarce specifica che la scena di svolge una domenica, in casa della madre di Louis, oppure nell’arco di un intero anno. Come la scrittura rifletta questa doppia temporalità e come essa possa realizzarsi in teatro è in qualche modo la questione affidata a chi la mette in scena, al regista come all’attore.
Allo stesso modo, nei Pretendenti, le uniche scene in cui si dichiara che cosa stia realmente succedendo si svolgono nella stanza accanto a quella dove è ambientata l’azione. Gli spettatori sono invitati non a cercare di capire ma semplicemente a cercare di vedere il fenomeno che ha luogo in palcoscenico. Vedere è sufficiente a conoscere: la pretesa di capire, per questa volta, può anche restare in secondo piano…

________Il teatro di Lagarce, una storia di incontri

di Jean-Pierre Thibaudat*



Dal cerchio dei familiari stretti a quello della famiglia elettiva degli amici e degli amori, dalla vita del teatro alla cerimonia sociale del passaggio di potere da un vecchio a un nuovo direttore o governatore, dal tempo passato o futuro che accade e riaccade nel presente della rappresentazione, dalla difficoltà a dire e a come dire le cose, il teatro di Jean-Luc Lagarce incontra e incrocia molti sentieri. Ma lui parte sempre dallo stesso punto: l’individuo solo al mondo che volontariamente – per affrontare (risate e lacrime, stessa battaglia), per sentirsi meglio, per regolare i conti o fare il punto – oppure involontariamente, spinto dalle circostanze, si ritrova a contatto con l’altro, o più esattamente con gli altri perché il teatro di Lagarce è prima di tutto un teatro di gruppo, si tratti di famiglia, amici, colleghi, partner e persino del (o a cominciare dal) pubblico di lettori e spettatori. Tutte le pièce, tutti i testi di Jean-Luc Lagarce sono storie di incontri in un luogo unico e spesso indistinto. Alcuni personaggi si ritrovano, per il tempo di una pièce, imbarcati nella stessa storia. Una storia che, nella maggior parte dei casi, si riduce semplicemente e precisamente a questo incontro.
Ultimi rimorsi prima dell’oblio (1986) riunisce due uomini e una donna che vivevano insieme in una casa che avevano acquistato in comune e si ritrovano quindici anni più tardi per vendere eventualmente questo bene che, nel frattempo, è aumentato di valore. Questa pièce si inserisce in una sorta di trama romanzesca che Lagarce sviluppa attraverso più testi (compresi i due episodi di Storia d’amore), relativa alla storia comune di due uomini e una donna. Pierre è rimasto a vivere nella casa, Paul si è sposato con Anna, Hélène si è sposata con Antoine e hanno avuto due figli tra cui Lise, un’adolescente che è in viaggio ed è come la spettatrice sarcastica degli scambi tra persone della generazione dei suoi genitori. Tutto accade una domenica, e la sera ognuno, tranne Pierre, ripartirà. La questione della casa non sarà stata risolta, ma il confronto sarà avvenuto tra persone che si ritrovano o fanno conoscenza sullo sfondo dell’imborghesimento e dell’invecchiamento dei tre vecchi amici e amanti.
In Giusto la fine del mondo (1990) ritroviamo due uomini, Louis e Antoine, e una donna, Suzanne, ma questi sono fratelli e sorella. Antoine si è sposato con Catherine, i due vivono nella stessa cittadina della madre, che abita nella casa di famiglia con Suzanne. Louis se n’è andato da molto tempo. In un prologo, questi dice di essere tornato dai suoi per annunciare che sta per morire, ma se ne andrà la sera stessa senza aver detto niente. Il padre è morto, si capisce che l'autorità paterna – che sarebbe dovuta essere prerogativa del fratello maggiore Louis – è passata, a causa dell’assenza di quest’ultimo, sulle spalle di Antoine che, come l’Antoine della pièce precedente, non è un intellettuale al contrario di Louis, che è uno scrittore.
Come in Ultimi rimorsi prima dell’oblio e come spesso accade nei testi di Lagarce, tutto gira attorno allo scambio verbale e al suo carico di confessioni, rivelazioni, rimorsi, silenzi, di cose non dette a lungo trattenute o difficilmente dicibili, e di cose dette alla fine, a volte con violenza. La forza poetica della scrittura di Lagarce risiede in questo movimento del dire che risulta spesso uno strazio. L’oralità della lingua è qui come presa alla sua fonte, nel suo emergere maldestro, esitante, a volte impedito e ostinato, attraverso un ritmo, un respiro che dà filo da torcere agli attori prima di offrirgli un raro piacere nel recitarlo. Sotto l'apparente ripetizione di parole, si recita la recita della verità del dire che in Lagarce non è estranea all’imbroglio.


L’imbroglio, la composizione, la recitazione sono incantesimi del teatro presenti nelle pièce dell’autore che trattano da vicino o da lontano questo ambiente, come nel caso di Noi, gli eroi (1995). Pur essendo uno scrittore di teatro, Lagarce è stato anche regista e direttore di una giovane compagnia con sede a Besançon che attraversò la Francia e l’Europa con vari gradi di successo. Ha scritto Noi, gli eroi verso la fine della sua breve vita per occupare i pomeriggi degli attori che recitavano nella sua versione di successo del Malato immaginario di Molière. Sulla sua scrivania, ha ritrovato qui un complice che era già stato tale in passato: Franz Kafka. Il testo di Lagarce attinge al suo Diario diversi personaggi e alcune battute, ma la storia di questa compagnia teatrale, dei suoi stati d'animo e del suo girovagare in un’Europa centrale in tempo di guerra è squisitamente originale. Il teatro qui, come accade spesso, è uno specchio, un bellissimo specchio.
L'ultimo testo pubblicato in questo volume, I pretendenti (1992), porta sulla scena diciassette personaggi durante una serata in cui vediamo il responsabile di una struttura culturale di una città di provincia venire sostituito da un giovane lupo in presenza del rappresentante del ministero venuto da Parigi. La satira di questi ambienti, che Lagarce conosceva bene dopo averli osservati da vicino a Besançon, è tanto fine quanto feroce. E si applica a molti paesi, proprio come Il revisore di Gogol, commedia che non è senza parentela con quella di Lagarce. Il fatto che Lagarce fosse sieropositivo (cosa che non nascondeva ma che non ha mai voluto considerare come oggetto) e in seguito la sua scomparsa a 38 anni (nel 1995), vittima dell’AIDS, ha contribuito a offuscare il suo lavoro. Oggi valutiamo meglio l’umorismo delle sue pièce, anche delle ultime. E accade con il suo teatro ciò che accade con quello di Cechov – di cui è per molti aspetti l’erede – lo si può tirare in tutti i sensi, ma esso resiste a tutte le prove, il che risulta sempre marchio di un grande opera.
Durante la sua vita, Jean-Luc Lagarce non vedrà nessuna di queste quattro pièce rappresentate. Ultimi rimorsi prima dell’oblio sarà semplicemente l’oggetto di una mise en espace, ovvero di una lettura migliorata. Giusto la fine del mondo sarà rifiutata in tutto il mondo (anche dall’usuale editore di Lagarce) e sarà pressappoco lo stesso per I pretendenti. Lagarce stesso tenterà di montare una produzione di Noi, gli eroi, ma non riuscirà a raccogliere un numero sufficiente di coproduttori e anche questo testo rimarrà inedito. Questi quattro lavori sono stati messi in scena con successo qualche anno dopo la morte dell’autore, Giusto la fine del mondo è entrato nel repertorio della Comédie Française nel 2008 e in quello della maturità liceale francese assieme a Noi, gli eroi. Un’ironia della storia che non sarebbe dispiaciuta a Jean-Luc Lagarce.



* Questo testo è stato scritto dall'autore come prefazione al volume Jean-Luc Lagarce “Opere, I”, edito da Ubulibri, la cui uscita in libreria è prevista nel mese di febbraio 2009.

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Connaissez-vous Jean-Luc Lagarce?


Autobiografia

Sono nato in Haute-Saône, il 14 febbraio 1957. I miei genitori abitavano a Doubs, il paese dove mio padre era nato e aveva sempre vissuto. Dicono di aver traslocato sette volte in dodici anni ma non me ne ricordo. Abbiamo abitato a Seloncourt, di questo mi ricordo, da un lato della piazza; poi a un certo punto abbiamo attraversato la piazza e ci siamo stabiliti nell’edificio di fronte.
Dopo la nascita di mia sorella, ci siamo stabiliti nella casa di Valentigny che apparteneva alla mia nonna materna e da cui non ci siamo più allontanati.
I miei nonni paterni e materni abitavano in campagna, coltivavano i campi, allevavano qualche animale e lavoravano in fabbrica. Non sono sicuro che mio nonno paterno lavorasse in fabbrica: aveva un furgone, era stato soldato e parrucchiere. Mio padre aveva conservato il rasoio del nonno e tagliava i capelli a me e a mio fratello, fino all’arrivo dei Beatles, poi, qualche volta, la domenica di nuovo, quando adottai il mio taglio attuale.
Mio padre lavorava in fabbrica, prima da operaio, poi da quadro, ma era già vecchio quando divenne quadro. Mia madre non lavorava quando ero bambino; poi andò anche lei in fabbrica; quando nacque mia sorella, era operaia. Quando eravamo molto piccoli, e ancora non c’era mia sorella, mia madre disse che eravamo molto poveri, che alle volte lei aveva i buchi sotto le scarpe, ma io non me ne ricordo, non mi ricordo la povertà, mi ricordo semplicemente che noi eravamo “giusti”, che non potevamo andare in vacanza, ma non che fossimo poveri fino a quel punto.
Sono il maggiore, ho un fratello e una sorella. Mio fratello ha un anno meno di me, mia sorella otto. Mio fratello è stato investito da una donna in motorino e la maestra mi ha detto che era colpa mia se mio fratello aveva corso il rischio di morire, ma mia madre ha detto di no e che non erano cose da dirsi a un bambino. Mi ricordo il luogo esatto. In seguito, fino ai quindici anni, mio fratello ha avuto frequenti e violenti attacchi d’asma, andava male a scuola e poiché io avevo la fortuna di essere sano, non potevo che essere un eccellente studente. Nel maggio del ’68 ha avuto la febbre tifoidea e del maggio ’68 io non ho che questo ricordo: mio fratello che un’altra volta correva il rischio di morire. Un giorno sono stato mandato al cinema, da solo, a vedere Tutti insieme appassionatamente, il primo film che ho visto, con Julie Andrews, perché non avevo creato problemi mentre mio fratello era in ospedale. Mio fratello, di nuovo, si è rotto tutte e due le braccia in due diversi incidenti, si è procurato una doppia frattura della mascella in un altro incidente motociclistico, e in seguito, intorno ai vent’anni, ha avuto un altro incidente, d’auto, con degli amici, di ritorno da un viaggio in Marocco.
A me non è mai successo niente.

© Les Solitaires Intempestifs - Estratto di un testo scritto per il film Portrait, apparso in dvd all’interno del progetto Journal vidéo. Il testo integrale (intitolato 1957-1977) è pubblicato nell’introduzione a Diario 1977-1990.


La mia generazione, i Solitari Intempestivi

Abbiamo trent’anni.
Ogni tanto incrociamo qualche ragazzetto che ci dice: “Ai tuoi tempi…”
Siamo nati alla fine della Guerra Fredda. I nostri genitori hanno l’età di Brigitte Bardot, Johnny Hallyday… avrebbero l’età di Jean Seberg, se lei avesse voluto.
Siamo i fratelli minori di Marx e della Coca Cola e le nostre scuole sono rimaste chiuse nel maggio del ’68.
Senza rendercene conto, siamo diventati i fratelli maggiori della Generazione Morale.
Facciamo l’amore pensando alla Morte e siamo preoccupati per la Pace. Siamo come Fabrizio ad Austerlitz: non vediamo nulla delle battaglie e delle realtà del mondo.
Ci siamo divertiti con la nostra nostalgia. Ci siamo nutriti dei nostri libri e dei libri di chi ci ha preceduto.
Amiamo le canzoni che ci parlano di canzoni e i film che ci parlano di cinema.
Camminiamo tranquillamente immersi nella paura e nella bellezza delle catastrofi o delle utopie più terrificanti.
Siamo fatti solo dei ricordi che ci sono stati inculcati.
Non siamo un punto di riferimento per nessuno.

© Les Solitaires Intempestifs - Testo scritto in occasione del debutto dello spettacolo Les Solitaires Intempestifs per i “Cahiers du Granit” (n° 1, maggio 1992), ripreso in Traces incertaines. Per conoscere l’origine del titolo di questo testo, diventato poi il nome della casa editrice fondata da Jean-Luc Lagarce, rimandiamo al sito dell’editore stesso: www.solitaireintempestifs.com




Saremo sereni, questa notte ancora

Rinunciare al naturale, alla cretinata della falsa modernità, l’imperativo che credono di poterci imporre di dire tutto, raccontarsi ogni mattina, svelarsi e far mostra di sé ovunque, descrivere i propri infimi “niente”, e voler credere che si tratti della nostra anima, di quel che ne resta. No, rinunciare, preservare per sé, mantenere il riserbo, darsi solo a chi ci conosce davvero.
Rivelare solo gli autentici segreti, dire giusto l’essenziale e che non siano sempre pesanti e tristi questi nostri segreti. Rivelare solo una volta, la prima, e non ripetere più, farsi desiderare: incomprensioni, malintesi… peccato e pazienza. Non rimuginare, vendere al dettaglio.
Barare in silenzio, mentire con cortesia e abbandonarsi alle confidenze solo in presenza di autentiche belle persone, dolci e generose.
Andare per la propria strada, essere desiderati per cattive ragioni, perdonati, oggi, per antichi ricordi felici o ancora, questo sarebbe bene, essere detestati per qualche stupido malinteso. Non smentire nulla, mai.

© Les Solitaires Intempestifs - Estratto di un testo scritto per il calendario della stagione 1993/94 del Théâtre de la Roulotte, ripreso all’interno di Du luxe et de l’impuissance.

Come scrivo

Scrivo molto male, la mia grafia è illeggibile. Non scrivo più lettere a mano per questa ragione, le scrivo a computer, ordinandole automaticamente in un dossier dal titolo corrispondenza privata. Le archivio con il nome del destinatario e la data. Faccio parecchi errori di ortografia, ne faccio di più oggi che quando ero ragazzo. Controllo sul Littré (celebre dizionario della lingua francese, n.d.t.) ma come tutti coloro che fanno errori di ortografia, non ci penso, non lo immagino. Credo che dovrei farne meno. Ascolto sempre musica quando lavoro a casa. La musica proviene dalla stanza accanto ed è necessario che sia a volume piuttosto alto, perché io la senta dallo studio. In città, nei caffè, per esempio, il rumore non mi dà alcun fastidio, la gente non mi disturba, e preferirò sempre un caffè affollato ad un posto deserto. Non smetto mai di sollevare il naso dal mio quaderno e di riabbassarlo, gli andirivieni non mi danno noia. Amo vedere la strada, se è possibile, guardar passare la gente e tornare al mio lavoro. Ho le dita sporche di inchiostro. Sono sempre tornato da scuola con le dita sporche di inchiostro, spesso ne avevo tracce anche in viso e ancora oggi, nonostante questa bella ed ottima penna, succede ancora. Mi capita di trovare inchiostro sui vestiti e a lungo ho asciugato la penna sui pantaloni e sulle camicie, ma mi hanno talmente rimproverato che ho smesso.
Non scrivo sempre. A volte faccio solo finta. Per due anni non ho scritto nulla. A. dice che non è vero: nega l’evidenza. Ho fatto qualche lavoretto, piccoli testi, ma in realtà non scrivevo più. Di ritorno dalla Germania, dopo la morte di G. era finita, non scrivevo più, ero a terra. Ho scritto una commedia e ho lavorato a un copione con un’altra persona, ma non era scrivere, era svolgere un compito. Tecnica e mestiere. Facevo il regista. Non ho mai smesso di scrivere il Diario, come un automa gli ho dedicato forse ancora più tempo, mi sedevo nei caffè e tenevo il mio piccolo registro di bordo, e per non affogare definitivamente ho tentato anche di mettere in bella i quaderni vecchi. Ogni giorno ho ricopiato con calma le pagine degli anni precedenti. Forse le cose capiteranno ancora senza troppa violenza, si pensa questo, non lo so. Si può scrivere senza scrivere, barare, ma anche restare là in silenzio, inutili e impotenti. Qualche testo fondamentale prende forma nella testa senza nessuna voglia di vederlo sulla carta, senza alcun desiderio di darlo che a se stessi.

© Les Solitaires Intempestifs - Estratto di un testo scritto per i “Cahiers deProspero” (n° 2, 1994), ripreso all’interno di Du luxe et de l’impuissance.

Affermare il rifiuto di avere paura

Accettare di guardare dentro di sé per guardare il Mondo, non straniarsi, ma collocarsi là, nel bel mezzo dello spazio e del tempo, avere il coraggio di cercare nel proprio spirito, nel proprio corpo, le tracce di tutti gli altri uomini, ammettere di vederle, ricevere nella propria esistenza i due o tre barlumi di vita di tutte le altre vite, accettare di conoscere, correndo il rischio di distruggere le proprie personali certezze, cercare e rifiutare pertanto di trovare e andare in giro indifesi, rischiando di non essere capiti, con il pericolo della presa in giro o dell’insulto, esporsi, camminare senza preoccupazione e affermare questo rifiuto di avere paura come il primo impegno.

© Les Solitaires Intempestifs - Estratto di un testo scritto per il calendario della stagione 1994/1995 del Théâtre de la Roulotte, ripreso all’interno di Du luxe et de l’impuissance.

Farò questo quando tornerò

Mi pongo degli obiettivi, prendo delle decisioni, mi incoraggio, cose così, mi incoraggio come ho sempre fatto, a non guardare troppo indietro, a rifiutare, ad ammettere, adesso, che ciò che è perso è perso e non tornerà più.
Ammettere l’idea, semplicissima e molto rassicurante, gioiosa, è questo quello che voglio dire, gioiosa, sì, l’idea che tornerò, che avrò un’altra vita dopo questa, nella quale sarò lo stesso, nella quale avrò più fascino, nella quale camminerò la notte per le strade con ancora maggiore sicurezza rispetto al passato, nella quale sarò un uomo molto libero e molto felice.
Un’idea frequente, automatica, quasi pronunciata ad alta voce “Farò questo quando tornerò...”
Un’idea gioiosa, molto rassicurante e perfettamente ancorata al mio spirito, con un solo timore, un po’ stupido, il solo timore di risvegliarmi, come ci si risveglia dal mal di denti, e, alla fine, avere paura e mettersi a gridare all’improvviso, come farebbe un bambino, terrorizzato, in modo inopportuno, dopo la scomparsa del pericolo.

© Les Solitaires Intempestifs - Estratto da L’Apprentisage. In Trois récits.

L’illusione comica

Nella cornice della “grotta magica”, il palcoscenico oscuro, questo buco profondo dove lo spettatore, prima che inizi lo spettacolo, non vede niente, non indovina niente, nella scatola che abbiamo di fronte a noi, possono apparire i “fantasmi effimeri”, gli uomini e le donne, gli attori, senza che si sappia, che si possa sapere o immaginare se essi diranno il vero o il falso, diranno sempre, in fin dei conti, il falso e nient’altro.
Si tratta solo di ammettere il pericolo di non tornare mai più alle nostre certezze. Di non aver paura e di guardare noi stessi nelle luci tremolanti della scena e nelle incertezze della nostra concentrazione.
Camminare a passi misurati, nella fragilità della luce che separa il sogno dalla veglia, la platea dal palcoscenico, il sole della Turenna da una grotta oscura come quella di Platone. Forse oltrepassare la nostra stessa immaginazione, entrare nel nostro romanzo, attraversare quel confine dove gli spettatori si voltano per diventare, di faccia, nella luce, attori del racconto.
Dalla magia iniziale, solo un colpo di bacchetta magica, il passaggio da un mondo all’altro, si costruisce il teatro e si dimenticano gli spettatori, l’apparenza costruita, meditata, l’opera d’arte elaborata, nell’illusione spontanea, nata dalla creatività più segreta.
E, come un libro nel quale si potrebbe entrare, superare il prologo come se si oltrepassasse il proscenio del teatro, introdursi nella storia come se ci si addentrasse sul palcoscenico, muoversi nel romanzo come se si viaggiasse con il pensiero nelle parole e nelle frasi, prendere i costumi teatrali e diventare personaggi, sfilare in parata, il sogno dell’infanzia, come se si marciasse nella propria immaginazione, da esploratore e regista della propria vita, allora si potrebbe recitare, e si direbbe il vero più vero del vero.
E quando arriverà la rassicurazione nella quale si spegne il sogno e nella quale i morti si alzano e gli attori salutano, e quando arriverà la pace delle emozioni, quando riprenderanno il loro corso, resterà, ancora, come un leggero dolore, una piccola morte, il ricordo di questo tempo fittizio, e la speranza inconfessata che questa nuova vita sia l’inizio di un altro spettacolo, l’ingresso in un altro sogno, più grande degli altri e che li comprenda tutti, all’infinito, sempre.

© Les Solitaires Intempestifs - Estratto da un testo scritto per il progetto di messa in scena dell’Illusione comica di Corneille, ottobre 1993, ripreso in Traces incertaines.

Essere un amatore (un “dilettante”, n.d.t.)

Essere un amatore, “colui che ama”, un autore amatore. E amare ancora l’essere amatore. Pedone e allo stesso tempo amante delle passeggiate, è possibile. Non dire la parola “professionista della scrittura”, guardarsene bene, prendersi questo rischio. Pazienza. Fuggire quando vi parlano di scrittura come mestiere senza curarsi di ogni logica e negare davanti ai “doganieri” o ai “riduttori di teste”. Scrivere per se stessi, senza saperlo, e per due o tre altre persone, talvolta per una, e soltanto dopo, per vigliaccheria o per sciupare le cose o per sbarazzarsene o, più probabilmente, per obbligarsi ad accettarle, nero su bianco, confessarle agli altri, tutti gli altri, darle da leggere, perdere il pudore, lasciarle scappare e diffondersi. Farne un mestiere.
Scrivere invece di amare, come forma d’amore, o per amare di più e fare di questa forma d’amore un mestiere come un altro. Che ha un nome.
Parlare molto, scrivere enormemente e lungamente per evitare, nel silenzio, di essere interrogati. Confessare tutto per evitare le domande.
Burlarsene anche. Una parola per un’altra, cosa cambia? Scrivere spesso “cosa cambia”? Pensarlo veramente. Le cose essenziali sono senza importanza, e reciprocità, stavo per dimenticarlo.

© Les Solitaires Intempestifs - Testo commissionato a Jean-Luc Lagarce da Théâtre Ouvert in occasione di un “Parcours d’auteur” di tre settimane con un itinerario attraverso l’opera di Eugène Durif, Jean-Luc Lagarce e Armando Llamas, marzo 1990.

Foto di prova

Gli attori, a volte l’ho stupidamente dimenticato, gli attori ascoltano. Foto di prova. Mentre lavorano, ascoltano, questo ascolto teso verso due o tre parole, perdute a metà discorso, un dettaglio solo per riprendere, ricominciare, essere pronti a seguire la battuta, cercare di essere all’interno della mia storia, essere più vicini a ciò che io stesso ignoro, sforzandosi di trovare in se stessi il segreto.

© Les Solitaires Intempestifs - Didascalia di una foto della mostra Obscène di Lin Delpierre (1992). La didascalia integrale è riprodotta in Un ou deux reflets dans l’obscurité.

Dobbiamo difendere i luoghi della creazione

Dobbiamo difendere i luoghi della creazione, i luoghi del lusso del pensiero, i luoghi del superficiale, i luoghi dell’invenzione di ciò che ancora non esiste, i luoghi dove ci si interroga sul passato, i luoghi dove ci si pone delle domande. Sono le nostre belle proprietà, le nostre case, di tutti e di ognuno di noi. Gli edifici impressionanti della certezza definitiva non ci mancano, smettiamo di costruirli. Anche la commemorazione può essere viva, anche il ricordo può essere allegro o terribile. Il passato non deve essere sempre sussurrato, non deve camminare a passi felpati. Noi abbiamo il dovere di fare rumore.
Dobbiamo conservare al centro del nostro mondo il luogo delle nostre incertezze, il luogo delle nostre fragilità, delle nostre difficoltà di parlare e ascoltare. Dobbiamo mantenere i nostri dubbi e resistere così, nel dubbio, ai discorsi violenti o affabili dei “perentori professionisti”, delle logiche economiste, di chi consiglia non essendo direttamente in causa, di chi cerca un utile immediato, dei capaci e dei furbi, tutti nostri signori, con il nostro consenso.
Non possiamo accontentarci della nostra buona o cattiva coscienza davanti alla barbarie degli altri, la barbarie è insita in noi, chiede solo di devastarci, esplodere nella profondità della nostra anima e piombare sull’Altro. Dobbiamo rimanere vigili davanti al mondo e, per rimanere vigili davanti al mondo occorre essere vigili davanti a noi stessi.
Dobbiamo sorvegliare il male e l’odio che ci nutre segretamente, senza saperlo, senza volerlo sapere, senza nemmeno osare immaginarlo, l’odio sotterraneo, silenzioso, che attende il momento giusto per divorarci e servirsi di noi per divorare nemici innocenti. I luoghi dell’Arte possono allontanarci dalla paura e quando noi abbiamo meno paura, siamo meno cattivi.

© Les Solitaires Intempestifs - Estratto da un editoriale scritto per il programma della stagione 1993/1994 del Théâtre Granit di Belfort, ripreso in Du luxe et de l’impuissance.

Del lusso e dell’impossibilità

Raccontare il Mondo, la mia parte miserabile e infima del Mondo, la parte che mi è toccata in sorte, scriverla e metterla in scena, costruirne con fatica, una volta ancora, la luce, la durata, esprimerne con lucidità l’evidenza. Mostrare in teatro la forza perfetta che ci afferra a volte, quella, precisamente quella, gli uomini e le donne, tali quali sono, la bellezza e l’orrore dei loro cambiamenti e la malinconia che subito li prende quando quella bellezza e quell’orrore svaniscono, fuggono e cercano di distruggersi da sé, terrorizzati dai propri demoni.

© Les Solitaires Intempestifs - Estratto di un testo scritto per la “Revue d’esthétique” (n°26, luglio 1994), ripreso all’interno di Du luxe et de l’impuissance.

La fine è nota

C’è una cosa di cui mi ricordo e che voglio ancora raccontare (dopo avrò finito).
Estate. Sono gli anni in cui sono via, nel Sud della Francia. Una notte mi perdo sulle montagne. Mi avvio lungo la ferrovia: eviterò i tornanti della strada, il percorso sarà più breve; soprattutto so che la ferrovia passa vicino alla casa dove vivo.
Di notte non passano treni, non corro rischi e riuscirò a orientarmi. Imbocco un gigantesco viadotto che domina una vallata di cui indovino al chiaro di luna i contorni; cammino da solo nella notte, sospeso nel vuoto, a pari distanza dal cielo e dalla terra. Ciò che penso – qui volevo arrivare – è che dovrei lanciare un grido grande, bello, un lungo grido di gioia che risuonerebbe in tutta la valle, dovrei regalarmi quella felicità, urlare una buona volta. Ma non lo faccio, non l’ho fatto.
Mi rimetto in cammino, con il solo rumore dei miei passi sulla ghiaia.
Sono queste le mancanze che rimpiango.

Settembre 1995

© Les Solitaires Intempestifs
Jean-Luc Lagarce, il progetto di Luca Ronconi



L'atteso testo di Jean-Luc Lagarce "I pretendenti" andrà in scena dal 27 gennaio prossimo al Piccolo Teatro Studio con la regia di Carmelo Rifici (prima per la stampa 28 gennaio). Lo ha deciso Luca Ronconi, ideatore del Progetto Lagarce, che ha affidato al giovane regista (già presente nella stagione del Piccolo con un altro spettacolo) la messa in scena del testo dell'autore contemporaneo francese attualmente più rappresentato e amato, ma ancora sconosciuto in Italia. Ronconi, convalescente dopo un intervento chirurgico, sovrintende all'intero progetto Lagarce, che prevede, nella primavera 2009, la messa in scena di un secondo spettacolo, "Giusto la fine del mondo".
Ufficio Stampa tel. 02 72333 212 – fax 02 72333 311 – piccolo.stampa@piccoloteatromilano.it


COMUNICATO STAMPA


La storia della bambola abbandonata di Giorgio Strehler
al Piccolo Teatro Studio dal 2 al 21 dicembre 2008

Andrea Jonasson e una compagnia di bambini raccontano la favola di Sastre e Brecht


Dopo una breve anteprima milanese al Teatro Ringhiera, La storia della bambola abbandonata torna al Piccolo per quasi un mese di repliche che accompagneranno le famiglie fino a Natale. Lo spettacolo, nato da un’idea di Strehler e ripreso da Andrea Jonasson, sarà al Teatro Studio dal 2 al 21 dicembre 2008 e vedrà recitare, accanto all’attrice, bambini delle elementari preparati attraverso laboratori teatrali. Mentre a Milano, infatti, verrà riproposta la compagnia di bambini della scorsa stagione, nelle tappe della tournée italiana dello spettacolo – Gallarate, Salerno, Recanati, Piacenza e Chieti – sono stati avviati laboratori per la formazione, in loco, dei piccoli interpreti.
Lo spettacolo, dal forte impatto etico, pone una domanda fondamentale: le cose sono di chi le lavora, di chi le migliora, di chi le ama e le difende oppure di chi le ha ricevute senza aver fatto nulla per conquistarle?
Paca e Lolita sono due bambine coetanee. Paca trova nell’immondizia una vecchia bambola malandata, gettata via dalla ricca e viziata Lolita. La prende con sé e, con l’aiuto di alcuni amici, la ripara. Lolita, indispettita nel vedere il suo vecchio giocattolo tornato come nuovo nelle mani di un’altra ragazzina, rivuole indietro la bambola. Come risolvere la lite?
Nella fiaba moderna si innesta il racconto brechtiano del Cerchio di gesso del Caucaso, in cui due donne si contendono, questa volta, un bambino, abbandonato dalla ricca madre naturale e allevato con amore dalla povera serva Gruscia. Sarà un giudice a decidere se debba prevalere la legge del sangue o quella dell’amore.

Lo spettacolo è dedicato a Luciano Damiani inventore di sogni.

LA SCHEDA

Piccolo Teatro Studio (via Rivoli 6 – M2 Lanza) - dal 2 al 21 dicembre 2008
La storia della bambola abbandonata
di Giorgio Strehler
da Alfonso Sastre e Bertolt Brecht
regia Giorgio Strehler
ripresa da Andrea Jonasson
scene e costumi originali Luciano Damiani
luci Gerardo Modica
musiche Fiorenzo Carpi a cura di Giulio Luciani
movimenti mimici Marise Flach




Personaggi Interpreti
La venditrice di palloncini/Il cantastorie Andrea Jonasson
Grusa Chiara Claudi
Lo straccivendolo/Il governatore/Il giudice Azdak Riccardo Ballerini
Il ciabattino Alberto Onofrietti/Tommaso Minniti
Il portiere/il Primo Soldato Francesco Guidi
La Governatrice Camilla Zorzi
Paca Sophie Ceccato/Carola Stella De Mitri,
Daniela Pulerà/Francesca Pulerà
Lolita Anastasia D’Aiello/Elisabetta De Savino,
Sofia Guaitamacchi/Giulia Ley,
Beatrice Petrillo
Il secondo soldato/ L’Ombra Paolo Garghentino
Il terzo soldato/ L’Ombra Eugenio Olivieri
I musicisti Anna Grazia Anzelmo, Alessandro Virzi,
Francesco Zaccaria
I bambini della strada Carlo Apollo Giorgia Carella,
Ludovica Apollo Edoardo Carella
Manuel Correzzola Marco Dehò
Camillo Grillo Letizia Maria Dehò
Caterina Grillo Eleonora Lunghi
Martino Grillo Federico Riva
Filippo Panzeri Maria Francesca Riva
Giulia Panzeri Riccardo Pescini
Giorgia Pasini Filippo Zini

Produzione Piccolo Teatro di Milano - Teatro d'Europa
in collaborazione con Teatro Marrucino di Chieti, Teatro delle Arti di Gallarate,
Teatro Gioco Vita di Piacenza, Teatro Persiani Comune di Recanati, Teatro Pubblico Campano
e Accademia d'Arti e Mestieri dello Spettacolo Teatro alla Scala

Le foto di scena sono di Marcello Norberth

Orari
da martedì a giovedì ore 10.30; venerdì ore 10.30 e 20.30; sabato ore 19.30; domenica ore 16. Lunedì riposo.
Martedì 2 dicembre ore 19.30.
Sabato 6 dicembre riposo.
Lunedì 8 dicembre ore 16.

Durata un’ora e ‘40

Prezzi platea 24,50 euro, balconata 21,50 euro. Prezzi speciali su www.piccolocard.it


Biglietteria telefonica 848800304 (chiamata ad addebito ripartito – a tariffa urbana)
www.piccoloteatro.org



Milano, 26 novembre 2008
Ufficio Stampa tel. 02 72333 212 – fax 02 72333 311 – piccolo.stampa@piccoloteatromilano.it


COMUNICATO STAMPA

“Manca solo la domenica” al Piccolo Teatro Studio dall’11 novembre

LiciaMaglietta
sposa infelice, vedova immaginaria

Con Manca solo la domenica, al Teatro Studio, dall’11 al 30 novembre 2008 (‘prima’ per la stampa, mercoledì 12 novembre), il Piccolo torna ad ospitare una produzione di Teatri Uniti di Napoli, dopo lo straordinario successo di Sabato, domenica e lunedì e delle False confidenze e dopo la fortunata coproduzione della Trilogia della villeggiatura in tournée a Berlino dai primi giorni di novembre. E torna ad accogliere, dopo Toni Servillo, un’altra grande interprete napoletana, in questa occasione in veste anche di regista, Licia Maglietta

Ambientato in una Sicilia senza tempo, lo spettacolo mette in scena una figura insieme mitica e reale, quella di una donna, Borina, all’anagrafe Liboria Serrafalco sposata Liuzzo, immaginaria e devotissima vedova di sei defunti sconosciuti che sceglie per sé quali indimenticati mariti “adottivi”. Le inconsapevoli spoglie di questi uomini diventano oggetto di un rito quotidiano che la donna dedica ad essi con puntuali visite in cui adorna di rose baccarà le loro lastre tombali.
E’ il modo con cui rifiuta la frustrazione di un amore mancato, di un rapporto infelice, alla ricerca di sentimenti e passioni forti.

Frammenti poetici e un tessuto musicale, creato ed interpretato dal fisarmonicista Vladimir Denissenkov, attraverso cui rappresentare l’intemperante esuberanza della vita, restituita non senza amarezza, ma con sguardo sorridente e commosso. Borina rifiuta il suo status di “maritata”, ripudia nella mente e nelle azioni il suo uomo, incapace di toccarla nell’intimo dei sentimenti e mancante nel suscitarne passioni.

La storia è tratta dal racconto di Silvana Grasso Pazza è la luna e segna una nuova tappa nel percorso della Maglietta, interprete consacrata anche dal successo cinematografico (vincitrice del David di Donatello come miglior attrice protagonista in ‘Pane e tulipani’ di Silvio Soldini e più recentemente voce della madre in “Persepolis” film d’animazione di Vincent Paronnaud e Marjane Satrapi), che da qualche tempo indirizza la sua ricerca sulle possibilità di incarnare figure femminili mediate dalla grande letteratura d’ogni tempo e nazionalità. Donne scelte per la loro forza e intensità .

“Esistono amori che non danno la felicità - dichiara la Maglietta - ma....se ne possono vivere altri! Andare lontano dalla propria casa. Fantasticare una vita di sentimenti amorosi e luttuosi. Desiderare passioni, amori e soprattutto uno status, riconosciuto da tutti, da poter portare dipinto sulla faccia come una voglia di fragola. E se la realtà le impedisce di continuare a vivere tutto questo Borina non se ne preoccupa: pianifica. Come una straordinaria attrice dal lunedì al sabato accanto alla sua vita piatta e prevedibile come quella di tutto il paese, ne affianca un’altra fatta di tournée in altri luoghi nel suo ruolo di vedova.
L’unico cruccio - conclude l’attrice - resta la domenica. Sì, manca solo la domenica...”.





LA LOCANDINA


Piccolo Teatro Studio (via Rivoli 6, M2 Lanza) – dall’11 al 30 novembre 2008
Manca solo la domenica

di Silvana Grasso
scene e regia Licia Maglietta
con Licia Maglietta, Vladimir Denissenkov
costumi Katia Esposito
luci Cesare Accetta
suono Daghi Rondanini
Produzione Teatri Uniti

Orari: martedì e sabato ore 19.30; mercoledì, giovedì e venerdì ore 20.30; domenica ore 16. Lunedì riposo.

Prezzi: platea 24,50 euro, balconata 21,50 euro.
Prezzi speciali su www.piccolocard.it

Durata un’ora e ‘10

Biglietteria telefonica 848800304 (chiamata ad addebito ripartito – a tariffa urbana)

www.piccoloteatro.org



Milano, 6 novembre 2008
Ufficio Stampa tel. 02 72333 212 – fax 02 72333 311 – piccolo.stampa@piccoloteatromilano.it

COMUNICATO STAMPA

Dopo “Camillo Olivetti - Alle radici di un sogno”
“Adriano Olivetti” dal 4 al 9 novembre al Piccolo Teatro Studio

Laura Curino continua a raccontare
il “sogno olivettiano”

Dopo le due settimane di repliche di Camillo Olivetti – Alle radici di un sogno, dal 4 al 9 novembre al Piccolo Teatro Studio sono ancora di scena la vita e le imprese della famiglia Olivetti. Se Camillo era l’inventore geniale, fondatore della prima fabbrica italiana di macchine da scrivere e ideatore della mitica “Lettera 22”, Adriano fu il manager illuminato e sostenitore di un'industria dal volto umano e di un’economia fonte di progresso anche sociale e intellettuale. Laura Curino e Gabriele Vacis continuano il racconto dell’avventura umana e professionale di una delle dinastie italiane più creative e lungimiranti, attraverso una paziente ricerca un passato illustre, quando Ivrea era la culla di un sogno urbanistico, culturale e civile unico in tutta Europa.
“Quando cominciai a lavorare allo spettacolo Adriano Olivetti quel che mi colpiva di più era il sentimento della dimenticanza di Ivrea. La città svaniva. Eppure era vivido per me il ricordo di quando, bambina, credevo che Ivrea fosse grande come Torino, forse anche di più, tanto se ne parlava. Così ho pensato ad un testo sulla dimenticanza che spera di essere scintilla di memoria collettiva.”

“E del resto la dimenticanza sembrava caduta in tutta Italia: chi parlava più di fabbriche belle, di città a misura d’uomo, di rispetto del territorio, di tecnologia al servizio del benessere?
Chi si ricordava di un luogo dove pittori, artisti, poeti dirigevano un’azienda?
Chi citava più un uomo, Adriano Olivetti, che aveva chiamato Le Corbusier per creare le case per gli operai, che costruiva fabbriche fra gli alberi, che aveva inventato l’urbanistica, il design, la psicologia del lavoro?…
E’ il racconto epico di un’avventura, e in quanto tale avvincente, pieno di colpi di scena, di prove da superare, di lotte, di amori, di eroi. La cosa più straordinaria è che è…tutto vero”
Laura Curino
LA SCHEDA
Piccolo Teatro Studio (via Rivoli 6 – M2 Lanza) – dal 4 al 9 novembre 2008
Adriano Olivetti
di Laura Curino e Gabriele Vacis
con Laura Curino, Mariella Fabbris, Lucilla Piagnoni
regia Gabriele Vacis
scenofonia – luci Roberto Marasco, collaborazione all’allestimento Lucio Diana
produzione Fondazione Teatro Stabile di Torino in collaborazione con Associazione Culturale Muse

Orari: martedì e sabato ore 19.30; mercoledì, giovedì e venerdì ore 20.30; domenica ore 16. Lunedì riposo.
Prezzi: platea euro 24,50, balconata euro 21,50 - Prezzi speciali su www.piccolocard.it
Durata un’ora e ’20 senza intervallo
Biglietteria telefonica 848800304 - www.piccoloteatro.org

Milano, 30 ottobre 2008
Ufficio Stampa tel. 02 72333 212 – fax 02 72333 311 – piccolo.stampa@piccoloteatromilano.it


COMUNICATO STAMPA


“Camillo Olivetti - Alle radici di un sogno” dal 21 ottobre al 2 novembre
e “Adriano Olivetti” dal 4 al 9 novembre al Piccolo Teatro Studio

Il “sogno olivettiano” raccontato da Laura Curino


Dal 21 ottobre al 9 novembre al Piccolo Teatro Studio sono di scena la vita e le imprese di Camillo e Adriano Olivetti. Il primo, l’inventore geniale, fondatore della prima fabbrica italiana di macchine da scrivere che prese il suo nome. Da questa nacque la mitica “Lettera 22”, compagna di grandi giornalisti, fra tutti Indro Montanelli. Il secondo, Adriano, manager illuminato e sostenitore di un'industria dal volto umano e di un’economia fonte di progresso anche sociale e intellettuale. Laura Curino e Gabriele Vacis hanno dedicato a queste due figure due diversi spettacoli, recuperando attraverso una paziente ricerca un passato illustre, quando Ivrea era la culla di un sogno urbanistico, culturale e civile unico in tutta Europa. E l’hanno fatto partendo dai ricordi di quei bambini che negli anni 60 sognavano la colonia estiva Olivetti, luogo umano e accogliente, come se fosse il Paradiso.
“Con l’aiuto di biografie, interviste, testi letterari – spiega Laura Curino - ho ricostruito la vita, le figure che ruotano attorno, l’ambiente e le imprese. In Camillo Olivetti, alle radici di un sogno ho affidato le voci narranti a due personaggi fondamentali: la madre, Elvira Sacerdoti, e la moglie, Luisa Revel. Queste due donne sono state le protagoniste silenziose della formazione e della realizzazione del sogno olivettiano. Mi è sembrato giusto riportare la loro voce in primo piano. Quando cominciai a lavorare allo spettacolo Adriano Olivetti quel che mi colpiva di più era il sentimento della dimenticanza di Ivrea. La città svaniva. Eppure era vivido per me il ricordo di quando, bambina, credevo che Ivrea fosse grande come Torino, forse anche di più, tanto se ne parlava. Così ho pensato ad un testo sulla dimenticanza che spera di essere scintilla di memoria collettiva.”
“E del resto la dimenticanza sembrava caduta in tutta Italia: chi parlava più di fabbriche belle, di città a misura d’uomo, di rispetto del territorio, di tecnologia al servizio del benessere?
Chi si ricordava di un luogo dove pittori, artisti, poeti dirigevano un’azienda?
Chi citava più un uomo, Adriano Olivetti, che aveva chiamato Le Corbusier per creare le case per gli operai, che costruiva fabbriche fra gli alberi, che aveva inventato l’urbanistica, il design, la psicologia del lavoro?…
E’ il racconto epico di un’avventura, e in quanto tale avvincente, pieno di colpi di scena, di prove da superare, di lotte, di amori, di eroi. La cosa più straordinaria è che è…tutto vero” Laura Curino

In occasione dei due spettacoli, venerdì 24 ottobre alle 17.30, al Piccolo Teatro Studio si terrà l’incontro “Olivetti: cento anni di passioni. Polifonia sull’impresa”. Intervengono Carlo De Benedetti, Giulio Ballio e Ferruccio de Bortoli; moderano Nerio Nesi e Laura Curino. L’ingresso è libero. Al mattino, al Teatro Gobetti di Torino alle 11 si svolgerà un incontro sullo stesso tema, con la partecipazione di Roberto Colaninno, Gianluigi Gabetti, Gabriele Galateri di Genola, Francesco Profumo e Giulio Anselmi; moderatori Nerio Nesi e Laura Curino.





LA SCHEDA

Piccolo Teatro Studio (via Rivoli 6 – M2 Lanza) – dal 21 ottobre al 2 novembre 2008
Camillo Olivetti. Alle radici di un sogno
di Laura Curino e Gabriele Vacis
con Laura Curino
regia Gabriele Vacis
produzione Fondazione Teatro Stabile di Torino
in collaborazione con Associazione Culturale Muse

Piccolo Teatro Studio (via Rivoli 6 – M2 Lanza) – dal 4 al 9 novembre 2008
Adriano Olivetti
di Laura Curino e Gabriele Vacis
con Laura Curino, Mariella Fabbris, Lucilla Piagnoni
regia Gabriele Vacis
scenofonia – luci Roberto Tarasco
collaborazione all’allestimento Lucio Diana
produzione Fondazione Teatro Stabile di Torino
in collaborazione con Associazione Culturale Muse




Orari: martedì e sabato ore 19.30; mercoledì, giovedì e venerdì ore 20.30; domenica ore 16. Lunedì riposo.
Lo spettacolo partecipa alla Festa del Teatro:
venerdì 24, sabato 25 e domenica 26 ottobre, biglietti a 3 euro.

Prezzi speciali su www.piccolocard.it

Prezzi: platea euro 24,50, balconata euro 21,50

Durata un’ora e ’45 senza intervallo

Biglietteria telefonica 848800304 (chiamata ad addebito ripartito – a tariffa urbana)
www.piccoloteatro.org

Milano, 16 ottobre 2008
Ufficio Stampa tel. 02 72333 212 – fax 02 72333 311 – piccolo.stampa@piccoloteatromilano.it

COMUNICATO STAMPA

Al Piccolo Teatro Studio, dall’8 al 19 ottobre

Ritter/Dene/Voss: un Bernhard
per la “meglio gioventù” del teatro italiano

Massimo Popolizio, Maria Paiato, Manuela Mandracchia
diretti da Piero Maccarinelli, nei panni di tre tragicomici fratelli

Al Piccolo Teatro Studio, dall’8 al 19 ottobre “un Bernhard per la mia generazione”: così Piero Maccarinelli definisce Ritter/Dene/Voss, lo spettacolo del quale cura la regia, prodotto dal Teatro di Roma e che vede insieme in scena Massimo Popolizio, Maria Paiato, Manuela Mandracchia
Tra i massimi autori della letteratura contemporanea non solo di lingua tedesca, Thomas Bernhard scrive la piéce nel 1984. Il titolo deriva dai cognomi di tre grandi attori della compagnia di Claus Peymann (regista e direttore artistico di prestigiosi teatri tedeschi, tra cui il celebre Berliner Ensemble brechtiano) - Ilse Ritter, Kirsten Dene e Gert Voss - che, in realtà, nulla hanno a che vedere con i reali protagonisti dell’opera.
Ritter, Dene e Voss sono infatti tre surreali, tragicomici fratelli, protagonisti di una vicenda al limite della follia: Ritter e Dene, attrici, sono in attesa del fratello Voss, “filosofo”, autore di un trattato di logica, la cui figura allude a Ludwig Wittgenstein. Voss si è fatto volontariamente rinchiudere nel manicomio di Steinhof e saltuariamente viene convinto a ritornare a casa dalla sorella Dene, contro il parere di Ritter.
Lo spettacolo racconta l’attesa di Voss, il suo arrivo a casa e gli eventi che ne conseguono.
“Il grande austriaco”, spiega Maccarinelli, “l’ho sempre affrontato con gli attori più prestigiosi della generazione dei mostri sacri. Gianrico Tedeschi e il suo splendido Riformatore del mondo (1996), la grande indimenticabile Valeria Moriconi e la sua terribile madre in Alla meta (1987) e la sua acida e grottesca gigantesca Clara di Prima della pensione (2001). Tutti grandi attori”, prosegue il regista, “che, per usare un termine caro a Bernhard, sanno di sangue, sudore e stallatico, perché questo credo sia il segreto del genio austriaco: scrivere testi solo apparentemente alti o gelidi che riescono a innervarsi e a diventare capolavori anche grazie al sangue, al sudore e allo stallatico degli attori che gli danno vita, passando da vertici filosofici alle contaminazioni più basse e sordide proprio come nella vita. Ecco perché”, conclude, “ritengo per me doveroso affrontare questo Bernhard generazionale dove Ritter, Dene e Voss, i tre fratelli-attori, in un gioco al massacro dissacrante e lucido, prenderanno vita grazie alle voci e ai corpi di tre fra i migliori attori della mia generazione: Maria Paiato, Manuela Mandracchia e Massimo Popolizio, alla ricerca costante di quello stesso sangue sudore e stallatico che, con rigore, gli attori che li hanno preceduti hanno saputo trovare”.

LA SCHEDA

Piccolo Teatro Studio (via Rivoli 6 – M2 Lanza) – dall’8 al 19 ottobre 2008
Ritter/Dene/Voss
di Thomas Bernhard, traduzione Eugenio Bernardi, regia Piero Maccarinelli
scene Carmelo Giammello, costumi Gianluca Sbicca, musiche Paolo Terni
con Massimo Popolizio, Maria Paiato, Manuela Mandracchia
produzione Teatro di Roma
foto di scena di Serafino Amato

Orari: martedì e sabato ore 19.30; mercoledì, giovedì e venerdì ore 20.30; domenica ore 16. Lunedì riposo.
Domenica 12 ottobre, ore 16.00 e 20.30.
Prezzi: platea euro 32; balconata euro 25,50. Prezzi speciali su www.piccolocard.it - Durata: 2 ore e ‘15
Biglietteria telefonica 848800304 - www.piccoloteatro.org
Milano, 6 ottobre 2008
Ufficio Stampa tel. 02 72333 212 – fax 02 72333 311 – piccolo.stampa@piccoloteatromilano.it

COMUNICATO STAMPA

Lunedì 6 ottobre, ore 20.30, al Piccolo Teatro Studio

“La mia Primavera di Praga”

Quarant’anni dopo, una serata con Jitka Frantova e Daniele Salvo

Quarant’anni fa la “Primavera di Praga”: lunedì 6 ottobre, a quasi mezzo secolo di distanza, Jitka Frantova, attrice praghese e moglie di Jiri Pelikan, diretta da Daniele Salvo, racconta la “sua” primavera. Nel gennaio 1968 la Cecoslovacchia visse un breve periodo di riforme stroncato nel sangue il 20 agosto dello stesso anno dall’invasione sovietica. Sul palcoscenico del Piccolo Teatro Studio, per un un’unica serata, va in scena “La mia Primavera di Praga”, uno spettacolo che ricorda quelle tragiche vicende e rende omaggio alla personalità morale di Pelikan, uomo politico di spicco in quel tormentato periodo. Esiliato in Italia continuò a battersi in prima linea, con le armi del rigore intellettuale e della volontà, contro l’invasione dei carri armati sovietici e per il ripristino delle libertà democratiche nella Cecoslovacchia governata dal regime comunista. E’ una storia narrata attraverso la lente della memoria personale. Dai ricordi di Jitka Frantova emerge un’epoca che non dovrebbe essere dimenticata, la storia di due testimoni che incrociarono i loro destini umani e civili in anni cruciali per il futuro dell’Europa. Lo spettacolo è accompagnato da immagini autentiche in parte inedite.
“La proposta di questa serata”, dichiara Daniele Salvo, “vuole essere un piccolo gesto ‘umano’ per ricordare una persona che non c’è più, Jiri Pelikan, ed un periodo storico archiviato troppo in fretta. Attenzione però: questo lavoro non vuol essere un atto d’accusa di stampo politico o un atto di schieramento ideologico. Il teatro non è la sede giusta per fare propaganda politica. Ho cercato di presentare gli eventi”, prosegue il regista, “nel modo più fedele possibile, per ricordare una storia che dovrebbe fare riflettere tutti noi in questi anni di mediocrità assoluta e di spaventoso vuoto di intenti e necessità.


LA SCHEDA

Piccolo Teatro Studio (via Rivoli 6 – M2 Lanza) – 6 ottobre 2008, ore 20.30
La mia Primavera di Praga
di e con Jitka Frantova, regia Daniele Salvo
elaborazione immagini video Giandomenico Musu, musiche originali Marco Podda
scene Barbara Tomada, costumi Mario Pisu, luci Christian Sorci
sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica
con il Patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali
con il Patrocinio del Ministero degli Affari Esteri
e con il Patrocinio dell’Ambasciata della Repubblica Ceca e Ambasciata della Repubblica Slovacca
in occasione del 40° Anniversario della “Primavera di Praga”
una produzione Fahrenheit 451 Teatro



Prezzi: platea euro 24,50, balconata euro 21,50

Biglietteria telefonica 848800304 (chiamata ad addebito ripartito – a tariffa urbana)
www.piccoloteatro.org

Milano, 2 ottobre 2008
IPNOS

CON LA SCUOLA DI BALLO DELL’ACCADEMIA TEATRO ALLA SCALA
COREOGRAFIA: DAVIDE BOMBANA
MUSICHE: RICCARDO NOVA - OLIVIER MESSIAEN
VIOLONCELLO: FRANCESCO DILLON
MRIDANGAM: B.C. MANJUNATH

MILANO, PICCOLO TEATRO DI MILANO TEATRO D’EUROPA - TEATRO STUDIO
2-4 OTTOBRE 2008

COMUNICATO STAMPA

L’Accademia Teatro alla Scala continua la feconda collaborazione con il Piccolo Teatro di Milano presentando dal 2 al 4 ottobre 2008 al Teatro Studio una nuova creazione, Ipnos, con la coreografia di Davide Bombana e le musiche di Riccardo Nova con gli allievi degli ultimi anni della celebre Scuola di Ballo, diretta da Frédéric Olivieri, coinvolti in un’esperienza formativa di straordinario livello.

Ipnos è uno spettacolo che trae ispirazione da molteplici sensazioni olfattive che rimandano a tutta una serie di suggestioni e percezioni, raccolte in una sequenza di quadri.
Davide Bombana nella sua coreografia ha voluto restituire, seppure in maniera astratta, queste sensazioni, sottolineando la sensualità legata all’olfatto come senso connesso all’attrazione fisica e spirituale. Una sensualità che si esprime e viene animata, sia nelle musiche originali di Riccardo Nova sia nei passi di danza, anche dall’evidente richiamo all’Oriente e ad un mondo che si riconosce per l’intensità dell’afrore delle sue spezie e dei suoi incensi. Scie olfattive che appartengono alla natura rese in atmosfere dilatate e contemplative, che si rispecchiano in alcuni pezzi di Olivier Messiaen, in contrapposizione a ritmi serrati e percussivi che riproducono i miasmi e le nevrosi del mondo d’oggi. Il potere ipnotico di un odore o di un profumo viene infine evocato come elemento scatenante di ricordi di situazioni o persone.
Il suono della mridangam, tamburo bipelle, tradizionale strumento indiano e quello del violoncello si fondono in una partitura, in cui si alternano - fra montaggio digitale e musica dal vivo - elettronica, voce Sufi, percussioni e musica per archi. Seguendo i quadri dello spettacolo, vanno a comporsi delle armonie arcaiche dilatate che, come sottolinea Nova “lasciano ai ballerini lo spazio necessario ad una gestualità lenta e sensuale a cui tuttavia si contrappone la complessità inarmonica del rumore che ormai è parte integrante dell’espressione musicale contemporanea”.

Lo spettacolo, che si avvale dei costumi disegnati e confezionati dagli allievi del Corso per Scenografi e Costumisti Realizzatori dell’Accademia Teatro alla Scala, va ad affiancare la consueta esibizione istituzionale della Scuola di Ballo, che verrà ospitata al Teatro Strehler dal 4 al 9 aprile 2009.


Giovedì 02 Ottobre 2008 ore 15:00 - 20:30
Venerdì 03 Ottobre 2008 ore 15:00 - 20:30
Sabato 04 Ottobre 2008 ore 15:00 - 19:30

Platea:
Intero € 24,50 - Ridotto card Gio/Anz € 20,00
Balconata:
Intero € 21,50 - Ridotto card Gio/Anz € 17,00

Informazioni e prenotazioni
NUMERO UNICO BIGLIETTERIA 848.800.304
(max 1 scatto urbano da telefono fisso) Per chi chiama dall'estero tel. +39 02.42.41.18.89
lunedì ore 10-18.30; da martedì a sabato 9.45-19.30; domenica 10 -17. festività (solo nei giorni di
spettacolo) 10-17
COMUNICATO STAMPA

MITO SettembreMusica presenta

Giovedì 18 settembre 2008 ore 21 - Piccolo Teatro Studio, Milano
Ingresso gratuito

George Benjamin
Into the Little Hill
Un racconto lirico in due parti per soprano, contralto e ensemble di 15 musicisti

Testo originale di Martin Crimp

Ensemble Modern
Franck Ollu, direttore

Di George Benjamin, compositore e allievo di Olivier Messiaen, che non esitò a paragonarlo, sedicenne, al giovane Mozart, è la terza delle opere contemporanee in programma per il Festival MITO. In scena al Piccolo Teatro Studio, giovedì 18 alle 21, Into the Little Hill è un racconto lirico in due parti su testo originale di Martin Crimp, drammaturgo del Royal Court Theatre di Londra. La storia prende spunto, dopo tante versioni storiche, dall’inesauribile leggenda del pifferaio magico di Hamelin, una favola sugli effetti della musica, la sua magia, la sua forza incantatrice e trascinante, ma anche sui suoi rapporti sempre ambivalenti con il potere.
Il sindaco della città di Hamelin diventa qui un ministro. Un ministro tollerante, ecumenico, disposto persino ad accettare i topi della leggenda, ma la folla non è d’accordo e, in cambio del voto, pretende che elimini i topi, quella brulicante plebaglia che turba la sua tranquillità. Alla vigilia delle elezioni, quindi, vicino a sua figlia che dorme, il ministro stringe un patto con uno strano sconosciuto, un essere privo di sensi, ma con il potere di servirsi a suo piacimento dell’incantamento della musica: in cambio di una somma di denaro, quest’ultimo libererà la città dai topi. Il garante della transazione è l’innocenza dell’infanzia, la figlia del ministro.
Rieletto, non mantiene le sue promesse e tutti ne subiranno le conseguenze.
L’allestimento verrà proposto con le scene e la regia di Daniel Jeanneteau, le luci di Marie-Christine Soma, e i costumi di Olga Karpinsky.
L’esecuzione musicale è affidata all’Ensemble Modern diretto da Franck Ollu, con il soprano Anu Komsi, e il contralto Hilary Summers nelle due parti soliste dell’opera.
Into the little Hill è preceduto dall’esecuzione del brano Viola, Viola, per 2 viole, con Garth Knox e Geneviève Strosser, quest’ultimo lo ha eseguito in prima mondiale a New York, e il brano Three Miniatures, per violin con il solista Jagdish Mistry. Introduce Renato Mannheimer.
In collaborazione con Piccolo Teatro di Milano - Teatro d’Europa

Ensemble Modern
Franck Ollu, direttore
Jagdish Mistry, violino
Geneviève Strosser, Garth Knox, viola
Anu Komsi, soprano
Hilary Summers, contralto

Daniel Jeanneteau, scenografia e messa in scena
Marie-Christine Soma, collaborazione artistica e luci
Olga Karpinsky, costumi

Commissionato da Festival d’Automne à Paris con Fondazione Ernst von Siemens per la musica; Opéra national de Paris; Ensemble Modern con Fondazione Forberg-Schneider

In coproduzione: Festival d’Automne à Paris; Opéra National de Paris; Ensemble Modern
T&M; Oper Frankfurt; Lincoln Center Festival; Wienerfestwochen; Holland Festival; Liverpool Capitale Europea della Cultura 2008

Ingresso gratuito – i biglietti di ingresso saranno distribuiti un’ora prima dello spettacolo direttamente presso la sede del concerto.

Per informazioni:
Biglietteria MITO Urban Center
Galleria Vittorio Emanuele 11/12
telefono 02.36508343
(aperta tutti i giorni dalle 10.30 alle 18.30)
c.mitobiglietteria@comune.milano.it
www.mitosettembremusica.it


Biografie:

Ensemble Modern
Ensemble di spicco nello scenario internazionale di musica contemporanea, l’Ensemble Modern è stato fondato nel 1980 e dal 1985 ha sede a Francoforte. È composto da elementi provenienti da tutto il mondo e la sua programmazione rispecchia l’internazionalità e la versatilità che lo distingue: teatro, danza, videoproiezioni, musica da camera e concerti per orchestra vengono eseguiti in tutto il mondo e nei principali festival come quello del Lincoln Center Festival di New York, il Festival d’Automne a Parigi, l’Ars Musica di Bruxelles, l’Holland Festival di Amsterdam, i Festival di Lucerna, Salisburgo e Berlino. Nel 1988 viene fondata l’Ensemble Modern Orchestra (EMO), la prima orchestra al mondo ad eseguire esclusivamente musica contemporanea del XX e XXI secolo. Raggruppa musicisti da tutto il mondo, che si riuniscono una o due volte l’anno per lavorare su progetti specifici. Dal 1996 l’Ensemble Modern, in collaborazione con Society for New Music – GNM, organizza Young Talent’s Forum per compositori, musicisti e musicologi. La formazione di giovani talenti, la ricerca e l’approfondimento dello studio della musica contemporanea sono gli obiettivi principali dell’Ensemble e l’International Ensemble Modern Academy è il frutto di questa volontà; i primi corsi si terranno nell’autunno del 2003. Nel marzo del 2003 la EMO si è nuovamente riunita per eseguire una serie di concerti in onore di György Ligeti a Bruxelles, Colonia e Francoforte sotto la direzione di George Benjamin. La collaborazione con i compositori indiani continua in un ciclo di concerti che si terranno in autunno alla Casa delle Culture del Mondo a Berlino. Uno dei più importanti concerti del 2003 è sicuramente quello in Italia dedicato a Frank Zappa: a dieci anni dalla sua morte un omaggio al grande compositore dalla sua “ultima band” e l’uscita di un nuovo cd con sue musiche. L’Ensemble è sponsorizzato da: Deutsche Ensemble Akademie, Città di Francoforte, Stato dell’Hessen, Fondazione Culturale Federale Tedesca, Fondazione GEMA, GVL.


Franck Ollu, direttore

Nato a La Rochelle, Franck Ollu compie la sua formazione musicale a Parigi, studiando corno con George Barboteu e André Cazalet, e composizione con Jean-François Zygel. Nel 1990 diventa membro dell’Ensemble Modern e si trasferisce a Francoforte. Per diversi anni studia direzione d’orchestra con Jonathan Nott e nel 2000 diventa assistente dell’Ensemble InterContemporain di Parigi e dell’Ensemble Modern Orchestra diretta da Pierre Boulez. Ha diretto diverse formazioni, tra cui l’Ensemble Modern, l’Orchestre du Conservatoire de Paris, la Kammerensemble, l’Ensemble Recherche, l’Asko Ensemble, l’Ensemble Inter-Contemporain, la Queensland Symphony Orchestra, l’Ensemble Avanti, l’Elision Ensemble. Ha tenuto a battesimo le prime mondiali di diversi compositori tra cui Hans Zender, York Höller, Emmanuel Nunes, Heiner Goebbels e Wolfgang Rihm.


Anu Komsi, soprano
È un interprete versatile che spazia dal Rinascimento al contemporaneo. Il suo repertorio operistico comprende più di quaranta ruoli, che includono Lulu, Zerbinetta, Norina, L’Usignolo di Stravinsky, oltre alla sua recente performance virtuosistica in Neither di Morton Feldman. Come solista si è esibita con numerose orchestre di rilievo, diretta fra gli altri da Roger Norrington, Oliver Knussen, Sakari Oramo, Rudolf Barshai, Jucca-Pekka Saraste, George Benjamin. La sua collaborazione con Esa-Pekka Salonen è iniziata nel 1988 con la prima mondiale della sua opera Floof, seguita da trentina di repliche in tutto il mondo. La Komsi è stata recentemente nominata direttore artistico della Kokkola Opera, una nuova compagnia operistica che ha sede nella sua città natale in Finlandia, Kokkola appunto: vi ha cantato il ruolo di Susanna nelle Nozze di Figaro nel 2006 e di Rosalinda nel Pipistrello di Strauss nel 2007. I suoi impegni futuri includono nuove produzioni con Cité de la Musique, Casa da Musica di Porto, Oper Frankfurt e Alte Oper Frankfurt, oltre a una tournée con Salonen e la Los Angeles Philharmonic e al debutto con la San Francisco Symphony diretta da Oramo.


Hilary Summers, contralto
È nata nel sud del Galles e ha studiato musica alla Reading University, proseguendo poi presso la Royal Academy of Music e il National Opera Studio di Londra. Specializzata nel repertorio barocco, lavora regolarmente con molti ensemble europei che suonano su strumenti antichi, come l’Academy of Ancient Music e Christopher Hogwood, Les Arts Florissants e William Christie, The King’s Consort e Robert King, The English Concert e Andrew Manze. Profonda conoscitrice e amante appassionata della musica contemporanea, si esibisce in occasioni prestigiose come Le marteau sans maître di Boulez, eseguito in tutta Europa con la direzione del compositore e l’Ensemble Intercontemporain, la cui registrazione ha riscosso il plauso incondizionato della critica. È stata la prima interprete del ruolo di Stella in What Next di Elliott Carter alla Berlin Staatsoper, diretta da Daniel Baremboim, e del ruolo di Irma in Le Balcon di Peter Eötvös al Festival di Aix-en-Provence nel 2002. Ha registrato numerose colonne sonore per il cinema con musiche di Nyman, oltre a interpretare il ruolo principale nella sua opera Facing Goya, scritto appositamente per lei. I suoi progetti futuri prevedono esibizioni con l’Ensemble Intercontemporain diretto da Boulez al Festival di Lucerna e il debutto con l’Orchestre de Paris.
Ufficio Stampa tel. 02 72333 212 – fax 02 72333 311 – piccolo.stampa@piccoloteatromilano.it

COMUNICATO STAMPA

Settimo appuntamento con la “ Casa delle Scuole
di Teatro”, rassegna ideata da Luca Ronconi

Futurismo: un’opera da camera
tra le scuole di teatro

In scena, martedì 8 luglio, al Piccolo Teatro Studio,
“Vespe d’artificio” di Luigi Maio

La tematica futurista, che ha percorso trasversalmente la “Casa delle Scuole di Teatro” con gli spettacoli proposti dalla Scuola del Piccolo Teatro e dalla University of Toronto - College Drama Program, avrà anche una declinazione non accademica. Martedì 8 luglio, infatti, al Piccolo Teatro Studio, non andrà in scena una scuola ma un’opera da camera scritta e musicata da Luigi Maio. La performance, dal titolo “Vespe d’Artificio - Il Futurismo da Stravinskij a Petrolini”, interpretata dallo stesso Luigi Maio, nei panni del Musicattore, accompagnato al pianoforte da Enrico Grillotti, accosta estratti di partiture di Savinio e Pratella a brani originali dello stesso autore in cui “si fa il verso” a testi tipici delle composizioni e delle esecuzioni futuriste.
Attraverso stralci di Groucho Marx, Stravinskij e Poulenc, lo spettacolo si chiude con il Fortunello di Petrolini, il quale, premiato con la medaglia da Mussolini, pronunciò l’immortale ringraziamento: “E io me ne fregio!”.
Il testo di questa originale sintesi tra teatro, arti figurative e musica, creata dal poliedrico Musicattore genovese - per la quale ha vinto il Premio Arte e Cultura Ettore Petrolini - è costituito dalla storia in endecasillabi delle avanguardie teatrali e musicali del primo Novecento. Il pianista Enrico Grillotti ha il compito di dialogare attraverso le note con Maio, il quale recita, canta e interagisce con il pubblico.
“Vespe d’Artificio” è un divertissement teatral-cameristico sugli aspetti scanzonati e meno noti del Futurismo, il cui aspetto ludico e innovativo fu oscurato fatalmente dalla sinistra ombra del conflitto mondiale.
Lo spettacolo, nato nel 1998, in collaborazione con la Fondazione Mazzotta, in occasione di una mostra sul Futurismo allestita dalla Fondazione stessa, è preceduto, alle ore 20.30, da un incontro - aperto a tutti - con Gabriele Mazzotta.
La Masterclass è dedicata agli studenti universitari e alle scuole di teatro.


LA SCHEDA

Piccolo Teatro Studio (Via Rivoli 6 – M2 Lanza) - martedì 8 luglio 2008, ore 20.30
Vespe d’artificio
Il Futurismo da Stravinskij a Petrolini
Opera da camera scritta e musicata da Luigi Maio
con Luigi Maio (il Musicattore), Enrico Grillotti (pianoforte)
in collaborazione con Fondazione Mazzotta

Durata: un’ora

Informazioni e prenotazioni zanolir@piccoloteatromilano.it tel: 0272333405

CALENDARIO:

Scuola di recitazione del Teatro Stabile di Genova
Teatro Strehler, retropalco - 9 luglio, ore 19.30; 10 luglio, ore 16.00
Ivona, Principessa di Borgogna
di Witold Gombrovicz, regia di Anna Laura Messeri

Scuola del Piccolo Teatro di Milano
Teatro Studio - 10 e 11 luglio, ore 19.30
Futur…azione a crepapelle
regia di Emanuele De Checchi


Con il contributo di


Milano, 7 luglio 2008
Ufficio Stampa tel. 02 72333 212 – fax 02 72333 311 – piccolo.stampa@piccoloteatromilano.it

COMUNICATO STAMPA

Due nuovi appuntamenti alla “Casa delle Scuole di Teatro”
Dalla Cina e dall’Ungheria, sguardo sui classici
I giovani attori di Shanghai rivisitano Sofocle quelli di Budapest Shakespeare

Doppio appuntamento, domenica 6 luglio, con la “Casa delle Scuole di Teatro”. La rassegna, ideata da Luca Ronconi e giunta alla sua quarta edizione, ospiterà l’Accademia di Teatro di Shanghai che presenterà Heavenly Kindness and Han e l’Università di Cinema e Teatro di Budapest con Vuotami il Pitale.
Heavenly Kindness and Han. L’Accademia di Teatro di Shanghai, una delle scuole più antiche della Cina, presenterà al pubblico della Masterclass un saggio del proprio metodo di studio. Heavenly Kindness and Ham rielabora l’Antigone di Sofocle riadattando i personaggi e le vicissitudini della tragedia classica allo stile recitativo, alle ambientazioni, ai suoni e ai costumi della tradizione operistica cinese. Gli studenti, attraverso un lavoro di sperimentazione di tutte le combinazioni possibili, hanno lavorato per far affiorare la profonda umanità insita nei rapporti che legano i personaggi di Sofocle. La presenza degli allievi dell’Accademia di Teatro di Shanghai rientra in un progetto di scambio avviatosi nel corso di una lunga tournée cinese dell’Arlecchino strehleriano.

LA SCHEDA
Area lavoro, Piccolo Teatro Strehler (L.go Greppi – M2 Lanza) 6 e 8 luglio 2008
Teatro Studio (Via Rivoli 6 – M2 Lanza) 7 luglio 2008
Heavenly Kindness and Han
un testo originale cinese ispirato al mito greco
scritto da Sun Huizhu (William)
e Yu Dongtian
regia Qian Zheng (Cash)
scene Zhu Yongjun
costumi Qin Wenbao
luci Shen Qian
direttore di produzione Zhang Jun
con (in ordine di locandina)
Wang Con gran, Song Bo, Li Jin, Wang Yi, Ji Yi, Guo Tongtong, Tang Xiaosong, Fu Ran

Orari
sabato 5 luglio ore 17:00
domenica 6 luglio ore 16:00
lunedì 7 luglio ore 19:30
martedì 8 luglio ore 16:00
giovedì 10 luglio ore 14:00
durata 1 ora e 30 minuti.

Vuotami il Pitale. Gli attori del quarto anno di studi dell’Università di Cinema e Teatro di Budapest, guidati da due dei più importanti registi ungheresi – Gábor Zsámbéki e Sándor Zsótér – presentano Vuotami il Pitale, un insieme di scene in cui i protagonisti raccontano se stessi attraverso parti dell’Enrico IV, Enrico V, Enrico VI e del Riccardo III di Shakespeare. La selezione operata dalle “king plays” shakespeariane non è costituita da riassunti parziali delle opere, bensì prevede scene, sia conosciute che secondarie, che propongono soprattutto i risvolti popolari di questi drammi storici.

LA SCHEDA
Teatro Studio (Via Rivoli 6 – M2 Lanza) 6 - 7 luglio 2008
Vuotami il Pitale
regia Gábor Zsámbéki
interpreti (in ordine alfabetico)
Bálint Adorjáni, István Dankó, Tímea Erdélyi, Ádám Földi, Marina Gera, Mátyás Lazók,
Attila László, Piroska Mészáros, Ákos Orosz, Péter Orth, Natasa Stork, Emilia Szabó,
Péter Pál Szucs, Réka Tenki

Orari
domenica 6 luglio ore 19:30
lunedì 7 luglio ore 16:00
durata 2 ore

Informazioni e prenotazioni zanolir@piccoloteatromilano.it tel: 0272333405

CALENDARIO


Teatro Studio - 8 luglio 2008, ore 20.30
Vespe d'Artificio
Il futurismo da Stravinskij a Petrolini
opera da camera scritta e musicata da Luigi Maio
con Luigi Maio, al pianoforte Enrico Grilletti

Scuola di recitazione del Teatro Stabile di Genova
Teatro Strehler, retropalco - 9 luglio, ore 19.30; 10 luglio, ore 16.00
Ivona, Principessa di Borgogna
di Witold Gombrovicz, regia di Anna Laura Messeri

Scuola del Piccolo Teatro di Milano
Teatro Studio - 10 e 11 luglio, ore 19.30
Futur…azione a crepapelle
regia di Emanuele De Checchi
Con il contributo di


Milano, 4 luglio 2008
Ufficio Stampa tel. 02 72333 212 – fax 02 72333 311 – piccolo.stampa@piccoloteatromilano.it

COMUNICATO STAMPA

Terzo appuntamento con la “ Casa delle Scuole
di Teatro”, rassegna ideata da Luca Ronconi

2010. Il Futuro del Futuro del Futurismo
In scena gli allievi della Scuola “Paolo Grassi”

Terzo appuntamento, domani 2 luglio, con la rassegna “Casa delle Scuole di Teatro”. A calcare il palcoscenico del Piccolo Teatro Studio sarà la Scuola d’Arte Drammatica “Paolo Grassi” di Milano con l’opera 2010. Il Futuro del Futuro del Futurismo. Lo spettacolo, in collaborazione con l’Accademia Internazionale della Musica e sotto la guida artistica di Cesc Gelabert, Lidia Azzopardi, Fabrizio Palla, Luciana Melis e Franco Brambilla, è suddiviso in due parti e si propone di ripercorrere i canoni della serata futurista attraverso dei frammenti scenici sintetici e non lineari. Una riflessione sul Futurismo in rapporto al XXI secolo che porta inevitabilmente ad una domanda: che futuro può avere chi vive in quel mondo teorizzato da Marinetti? Uno spettacolo ironico e senza pudori dove l’azione scenica si mescola alla danza e alla musica in uno sguardo collettivo e generazionale sulla nostra epoca.
La tematica futurista, già affrontata dalla Scuola di Teatro dell’Università di Toronto (University of Toronto – College Drama Program), sarà riproposta anche da Luigi Maio con lo spettacolo Vespe d’Artificio (in collaborazione con la Fondazione Mazzotta), con un’introduzione sul tema di Gabriele Mazzotta.
La “Casa delle Scuole di Teatro” proseguirà fino al 11 luglio con gli spettacoli della Scuola del Piccolo Teatro di Milano, della Shanghai Theatre Academy, dell’Università di Cinema e Teatro di Budapest e della Scuola di Recitazione del Teatro Stabile di Genova.
La Masterclass è dedicata agli studenti universitari e alle scuole di teatro.


LA SCHEDA

Teatro Studio (Via Rivoli 6 – M2 Lanza) - il 2 e il 4luglio 2008
Il Futuro del Futuro del Futurismo
Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi
in collaborazione con
Accademia Internazionale della Musica
e in collaborazione con
Fondazione TPE/Festival Teatro a Corte 08, Amat/Fondazione Teatro della Fortuna di Fano,
Armunia e con il patrocinio di Fondazione Cariplo

Parte I: danza musica e figure
“Il futuro è in ritardo” coreografia di Cesc Gelabert e Lidia Azzopardi - III corso teatrodanza
“Pereppepperodepero” variazioni sul nero a cura di Fabrizio Palla - I corso tecnici di palcoscenico
“Un volo (an)egato” coreografia di Luciana Melis - II corso teatrodanza
“Frammenti musicali” - biennio di specializzazione in timpani e percussioni, corso di musica elettronica, corso di composizione,
corso di musica da camera dell’Accademia Internazionale della Musica
“100/ di zero9” a cura di Franco Brambilla - II corso attori

Parte II: teatro
“Expoi” fantasia sul futuro ideata, scritta, diretta, interpretata e prodotta dagli allievi dei corsi di regia, drammaturgia, attori, organizzazione, studio permanente insieme agli allievi del corso di musica elettronica dell’Accademia Internazionale della Musica



Orari:
I parte: danza musica e figure mercoledì 2 luglio, ore 19.30
II parte: teatro venerdì 4 luglio, ore 19.30
durata I parte 2 ore con intervallo, II parte 1 ora e 40 minuti senza intervallo.

Informazioni e prenotazioni zanolir@piccoloteatromilano.it tel: 0272333405


CALENDARIO



Scuola del Piccolo Teatro di Milano
Teatro Strehler, retropalco - 3 luglio, ore 15.30 e 19.30; 4 luglio, ore 16.00
Opera Seria
di Ranieri de’ Calzabigi, regia di Luca Ronconi (ripresa di Emanuele De Checchi)

Shanghai Theatre Academy
Teatro Strehler, retropalco - 6 luglio, ore 16.00; 7 luglio, ore 19.30; 8 luglio, ore 16.00
Heavenly Kindness and Han
testo originale ispirato all’Antigone di Sofocle

Università di Cinema e Teatro, Budapest
Teatro Studio - 6 luglio, ore 19.30; 7 luglio, ore 16.00
Vuotami il pitale
studio su Shakespeare, regia di Gàbor Zsàmbéki

Teatro Studio - 8 luglio 2008, ore 20.30
Vespe d'Artificio
Il futurismo da Stravinskij a Petrolini
opera da camera scritta e musicata da Luigi Maio
con Luigi Maio, al pianoforte Enrico Grilletti

Scuola di recitazione del Teatro Stabile di Genova
Teatro Strehler, retropalco - 9 luglio, ore 19.30; 10 luglio, ore 16.00
Ivona, Principessa di Borgogna
di Witold Gombrovicz, regia di Anna Laura Messeri

Scuola del Piccolo Teatro di Milano
Teatro Studio - 10 e 11 luglio, ore 19.30
Futur…azione a crepapelle
regia di Emanuele De Checchi

Milano, 1 luglio 2008
Ufficio Stampa tel. 02 72333 212 – fax 02 72333 311 – piccolo.stampa@piccoloteatromilano.it

COMUNICATO STAMPA


Il 28 giugno al Piccolo Teatro Studio va in scena
Rose d’autunno, un’antologia delle opere di Cechov

Gli allievi del Piccolo diventano professionisti

Saggio finale del Corso “Bertolt Brecht” della Scuola diretta da Luca Ronconi

Secondo appuntamento, sabato 28 giugno, con la rassegna “Casa delle Scuole di Teatro”: la Scuola del Piccolo Teatro di Milano diretta da Luca Ronconi presenterà Rose d’autunno, un'antologia di brani tratti da alcuni dei testi più celebri di Anton Cechov: Zio Vanja, Il giardino dei ciliegi, Le tre sorelle, Il gabbiano. Quattro opere che hanno fatto la storia del teatro, pagine immortali riunite sotto un unico titolo tratto dal III atto di Zio Vanja. Cechov, autore da sempre protagonista del terzo anno di studi della Scuola di Teatro del Piccolo, diventa il "banco di prova" per gli allievi del corso “Bertolt Brecht” che in questa occasione affrontano lo spettacolo conclusivo del loro ciclo di studi sotto il coordinamento didattico e registico di Enrico D'Amato. Lo spettacolo sarà in scena fino al 30 giugno. La Scuola del Piccolo Teatro sarà protagonista della rassegna anche nei giorni successivi con le rappresentazioni di Opera Seria di Ranieri de’ Calzabigi per la regia di Luca Ronconi (ripresa da Emanuele De Checchi), il 3 e 4 luglio, e di Futur…azione a crepapelle per la regia di Emanuele De Checchi, il 10 e 11 luglio. La Casa delle Scuole di Teatro proseguirà fino all’ 11 luglio spaziando da Sofocle alla poetica futurista nelle rappresentazioni delle sei scuole partecipanti: oltre alla Scuola del Piccolo e alla Scuola di Teatro dell’Università di Toronto (University of Toronto – College Drama Program), la Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano, la Shanghai Theatre Academy, l’Università di Cinema e Teatro di Budapest e la Scuola di Recitazione del Teatro Stabile di Genova. Un approfondimento sul tema del Futurismo sarà affidato allo spettacolo di Luigi Maio Vespe d’Artificio (in collaborazione con la Fondazione Mazzotta), con un’introduzione sul tema di Gabriele Mazzotta. La Masterclass è dedicata agli studenti universitari e alle scuole di teatro.

LA SCHEDA

Teatro Studio (Via Rivoli 6 – M2 Lanza) - dal 28 al 30 giugno 2008, ore 18.00
Rose d’Autunno
da Anton Cechov, regia Enrico D’Amato, scene e costumi Luisa Spinatelli, luci Claudio De Pace

Il Gabbiano
di Anton Cechov, traduzione Angelo Maria Ripellino

Personaggi Interpreti
Irina Akràdina, attrice Marcella Favilla
Kostantin, suo figlio Gabriele Falsetta
Piotr Sorin, fratello di Irina Riccardo Ripani
Nina Clio Cipolletta
Sciamraiev, amministratore di Sorin Paolo Garghentino
Polina, sua moglie Laura Dell’Albani
Mascia, loro figlia Caterina Bajetta, Francesca Puglisi
Borìs Trigorin, scrittore Ivan Alovisio
Dorn, medico Eugenio Olivieri
Miedvièdienko, maestro di scuola Fabrizio Martorelli

Zio Vanja
di Anton Cechov, traduzione Angelo Maria Ripellino

Personaggi Interpreti
Alexandr Sieriebriakòv, professore in pensione Ettore Colombo
Elena, sua moglie Elisabetta Fusari
Sonia, figlia di primo letto di Sieriebriakòv Stella Piccioni
Zio Vanja Andrea Luini
Maria, sua madre Silvia Pietta
Astrov, medico Gabriele Falsetta
Ilià Tielieghin, possidente caduto in miseria Luca Nucera
Marina, vecchia balia Marcella Favilla

Il Giardino dei Ciliegi
di Anton Cechov, traduzione Luigi Lunari, Giorgio Strehler

Personaggi Interpreti
Liubòv Ranièvskaia, possidente Silvia Pernarella
Ania, sua figlia Clio Cipolletta
Varia, sua figlia adottiva Caterina Bajetta, Francesca Puglisi
Leonìd Gaiev, fratello di Liubòv Andrea Germani
Lopachin, mercante Andrea Coppone, Paolo Garghentino
Piotr Trofimov, studente Ettore Colombo
Simeonov Pistcik, possidente Fabrizio Martorelli
Charlotta, governante Nicol Quaglia
Iepichodov, contabile Luca Nucera
Duniascia, cameriera Laura Dell’Albani
Firs, vecchio maggiordomo Riccardo Ripani
Iascia, cameriere Andrea Coppone, Paolo Garghentino
Un viandante Emanuele Banchio

Tre Sorelle
di Anton Cechov, traduzione di Gerardo Guerrieri

Personaggi Interpreti
Andrei Prosorov Andrea Luini
Natasha, sua moglie Beatrice Niero
Olga, sorella di Andriei Silvia Pietta
Mascia, sorella di Andrei Silvia Degrandi
Irina, sorella di Andrei Camilla Semino Favro
Fiodor Kulighin, professore di ginnasio, marito di Mascia Giuseppe Sartori
Vierscìnin, colonnello Ivan Alovisio
Nicolai Tusenbach, barone, ex tenente Nicola Mingarelli
Solioni, capitano Eugenio Olivieri
Ivan Cebutykin, ufficiale medico Andrea Germani
Fedotik, sottotenente Luca Nucera
Ferapònt, vecchio usciere del consorzio Emanuele Banchio
Anfisa, vecchia balia Laura Dell’Albani

Foto di scena Attilio Marasco

Orari: ore 18 – 23.30 con un intervallo di un’ora
Informazioni e prenotazioni: zanolir@piccoloteatromilano.it; tel 0272333405





CALENDARIO


Scuola del Piccolo Teatro di Milano
Teatro Strehler, retropalco - 3 luglio, ore 15.30 e 19.30; 4 luglio, ore 16.00
Opera Seria
di Ranieri de’ Calzabigi, regia di Luca Ronconi (ripresa di Emanuele De Checchi)

Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi
Teatro Studio - 2 luglio, ore 19.30 (I parte); 4 luglio ore 19.30 (II parte )
2010. Il Futuro del futuro del Futurismo
I parte: danza, musica e figure - II parte: teatro

Shanghai Theatre Academy
Teatro Strehler, retropalco - 6 luglio, ore 16.00; 7 luglio, ore 19.30; 8 luglio, ore 16.00
Heavenly Kindness and Han
testo originale ispirato all’Antigone di Sofocle

Università di Cinema e Teatro, Budapest
Teatro Studio - 6 luglio, ore 19.30; 7 luglio, ore 16.00
Vuotami il pitale
studio su Shakespeare, regia di Gàbor Zsàmbéki

Teatro Studio - 8 luglio 2008, ore 20.30
Vespe d'Artificio
Il futurismo da Stravinskij a Petrolini
opera da camera scritta e musicata da Luigi Maio
con Luigi Maio, al pianoforte Enrico Grilletti

Scuola di recitazione del Teatro Stabile di Genova
Teatro Strehler, retropalco - 9 luglio, ore 19.30; 10 luglio, ore 16.00
Ivona, Principessa di Borgogna
di Witold Gombrovicz, regia di Anna Laura Messeri

Scuola del Piccolo Teatro di Milano
Teatro Studio - 10 e 11 luglio, ore 19.30
Futur…azione a crepapelle
regia di Emanuele De Checchi


Con il contributo di

Milano, 26 giugno 2008
Altre Informazioni sul compositore Nino Rota
Ufficio Stampa tel. 02 72333 212 – fax 02 72333 311 – piccolo.stampa@piccoloteatromilano.it


COMUNICATO STAMPA


Ultimo appuntamento con la rassegna “Jazz al Piccolo”,
lunedì 16 giugno, ore 21, al Teatro Studio

La Civica Jazz Band diretta da Enrico Intra rende omaggio alle musiche di Nino Rota


Si conclude l’edizione del decennale di una rassegna unica nel panorama nazionale quale Orchestra Senza Confini, che presenta l’ennesima produzione originale di questa stagione: il concerto dedicato a Nino Rota, centrato sull’esecuzione, in chiave jazzistica e per big band, di pagine non solo entrate nella storia musicale del ‘900, ma anche nella memoria collettiva. La musica scritta dal grande compositore italiano per i film di Federico Fellini e per tanti altri autori di cinema ha infatti caratterizzato le stesse pellicole a cui doveva dare un suono musicale, diventandone parte integrante e rafforzandone anche il contenuto poetico. Una musica che ha ispirato più volte i musicisti di tutto il mondo, rivelandosi particolarmente congeniale al pensiero jazzistico, con in più il pregio di essere duttile senza perdere mai la propria identità e riconoscibilità. La Civica Jazz Band porta dunque la musica di Rota all’interno del proprio mondo espressivo, aperto alle sollecitazioni di un vasto e molteplice universo sonoro, attraverso gli arrangiamenti e gli adattamenti di pezzi arcinoti realizzati da musicisti italiani contemporanei, in primo luogo da Roberto Rossi. Primo trombone della Civica Jazz band, il quarantacinquenne jazzista di Rimini è uno degli attuali punti di riferimento del trombone jazz europeo, uno strumentista di livello assoluto a cui nulla sembra precluso sul piano tecnico e che ha collaborato in una miriade di contesti musicali, affiancando i migliori musicisti italiani e molti grandi esponenti del jazz americano ed europeo. Il suo modo di suonare rivela una duttilità sorprendente, che lo porta a suonare con personalità in qualsiasi contesto stilistico, ivi compresa la musica di tradizione accademica. Maestro nell’uso delle sordine, Rossi è uno di quei musicisti capaci di affrontare il linguaggio del jazz con una visione a 360°, anche se predilige la dimensione espressiva del modern mainstream.

NINO ROTA SOUND
1a esecuzione assoluta

Programma
Amarcord
Parla più piano
La strada
Maramao perché sei morto
La dolce vita
Valzer del commiato
La passerella

Arrangiamenti di Roberto Rossi, Gigi Grata, Francesca Petrolo, Fabio Petretti
Adattamenti e Orchestrazione Roberto Rossi


CIVICA JAZZ BAND
Emilio Soana tromba
Roberto Rossi trombone
Giulio Visibelli sassofoni
Lucio Terzano contrabbasso
Tony Arco batteria
e gli studenti dei Civici Corsi di jazz dell’Accademia Internazionale della Musica di Milano

direttore ENRICO INTRA

Introduzione al concerto a cura di Maurizio Franco

Ingresso 15 euro
Per informazioni e prenotazioni tel. 848800304
(chiamata ad addebito ripartito – a tariffa urbana)

Main sponsor della manifestazione
Ufficio Stampa tel. 02 72333 212 – fax 02 72333 311 – piccolo.stampa@piccoloteatromilano.it

COMUNICATO STAMPA

“Try Cream Pie!” al Piccolo Teatro Studio giovedì 12 giugno.
Dalle 20.30 a mezzanotte un singolare esperimento nel quale gli spettatori saranno accompagnati uno a uno in una sorta di boudoir letterario

Incontri con l’autore… nel letto con l’attore


Un triangolo intimo tra autore, attore e spettatore per raccontare l’amore, il desiderio, la passione e le loro mille declinazioni attraverso le voci e le vite di grandi autori del Novecento. Appena conclusa la kermesse cinematografica che ha animato per una settimana la sala e il sagrato dello Strehler, il Piccolo Teatro di Milano e il Festival MIX di Cinema Gaylesbico e Queer Culture 2008 ribadiscono la vitalità dell’intreccio tra cinema e teatro, sperimentato per la prima volta quest’anno, presentando, giovedì 12 giugno, al Teatro Studio un singolare esperimento di rappresentazione in plurisequenza “Try Crem Pie!”.
L’allestimento scenico è rappresentato da dodici letti con struttura a baldacchino dove giacciono sdraiati i dodici protagonisti dello spettacolo che rappresentano ciascuno uno scrittore o un personaggio di un’opera letteraria del Novecento: Oscar Wilde e Il ritratto di Dorian Gray, Walt Withman con Chiunque tu sia che ora mi tieni in mano, Jean Genet con Querelle de Brest e Il condannato a morte, Pasolini con Petrolio, David Leavitt con La lingua perduta delle gru, Fassbinder con Le lacrime amare di Petra von Kant, Lorca e I sonetti dell’amore oscuro, Anais Nin e La casa dell’incesto, Steven Berkoff con East, Melania Mazzucco e Il bacio della medusa e, per finire, Allen Ginsberg.
Diavoli, angeli, una sirena e il suo ammaliante richiamo accompagnano il pubblico in questo eccitante e ambiguo viaggio in una sorta di boudoir letterario che vedrà i visitatori avventurarsi uno ad uno nei letti, per ascoltare, fino a mezzanotte inoltrata, i sussurri proibiti del cuore.



LA SCHEDA

Piccolo Teatro Studio (via Rivoli – M2 Lanza) – giovedì 12 giugno 2008
Try Cream Pie!
progetto Animanera
regia Aldo Cassano
costumi Lucia Lapolla, luci Monia Giannobile
drammaturgia Antonio Spitalieri, Elena Cerasetti
musiche Luigi Galmozzi
Collaborazioni Michele Masiero, Francesco Annarumma Mar de Flors

Lo spettacolo è articolato in 8 sequenze della durata di mezz’ora ciascuna.
(inizio ore 20.30 – 21.00 – 21.30 – 22.00 – 22.30 – 23.00 – 23.30 – 24.00)

Ingresso 10 euro


Biglietteria telefonica 848800304 (chiamata ad addebito ripartito – a tariffa urbana).

www.piccoloteatro.org

Milano, 10 giugno 2008
Ufficio Stampa tel. 02 72333 212 – fax 02 72333 311 – piccolo.stampa@piccoloteatromilano.it

COMUNICATO STAMPA

“La ballata del carcere di Reading” di Oscar Wilde
con la regia di Elio De Capitani al Piccolo Teatro Studio dal 7all’11 giugno

Umberto Orsini e Giovanna Marini
una ballata di dolore e di bellezza

Umberto Orsini e Giovanna Marini, binomio artistico insolito e suggestivo, danno voce al grido disperato dei carcerati ma soprattutto alla loro struggente ansia d’amore. Queste le note e gli accenti della Ballata del carcere di Reading, in scena al Piccolo Teatro Studio dal 7 all’11 giugno 2008: Umberto Orsini recita il testo nella traduzione e nell’adattamento da lui stesso curato con il regista Elio De Capitani e, Giovanna Marini, con la sua musica colta e popolare, interpreta brani tratti dalla ballata originale.
Nel 1895 Oscar Wilde viene condannato a due anni di carcere duro e lavori forzati per “grave immoralità”. Una tragica esperienza che segna irrimediabilmente lo scrittore, minando la sua salute, costringendolo, dopo aver scontato la pena, ad allontanarsi dalla “buona società” che fino ad allora lo aveva accolto e vezzeggiato, ma soprattutto rendendolo incapace di dedicarsi alla sua arte. Dopo la scarcerazione e fino alla morte, che lo coglie a Parigi nel novembre del 1900, Wilde non pubblica più alcuna opera. Di questi anni di dura solitudine, miseria e alcolismo, rimane La Ballata del carcere di Reading, un atto d’accusa contro la cosiddetta giustizia inglese. Testimone della brutalità del carcere, lo scrittore, attraverso il racconto degli ultimi giorni di vita di un condannato a morte, denuncia gli orrori cui aveva assistito e la profonda ingiustizia di uno stato che si arroga il diritto di togliere la vita. Un canto di bellezza e desiderio, rabbia e dolore, in una creazione che nella forma del recital riesce a trovare l’intreccio tra musica, canzoni e parole. Giovanna Marini e Umberto Orsini, due artisti dai percorsi differenti, si incontrano per dar vita a uno spettacolo casto e forte creato su misura per loro due: lei con la chitarra e la musica, lui con la voce e le parole del poeta. Le cinque ballate composte dalla Marini per l’occasione rivelano, con altrettante citazioni di stili musicali, dai Beatles a Schubert, gli accenti agrodolci del testo di Wilde, introducono la parola di Orsini, a volte si accavallano sovrapponendosi a testimoniare i pensieri dell’autore. La regia valorizza le zone d’ombra e di luce che dal testo affiorano, studiando un percorso geometrico che rappresenta il viaggio della mente e il cammino dello sguardo che si trasforma in parola e in emozione.

LA SCHEDA

Piccolo Teatro Studio (via Rivoli – M2 Lanza) – dal 7 all’11 giugno 2008
La ballata del carcere di Reading
di Oscar Wilde, traduzione e adattamento Elio De Capitani e Umberto Orsini
con Umberto Orsini e Giovanna Marini
regia Elio De Capitani, musiche Giovanna Marini
luci Robert John Resteghini, elettricista Fabio Sgommino Berselli, suono Marco Olivieri
produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione

foto di scena Rolando Paolo Guerzoni

Orari: martedì e sabato ore 19.30; mercoledì ore 20.30; domenica ore 16. Lunedì riposo.
Durata: un’ora
Prezzi: platea euro 23,50, balconata euro 20,50
Biglietteria telefonica 848800304 (chiamata ad addebito ripartito – a tariffa urbana). www.piccoloteatro.org

Milano, 3 giugno 2008
Ufficio Stampa tel. 02 72333 212 – fax 02 72333 311 – piccolo.stampa@piccoloteatromilano.it


COMUNICATO STAMPA


Al Piccolo Teatro Studio dal 3 al 6 giugno gli Attori Permanenti
del Teatro Stabile di Torino diretti da Walter Le Moli e Karina Arutyunyan


“The Changeling” (Gli Incostanti), classico del Seicento
Riflessioni sul potere, la follia, l’amore


Dopo Antigone, gli Attori Permanenti del Teatro Stabile di Torino tornano sul palcoscenico del Piccolo Teatro Studio – dal 3 al 6 giugno – a confrontarsi con i temi del potere, della follia, dell’amore. Diretti questa volta, insieme a Walter Le Moli, da Karina Arutyunyan, presentano l’allestimento di uno dei più affascinanti “classici” prodotti dal teatro inglese del primo Seicento, The Changeling (Gli incostanti) di Thomas Middleton e William Rowley, tragedia già nota al pubblico italiano col titolo I lunatici.
Affascinante sin dal titolo, denso di incostanza e volubilità, l’opera, scritta a quattro mani in pieno clima giacomiano (1622-1624), ispirata ad una novella di John Reynolds, racconta uno dei grandi temi del Rinascimento poi esaltato dal Barocco, ovvero quello della follia d’amore: amore inteso come forza magica, come folle dialettica tra desiderio spirituale e passione carnale.
Ma non solo: radiografando con scientifica precisione questi evanescenti - eppure potentissimi - personaggi, ci si imbatte in un mondo oscuro e folle, in cui le pulsioni sfrenate, intrecciate e giustapposte sullo sfondo di quel manicomio universale che è la vita, in virtù di uno stile secco ed efficace che coniuga sapientemente visionarietà ed esattezza, non si limitano a fornire una fosca cronaca del tempo, ma arrivano a tratteggiare un’aspra acquaforte della società loro contemporanea di sconcertante attualità. Protagonisti dell’universo squilibrato tratteggiato da Middleton e Rowley, in cui si è spento ogni barlume di intelletto, Beatrìz-Juana, De Flores e Antonio nel drammatico annodarsi dei loro sconvolti e smodati appetiti non ci parlano soltanto degli incubi dell’incipiente Barocco, ma offrono un’agghiacciante fotografia del presente, tramato di voglie bestiali e primitive. Non per nulla, tramontata la fortuna secentesca, dopo secoli di silenzio, The Changeling rinasce sulle scene britanniche negli anni Cinquanta del secolo scorso, proprio in concomitanza con le prime affermazioni di quella drammaturgia “arrabbiata” inglese - sviluppatasi poi per circa cinquant’anni fino ai recenti prodotti dei “new hungry young men” - che fa della volubile giostra di ogni genere di eccesso e bramosia la più fedele messa in scena della società contemporanea.




LA SCHEDA

Piccolo Teatro Studio (largo Greppi – M2 Lanza) - dal 3 al 6 giugno 2008
The Changeling (Gli Incostanti)
di Thomas Middleton e William Rowley
traduzione Luca Fontana
con Francesco Acquaroli, Alessandro Averone, Noemi Condorelli, Paola De Crescenzo,
Michele de’ Marchi, Francesco Martino, Franca Penone, Maurizio Rippa, Massimiliano Sbarsi,
Maria Grazia Solano, Giovanni Battista Storti, Antonio Tintis, Marco Toloni, Nanni Tormen



musicisti Alberto Capellaro (violoncello), Marina Martianova (violino), Cecilia Novarino (clavicembalo)
direzione Karina Arutyunyan e Walter Le Moli
scene Tiziano Santi
costumi Vera Marzot
musiche Alessandro Nidi
luci Claudio Coloretti
produzione Fondazione del Teatro Stabile di Torino,
con Fondazione Teatro Due e Teatro di Roma per la produzione originale.


foto di scena Tommaso Le Pera


Orari: martedì ore 19.30; mercoledì, giovedì e venerdì ore 20.30

Prezzi: platea euro 23,50 - balconata euro 20,50
Durata: 2 ore e ‘40

Biglietteria telefonica 848800304 (chiamata ad addebito ripartito – a tariffa urbana)
www.piccoloteatro.org


Milano, 30 maggio 2008
Ufficio Stampa tel. 02 72333 212 – fax 02 72333 311 – piccolo.stampa@piccoloteatromilano.it

COMUNICATO STAMPA

Al Piccolo Teatro Studio, dal 13 maggio, “Il re muore”
prodotto dal Biondo di Palermo, con la regia di Pietro Carriglio

L’ “apprendistato della morte”
secondo Ionesco

Definita dallo stesso autore un “apprendistato della morte”, Il re muore è considerato uno dei capolavori della letteratura drammatica moderna. Ionesco vi affronta il tema più inquietante ed enigmatico per ogni essere umano: un evento ineluttabile che si tende a non prendere in considerazione, quasi che il non pensarci possa costituire una sorta di garanzia di vita eterna. Così, afferma Ionesco, l’individuo arriva alla morte inevitabilmente impreparato e anche un Re, in quanto uomo, può sperimentare questa angoscia.
Scritto di getto dopo avere subito una grave operazione chirurgica e rappresentato per la prima volta nel 1962, Il re muore è dunque, per ammissione dello stesso autore, un modo per esorcizzare la paura della morte.
Per farlo, Ionesco sceglie l’arma dell’ironia e del grottesco, trasformando una situazione di per sé tragica in comica. Messo al corrente dalla moglie e dal medico, nonché astrologo di corte, della propria morte imminente, Re Berénger rifiuta di ammettere la propria agonia, poi cerca di ribellarsi, non solo contro l’ineluttabilità della propria fine, ma anche contro se stesso, che non ha mai riflettuto sulla propria condizione. Infine giunge l’accettazione, l’unica arma che l’uomo possiede per sconfiggere realmente la morte.
Tre i momenti principali dello spettacolo: il primo si svolge in assenza del Re, mentre le sue due mogli, la cameriera e una guardia ricevono la conferma della prossima ed inevitabile sua morte; nel secondo, è lo stesso Bérenger, a ricevere la notizia della propria morte imminente; il terzo ci introduce nel cuore del dramma attraverso le tappe dell’agonia regale, quando i diversi personaggi cercano di far abdicare di propria volontà il sovrano. Alla fine, il mondo – la scena – scompare nello stesso momento in cui il Re muore.
Nello Mascia è il protagonista di questa nuova edizione del dramma di Ionesco, che il regista Pietro Carriglio immagina come metafora del teatro, scenario privilegiato per raccontare la crisi della modernità, innestata sulle macerie del teatro beckettiano.

LA SCHEDA

Piccolo Teatro Studio (via Rivoli 6 – M2 Lanza) – dal 13 al 25 maggio 2008
Il re muore
di Eugène Ionesco, traduzione Edoardo Sanguineti
regia Pietro Carriglio
scene e costumi Maurizio Balò, luci Gigi Saccomandi, musiche Matteo D’Amico
con Nello Mascia, Alvia Reale, Eva Drammis, Aldo Ralli, Fiorenza Brogi, Sergio Basile
produzione Teatro Biondo Stabile di Palermo

Foto di scena Tommaso Le Pera

Orari: martedì e sabato ore 19.30; mercoledì, giovedì e venerdì ore 20.30; Lunedì riposo.
Domenica 18 e 25 maggio ore 16.00 e 20.30

Prezzi: platea euro 31,00, balconata euro 24,50
Durata 1 ora e ‘30

Biglietteria telefonica 848800304 (chiamata ad addebito ripartito – a tariffa urbana)
www.piccoloteatro.org
Milano, 8 maggio 2008
Ufficio Stampa tel. 02 72333 212 – fax 02 72333 311 – piccolo.stampa@piccoloteatromilano.it

COMUNICATO STAMPA

Al Piccolo Teatro Studio dal 29 aprile all’11 maggio
Trent’anni dopo, i 55 giorni che sconvolsero l’Italia

Aldo Moro: una tragedia italiana
Spettacolo con Paolo Bonacelli messo in scena da Giorgio Ferrara

Sedici marzo 1978: Aldo Moro viene sequestrato dalle Brigate Rosse. Nove maggio 1978: l’uomo politico è assassinato. Cinquantacinque giorni che l’Italia non potrà mai dimenticare, 55 giorni in cui lo Stato è tenuto in scacco dal terrorismo, 55 giorni nei quali il dibattito politico si è trasformato in conflitto etico: cedere al ricatto od opporsi con forza; salvare la vita di un uomo o salvare lo Stato. Una vicenda tragica, nel senso greco del termine, un conflitto senza soluzione possibile, che non sia quella stabilita dal fato: il dilemma di Antigone: Polis contro Pietas. Oggi, a trent’anni di distanza, la tragedia di Aldo Moro rivive sulle scene teatrali, in uno spettacolo che ripercorre, dal punto di vista dell’uomo politico, o più semplicemente dell’uomo, i giorni del sequestro, della prigionia, della morte.
Lo spettacolo, scritto da Corrado Augias e Vladimiro Polchi, regia di Giorgio Ferrara, è costruito sulle lettere che Moro scrisse agli amici del partito, al Papa, ai familiari. Lettere in cui alterna momenti di speranza ad altri di disperazione, tra ricordi privati e raccomandazioni di incombenze quotidiane, tra accuse di errori ed omissioni e ringraziamenti agli amici.
Sulla scena le parole di Aldo Moro saranno interpretate da Paolo Bonacelli, mentre una voce narrante si alternerà al racconto in prima persona con citazioni, materiali d’archivio, comunicati ufficiali delle Br.
Il tutto scandito da immagini tratte da telegiornali d’epoca e dai film di Bellocchio, Ferrara e Martinelli.


Corrado Augias e Paolo Bonacelli incontrano il pubblico, al Piccolo Teatro Studio,
venerdì 9 maggio, ore 17. L’ingresso è libero, fino a esaurimento posti.


LA SCHEDA

Piccolo Teatro Studio (via Rivoli 6 – M2 Lanza) – dal 29 aprile all’11 maggio 2008
Aldo Moro. Una tragedia italiana
di Corrado Augias e Vladimiro Polchi
con Paolo Bonacelli, Lorenzo Amato
musica Marcello Panni, scene Gianni Silvestri, luci Mario Loprevite, costumi Alessandra Giuri
regia Giorgio Ferrara
produzione Teatro Stabile della Sardegna, Teatro Eliseo di Roma
Foto di scena Tommaso Le Pera

Orari: martedì e sabato ore 19.30; mercoledì, giovedì e venerdì ore 20.30; domenica ore 16.00. Lunedì riposo.
Giovedì 1 maggio riposo. Mercoledì 7 maggio ore 15 (pomeridiana per le scuole) e 20.30.
Venerdì 9 maggio ore 15 (pomeridiana per le scuole)

Prezzi: platea euro 23,50, balconata euro 20,50
Durata 1 ora e ‘20

Biglietteria telefonica 848800304 (chiamata ad addebito ripartito – a tariffa urbana)
www.piccoloteatro.org

Milano, 23 aprile 2008
COMUNCATO STAMPA
maggio 2008
SULUTUMANA
in concerto
mercoledì 23 aprile, h 21.00
Piccolo Teatro di Milano - Teatro Studio
via Rivoli, 6 (l.go Greppi) – Milano
presentano il nuovo cd
ARIMO
In uscita il 2 maggio

Mercoledì 23 aprile alle ore 21.00, i Sulutumana, vincitori del Premio Tenco nel 2000, ritornano nella prestigiosa cornice del Teatro Studio, per presentare in anteprima il loro nuovo cd Arimo, in tutti i negozi dal 2 di maggio.

Il termine Arimo è l’abbreviazione di arimortis: un’indicazione sacra di tregua (dal latino arae mortis, ovvero gli altari della morte elevati al termine della battaglia per onorare i caduti) rimasta ormai soltanto nel linguaggio dei bambini per indicare una pausa, un sospiro di sollievo durante il gioco. I Sulutumana se ne sono appropriati e ne hanno celebrato la sostanza con un disco in cui ci raccontano delle storie: alcune ispirate agli scritti dell’amico e scrittore Andrea Vitali, altre nate sulla base di sceneggiature teatrali, altre ancora dai racconti di persone ordinarie che hanno, purtroppo, vissuto esperienze straordinarie di morte e guerra e, ancora, in Arimo si canta di vita, di addii, di sole, nebbia e temporali come moti di un animo solo.
Storie intimiste ma sempre in sintonia con il mondo, le “vicende” di Arimo hanno per protagonisti uomini che hanno avuto il coraggio di scegliere la propria direzione e che vogliono essere un esempio per chi quella direzione la sta ancora cercando…un monito alla riflessione, a quella stasi attiva a cui coraggiosamente abbandonarsi gridando “Arimo”, per riprendere, poi, con maggiore determinazione il “gioco” secondo le proprie regole e con un po’ di fiato in più.

L’intimità della scena teatrale, la prossimità fisica con il pubblico, da qui la scelta di un luogo raccolto e caldo come il Teatro Studio, sono parte integrante di uno spettacolo che è quasi riduttivo definire solo un concerto…a noi piace considerarla un’opportunità condivisa di pausa consapevole…in cui abbandonarsi e farsi avvolgere da quell’”Arimo” che forse noi adulti dovremmo imparare a praticare un po’ di più.

Biglietti: 15,00 euro

Info: 848800304
www.piccoloteatro.org
COMUNICATO STAMPA

Fårö su Bergman: due film che diventano teatro
Piccolo Teatro Studio, 22 aprile 2008 ore 20.30 - via Rivoli 6, Milano

Una serata tutta teatrale per chiudere Fårö su Bergman, la rassegna dedicata con successo al grande maestro svedese, che come è noto considerava il teatro la sua casa, dove creava i suoi attori in una serie impressionante di regie. E ora al Piccolo Teatro Studio ecco un dittico di letture inscenate da due giovani registi, Sergio Maifredi e Federico Olivetti, che dell’arte bergmaniana si sono già rivelati appassionati cultori. Ora Maifredi dirige al leggio cinque interpreti in Alle soglie della vita, riprendendo le fila di un suo precedente spettacolo riguardante le storie parallele di tre donne in sala parto alle prese con difficili gravidanze. Un’esperienza rivelatrice di drammi nascosti e di un intreccio complesso di fragilità e speranze, che maturano diversamente al cospetto di un evento di tale forza creatrice che si pone sul confine tra la vita e la morte. In Persona, invece, Federico Olivetti, che a Milano aveva già presentato in settembre Sonata d’autunno, riunisce i personaggi principali di Elisabet e Alma in un’unica interprete: due facce cioè di uno stesso volto, (come nel film Bibi Andersson e Liv Ullmann) in un rapporto dove l’una – chiusa in un ostinato silenzio – si nutre delle parole dell’altra che, costretta quasi a parlare in continuazione, si troverà fatalmente prosciugata di fronte a se stessa, con le proprie riposte pulsioni mascherate di finzioni e false credenze.

Letture sceniche

Alle soglie della vita
di Ingmar Bergman e Ulla Isaksson (1958)

Regia di Sergio Maifredi

Interpreti
Valentina Picello (Hjördis)
Lisa Galantini (Cecilia)
Mariella Speranza (Stina)
Giovanna Rossi (Infermiera Brita)
Luca Catanzaro (Ruoli maschili)

Compagnia Teatri Possibili Liguria


Persona
di Ingmar Bergman (1966)

Regia di Federico Olivetti

Interprete
Cecilia Cinardi



Ingresso libero fino a esaurimento posti. Informazioni: Associazione Culturale Dioniso tel. 02.72004100
COMUNICATO STAMPA
LUNEDI’ 14 APRILE, ORE 21

Presso il Piccolo Teatro Studio (via Rivoli 6, Milano) si terrà il quarto concerto della stagione
Jazz al Piccolo – Orchestra Senza Confini, organizzata dall’Associazione Culturale Musica Oggi in collaborazione con il Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa

IL MONDO MUSCALE DI ENRICO INTRA

CIVICA JAZZ BAND
Solisti: Emilio Soana (tromba), Roberto Rossi (trombone), Giulio Visibelli (sassofoni),
Mirko Puglisi (pianoforte), Marco Vaggi e Lucio Terzano (contrabbassi),
Tony Arco (batteria)
e gli studenti dei Civici Corsi di Jazz dell’Accademia Internazionale della Musica

ENRICO INTRA pianoforte

Arrangiamenti e direzione RICCARDO BRAZZALE

Programma
Composizioni originali di Enrico Intra

Classic Jazz
per trio pianoforte/contrabbasso/batteria
(1956)
La strada del petrolio
per orchestra
(1956)
medley da Archetipo:
Riflessi
Pastorale
To Freud
per orchestra
(1969)

Al pianoforte Mirko Puglisi

Mazurka
solo piano
(2005)
Echo
per orchestra
(1991)
Per una serenata
per orchestra
(1984)
Per Donatoni
per orchestra
(1999)
Ragtime
per orchestra
(2007)
Il mi di Corso Venezia
per trio pianoforte/contrabbasso/batteria
(2007)
Bluestop
per orchestra
(2007)
Zawinul
per orchestra
(2007)
Intramood
per orchestra
(1990)

Al pianoforte Enrico Intra

Introduzione al concerto a cura di Maurizio Franco

In occasione del decennale di Jazz al Piccolo Teatro – Orchestra Senza Confini, l’appuntamento annuale dedicato alla musica di una grande personalità del jazz è stato dedicato a Enrico Intra, direttore musicale della Civica Jazz Band, protagonista della rassegna. La caratteristica del concerto è quella di realizzare una versione per big band, ma anche con momenti in trio e in piano solo, di pagine storiche e contemporanee che attraversano l’intero percorso artistico dell’artista omaggiato, che vi prende parte anche in veste di solista principale. In questo concerto si potrà così ascoltare uno spaccato delle composizioni di Enrico Intra che interessa un vasto arco temporale, spaziando dagli anni ’50 ai giorni nostri. Un repertorio multiforme e sempre attuale nelle sue coordinate, nel quale si evidenziano qualità compositive di assoluta originalità, pensate per una musica: il jazz, che vive nella performance e richiede una scrittura in grado di essere proiettata nella dimensione estemporanea della creazione artistica. Come tutti i grandi compositori di area jazzistica, le pagine di Intra si caratterizzano per i temi brevi e incisivi, folgoranti e dalla forte personalità, capaci di stimolare l’inventiva dei musicisti, di essere proiettati nella dimensione performativa. Brani che mettono altresì in luce la sua personale visione del jazz, nella quale l’idea “europea”, proveniente dal mondo eurocolto, diventa parte di un linguaggio che non perde mai di vista le caratteristiche più profonde del jazz, il senso del blues, la sua dimensione ritmica e sonora. Riccardo Brazzale, compositore, arrangiatore e musicologo, leader della Lydian Sound Orchestra, ha colto le caratteristiche del linguaggio del grande pianista e compositore milanese, lasciando respirare brani che necessitano di spazio e presentano una magistrale, creativa gestione delle pause, del silenzio. Significativo anche il fatto di far sedere al pianoforte, in alcuni dei pezzi più lontani da noi, un allievo dei Civici Corsi di Jazz: Mirko Puglisi, nel segno della diffusione di un modo di pensare la musica che non può non rivelarsi utile per la riflessione e la ricerca della propria personalità da parte dei giovani musicisti.


Ingresso 15 euro
Per informazioni e prenotazioni
tel. 848800304 (chiamata ad addebito ripartito – a tariffa urbana
A T L A N T I

festival di interazioni culturali

presenta


MUSICHE DEL MONDO





Piccolo Teatro - Teatro Studio
Via Rivoli, 6 Milano





Lunedì 7 aprile 2008, ore 21
concerto
TENGIR TOO, KYRGYZ MOUNTAIN MUSIC
Musiche Nomadi dall’Asia Centrale


Lunedì 21 aprile 2008, ore 21
concerto
FATHY SALAMA & SHARKIAT
Il suono del Cairo




con il sostegno di
PROVINCIA DI MILANO – Settore Cultura






A T L A N T I
festival di interazioni culturali




presentano

concerto speciale: musiche nomadi dall’Asia Centrale

Tengir – Too, musica del Kirghizistan
“Gli spiriti ascoltano”

Lunedì 7 aprile 2008, ore 21
Teatro Studio, via Rivoli, 6 - Milano


Dopo l’esordio con la Sufi Night nello scorso dicembre, il secondo appuntamento di ATLANTI - Festival di interazioni culturali presenta un doppio concerto dedicato alle Musiche del mondo (selezione a cura di Fabrizio Guglielmini) al Piccolo Teatro - Teatro Studio di Milano.


I Tengir Too sono uno degli ensemble più noti dell’Asia Centrale, riconosciuti a livello internazionale fra i migliori interpreti delle musiche tradizionali di quest’area.
Il gruppo prende il nome dalla catena montuosa che domina gli altopiani che collegano il Kirghizistan alla Cina, conosciuta anche con il nome cinese di Tian Chan: i monti Celesti.


GENESI DI UNA FORMA D’ARTE
La musica kirghisa affonda le sue radici nella sensibilità dei nomadi che abitano uno spettacolare paesaggio di montagne, laghi e pianure, dove dominano gli elementi naturali. Gli animali, il vento e le gesta degli eroi nomadi rappresentano le fonti d’ispirazione di una straordinaria musica d’arte.
Buona parte dei kirghisi venerano siti a cui sono attribuite qualità e forze spirituali, chiamati mazars, caratterizzati da fenomeni naturali: una sorgente o una grotta, una formazione geologica eccezionale, o curiosità naturalistiche come un albero isolato al centro di una steppa sconfinata.
Questi siti corrispondono spesso al luogo di sepoltura di una santo, un fatto che stabilisce un legame concreto fra la venerazioni dei santi e le offerte agli spiriti.

MUSICISTI SCIAMANI
La forza spirituale dei mazars è stata una fonte d’ispirazione per il virtuoso Rysbek Jumabaev, interprete dei Manas, l’epopea kirghisa. Visitando i mazars, Jumabaev cerca di entrare in contatto con lo spirito eroico dei Manas. Lo stile vocale che pratica Kenjekül Kubatova, si rifà invece a un’antica tecnica che permette di far ascoltare il canto anche in spazi aperti davanti a grandi folle, come accade in occasione dei Festival di musiche tradizionali in Asia centrale.
I cantanti e i compositori (detti akyns), sono non soltanto musicisti ma anche poeti, attori e filosofi. Non a caso il dono di improvvisare su liriche era fortemente diffuso e la competizione di poesia orale, detta aitysh, era al centro della vita tradizionale kirghisa.


RINASCITA DELLA TRADIZIONE
Sotto l’egemonia sovietica gran parte della musica tradizionale kirghiza è stata perduta o adattata ai modelli musicali europei ma dopo il crollo del blocco comunista le tradizioni sono state al centro di un progressivo recupero. Nurlanbek Nyshanov, direttore artistico dei Tengir Too spiega così questa nouvelle vague artistica:
“Con i Tengir Too abbiamo voluto creare un cammino artistico che sappia coinvolgere soprattutto il pubblico internazionale, riproponendo nella loro integrità antiche melodie nomadi e recuperando tutti gli strumenti della nostra antica tradizione, nata fra gli spiriti e la natura della steppa”.


FORMAZIONE

TENGIR TOO, KYRGYZ MOUNTAIN MUSIC

Nurlanbek Nyshanov, Direttore Artistico, jew’s harp (scacciapensieri), sybyzgy, choor, chopo choor
Ruslan Jumabaev, komuz
Gulbara Baigashkaeva, komuz e scacciapensieri
Rysbek Jumabaev, manaschi (Narratore epico)
Akylbek Kasabolotov, scacciapensieri, sybyzgy, choor, chopo chor
Zalina Kasymova, kyl kiyak, scacciapensieri, komuz
Kenjegül Kubatova, komuz e voce


Tecnico del suono: Romayn Frydman
Direttore Tecnico: Antoine Cannella

Tour manager e rappresentate esclusivo
Sabine Chatel (ZamZama Productions – Parigi)

Concerto presentato in collaborazione con
Aga Khan Music Iniziative in Central Asia (AKMICA)
Direttore Fairouz R. Nishanova
Consulenza di Theodore Levin
Coordinatore (Kirghizistan) Razia Sydybaeva

A T L A N T I
festival di interazioni culturali


presenta

“Fathy Salama & Sharkiat - Il suono del Cairo”

Lunedì 21 aprile 2008, ore 21
Teatro Studio, via Rivoli, 6 - Milano


Il pianista e compositore egiziano Fathy Salama presenta per la prima volta a Milano il suo progetto Sharkiat, dedicato a una sintesi fra ritmi arabi, jazz e blues.
Salama è uno dei più noti musicisti e compositori della scena mediorientale e unico artista arabo vincitore del Grammy e dei BBC Awards.

GENESI DI UN FENOMENO
Il gruppo Sharkiat, fondato nel 1989, ha suonato in tutto il mondo, partecipando a numerosi festival internazionali. Nel 1994 Fathy è stato protagonista del Jazz Festival di Berlino con il solista di oud Roman Binka e con Malachi Favors (bassista dell’Art Ensemble of Chicago). Una collaborazione che ha prodotto il disco “Color me Cairo”.
Nel 1995 “Sharkiat” propone due serate all’Institut du Monde Arabe a Parigi dove presenta una musica arabo-orientale con forti contaminazioni di funk e di jazz elettrico. Nel 1996 realizza uno spettacolo per l’Opera del Cairo con Manuel De Paula (cantante) e Nino Carrion (chitarrista) con i quali esplora le relazioni tra flamenco e musica araba.
Nel 1997/1998 “Sharkiat” inizia una collaborazione con un gruppo svizzero, “Les Maniacs”. Insieme realizzano il disco “Don’t climb the pyramids”. Nel 2000, una giuria internazionale gli conferisce due primi premi al Festival del Cinema del Cairo per la musica di “Fallen Angels Paradise” e “Signs of April”. Si stabilisce poi a Parigi e comincia una collaborazione con Youssou N’Dour per il quale compone numerosi brani.

IL GRAMMY AWARD PER “EGYPT”
A cavallo tra il 2001 ed il 2002, Fathy Salama è stato invitato a presentare il suo lavoro nei teatri e club di tutta Europa e Nord Africa, approdando anche al Teatro Nazionale del Cairo.
Nel 2004 Fathy Salama ha arrangiato per il cantante senegalese Youssou N’Dour il disco “Egypt”, vincitore del Grammy (gli Oscar della musica) come miglior album di World Music contemporanea del 2004.
Sempre nel 2004 Salama ha collaborato con Eugenio Bennato per il progetto Taranta Power.
A Milano Fathy Salama presenta una line up inedita con fisarmonica e percussioni, per assecondare al meglio arrangiamenti che cercano ispirazioni nelle ritmiche (“doroob”), nelle scale (“maqam”) e nell’improvvisazione (“taqseem”) legate alla tradizione musicale del mondo arabo, ma senza rinunciare a un suono mondiale, fra blues, jazz e sonorità contemporanee.

FORMAZIONE
Fathy Salama (pianoforte, tastiere, effetti)
Ayman Sedki (douf, djembé, dohoula)
Ramadan Mansour (tabla, douf)
Helmy Shokry (basso)
Saleh El Artist (fisarmonica)
INFORMAZIONI e PRENOTAZIONI

Piccolo Teatro – Teatro Studio
Via Rivoli, 6 – Milano
Telefono 848800304 (chiamata ad addebito ripartito)
Da lunedì al sabato, dalle 10 alle18,45
Domenica dalle 13 alle 18,30
www.piccoloteatro.org

Eclettica & Media
www.eclettica.org


Prezzo

TENGIR TOO, KYRGYZ MOUNTAIN MUSIC
Ingresso
Intero € 15,00
Ridotto € 12,00

FATHY SALAMA & SHARKIAT
Ingresso
Intero € 18,00
Ridotto € 12,00

Ufficio Stampa tel. 02 72333 212 – fax 02 72333 311 – piccolo.stampa@piccoloteatromilano.it


COMUNICATO STAMPA

Al Piccolo Teatro Studio - Ingresso gratuito
Tutti al Gran Teatro della Poesia:
domani dalle 17,30 la non stop di sette ore

Una eccezionale serata con i poeti Maurizio Cucchi, Davide Rondoni, Mario Benedetti, Mario Santagostini, Luciano Erba, Michael Krüger, Giancarlo Majorino, Armin Senser, Cesare Viviani, Christine Huber, Vivian Lamarque, Franco Loi, Milo De Angelis, Roberto Mussapi, Jacek Napiòrkowski, Antonio Riccardi.
Uno spazio speciale per i giovani poeti.
Fausto Russo Alesi e Laura Pasetti leggono i classici del Novecento.

Musica dal vivo con Enrico Intra, Filippo Del Corno e Walter Muto

Prende il via domani, sabato 29 marzo, alle 17.30, al Piccolo Teatro Studio di via Rivoli il “Gran Teatro della Poesia”, non-stop di sette ore, a ingresso libero, nella quale i grandi classici della poesia e i contemporanei si “rincorreranno” fino a notte fonda, accompagnati da una vera e propria trama musicale che culminerà nel pomeriggio con l’intervento di Enrico Intra; le note di Filippo Del Corno e di Walter Muto, invece, rispettivamente apriranno e chiuderanno la maratona, curata da Maurizio Cucchi e Davide Rondoni.
Alle 17.30 verrà anche aperta, nel foyer del teatro, la “Bottega di poesia”, nella quale Maurizio Cucchi, Mario Benedetti e Mario Santagostini incontreranno aspiranti poeti desiderosi di sottoporre a un giudizio autorevole i propri scritti.
Sempre nel foyer, dalle 17.30 e per tutta la serata giovani poeti, già consacrati come tali ma non ancora affermati, si succederanno con la lettura dei propri lavori.
Nella sala dello Studio, a partire dalle 17.45, si entrerà nel vivo della manifestazione: nella cornice scenografica disegnata dalle opere di tre pittori (Letizia Fornasieri, Giovanni Manfredini e Luca Pignatelli) si apre la sezione intitolata “La ragazza della nostra sorte” nella quale l’amore e la passione per l’Italia troverà gli accenti di Marinetti, Gozzano, Pasolini letti da Fausto Russo Alesi e Laura Pasetti.
Alle 18.30 Luciano Erba, Michael Krüger, Giancarlo Majorino, Armin Senser, Cesare Viviani inaugurano, con la lettura delle proprie opere, la sezione dedicata ai poeti contemporanei.
La lirica amorosa - “Ratto al cuore”, il titolo della sezione – da Dante a Michelangelo, fino a Montale, si intreccerà, dalle ore 20 in poi, alle esecuzioni del Maestro Intra.
Alle 21.00 saranno Christine Huber, Vivian Lamarque e Franco Loi a dare nuovamente voce alla contemporaneità.
Le infinite espressioni della spiritualità, l’umana aspirazione a “mettere a fuoco Dio” rieccheggerà nei versi di Agostino, ma anche di Baudelaire e Ungaretti, dalle 21.45.
Chiuderanno la sezione dedicata ai contemporanei, alle 22.30, Milo De Angelis, Roberto Mussapi, Jacek Napiórkowski e Antonio Riccardi; epilogo della maratona, intorno alle 23.30, sarà l’incontro tra poesia e blues: “un corpo solo, un’anima soul” illustrata dai versi di Eliot, Auden, Carver.
Milano, 28 marzo 2008
Ufficio Stampa tel. 02 72333 212 – fax 02 72333 311 – piccolo.stampa@piccoloteatromilano.it

COMUNICATO STAMPA

Eccezionale evento al Piccolo Teatro Studio
sabato 29 marzo dalle 17,30 a dopo mezzanotte

INGRESSO GRATUITO

Tutti al Gran Teatro della Poesia:
non stop di 7 ore e una “Bottega”
per gli aspiranti poeti

Classici e giovani poeti a confronto
in una cornice di musica e pittura

“Gran Teatro della Poesia” è il titolo con cui quest'anno il Piccolo Teatro di Milano, in collaborazione con l’Aicem, Associazione degli Istituti di cultura europei di Milano, rinnova sabato 29 marzo l’appuntamento con i poeti europei del ”900. Un’occasione unica non soltanto per approfondire la conoscenza della grande poesia europea del XX secolo, ma anche per avvicinarsi ai nuovi poeti.
Con una formula del tutto nuova – proposta e curata da Maurizio Cucchi e Davide Rondoni, con il coordinamento di Italo Gregori sempre nella traccia indicata da Giovanni Raboni 14 anni fa – l’appuntamento si articolerà quest’anno in una non-stop di sette ore, dal pomeriggio a notte fonda.
Dalle 17,30 a dopo mezzanotte si alterneranno al Piccolo Teatro Studio di via Rivoli – l’ingresso è libero fino ad esaurimento dei posti – classici, poeti di oggi e giovani autori di domani, mentre aprirà i battenti nel foyer del teatro una vera e propria "Bottega di poesia" alla quale chiunque abbia dei versi nel cassetto potrà rivolgersi per avere – da parte di poeti, per così dire, “professionisti” – giudizi, critiche e suggerimenti.
È, quest’ultima, un’originale iniziativa che non mancherà di richiamare numerosi “aspiranti poeti”. Moltissimi, infatti, sono coloro che scrivono versi, che però, nella maggior parte dei casi, rimangono fissati su fogli che nessuno legge.
Il primo elemento di possibile collegamento che viene a mancare è proprio il confronto. Infatti chi scrive, anche se dice di scrivere per sé, desidera essenzialmente un interlocutore, che in genere gli manca. Diventa pertanto utile, e in certi casi decisivo, poter essere ascoltati da qualcuno che, tecnicamente, sia in grado di leggere e dare una valutazione.
L'arte e la poesia non possono pretendere di trovare risposte esatte, ma la risposta di chi per esperienza e riconosciuta abilità nello specifico può dare un'opinione sul testo, nel dettaglio, è sempre molto importante.
Così gli organizzatori hanno pensato di accogliere nella “Bottega di poesia” chi scrive versi, giovane o meno giovane, speranzoso o semplicemente divertito, per dare un parere immediato. Un giudizio tecnico che fornisca anche suggerimenti, indicazioni sui punti deboli o su quelli dove convenga insistere e approfondire; suggerimenti anche di letture, sempre indispensabili per un corretto uso delle proprie risorse, verso soluzioni espressive soddisfacenti. Tutto ciò nella convinzione che ogni forma d'arte nasca dal rigore e dalla disciplina, dal lavoro nella "bottega", il solo che possa fornire consapevolezza nell'uso dei materiali, che in questo caso sono le parole e le sillabe, i suoni e i significati, il verso e la struttura compositiva.
Farà da cornice alla manifestazione musica dal vivo classica e contemporanea, dal jazz alle improvvisazioni. E saranno esposte alcune opere di tre pittori: Letizia Fornasieri, Giovanni Manfredini e Luca Pignatelli. Grazie al contributo dell'Aicem parteciperanno anche alcuni autori contemporanei di lingua tedesca.
Ma vediamo il programma di questa intensa “maratona poetica”.

Sabato 29 marzo ore 17.30, nella sala del Piccolo Teatro Studio
Inaugurazione del Gran Teatro della Poesia
Apertura della “Bottega di poesia”:
Maurizio Cucchi, Mario Benedetti e Mario Santagostini
incontrano vis-à-vis gli aspiranti poeti per una valutazione critica dei loro scritti

Dalle ore 17.30, nel foyer
I giovani poeti
Letture di Corrado Benigni, Fabrizio Bernini, Roberta Castoldi,
Lucrezia Lerro, Amos Mattio, Francesco Osti, Andrea Ponso,
Valentino Ronchi, Francesca Serragnoli, Matteo Zattoni
In sala saranno esposte opere di Letizia Fornasieri, Giovanni Manfredini,
Luca Pignatelli

Ore 17.45 – I classici
“La ragazza della nostra sorte”: da Marinetti a Gozzano, a Pasolini
L’Italia vista dai poeti
Leggono Fausto Russo Alesi e Laura Pasetti
Intermezzi musicali a cura di Filippo Del Corno

A pochi giorni dalle elezioni sarà interessante ascoltare nella sezione de "La ragazza della nostra sorte", l'Italia vista dai poeti, quanto l'amore e la passione per il nostro paese abbia suscitato grande e forte poesia.

Ore 18.30 – I contemporanei
Luciano Erba, Michael Krüger, Giancarlo Majorino,
Armin Senser, Cesare Viviani
leggono le proprie poesie

Ore 20.00 – I classici
“Ratto al cuore”: da Dante a Michelangelo, a Montale
Leggono Fausto Russo Alesi e Laura Pasetti
Intermezzi musicali a cura di Enrico Intra

Ore 21.00 – I contemporanei
Christine Huber, Vivian Lamarque, Franco Loi
leggono le proprie poesie

Ore 21.45 – I classici
“Mettere a fuoco Dio”: da Agostino a Baudelaire, a Ungaretti
Leggono Fausto Russo Alesi e Laura Pasetti
Intermezzi musicali a cura di Enrico Intra

Ore 22.30 – I contemporanei
Milo De Angelis, Roberto Mussapi, Jacek Napiórkowski, Antonio Riccardi
leggono le proprie poesie

Ore 23.30 – I classici
“Un corpo solo, un’anima soul”:
poesia&blues da Eliot ad Auden, a Carver
Leggono Fausto Russo Alesi e Laura Pasetti
Intermezzi musicali a cura di Walter Muto

Il Piccolo Teatro per la X Settimana della Cultura
La “non stop” è organizzata in occasione della Giornata Mondiale della Poesia, celebrata il 21 marzo sotto l’egida dell’UNESCO, e si inserisce tra le iniziative con le quali il Piccolo Teatro di Milano aderisce alla X Settimana della Cultura promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali.
Sono anche in programma, in occasione della Settimana della Cultura, due “Benvenuti al Piccolo” speciali, al Piccolo Teatro Strehler (ingresso libero su prenotazione fino a esaurimento posti – tel. 0272333214, 215, 237) sabato 29 marzo, ore 16.00, e domenica 30 marzo, ore 11.00.
Sono inoltre previsti prezzi speciali per assistere allo spettacolo, in scena al Piccolo Teatro Studio, “La barca dei comici”, nelle giornate di giovedì 27 marzo, ore 20.30, venerdì 28 marzo, ore 20.30, domenica 30 marzo,ore 16.00 (prenotazioni all’848800304).

Milano, 26 marzo 2008
Ufficio Stampa tel. 02 72333 212 – fax 02 72333 311 – piccolo.stampa@piccoloteatromilano.it

COMUNICATO STAMPA

Piccolo Teatro e Teatro Gioco Vita insieme con una fantasia teatrale
per attori e ombre tratta dai “Mémoires” di Goldoni

Salpa di nuovo la “Barca dei comici”

Torna con un nuovo cast di giovani attori lo spettacolo
di Stefano de Luca, dal 27 marzo al Piccolo Teatro Studio

Uno spettacolo che avvicina al teatro genitori e bambini insieme

Torna dal 27 marzo al Teatro Studio, per quasi un mese (fino al 20 aprile), con un cast parzialmente rinnovato, “La barca dei comici”, prodotto da Piccolo Teatro e Teatro Gioco Vita e messo in scena da Stefano de Luca: una straordinaria fantasia teatrale per attori e ombre alla quale de Luca ha dato corpo lavorando sui materiali dei Mémoires di Carlo Goldoni e del copione teatrale di Giorgio Strehler, che all’autobiografia dell’autore veneziano lavorò fin dagli anni Sessanta senza approdare mai alla scena.
Le parole di Strehler illustrano l’idea-base dello spettacolo: “Da un miracolo di fantasia o di memoria rinasce di colpo una storia della giovinezza di Carlo Goldoni, quando una mattina d’aprile partì in un favoloso viaggio per mare assieme a una compagnia di comici”. Un frammento di vita, quindi, poche giornate trascorse su una nave in viaggio da Rimini a Venezia, una “scappatella” adolescenziale, la fuga da scuola per ritrovare la madre che vive nella città lagunare, ma per affacciarsi, in realtà, alla vita e scoprirne, per la primissima volta, “l’amore – sono sempre parole di Strehler - le donne, lo stupore, la curiosità per l’umano mondo dei comici, e attraverso di essi, la curiosità per il mondo dell’uomo”.
Stefano de Luca e Stella Casiraghi traggono da questo episodio uno spettacolo divertente e allo stesso tempo pieno di poesia, un magico viaggio nel teatro, che coinvolge un capocomico guitto e generoso, un’attrice primadonna, che a volte si trasforma in servetta tuttofare e che interpreta anche la mamma dell’autore, e l’immancabile Arlecchino.

Stefano de Luca, 41 anni, una intensa attività anche all’estero, allievo vent’anni fa del primo corso della Scuola fondata da Strehler, è alla sua terza regia goldoniana per il Piccolo Teatro dopo la riedizione dello storico Arlecchino - a Mosca proprio nei giorni del debutto milanese della Barca dei comici - e lo spettacolo per ragazzi Arlecchino racconta. Per il Piccolo ha realizzato altri due spettacoli, un fortunatissimo Pinocchio e Il Piccolo Principe, nei quali il ruolo del protagonista era affidato a Marta Comerio, oggi tra i protagonisti della nuova edizione della Barca dei comici.
Lo spettacolo è un’occasione speciale per avvicinare al teatro genitori e bambini insieme, nonni e nipoti, nella linea del pensiero di Strehler che affermava, nella sua Lettera al pubblico di domani: “L’unico modo per fare teatro per i ‘più piccoli’ è quello di farlo per i ‘più grandi’. I piccoli, giovani uomini, sono innanzitutto esseri umani che si aspettano dal teatro parole poetiche, comprensibili ed oneste, spettacoli limpidi ma pieni di fantasia, presentati con rigore su grandi temi, con grandi messaggi e grandi domande”.
“Un atto d’amore verso il teatro”, definisce lo spettacolo Sergio Escobar, “affidato a un gruppo di giovani che con straordinaria passione si sono dedicati a questa messa in scena. Compagni in questa avventura sono gli amici di Teatro Gioco Vita, con cui collaboriamo felicemente da svariate stagioni”.
Dal canto suo, Diego Maj direttore di Teatro Gioco Vita vede nella Barca dei comici “un incontro autentico di due poetiche, quella del Piccolo e quella di Teatro Gioco Vita, di nuovo impegnati in una coproduzione dopo l’esperienza di Miracolo a Milano e i progetti realizzati insieme in questi anni, la mostra omaggio a Lele Luzzati, l’ospitalità, i laboratori”.


LA SCHEDA


Piccolo Teatro Studio (via Rivoli 6 – M2 Lanza)
Dal 27 marzo al 20 aprile 2008
La barca dei comici
fantasia teatrale di Stefano de Luca
da un episodio dei “Mémoires” di Carlo Goldoni
scene Fabrizio Montecchi
ombre Nicoletta Garioni e Fabrizio Montecchi,
progetto drammaturgico Stella Casiraghi e Stefano de Luca
musiche Fiorenzo Carpi e Marco Modana
costumi Luisa Spinatelli
con Tommaso Banfi, Angelo Campolo, Marta Comerio, Giorgio Minneci
Produzione Piccolo Teatro di Milano-Teatro d’Europa,
Teatro Gioco Vita-Teatro Stabile d’Innovazione


Orari: da martedì a giovedì ore 10.30; venerdì ore 10.30 e 20.30; sabato ore 19.30; domenica ore 16. Lunedì riposo.
Giovedì 27 marzo ore 20.30 ; sabato 29 marzo riposo.

Durata un’ora e ‘25

Spettacolo per bambini a partire dagli 8 anni

Prezzi: recite del mattino, posto unico 7 euro
platea euro 23,50, balconata euro 20,50;


Biglietteria telefonica 848800304 (chiamata ad addebito ripartito – a tariffa urbana)
www.piccoloteatro.org



Milano, 25 marzo 2008
Comune di Milano – Assessorato alla Cultura
in collaborazione con Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa e Pen Club Italia


presentano


MILANO PER EVGENIJ EVTUSHENKO
Nel paese di come se

lunedì 17 marzo – ore 20.30, Piccolo Teatro Studio, via Rivoli 6



Il Comune di Milano – Assessorato alla Cultura in collaborazione con Il Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa e Pen Club Italia, rende omaggio al più importante poeta russo contemporaneo Evgenij Evtushenko, con una serata di poesia presso il Piccolo Teatro Studio.

Lunedì 17 marzo alle ore 20.30 al Piccolo Teatro Studio, Evgenij Evtushenko sarà protagonista di un recital in cui leggerà versi in russo e in italiano tratti dalla raccolta di poesie e testi Nel paese di come se e due poemi inediti Bruno e Enzo e Robertino Loreti.
Durante la serata Evtushenko sarà coadiuvato da Alessandro Quasimodo per alcuni testi in italiano.
Accompagna la lettura la pianista giapponese Mariko Kitazato, che eseguirà brani di Tchaikovsky, Rachmaninov e Kabalevskij.

La serata, a ingresso gratuito, sarà introdotta dall’assessore alla Cultura Vittorio Sgarbi e da Sebastiano Grasso, presidente del Pen Club Italia.

Evgenii Evtushenko
Nato nel 1933 a Zima, in Siberia, da una famiglia in esilio, vive a Mosca dall’età di undici anni, dove compie i suoi studi letterari. Gli attacchi allo Stalinismo e alla burocrazia dei tardi anni ’50, lo rendono leader dei giovani intellettuali russi. Ha pubblicato i suoi primi versi a 16 anni e il suo primo libro a 19. Ma è soprattutto nel 1956 con La stazione di Zima (Feltrinelli, 1962) e nel 1961 con Babi Yar (denuncia contro l’anti-semitismo nazista e sovietico, pubblicato in Russia solo nel 1984: versi che ispirarono a Šostakovic la Sinfonia n° 13.) che gli ambienti culturali internazionali si accorgono della sua opera.
Nel 1960 fu il primo russo a varcare la "Cortina di ferro" e a recitare i suoi versi in Occidente. Gli eredi di Stalin esce sulla Pravda nel 1961, ma non viene ripubblicato fino al 1987. Si tratta di una denuncia del sistema sovietico che avvalora la tesi secondo cui lo Stalinismo è sopravvissuto a lungo al suo ideatore. Fino al 1963 può viaggiare e leggere i suoi versi all’estero, ma la pubblicazione a Parigi di Autobiografia precoce (Feltrinelli, 1963) causa la censura ufficiale del governo russo e la revoca di tutti i privilegi.
Poemi successivi: La centrale idroelettrica di Bratsk (Rizzoli, 1965) e L’università di Kazan (1970).
Dal ‘70 diventa attore, realizza film, si dedica alla fotografia e anche alla narrativa: è del 1981 il romanzo Il posto delle bacche (Einaudi).
Nel 1972 ha grande successo con Sotto la pelle della statua della libertà. Le sue posizioni politiche comunque rimangono molto chiare: nel 1974 supporta Solzhenitsyn, quando il vincitore del Premio Nobel viene arrestato e mandato in esilio. Dopo la salita al potere di Gorbaciov, fa conoscere dalle pagine del giornale Ogonek molti poeti repressi durante il regime di Stalin, e dopo il collasso del comunismo si fa promotore della realizzazione di un monumento dedicato alle vittime della repressione stalinista, collocato davanti alla Lubianka, il quartier generale del Kgb.
La sua raccolta di poesie, 1952-1990, viene pubblicata nel 1991. In epoca post-sovietica scrive Non morire prima di essere morto (Baldini & Castoldi, 1995), fiaba su Boris Yeltsin.
Le sue opere sono state tradotte in 72 lingue.
Ha scritto e diretto due opere cinematografiche: nel 1982, Giardino d’infanzia e, nel 1990, Il funerale di Stalin, con Vanessa Redgrave e Claus Maria Brandauer.
Cittadino russo, si divide fra la Russia e l’America, dove, dal 1994, insegna poesia e cinematografia agli studenti dell’Università di Tulsa (Oklahoma).
Nel 2000, il 18 luglio, giorno del suo compleanno, Evtušenko ha ricevuto, dall’Accademia Russa delle Scienze, un insolito dono: è stato dato il suo nome a una stella del sistema solare.
Dal 1964 Evtušenko ha visitato l’Italia più di 20 volte. In Italia ha ricevuto diversi premi, fra cui il “Boccaccio” (1995), il “Grinzane Cavour” (2005), il "Librex Montale" (2006), ha vinto il "Città di Vercelli" e il "Vailate-Sala" (2007).

MILANO PER EVGENIJ EVTUSHENKO
Nel paese di come se
lunedì 17 marzo
ore 20.30
Piccolo Teatro Studio, via Rivoli 6
www.piccoloteatro.org
ingresso libero fino ad esaurimento posti

Ufficio Stampa Comune di Milano
Tel. 02 884 50150
www.comune.milano.it

Ufficio Stampa Piccolo Teatro di Milano
Tel. 02 72333213
COMUNICATO STAMPA
LUNEDI’ 10 MARZO 2008, ORE 21

Presso il Piccolo Teatro – Teatro Studio di via Rivoli 6, a Milano, si terrà il terzo appuntamento
della rassegna Orchestra Senza Confini, organizzata dall’Associazione Culturale Musica Oggi
e dal Piccolo Teatro – Teatro d’Europa

ONIC JAZZ BAND
Orchestra Nazionale Insegnanti di Conservatorio
Direzione artistica: Paolo Damiani

Concerto in collaborazione con il Ministero dell’Università e della Ricerca
e con il Ministero dei Beni Culturali

Musicisti partecipanti:

Trombe Marco Sannini, Giampiero Lobello, Marco Tamburini, Alberto Mandarini
Tromboni Roberto Rossi, Gianluca Bernardo
Tuba Mario Gallo
Ance, legni Pietro Tonolo, Giovanni Agostino Frassetto, Nicola Pisani, Mauro Zazzarini,
Pierpaolo Pecoriello, Francesco Marini, Claudio Pacifici,
Vincenzo Nini, Filiberto Palermini
Pianoforte Carlo Morena, Gianni Lenoci, Salvatore Bonafede, Cinzia Gizzi,
Alberto Tacchini, Paolo Birro
Chitarre Pietro Condorelli, Tomaso Lama
Violoncello Paolo Damiani
Contrabbasso Piero Leveratto
Basso elettrico Marco Micheli
Batteria Alessandro Fabbri

Musiche e arrangiamenti originali dei musicisti dell’orchestra

E con la partecipazione di Marco Fumo in piano solo (musiche di Willie “The Lion” Smith, James
P.Johnson, Joe Turner, Art Tatum)

Introduzione al concerto a cura di Maurizio Franco

Come già avvenuto in passato, la rassegna centrata sulla Civica Jazz Band ospita stavolta un’altra big band italiana di assoluto rilievo, nata dall’impegno di due Ministeri, diretta artisticamente da Paolo Damiani e realizzata con i docenti di Jazz dei Conservatori. Più che una vera big band, si tratta di un ensemble duttile, che si può scomporre in molteplici situazioni strumentali, adeguate al repertorio, comprensivo di brani originali, ma anche di arrangiamenti di pagine storiche del jazz orchestrale. Inoltre, significativa la presenza di quattro brani legati allo stride piano nell’esecuzione di Marco Fumo, pioniere nell’insegnamento della letteratura musicale afroamericana in Conservatorio. Nell’attuale momento storico, in cui il jazz rappresenta un linguaggio musicale che ormai fa totalmente parte della nostra cultura, la ONIC Jazz band diventa una presenza significativa, sul piano dell’incontro culturale, perché avviene all’interno di una manifestazione che è centrata sulla band dei Civici Corsi di Jazz, scuola che fa parte dell’Accademia Internazionale della Musica di Milano. Un avvenimento unico per Milano, a cui partecipano solisti di valore internazionale.

Ingresso 15 euro
Per informazioni e prenotazioni tel. 848800304 (chiamata ad addebito ripartito – a tariffa urbana)
Ufficio Stampa tel. 02 72333 212 – fax 02 72333 311 – piccolo.stampa@piccoloteatromilano.it

ODISSEA: DOPPIO RITORNO - ORARI

Nel foyer del Piccolo Teatro Studio, a partire da mezz'ora prima dell'inizio dello spettacolo "L'Antro delle Ninfe", verranno proiettate le immagini dello spettacolo "Itaca", in scena al Piccolo Teatro Strehler, per illustrare il legame di interazione tra i due spettacoli.

Orari Itaca

sabato 8 marzo ore 19.30
domenica 9 marzo ore 16.00
lunedì 10 marzo riposo
martedì 11 marzo ore 19.30
mercoledì 12 marzo ore 15.30 (pomeridiana per le scuole)
giovedì 13 marzo ore 20.00
venerdì 14 marzo ore 20.00
sabato15 marzo ore 19.30
domenica 16 marzo ore 16.00
lunedì 17 marzo riposo
martedì 18 marzo ore 19.30
mercoledì 19 marzo ore 20.00
giovedì 20 marzo ore 20.00

Durata 4 ore compreso intervallo

Orari L'antro delle ninfe

sabato 8 marzo ore 16.00 e ore 20.00
domenica 9 marzo ore 16.30 e ore 21.00
lunedì 10 marzo riposo
martedì 11 marzo ore 20.00
mercoledì 12 marzo ore 16.00 e ore 21.00
giovedì 13 marzo ore 20.30
venerdì 14 marzo ore 20.30
sabato15 marzo ore 20.00
domenica 16 marzo ore 16.30
lunedì 17 marzo riposo
martedì 18 marzo ore 20.00
mercoledì 19 marzo ore 20.30
giovedì 20 marzo ore 20.30

Durata 1 ora e 30' senza intervallo
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COMUNICATO STAMPA

Progetto Odissea, dall’8 al 20 marzo 2008:
Itaca e L’antro delle ninfe in scena contemporaneamente,
al Piccolo Teatro Strehler e al Piccolo Teatro Studio

Ronconi e il “doppio” ritorno di Ulisse: due spettacoli
che si riflettono l’uno nell’altro, due sguardi sul mito

Dall’8 marzo al 20 marzo 2008, due sale del Piccolo Teatro, lo Strehler e lo Studio, faranno da cornice a uno degli eventi “cuore” della stagione; ospiteranno in contemporanea due spettacoli, due capitoli del progetto “Odissea doppio ritorno”, realizzato da Luca Ronconi per “Ferrara, Città del Rinascimento”, felice esito dello sforzo produttivo congiunto del Centro Teatrale Santa Cristina e del Teatro Comunale di Ferrara, in collaborazione con la Scuola del Piccolo Teatro di Milano e la Fondazione Teatro Stabile di Torino. Ronconi sceglie questa volta il personaggio di Ulisse per una nuova incursione nel mito. Nei due spettacoli - Itaca di Botho Strauss e L’antro delle ninfe da Omero e altri autori antichi attraverso l’elaborazione drammaturgica di Emanuele Trevi – racconta il ritorno dell’eroe ad Itaca, seguendo un filo letterario che prende le mosse dal poema omerico per spingersi fino alla drammaturgia contemporanea. Giocando con la contemporaneità delle rappresentazioni e con tutte le possibilità espressive offerte da spazi scenici diversi (il grande palco “frontale” del Teatro Strehler il primo e lo spazio del Teatro Studio il secondo) i due momenti del progetto faranno risuonare attraverso la voce di oltre 30 giovani attori la forza millenaria dei versi originali, invitando il pubblico a prendere parte al viaggio dei viaggi - l’Odissea - per seguire, strada facendo, il disvelarsi di un percorso di approfondimento dentro se stessi…

Itaca
In quest’opera (del 1996), Botho Strauss rivisita l’epica omerica portando in scena l’episodio conclusivo dell’Odissea, il momento in cui Ulisse dopo dieci anni di guerra a Troia e altri dieci di vagabondaggio per il Mediterraneo nel tentativo di tornare a casa, finalmente sbarca ad Itaca, isola di cui è re, per ricongiungersi alla moglie Penelope e al figlio Telemaco: troverà Itaca occupata dai Proci, che insidiano Penelope, e solo con l’aiuto degli dei e del proprio ingegno l’eroe ristabilirà l’ordine. Ma nella lettura di Strauss casa e famiglia dell’astuto Ulisse sono molto cambiate durante il lungo esilio, e non in meglio.
Un dialogo con il classico tra ironia grottesca e psicologia, filtrato dall’intelligenza tagliente di uno fra i massimi intellettuali tedeschi viventi.

L’Antro delle Ninfe
Originale opera della tarda antichità, l’Antro delle Ninfe del filosofo neoplatonico Porfirio, è un’affascinante lettura simbolica ed esoterica dell’Odissea, che il giovane critico Emanuele Trevi ha adattato per la scena fondendola con i versi originali di Omero, qui nella splendida traduzione di G. Aurelio Privitera. Vissuto nel terzo secolo dopo Cristo, Porfirio, allievo di Plotino, dedicò un trattatello all’analisi di un pugno di versi del tredicesimo libro dell’Odissea. Immerso in un sonno profondo, Ulisse è riportato ad Itaca dai Feaci. Nei versi presi in esame è descritta una misteriosa grotta, sacra alle Naiadi, ninfe delle acque, in cui l’eroe, su consiglio della sua protettrice Atena, nasconde i preziosi doni fattigli dagli stessi Feaci. Lo spettacolo trasforma l’esegesi delle parole omeriche in un’ironica “battaglia verbale” tra studiosi. Innestati nel testo di Porfirio, brani originali dell’Odissea ne rievocano gli episodi più significativi, dalla lotta contro Poliremo e le soste da Circe e Calipso, all’incontro con le anime dei morti.




LA SCHEDA


ODISSEA: DOPPIO RITORNO
un progetto per FERRARA, CITTÀ DEL RINASCIMENTO


Piccolo Teatro Strehler (largo Greppi – M2 Lanza) – dall’8 al 20 marzo 2008
ITACA
di Botho Strauss
traduzione di Luisa Gazzerro Righi


Piccolo Teatro Studio (via Rivoli 6 – M2 Lanza) – dall’8 al 20 marzo 2008
L’ANTRO DELLE NINFE
da Omero e Porfirio
traduzioni di Giuseppe Aurelio Privitera e Laura Simonini
a cura di Emanuele Trevi


Itaca

Pallade Atena Elena Ghiaurov
Ulisse Pierluigi Corallo
Ulisse Graziano Piazza
Ulisse Raffaele Esposito
Penelope Francesca Ciocchetti
Telemaco Andrea Luini
Laerte Michele Maccagno
Euriclea Tatiana Lepore
Eumeo Riccardo Bini
Femio Cristiano Nocera
Irò Marco Grossi

Antinoo Cristian Giammarini
Eurimaco Stefano Moretti
Anfinomo Pasquale Di Filippo
Ctesippo Antonio Santoro
Elato Raffaele Sinkovic
Leode Massimo Di Michele
Leocrito Valerio Vittorio Garaffa
Anfimedonte Fabrizio Nevola
Demottolemo Riccardo Bocci
Agelao Mele Ferrarini
Euriade Nicolò Todeschini
Pisandro Gabriele Falsetta

Melanto Cristina Gardumi

Ginocchio Irene Petris
Polso Camilla Zorzi
Clavicola Giorgia Salari

Ancella Silvia Pernarella
Ancella Stella Piccioni






Antro delle Ninfe

I Francesco Colella
II Cristina Gardumi
III Alessandro Genovesi
IV Marco Grossi
V Giovanni Ludeno
VI Stefano Moretti

Ulisse Raffaele Esposito
Circe Elena Ghiaurov
Ulisse Graziano Piazza
Elpenore Massimo Di Michele
Tiresia Michele Maccagno
Anticlea Tatiana Lepore
Agamennone Cristiano Nocera
Ulisse Pierluigi Corallo



regia Luca Ronconi
progetto scenico Marco Rossi
costumi Silvia Aymonino
musiche Carlo Maria Boccadoro
luci Nevio Cavina
movimenti Maria Consagra
registi assistenti Carmelo Rifici, Fabrizio Arcuri
assistente costumista Marco Idini
assistente ai movimenti Alessio Maria Romano

una produzione Santacristina Centro Teatrale - Teatro Comunale di Ferrara
in collaborazione con la Scuola del Piccolo Teatro di Milano - Teatro d’Europa
e la Fondazione Teatro Stabile di Torino



Prezzi: platea euro 31,00, balconata euro 24,50

Biglietteria telefonica 848800304 (chiamata ad addebito ripartito – a tariffa urbana)

www.piccoloteatro.org


Milano, 3 marzo 2008






Special Sponsor del Teatro Strehler per la Stagione 2007/2008

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DOCUMENTI

Intervista a Luca Ronconi

Ritorno al futuro

di Gianfranco Capitta

Luca Ronconi presenta a Milano due spettacoli differenti e autonomi, eppure strettamente “collegati”.
O come dice il regista “complementari”. Itaca di Botho Strauss e L’Antro delle Ninfe che Emanuele Trevi ha tratto da alcuni versi dell’Odissea e dal commento del filosofo Porfirio. A Ferrara, dove hanno debuttato, erano in scena al Teatro Comunale contemporaneamente, uno in platea e l’altro sul palcoscenico. Una iniziativa fuori delle logiche correnti nel mercato teatrale, ma che ha saldi punti di riferimento nella vita artistica di Luca Ronconi. C’è innanzitutto l’affezione del regista per i grandi classici della letteratura riscritti per il teatro; e quella di Botho Strauss è una delle poche scritture contemporanee a esser già stata messa in scena da Ronconi con Besucher una quindicina di anni fa. Inoltre si tratta di due testi legati in un’unica progettualità: suggestioni in ordine sparso che pure fanno rientrare istintivamente, e a pieno titolo, questa nuova esperienza spettacolare nel gusto e nella storia creativa di Luca Ronconi. Compreso l’inizio del lavoro, avvenuto presso la scuola teatrale di Santacristina, nelle grandi aule bianche quasi monacali per la sobrietà, dove il silenzio della campagna umbra è ancora attutito dai pavimenti di legno, nel più severo e vissuto campus a tempo pieno che il teatro italiano conosca. È nelle pause tra le sedute e i pasti in comune che il regista ha parlato del suo progetto.

L’Odissea prende corpo qui attraverso la riscrittura di Botho Strauss, che ha sollevato al momento dell’andata in scena a Monaco nei primi anni Novanta, protagonista Bruno Ganz, polemiche fortissime, addirittura accuse di scelta reazionaria da parte dell’autore, da sempre schierato nella sinistra tedesca.
Avevo letto Itaca di Botho Strauss qualche anno fa, appena è esistita una traduzione italiana. Le sue singolarità sono espresse perfettamente dall’autore, che nella sua breve prefazione dice di aver scritto il testo pensando a un lettore che mentre legge l’Odissea contemporaneamente la proietta sul palcoscenico, e a questa lettura si sovrappongono quindi continuamente una serie di osservazioni, riflessioni, chiose, memorie. Il fatto che trovo più interessante è come questo testo sia rilettura di un classico, ma sia contemporaneamente disseminato di altre ipotesi che vi si sovrappongono. In questo modo Itaca non risulta una “interpretazione” univoca di un testo classico, ma mantiene tutta la libertà della lettura.

Il tuo racconto fa pensare quasi a delle proiezioni, che si irradiano dal testo…
Sì, o a degli squarci continui, che si aprono parallelamente alla lettura, o nel suo corso, come fossero continue divagazioni.

A fianco di Itaca però, c’è anche un frammento dell’Odissea originale…
Sì, ho pensato che fosse giusto così, da quando ho cominciato a lavorarci con un piccolo gruppo di attori un anno fa. Se veramente Itaca è anche una sorta di “portafogli”, uno schema drammaturgico che diviene talvolta frammentario, ho voluto aggiungervi un complemento. Itaca, non so se al momento della pubblicazione, ma certo al momento della rappresentazione in Germania, è divenuto un testo dai connotati politici molto decisi. Che non a caso sono emersi al momento della rappresentazione con molta più forza che al momento della scrittura.


Per questo mi è sembrato interessante opporre al testo qualcosa di complementare, quasi un altro pannello di un dittico, che leggesse invece brani dell’Odissea da un altro punto di vista. Non quello storico e politico, ma ad esempio letterario e sapienziale.
Emanuele Trevi mi ha proposto di mischiare alcuni episodi dell’Odissea al saggio di Porfirio, che come tutti sanno (ma io non lo sapevo, prima di leggerlo) è un commento, anzi un’interpretazione.
O meglio ancora un tentativo di sciogliere l’enigma che dei sapienti si pongono, attorno ad alcuni versi del poema omerico. Versi che descrivono l’antro delle Ninfe davanti al quale Ulisse si addormenta appena arrivato a Itaca, e dentro al quale nasconde i tesori dei Feaci. Itaca inizia con il risveglio dell’eroe dal suo sonno, mentre L’Antro delle Ninfe ha luogo proprio durante quello stesso sonno.
Il momento del sonno fa da elemento di cerniera tra i due spettacoli.

Ma i due spettacoli sono per lo spettatore indipendenti uno dall’altro?
Assolutamente: non è affatto necessario questo complemento, che io ho voluto, ma che non è certo imposto al pubblico, che può assistere liberamente a uno o all’altro.

Da come si viene scoprendo il meccanismo creativo, appare un percorso che parte dalla tua scelta della riscrittura di Botho Strauss, tra tante riscritture recenti del mito di Ulisse. Ma poi hai scelto di affiancare a questo testo un altro, ed Emanuele Trevi suggerisce il commento di Porfirio all’episodio dell’Antro delle Ninfe, così che la drammaturgia che ne risulta è complessa, ma anche plurima, frutto di molteplici apporti, a voler indagare il processo creativo.
Sì, ma è un processo che mi sembra anche coerente con la materia dell’Odissea.

Che non si sa infatti se sia stata scritta da un solo autore, o magari da una donna come sostiene una tesi affascinante del Novecento. Ma l’Odissea è stata scritta e riscritta da molti, in particolare nell’ultimo secolo, che sull’eroe si è sbizzarrito. Un eroe tanto razionale e acuto, da far finire però i due poemi omerici con orribili massacri.
In Itaca (ma anche nell’Odissea) Ulisse risulta fortemente condizionato dalla volontà di Atena, che lo ispira e lo aiuta nella sua missione.

Ma se Atena è la divinità della ragione, questo vorrebbe indicare dove la ragione può condurre?
Bisogna vedere quale tipo di “ragione”, perché sappiamo che esiste una ragione pura, una ragione dialettica, una ragion pratica…

Pirandello ci metterebbe pure La ragione degli altri…
Indubbiamente la “ragione” di cui parla Atena è una ragione politica, mentre il solo termine “ragione” risulterebbe generico.

L’Odissea è nella letteratura classica il prototipo di tutti quanti i “ritorni”, i nóstoi. Ma è un “ritorno” di cui questa doppia lettura teatrale svela luci e ombre.
In Itaca il ritorno di Ulisse, privato di tutta la parte precedente di viaggi, è un ritorno invocato da un territorio. Il pastore Eumeo o la nutrice Euriclea sono personaggi popolari, ma non presentati nella luce in cui ad esempio Brecht li avrebbe presentati: sono personaggi che invocano un ritorno all’ordine…

Un ritorno all’ordine del passato…
Sì, e non a caso si insiste molto, nel testo di Strauss, sul fatto che Ulisse sia un vecchio, qualcuno che era stato sostituito nel potere dai Proci, le cui decisioni a loro volta appaiono segnate da irresponsabilità, avventatezza, voglia di edonismo a qualsiasi costo. La commedia presenta un mondo in preda al disordine. E qui scatta l’interessante discrimine di un’interpretazione: auspicio o rischio, di un ritorno autoritario? E non sto a specificare qual è la nostra interpretazione, che spero emerga chiaramente dallo spettacolo: la presentazione del rischio, e non certo l’augurio che il “ritorno” avvenga
in quei termini.


È un discrimine che, al momento dell’andata in scena del testo in Germania, ha attirato molte contestazioni su Botho Strauss. Nella rappresentazione dell’Antro delle Ninfe, invece, quel “ritorno” non c’è, si ferma prima che avvenga o si prospetti.
Lì infatti non si parla di Itaca, ma solo dell’antro. L’indagine sui significati dei versi enigmatici che descrivono l’antro, dà l’impressione che il viaggio di Ulisse sia stato quasi un pellegrinaggio orfico. Un viaggio misterico, non tanto a fini “espiatori” rispetto a delle colpe, ma per una necessità assoluta di purificazione. Così i due testi in scena si trovano a divergere: mentre Itaca va verso il presente, L’Antro, al contrario, cerca di recuperare una sapienza passata.

Da quello che dici, il caro vecchio Ulisse dei ricordi ginnasiali, astuto e spregiudicato nell’ingegnarsi a far vincere la guerra all’esercito degli Achei, ora diventa espressione di una profonda contraddizione. Si può parteggiare per lui che riporta la giustizia a Itaca, ma consapevoli che l’ordine di cui è portatore è quello del passato…
Molti commentatori dell’Odissea hanno sottolineato l’efferatezza dell’uccisione dei Proci, che ha molti tratti della vendetta piuttosto che di una pulizia etica, e “repulisti” del resto è sempre stato un termine molto antipatico.

Un termine piuttosto sospetto, e negativo. Anche se “repulisti” rimanda a una “pulizia” dell’anima che può far parte di un itinerario religioso… Prima, riferendoti ad Atena, hai parlato di “ragione politica”. Del resto Ulisse, in entrambi i poemi omerici, ha proprio il ruolo della forza della politica, che non è la forza bruta degli eserciti di Agamennone, ma la lucidità di un progetto. Come è successo molte volte, i tuoi spettacoli, magari preparati e previsti da anni, si trovano al momento dell’andata in scena nel cuore di problemi brucianti. Ora metti in scena questa contraddittoria e critica arte della politica, mentre si inabissa nel nostro paese il rapporto fiduciario tra i cittadini e la classe politica, la “casta”.
Torno a ripetere che quella offerta da Botho Strauss non è un’interpretazione: il suo testo ci dà degli squarci, delle ipotesi, delle osservazioni. E forse è stato proprio questo il motivo delle accuse violente che gli sono state rivolte in Germania, perché il suo procedere “per lampi” anche contraddittori, mal si coniuga con la proverbiale “coerenza” tedesca. C’è una brevissima scena del testo di Strauss, che io del resto seguo fedelmente, in cui lui vede per un attimo i Proci come una pericolosa degenerazione della democrazia. Ci sono notazioni, anche molto rapide e non presenti nell’Odissea originale, ma desunte da lì, che ci segnalano che non ci può più essere un’opposizione come nei tempi antichi. Sono piccoli blitz, che accennano ad altro, e nello stesso tempo permettono di assistere al racconto di qualcosa che non c’è più. Lo spettacolo è una rappresentazione del classico come qualcosa di molto distante, e questo porta anche elementi di emozione forte. Tante volte mi è capitato di dire che l’interesse dei classici non sta tanto nel “rivitalizzarli” attualizzandoli, ma piuttosto nel farci sentire la distanza che ci separa da loro: quanto ce ne siamo allontanati, ma anche cosa si è perduto nella lontananza. Tutto questo nel testo di Strauss c’è. E la sua ricchezza sta proprio nel continuo trasferimento, senza nostalgia e rimpianti “poetici” (anzi con un testo secco e asciutto), a quello che poteva essere quel mondo perduto.

La riscrittura dei classici da parte di Botho Strauss è diversa da tutte le altre, da autori che anche tu hai frequentato, come Savinio…
Sì è molto diversa… Non si tratta del “trasferimento” dell’Odissea ai nostri giorni, siamo lontanissimi dalle operazioni di Giraudoux o di Savinio.

O Christopher Morley, con le schiave in peplum e tacchi a spillo…
Operazioni tipiche del Novecento: rivedere il passato con un occhio lucido e ironico, secondo una psicologia che qui invece non esiste proprio. Qui tutto è ricondotto alla lettura.
E la rappresentazione cerca di attenersi al fatto che non si racconta l’Odissea, ma la sua “lettura”, come è chiarissimo col testo di Porfirio. Da qui una certa “freddezza”…

Anche se tra fascinazioni e paure di quel che si vede “leggere”, c’è una sorta di ponte che va dal passato al nostro futuro.
Ma questo, ripeto, non è il nostro passato, guardando il quale spesso ci rendiamo conto di cosa è successo, e anche di errori fatti o di equivoci in cui si è caduti, di sventatezze o approssimazioni.


Da quello che sei andato raccontando, emerge tra i due spettacoli una sorta di “effetto specchio”, quasi un rapporto fisico diretto.
In realtà sono indipendenti, ma legati, perché alcuni attori sono in tutti e due: Elena Ghiaurov ad esempio è in uno Atena e nell’altro Circe. A Ferrara quel rapporto i due spettacoli lo avevano, mentre a Milano sarà impossibile mantenerlo. Infatti gli spazi in cui si svolgeranno sono separati: lo Strehler e lo Studio. A Ferrara, essendo uno in platea e l’altro sul palcoscenico del Comunale, i due ambienti comunicavano, e ci poteva essere un momento in cui i pubblici si rendevano conto che al di là del diaframma costituito dal sipario di ferro, si sta svolgendo qualche cosa. Ma queste non vogliono essere chiavi di lettura, i due spettacoli sono solo “complemento” l’uno all’altro, un’altra “ipotesi” per rimanere a Strauss…
Io penso che tutto sia relativo, e che non vi siano certezze, neanche delle proprie opinioni: l’ipotesi dell’Antro delle Ninfe è semplicemente suggestiva, siamo ora lontanissimi da quel tipo di sapienza ormai perduta per sempre. È solo un’ipotesi di lettura.

Siamo comunque di fronte a un parto creativo “plurigemellare”, che è una tua antica tradizione, dentro lo stesso titolo per Orlando o XX, articolato in titoli diversi nel Laboratorio pratese o nel Progetto Domani. Spettacoli diversi e autonomi, ma legati a stretto filo.
Per me è una convinzione insopprimibile:
la rappresentazione sta anche altrove; quello che si cerca sta da un’altra parte, come spesso anche quello che si vuole comunicare. Sappiamo tutti che l’informazione corrente ci mette nella condizione di dover riconoscere che c’è sempre qualcosa che ci sfugge…



Su “Itaca”

di Botho Strauss


Itaca è il luogo del ritorno dell’eroe di Troia e del ripristino del suo regno. I ritorni però non si collocano nella storia, ma prima di essa. O alla sua fine. La pace universale, la terra promessa, il Regno di David, l’antico ordine delle stirpi, la Città Santa, il Tempio, il culto: la ricostituzione di ogni cosa, il tempo escatologico che si trasforma in tempo delle origini, come annuncia il senso religioso dell’attesa nella tradizione tardo ebraica. Né diversamente si conclude la narrazione del ritorno di Ulisse, ovvero con un nuovo mitico ritorno alle origini. L’Utopia che il nostro tempo ha perso può essergli restituita dalla religione in forma di apocatastasi, di ricostituzione del tutto.
“La difficile parola ogygion, spesso resa col termine ‘originario’, sembra designare in modo vago le cose al di là del tempo e dello spazio, si potrebbe dire il tesoro nascosto alla fine dell’arcobaleno. E sempre ogygion è il luogo di riposo in cui Cronos attende il tempo del proprio ritorno” (G. De Santillana, H. von Dechend, Il mulino di Amleto, Milano 2003, p. 184). Ogigia è anche l’isola della lunga sosta di Ulisse dalla ninfa Calipso, da cui però respinge l’offerta di ricevere l’immortalità.
Avremo un’ora o più di musica, quasi un’opera, ma solo per la scena del riconoscimento, act of recognition, la musica di quei momenti in cui pur negando si intuisce, o ci si inganna pur cercando di capire, momenti lunghi e lungamente gustati. Ad esempio, lo sguardo ormai spossato dall’attesa adombra come un velo sull’uomo tanto atteso, e così Penelope non riconosce, non sente la presenza dello sposo che ritorna; ma da quello stesso velo ingannatore inizia una trasfigurazione del ricongiungimento; oppure l’incontro con l’estraneo di Creta fin dall’inizio è avvolto da un potente incantesimo suscitato dalla presenza di colui che ritorna: “Solo la regina poteva così poco sentire o vedere; / Giacché Athena le distoglieva il cuore…” (XIX, 470).
La percezione del compagno le sfugge, oscilla tra quel che l’occhio percepisce e la memoria: “Non si capisce come potrebbero incontrarsi i due coniugi in quelle condizioni” (Schadewaldt). Il riconoscimento non avviene all’improvviso, come se a Penelope cadessero le bende dagli occhi; i veli dell’oblio, degli inganni e delle delusioni cadono lentamente, dopo essersi accumulati attorno ai due amanti in venti anni di separazione.

Rileggendo il capitolo su Ulisse in Dialettica dell’Illuminismo di Adorno colpisce un ‘parlando’ come a procedere tra i propri pensieri, una tessitura di riflessione ripiegata su di sé, che può usare, fagocitare e far proprio tutto, e tutto mette in discussione. L’atteggiamento formale procede per continue esclusioni e piccole assolutizzazioni, troppi sono i ‘soltanto’ e i ‘mai’ che si dicono. “Lo scaltro eroe si salva soltanto al prezzo della rinuncia ai propri sogni”. E la rinuncia ai sogni si dimostra poi utile al cospetto delle sirene. “Ulisse, tecnicamente edotto, riconosce il potere arcaico della melodia e si fa legare”. Se una coscienza moderna si avvicina in modo così spudorato a un oggetto tanto lontano da noi, sia nel tempo che per caratteristiche intrinseche, c’è il rischio di cadere nella comicità involontaria. E presto ci si imbatte nell’assurdità più profonda del dilemma: l’incapacità di misurarsi con le parole del mito, di credere quando bisogna credere e invece criticare ciò che è degno di critica.
Sintesi di Adorno: Ulisse è un artigiano che si costruisce un letto di ulivo nel tempo libero. “Come prototipo di cittadino ha nella sua scaltrezza un hobby. Che consiste nella ripetizione del lavoro artigianale da cui lui, da tempo, è necessariamente escluso per le condizioni sociali evolute della proprietà”. Qui, al massimo, il moderno evemerista va incontro al noto riso omerico. E però si scopre, di questo metodo, la cellula germinale della riduzione. Quella che tende a ridurre ogni cosa al proprio livello. Sempre e soltanto riflessione, mai la ripetizione, la partecipazione, il ricordo.

Traduzione di Roberto Menin


Botho Strauss
Nato a Naumburg nel 1944, è considerato uno degli scrittori più importanti del mondo letterario contemporaneo. Dopo gli studi di germanistica, scienze teatrali e sociologia a Colonia e a Monaco, collabora con la rivista “Theater Heute” e, nel 1970, viene chiamato a Berlino alla Schaubühne am Halleschen Ufer da Peter Stein. Nel 1972 presenta il suo primo lavoro, Gli ipocondriaci, ma si impone soltanto dopo il 1975 con gli impressionanti affreschi sull’incomunicabilità della Trilogia del rivedersi. Lo stesso tema è affrontato in opere come La dedica (1977) e Grande e piccolo (1979), dove il desiderio di comunicazione si esaurisce in fallimenti e cadute che non impediscono il proseguire della ricerca. La chiusura e la solitudine sono il motivo conduttore di tutte le opere di Strauss sia nei drammi che nei racconti e nei romanzi. La sua scrittura trova ispirazione in un quotidiano trasfigurato in modo quasi mitico, ma la disperazione e la solitudine dei suoi personaggi conducono spesso a una lucidità dolorosa. La lingua di Strauss, maschera del vuoto, con la sua impressionante bellezza, è espressione di un nuovo romanticismo, quello della disillusione.
Tra le sue opere più significative sono da ricordare Il tempo e la stanza (1989); Coro finale e I vestiti di Angela, entrambe del 1991; L’equilibrio (1993), Jeffers-Akt I und II del 1998.




Ulisse, Porfirio, le ninfe

di Emanuele Trevi

Nel capitolo IX del celebre trattato anonimo Del sublime (I secolo a.C.) viene data per sicura una notizia su Omero che, se non ha basi scientifiche, è comunque affascinante dal punto di vista poetico e psicologico. A differenza di altri studiosi e grammatici antichi, per il geniale saggista che analizza vari esempi antichi di sublime, l’Iliade e l’Odissea sono entrambe opere di Omero. Ma c’è una differenza sostanziale, che spiega nella maniera più semplice e umanamente logica le differenze di tono e d’impostazione dei due poemi. L’Iliade (che tanti secoli dopo Simone Weil avrebbe definito “il poema della forza”) è l’opera di un uomo giovane, in qualche modo affine per nobiltà e coraggio ai suoi stessi eroi, simile addirittura a “un uragano che soffia sulle battaglie”. Sarebbe difficile dare torto al critico antico, che subito dopo queste affermazioni, per contrasto, evoca l’Odissea. Non solo questo secondo poema racconta eventi posteriori alla guerra di Troia, e dunque ha per presupposto logico e cronologico l’Iliade, ma è anche vero che, considerate nel loro assieme, le avventure di Ulisse hanno un carattere totalmente diverso. È tipico dei grandi geni, infatti, col sopravanzare dell’età, un amore per le storie più incredibili e gli intrecci narrativi più complicati. E dunque, mentre l’Iliade è piena “di dialoghi e di azioni”, nell’Odissea prevale un carattere romanzesco che è “caratteristico della vecchiaia”. È ancora grande come un sole, Omero, ma, conclude l’Anonimo, è un sole al tramonto, “meno ardente”.
Non saprei dire se questa strana osservazione del trattato Del sublime, che l’invecchiare comporta un maggior amore per le storie lunghe e complicate, sia ancora valida per l’uomo d’oggi. Quello che è certo, è che le avventure di Ulisse, molto più di quelle di qualunque altro eroe mediterraneo, sembrano nascondere giacimenti di saggezza che non basteranno i secoli a portare alla luce ed esaurire. Alla lettera del testo, e alla probabile volontà dell’autore si intreccia allora, senza potersene più staccare, la storia infinita della sua interpretazione. Ogni generazione scava nel testo nella maniera che le è possibile e consona, spronata da bisogni e desideri particolari e irripetibili. E puntualmente, a produrre le scintille di senso più imprevedibili e illuminanti sono le età più inquiete, quelle in cui la velocità delle transizioni può apparire come un disordine universale, mentre l’angoscia si diffonde come un’epidemia.
Nel III secolo della nostra èra, a incarnare alla perfezione questa lettura in stato d’emergenza sono i cosiddetti filosofi neoplatonici. Non solo Plotino e i suoi seguaci sono gli ultimi pagani in un mondo sempre più cristiano; la loro distanza storica da Omero è ormai un abisso, né più né meno, in fondo, che la nostra. Eppure, per questi pensatori sempre inclini alla malinconia, le parole dei poeti sono il ricettacolo, il rivestimento scintillante di una sapienza arcana e segreta. Non a caso i primi poeti, come Orfeo, intrattengono con il divino rapporti impensabili per l’umanità normale. Come il profeta, il poeta e il suo linguaggio stanno al confine tra il mondo degli dèi e quello degli uomini, tra il qui dove siamo imprigionati e il là che non possiamo raggiungere. E in quanto tale, questa sapienza dei poeti e dei profeti è fuori dal movimento del tempo, dalle angustie del divenire. Il segreto nascosto sotto la scorza è una verità inviolabile, immutabile, che si rende presente al saggio che è capace di coglierla, che ha avuto la pazienza e la dedizione necessarie a trovarla – non importa quanti secoli siano passati tra lui e il poeta. Tra tutti i poemi degli antichi, quelli di Omero sembrano i più vicini alla lingua impronunciabile degli dèi – che non è altro che la lingua della verità. Le avventure dei suoi eroi sono pura e incorrotta sapienza, ammantata nel velo iridescente di una storia. Ed ecco che Plotino, quando esorta il sapiente a fuggire dal mondo delle illusioni e delle apparenze, in direzione della sua vera “patria”, del suo vero “Padre”, ricorre con naturalezza alle avventure di Ulisse per rendere evidenti i suoi concetti, facendo del poema un’immagine dell’esistenza umana nella sua totalità. E dunque, quell’Ulisse che racconta “di essere sfuggito alla maga Circe e a Calipso”, cioè “i piaceri della vista” e “le bellezze sensibili di ogni genere” (Enneadi, I 16), a buon diritto può essere il simbolo, la guida fantastica del percorso di liberazione che è il vero fine della filosofia – o se si preferisce della vita.
Anche Porfirio, che di Plotino fu l’allievo più laborioso e fedele, vedeva in Omero, oltre che il più grande dei poeti, un sapiente e un teologo a tutti gli effetti, come Mosé e Platone. Ancora giovane, aveva composto un commento dell’Iliade e dell’Odissea. Nato a Tiro (circa nel 232), aveva una mente enciclopedica, conosceva la musica e la medicina, le storie degli dèi e quelle degli uomini, l’astronomia e la morale. Tutto questo non lo tenne al riparo da una depressione così forte da indurlo spesso al desiderio di farla finita. In fondo, molto più della sua opera, è questa depressione il fatto più famoso della sua vita, visto che la notizia, tramandata dagli antichi biografi, ispirò Giacomo Leopardi per una delle sue più belle e profonde Operette morali, intitolata appunto Dialogo di Plotino e di Porfirio, forse la più notevole e originale meditazione sul suicidio di tutta l’età romantica. Porfirio ad ogni modo sembra essersela cavata insistendo nei suoi studi e sposando Marcella – una vedova che già aveva sette figli – decisione del tutto originale tra i filosofi dell’epoca, che gli attirò critiche e feroci sarcasmi. Come per il suo maestro, anche per Porfirio lo scopo del pensiero era essenzialmente quello di ritirarsi in sé, fuggendo agli inganni delle apparenze, rinunciando al molteplice a favore dell’Uno, come Ulisse rinuncia alle bellezze del mondo e al diletto dei sensi fermo nel suo desiderio di tornare ad Itaca. Sono questi i presupposti impliciti del trattatello conosciuto sin dall’antichità con il titolo L’antro delle Ninfe, nel quale Porfirio scava all’interno di una porzione ben delimitata dell’Odissea, non più che una scheggia di una decina di versi (dal 102 al 112) del Tredicesimo Libro. Ovviamente, il frammento non è scelto a caso e Porfirio si addentra negli esametri di Omero come in una miniera di arcana sapienza. Non minore sorpresa delle avventure di Ulisse, per l’interprete, desta il fatto che sia esistito un uomo come Omero, così vicino alle ragioni prime, al segreto essenziale delle cose.
Porfirio punta le sue carte sui particolari, e scrive per lettori capaci, come lui, di evocare immediatamente l’insieme a partire dal dettaglio, senza bisogno di riassunti. E dunque quei versi che descrivono una grotta in un porto di Itaca, un luogo sacro alle Ninfe, Porfirio e i suoi lettori sanno benissimo che appare nel poema di Omero a un momento fondamentale di svolta. Scortato da Feaci, unico dei suoi ad essere sopravvissuto alle peripezie, Ulisse ha appena compiuto l’ultimo segmento dei suoi viaggi, approdando a Itaca. Si conclude la prima parte del poema, quella delle peripezie dell’eroe e dei suoi compagni, e inizia la seconda, nella quale l’eroe, fatto ritorno a Itaca, deve sconfiggere i nemici che si sono insediati nella sua casa. L’episodio in questione, l’arrivo di Ulisse all’antro delle Ninfe, è la cerniera, il punto di giunzione fra le due parti del poema. È un momento narrativo saturo di mistero, a partire dalla circostanza che Ulisse, dopo tanti anni di esilio, e dopo aver agognato in modo così struggente le sponde della sua patria, per tutto il viaggio e anche dopo l’arrivo è privo di coscienza. È un “sonno profondo”, il suo, dice Omero, “continuo, dolcissimo, assai somigliante alla morte”. Soprattutto, anche se il poeta è reticente in proposito, questo non è un sonno normale. La storia della sapienza greca conosce questi sonni di sapore iniziatico, sciamanico, come quello del saggio cretese Epimenide, che mandato dal padre, ancora ragazzo, a sorvegliare il gregge, dormì in una grotta per cinquantasette anni, imparando nel sonno a conoscere gli dèi e le loro storie. Fatto sta, che Ulisse è ancora immerso nel suo sonno “somigliante alla morte” al momento dell’approdo, e, fatto ancora più strano, i Feaci sono costretti a lasciarlo a terra come un corpo morto, avvolto nel lenzuolo di lino su cui si era addormentato.
Nulla più di questo sonno sciamanico, di questa morte apparente, può corrispondere al carattere sacro dell’antro delle Ninfe. La condizione di Ulisse (il sonno) e la natura sovrannaturale della grotta cooperano concordemente a quello che per Porfirio è un rito di iniziazione. In ogni iniziazione, è in gioco l’idea di una morte e di una rinascita, che coincide con la visione, con l’esperienza diretta del mistero. Ogni iniziazione, inoltre, si serve di simboli, che sono sì rappresentazioni dell’invisibile, ma anche oggetti concreti, situazioni reali. All’inizio del suo trattato, riferendo diligentemente le opinioni di alcuni geografi, Porfirio insiste sul fatto che quella grotta sia un luogo reale, non un frutto arbitrario della fantasia di Omero, costruito apposta dalla fantasia per riempirlo poi di significati ed allusioni. Per Porfirio, è un punto fondamentale: quanto più un luogo è vero, o un evento è effettivamente accaduto, tanto più l’allegoria sarà un procedimento efficace. Se Omero sa vedere oltre la realtà, cogliendone il significato più segreto, la sua storia ha pur sempre a che vedere con la realtà, è una storia di luoghi concreti e di fatti realmente accaduti. Solo a patto di essere un uomo in carne e ossa, prigioniero di un sonno che lo riduce a pura e inerte gravità, a un corpo abbandonato su una spiaggia, Ulisse è simbolo più credibile dell’umanità. E solo perché è un luogo reale, una porzione ben delimitata del mondo concreto, la grotta delle Ninfe del mondo è anche un’immagine, un tempio – la conquistata evidenza, la miracolosa messa in scena di tutti i significati segreti, di tutti i destini possibili.

Testi citati
Anonimo, Il sublime, a cura di Giulio Guidorizzi, Mondadori, Milano 1991
Omero, Odissea, traduzione di G. Aurelio Privitera, Mondadori, Milano 1991
Plotino, Enneadi, a cura di Giuseppe Faggin, Rusconi, Milano 1992
Porfirio, L’antro delle Ninfe, a cura di Laura Simonini, Adelphi, Milano 1986


Emanuele Trevi
Nato nel 1964 a Roma, dove vive, è scrittore e critico letterario tra i più promettenti della nuova generazione. Ha curato edizioni di classici italiani e francesi e di diversi autori italiani del Novecento. Fa parte del comitato editoriale della casa editrice Quiritta. Collabora al quotidiano Il Manifesto (Alias) e alla trasmissione radiofonica Lucifero di Rai Radio Tre, con una sezione dedicata alla poesia. Dopo il successo ottenuto con Istruzioni per l’uso del lupo (1994) ha pubblicato Musica distante (1997), Costellazioni italiane, libri e autori del secondo Novecento con Massimo Onofri e Silvio Perrella (1999), I cani del nulla ed Una storia vera (2003), Senza verso. Un’estate a Roma (2004), L’onda del porto. Un sogno fatto in Asia (2005). È redattore della rivista Nuovi Argomenti. Ha fatto parte della giuria del premio Calvino nel 2001, e del premio Alice nel 2002.








Tradurre l’Odissea

di G. Aurelio Privitera

Walter Benjamin, parlando del compito del traduttore, ha osservato che “mai di fronte a un’opera d’arte o ad una forma artistica, si rivela fecondo per la sua conoscenza il riguardo a chi la riceve. Non solo ogni riferimento a un pubblico determinato o ai suoi esponenti porta fuori strada: ma anche il concetto di un ricettore ‘ideale’ è nocivo”(1). La conclusione di Benjamin, che la traduzione non deve tener conto del lettore, così come non ne tiene conto la poesia originale, è in realtà fuorviante.
Cito Benjamin solo perché il suo punto di vista è il più distante dal mio nel tradurre l’Odissea: tale distanza mi permette di articolare più chiaramente il discorso sul mio modo di tradurre.
Inizio con una precisazione. Negli uItimi ottanta anni la critica ha ribadito che prima dell’Odissea esistettero dei canti, rielaborati poi nel poema, riguardanti alcuni singoli episodi: questi canti furono talora improvvisati oralmente, talaltra eseguiti a memoria, da aèdi o cantori, a richiesta proprio del pubblico presente, il quale, con le sue reazioni, condizionava l’aèdo. Ovviamente, oltre che dal pubblico, l’aèdo era condizionato da se stesso, ed era di se stesso e della sua opera il primo pubblico e il primo giudice.
Benjamin ha, invece, ragione nell’equiparare il traduttore all’autore. Ma per una ragione che egli non ammette: per la ragione che il traduttore lavora anch’egli “or da coppa or da ciglio”, cambiando continuamente posto. Anch’egli, al pari dell’autore, è come un giocatore solitario di scacchi, che prima “siede e muove” da un lato del tavolo, e poi “siede e muove” dal lato opposto. Fuori similitudine: che prima traduce un passo, e subito dopo cambia ruolo e saggia la traduzione del passo che ha tradotto. Sulla sua traduzione influiscono in modo determinante la sua competenza e la sua cultura, il suo gusto e il suo giudizio. A sua volta la sua cultura dipende in buona parte dalla cultura del suo tempo. Un traduttore non può eludere la critica del suo tempo. Un traduttore attuale dell’Odissea non può eludere la domanda principale e preliminare: in quale ottica la critica colloca oggi l’Odissea, in quanto opera di poesia?
A me è parso, e continua a parere, che la critica collochi ancora l’Odissea nell’ottica che fu proposta da Hegel quando teorizzò l’equivalenza fra epos antico e romanzo moderno, e definì il romanzo una “moderna epopea borghese"(2).
Per il lettore moderno e per la critica, che del pubblico rappresenta il fronte più avanzato e consapevole, l’Odissea è un antico romanzo. È il romanzo del valore individuale e dell’intelligenza pratica; dell’avventura lontana, fra uomini, mostri e dèi, e dell’avventura domestica, fra pretendenti, servi e mendicanti. È il romanzo del giovane che diventa uomo, della fanciulla che sogna le nozze, della donna che aspetta il marito. Ed è il romanzo dell’alterno destino e della costanza. Ma soprattutto è il romanzo dei romanzi, dove l’aèdo Demòdoco canta di Odìsseo davanti a un ignoto straniero che è Odìsseo stesso; dove l’eroe racconta le sue avventure e altre ne inventa, assumendo altri aspetti e pur rimanendo sempre lo stesso Odìsseo, astuto e paziente. Val la pena ripeterlo: l’Odissea non fu composta da un poeta che ignorasse il suo pubblico. Prima dell’autore che compose il poema nella forma definitiva in cui lo leggiamo, vi furono i molti aèdi e rapsòdi che trattarono quegli stessi argomenti in occasione di feste pubbliche e private: nei santuari degli dèi, nelle piazze di città e villaggi, nelle case della classe dominante, dove essi,
a richiesta del pubblico, prima (nei tempi più antichi) cantavano, poi (in tempi meno antichi) cantilenavano, e infine (in epoca storica) recitavano (improvvisando o a memoria) i racconti del loro repertorio. Il linguaggio che essi usavano – ionico con elementi eolici, stilisticamente e lessicalmente composito e stratificato – era il prodotto di una lunga evoluzione. Era ed è una Kunstsprache o “Iingua d’arte” ricca di segmenti formulari governati dall’analogia e dalla simmetria ritmica: una “Iingua d’arte” compresa da tutti i Greci d’ogni luogo e classe. Una traduzione che voglia dar conto della comprensibilità dell’Odissea in ogni luogo del mondo greco e a tutti i livelli, e che voglia rispettarne il carattere di “antico romanzo”, non può che essere una traduzione in prosa: soprattutto in questo nostro tempo, in cui la stessa poesia italiana rifiuta le rime, i versi e le forme della sua centenaria tradizione poetica. Dunque, una traduzione senza isosillabia e senza un ritmo preordinato: ma non per questo una prosa senza ritmo. Anzitutto perché ogni prosa ha un ritmo; in secondo luogo e a maggior ragione perché una caratteristica dell’epica greca arcaica, a differenza del romanzo moderno, è la ripetitività, con tutte le consonanze che da essa scaturiscono. Io mi limito, qui, a citare una felice distinzione proposta da Northrop Frye nella sua Anatomia della critica. Premetto che per Frye il termine epos indica “il genere letterario in cui il radicale di presentazione è l’autore o menestrello o dicitore, il quale ha davanti a sé un pubblico che lo ascolta”. Secondo Frye, “Ia regolare scansione metrica che distingue tradizionalmente il verso dalla prosa tende a diventare il ritmo organizzativo dell’epos”. Frye riconosce nell’epos il ritmo della ricorrenza e nella prosa il ritmo della continuità: “in ogni poesia – egli scrive – avvertiamo la presenza di almeno due ritmi ben distinti. Uno è il ritmo ricorrente (...) formato dall’accento, dal metro e dallo schema dei suoni. L’altro è il ritmo semantico o del significato, quel che di solito si ritiene il ritmo della prosa"(3).
È molto significativo che l’epica greca arcaica abbia un grado di ripetitività elevatissimo: non soltanto è ripetitivo il ritmo metrico, ma è ripetitivo anche il ritmo semantico. La novità più saliente – e in qualche misura rivoluzionaria – nella critica omerica degli ultimi ottant’anni è la scoperta della formularità ad opera di Milman Parry (4).
Secondo la nota formulazione di Parry, la formula è “un gruppo di parole usato regolarmente, sotto le stesse condizioni metriche, per esprimere un’idea essenziale”. Omero, cioè, per esprimere una determinata idea, usa spesso le stesse parole, raggruppate secondo una stessa successione ritmica e collocate, nel più dei casi, nella stessa sede dell’esametro. Ritmo metrico e ritmo semantico nella formula si corrispondono, potenziando al massimo l’effetto della ripetitività.
Appunto perché la formularità è una delle caratteristiche fondamentali dell’epica arcaica, il traduttore dell’Odissea è tenuto a riprodurre tutti i segmenti formulari che gli è possibile riprodurre senza offendere l’assetto del testo e la sensibilità dei lettori. E poiché sarebbe contraddittorio, e creerebbe durezze e discontinuità, riprodurre le formule (che sono segmenti con valori ritmici e semantici ricorrenti) senza imprimere ai periodi, alle frasi, e molto spesso al rigo, un andamento ritmico ripetitivo come quello originale (con la successione degli esametri e delle formule), è ovvio ed è inevitabile che un traduttore “fedele e ispirato” dovrà estendere questa stessa dinamica stilistica a tutta la traduzione.
Conciliare questi tre fattori (prosa, ritmo e formularità) non è cosa agevole. Nella fattispecie si tratta di accostare l’Odissea al lettore, rendendola prosasticamente familiare e comprensibile come un romanzo. E si tratta di allontanare l’Odissea dal lettore, collocandola nella sua remota prospettiva storica, e frapponendo fra lettore e poema quelle caratteristiche di ripetitività che sono proprie dell’epica greca arcaica, ma che sono estranee alla nostra sensibilità moderna. Sono due movimenti contrari: nel momento stesso in cui italianizza il greco, il traduttore deve grecizzare l’italiano.
È questa, del resto, l’operazione a cui pensava Goethe: “una traduzione che tenda ad accostarsi all’originale, finisce con l’accostarsi alla versione interlineare e facilita in grado elevatissimo la comprensione dell’originale, sicché veniamo condotti e addirittura spinti verso il testo base, e il cerchio, entro cui si muove l’accostamento tra estraneo e nostrano, tra noto ed ignoto, si chiude”(5).
L’operazione auspicata da Goethe per ogni traduzione, diventa un’operazione inevitabile quando alla traduzione si accompagna, sulla pagina opposta,il testo greco originario. Perché è bene dirlo apertamente: non esiste un solo tipo di traduzione, ma ne esistono vari tipi, non solo dal punto di vista della concreta realizzazione, ma anche dal punto di vista dell’impostazione e della relativa teorizzazione. La traduzione con testo a fronte ha proprie caratteristiche e ha fini diversi da altri tipi di traduzione: essa deve essere leggibile autonomamente, ma deve anche aiutare chi ha una qualche conoscenza della lingua originale a leggere i versi corrispondenti del testo originale. La traduzione con testo a fronte non deve essere diversa da quella traduzione interlineare che filologi (come Wilamowitz), teorici (come Benjamin), critici (come Mounin), giudicano – sulle orme di Goethe – una meta suprema: le traduzioni delle Olimpiche e delle Pitiche di Pindaro create da Hölderlin sono sublimi traduzioni interlineari.
E poiché, traducendo, alcune cose dell’originale vanno perdute senza che ne venga acquistata alcuna che non sia implicita nell’originale, non conviene sacrificarne nessuna senza un adeguato compenso. Per esempio, non conviene abolire i versi e scrivere in prosa continua: è, invece, più opportuno far corrispondere – finché è possibile – ad ogni verso un rigo e ad ogni elemento nominale o verbale un solo termine. Con questi accorgimenti si possono (a) articolare i segmenti ritmici, (b) evidenziare i nessi formulari, (c) rispettare il gioco degli enjambements. Il risultato, subito evidente, è la corrispondenza topografica fra il testo greco e il testo italiano.


Con queste conseguenze: che il passaggio dall’italiano al greco risulta agevolato e la traduzione svolge sia il compito di rappresentare l’originale sia il compito di accostare all’originale. Sono criteri generali e programmatici. Dopo averli fissati resta da affrontare il testo greco: resta, cioè, da fare ancora tutto.
Problema fondamentale di ogni traduttore è di esprimere adeguatamente le valenze semantiche del testo. Compito ovvio e risaputo, ma arduo. Per il traduttore dell’Odissea le difficoltà cominciano con la prima parola andra (accusativo di anér). Il greco distingue fra ánthropos e anér: e anche il latino distingue fra homo e vir. Il primo è un termine generico e indica l’uomo come essere umano; il secondo è un termine specifico e indica l’uomo come maschio guerriero. L’italiano non distingue, e traduce i due termini con “uomo”. Chi non sa il greco e legge l’invocazione iniziale “narrami o Musa dell’uomo” può, equivocando, immaginare che l’Odissea non sia un poema eroico, ma un racconto allegorico sull’uomo, e che le peripezie di Odìsseo rappresentino le esistenziali peripezie dell’essere umano. Equivoco certo felice, se poi ispira a James Joyce un grande libro come l’Ulysses. Ma pur sempre un equivoco fuorviante e antiomerico. Chi conosce il testo originale, sa che nell’invocazione del proemio non ricorre ánthropos ma anér. E sa che la Musa è invocata perché racconti le peripezie di un guerriero: tutta l’Odissea conferma che il poema narra di un guerriero esemplare, non solo forte e ardito, ma anche intelligentissimo, abile e paziente: narra di un reduce, di un re, che dopo molte sventure torna a casa, stermina i pretendenti e rioccupa il posto lasciato venti anni prima partendo.
Cosa significa questo? Significa che una traduzione non è mai del tutto autosufficiente. E si può andare un passo più avanti, e dire che anche un’opera poetica non è mai del tutto autosufficiente: non lo è neppure il poema dantesco, che impone l’ausilio delle note. Ecco perché ogni traduttore è più tranquillo se la sua traduzione dispone di note. Ed ecco perché il traduttore, se è anche uno studioso di letteratura, sente l’urgenza di scrivere un saggio complessivo sull’opera che ha tradotto: un saggio che introduca alla lettura, che commenti in modo essenziale il testo e che implicitamente prospetti un bilancio della critica attuale intorno all’Odissea(6).


1. W. Benjamin, Schriften, 1955: trad. it. Angelus novus, Torino 1976, p. 37.
2. G. W. F. Hegel, Vorlesungen über die Aesthetik, 1836-38; Aesthetik, 1955: trad. it. Estetica, Milano 1978, p. 1447.
3. N. Frye, Anatomy of Criticism. Four Essays, 1957: Anatomia della critica, Torino 1969, pp. 482, 335, 351.
4. M. Parry, L’épithète traditionelle dans Homère, Paris 1928.
5. J. W. Goethe, nelle “Noten und Abhandlungen” apposte a Der west östliche Divan, 1819, Gedenkausgabe IlI, Zürich 1948, 1959 (II ed.), p. 557.
6. G. A. Privitera, Il ritorno del guerriero. Lettura dell’Odissea, Torino 2005. La mia traduzione (a) con note di vari studiosi, (b) senza note ma sempre con testo a fronte, è stata edita da Mondadori a Milano, 1981- 86, e negli “Oscar”, 1991.




Special Sponsor del Teatro Strehler per la Stagione 2007/20
Ufficio Stampa tel. 02 72333 212 – fax 02 72333 311 – piccolo.stampa@piccoloteatromilano.it

COMUNICATO STAMPA

Visioni di Shakespeare
al Piccolo Teatro Studio dal 22 al 29 febbraio

Shakespeare raccontato ai giovani dai giovani,
alla scoperta della metà oscura dell’anima

Il Piccolo Teatro di Milano invita i giovani e il pubblico delle scuole a scoprire i classici con due spettacoli in programmazione, tra febbraio e marzo, al Piccolo Teatro Studio, Visioni di Shakespeare. Sogno di una notte di mezza estate, da uno dei testi più conosciuti del grande drammaturgo inglese, e La barca dei comici, storia di un’iniziazione al teatro tratta dai Mémoires dell’autore veneziano.

Dal 22 al 29 febbraio, al Piccolo Teatro Studio, St. Kilda, compagnia di giovani artisti diplomati alla Scuola del Piccolo si misura con uno dei capolavori assoluti dello Shakespeare giovane, quel Sogno che in una magica notte di mezz’estate porta in scena il confine labile e fluido tra amore e ordine sociale, tra la prorompente forza del desiderio fisico e la necessità di aderire a schemi più rassicuranti.
Lo spettacolo è una “visione”, uno studio, di grande impatto visivo e comunicativo, che punta proprio sugli aspetti simbolici, magici, psicologici e profondamente teatrali del testo, disegnando uno scenario in cui il bosco che ospita gli inseguimenti, il ritrovarsi e il continuo perdersi delle giovani coppie e dei personaggi soprannaturali altro non è che una rappresentazione coinvolgente di quel territorio segreto e oscuro che sta in fondo a ognuno di noi.

“L’idea che ha alimentato le nostre visioni sul Sogno”, dichiarano gli artisti, “ruota intorno ai luoghi, che nel testo sono ben distinti, di Atene e del bosco, che, nella nostra proposta, si presentano come due facce di un’unica realtà. Atene, il mondo razionale, delle leggi sociali, il bosco, il luogo deputato all’istinto, all’irrazionale”. Due facce della stessa medaglia in cui i personaggi, reali e fantastici, si muovono, creando una dimensione sospesa tra sogno e realtà. In scena, gli attori giocano con semplici elementi di scenografia, che modulano lo spazio disegnandone i luoghi ed evocandone le atmosfere, tracciando un chiaro percorso di lettura del testo di Shakespeare, ricco di suggestione e di spunti di rielaborazione.

Associazione St. Kilda

St.Kilda è l’arcipelago più lontano del Regno Unito a 44 miglia dalle isole Orcadi, incontaminato e irraggiungibile. I suoi abitanti per sopravvivere e potersi ancora definire “uomini” si raccontano storie, compongono musica, dipingono, tramandano le proprie tradizioni e lottano incessantemente contro un vento gelido dal nord che non rende possibile nessuna coltivazione, un terreno roccioso e un mare gelido, che ad ogni nuova tempesta sembra volerli inghiottire e che esclude dal resto del mondo. Il nome St.Kilda è quindi simbolo della resistenza e determinazione umana, attraverso l’arte, nonostante ogni circostanza esterna avversa ed è diventato il nome di un’associazione culturale che ha come obbiettivo principale quello di diffondere e produrre cultura teatrale. Ne fa parte un gruppo di attori professionisti diplomati alla Scuola del Piccolo Teatro di Milano e che nei tre anni di scuola, oltre a condividere un comune percorso di formazione, ha avviato fin da subito una sorta di ricerca auto-gestita intorno a Shakespeare, in particolare al Sogno di una notte di mezz’estate, culminata in una vera e propria produzione rappresentata con successo a Padova, Lucca e Cortona.


LA SCHEDA
Piccolo Teatro Studio (via Rivoli 6 – M2 Lanza) – dal 22 al 29 febbraio 2008
Visioni di Shakespeare
da “Sogno di una notte di mezza estate” di William Shakespeare
rielaborazione testo Mirca Rivieri
regia Caterina Simonelli
costumi Alice Bachi e Rosanna Sparapano
luci Giorgio Sangati
musiche ed effetti sonori Fausto Cabra e Iacopo Veronese

Personaggi Interpreti
Titania Caterina Simonelli
Oberon Fausto Cabra
Puck Giorgio Consoli
Elena Silvia Masotti
Ermia Giulia Valenti
Demetrio Matteo Romoli
Lisandro Giorgio Sangati

Produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa e Associazione St. Kilda


Orari: lunedì, mercoledì, venerdì ore 9.30 e 11.15; giovedì ore 10.30; sabato ore 19.30;
domenica ore 16.00
Martedì 26 febbraio ore 10.30 e 15.00

Durata 60’ circa

Prezzi: platea euro 23,50 - balconata euro 20,50
Posto unico per le recite del mattino 7 euro




Biglietteria telefonica 848800304 (chiamata ad addebito ripartito – a tariffa urbana)
www.piccoloteatro.org

Milano, 10 febbraio 2008
Ufficio Stampa tel. 02 72333 212 – fax 02 72333 311 – piccolo.stampa@piccoloteatromilano.it

COMUNICATO STAMPA

Vita e destino in prima nazionale
al Piccolo Teatro Studio dal 12 al 16 febbraio

Un nuovo miracolo di poesia
firmato Lev Dodin
Il dramma di un uomo e della sua famiglia
nell’Urss lacerata dal totalitarismo


Una mostra dedicata all’autore, Vasilij Grossman, e alla sua opera.
E il 14 febbraio alle 17 incontro pubblico con il regista,
con la partecipazione di Sergio Romano, Serena Vitale e Sergio Escobar


Lev Dodin torna a Milano con un nuovo capolavoro di poesia e teatro in prima nazionale: Vita e Destino di Vasilij Grossman, saga di una famiglia di ebrei russi tra nazismo e stalinismo, in scena al Piccolo Teatro Studio, dal 12 al 16 febbraio 2008. L’autore, ebreo sovietico, scrittore e giornalista, inizialmente integrato nell’ingranaggio della burocrazia sovietica, poi totalmente avverso all’ideologia e accusato di dissidenza, conobbe in prima persona le devastazioni della seconda guerra mondiale, la lotta contro i nazisti, la sconfitta di Hitler, quindi l’ascesa di Stalin. Nel suo romanzo, testo fondamentale della tradizione letteraria russa, a lungo censurato nel secolo scorso, racconta la vita di uno scienziato ebreo russo, le persecuzioni, l’orrore dei gulag, le speranze, la lotta per la vita. Affresco dell’Unione Sovietica nel suo periodo più buio, la tragedia collettiva si rivela attraverso la vicenda personale di un uomo e della sua famiglia. Nato da tre anni di lavoro con gli attori e con i giovani dell’Accademia di Teatro, lo spettacolo si svela nelle mani del regista, Lev Dodin in tutta la sua struggente verità, andando a collocarsi nello stesso filone di Gaudeamus, Claustrophobia e Fratelli e sorelle.
“Ancora una volta”, spiega Dodin, “siamo di fronte al mondo e a noi stessi, a farci le domande più difficili. Ancora una volta crediamo che il Teatro, in tutta la sua potenza di vita vissuta fino in fondo, che il Teatro, nella sua assoluta grandezza di parola emozione, passione, movimento, danza, musica e canto possa far sì che la gente ascolti, senta, comprenda quanto vi è di più profondo”.
Nel periodo di programmazione dello spettacolo nel foyer del Piccolo Teatro Studio sarà allestita la mostra “Vita e destino” – Il romanzo della libertà e la battaglia di Stalingrado (vedi scheda). Realizzata nel 2005, per celebrare il centenario della nascita di Grossman (1905-1964), l’esposizione si pone l’obiettivo di analizzare la vita e l’opera dello scrittore russo, soffermandosi sui personaggi del romanzo e sulle vicende storiche che descrive. La mostra sarà visitabile nei giorni di rappresentazione a partire da un’ora prima dell’inizio dello spettacolo e solo su appuntamento in orari diversi.
Il 14 febbraio alle 17, inoltre, ci sarà un incontro pubblico con Lev Dodin al Teatro Studio (ingresso libero) al quale parteciperanno Sergio Romano, Serena Vitale e il direttore del Piccolo, Sergio Escobar. L’11 febbraio alle 17, infine, il prof. Fausto Malcovati parlerà nello Spazio EuroLab del Teatro Strehler sul tema “Vasilij Grossman – Tra Stalin e Hitler”.




LA SCHEDA
Piccolo Teatro Studio (via Rivoli 6 – M2 Lanza) – dal 12 al 16 febbraio 2008
Vita e destino
di Vasilij Grossman, basato sul romanzo omonimo
scritto e diretto da Lev Dodin
scene Alexey Poray-Koshits, costumi Irina Zvetkova, luci Gleb Filshtinskiy
collaborazione artistica Valery Galendeev, direzione musicale Mikhail Alexandrov, Evgeny Davydov

Personaggi Interpreti
Anna Štrum Tatiana Shestakova
Viktor Štrum, suo figlio Sergey Kuryshev
Liudmila, sua moglie Elena Solomonova
Nadia, loro figlia Daria Rumyantseva
Genia, sorella di Liudmila Elizaveta Boyarskaya, Alena Starostina
Abarchuk, primo marito di Liudmila Vladimir Seleznev
Neumolimov Alexey Zubarev
Monidze Georgy Tsnobiladze
Barchatov Igor Chernevich
Ugarov Pavel Gryaznov
Pavliukov Anatoly Kolibyanov
Guardiano Adrian Rostovskiy
Shishakov Alexander Koshkarev
Kovchenko Igor Chernevich
Sevastianov Oleg Ryazantsev
Sokolov Alexey Morozov
Mostovskoy Sergey Kozyrev
Liss Oleg Dmitriev
Ikonnikov Oleg Ryazantsev
Ershov Alexey Morozov
Osipov Vladimir Zakharyev
Novikov Danila Kozlovskiy
Getmanov Alexander Koshkarev
Portaordini Stanislav Tkachenko
Vershkov Stanislav Nikolskiy
Ufficiale del KGB Valery Lappo
Autista Adrian Rostovskiy
Prigionieri Elizaveta Boyarskaya, Urszula Malka,
Alena Starostina, Alexander Pulinets

Produzione Maly Drama Teatr San Pietroburgo – Teatro d’Europa
Lo spettacolo è sostenuto da MMC Norilsk Nickel and Mikhail Prokhorov Foundation
prodotto con il sostegno di Federal Russian Agency for Culture and Cinematography
and RAO UES of Russia
Lo spettacolo è dedicato alla memoria di David Borovsky

Foto di scena Viktor Vassiliev

Lo spettacolo è in russo con sovratitoli in italiano
a cura di Prescott Studio, Firenze

Orari: martedì 12 febbraio ore 17.00; da mercoledì 13 a venerdì 15 febbraio ore 20.00;
sabato 16 febbraio ore 19.30
Durata 3 ore e 40’ con intervallo
Prezzi: platea euro 37,00, balconata euro 28,50
Biglietteria telefonica 848800304 (chiamata ad addebito ripartito – a tariffa urbana)
www.piccoloteatro.org
Milano, 11 febbraio 2008

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“Vasilij Grossman: vita e destino”

Incontro
con Lev Dodin
Sergio Romano
Serena Vitale
Sergio Escobar

Piccolo Teatro Studio
Giovedì 14 febbraio 2008, ore 17.00


INGRESSO LIBERO FINO A ESAURIMENTO POSTI


Fu una vita avventurosa e sofferta quella di Vasilij Grossman, legata a un destino spesso beffardo. Si trovò a vivere un periodo di laceranti contraddizioni, un’epoca gravida di conseguenze, nella quale rintracciare oggi le chiavi di lettura del presente.
Giovedì 14 febbraio, alle ore 17, al Piccolo Teatro Studio di via Rivoli, si terrà un incontro, aperto al pubblico, con Lev Dodin, al quale interverranno Sergio Romano, Serena Vitale e Sergio Escobar.
A Sergio Romano, esperto di storia delle relazioni internazionali, editorialista, ma soprattutto Ambasciatore a Mosca negli anni cruciali della perestrojka, il compito di indagare la visione politica di Grossman e il suo giudizio storico sul rapporto speculare fra comunismo e nazismo, soffermandosi sugli effetti della guerra sulla società russa e sul modo in cui Stalin non attese la fine del conflitto per eliminare gli spazi di libertà concessi nel momento di maggiore pericolo.
Serena Vitale, docente di Lingua e Letteratura russa presso l’Università Cattolica di Milano, straordinaria traduttrice, scrittrice e saggista, traccia un ritratto di Vasilij Grossman, autore censurato dal regime, oggi finalmente restituito all’attenzione del pubblico.
Lev Dodin riflette sul difficile compito dell’artista e sul suo ruolo insostituibile nel farsi testimone e memoria storica di un popolo e di una società.
Rileggere Grossman per rivivere un periodo critico della storia della Russia e per tentare una possibile “riconciliazione” di un popolo con il proprio passato.

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Ufficio Stampa Piccolo Teatro tel. 02 72333 212 – fax 02 72333 311 – piccolo.stampa@piccoloteatromilano.it


DOCUMENTI




Il regista

Lev Dodin su Vita e destino

Anno 1943. La Germania di Hitler e la Russia di Stalin hanno generato un conflitto diventato questione di vita o di morte. Un importante scienziato, un fisico-accademico, che ha scoperto il segreto per creare la bomba atomica, rientra a Mosca dall’evacuazione. È ebreo: sotto questo profilo è stato decisamente sfortunato. Nonostante si creda che l’Olocausto si stia verificando dall’altra parte del fronte, nazionalismo e anti-semitismo stanno diventando la tacita politica di Stalin. “Mentalità ebrea”, “arte ebrea”, “fisici ebrei”… termini come questi echeggiano nelle sfere accademiche, culturali e politiche russe. Il fisico è ostracizzato, espulso dal proprio Istituto e si trova a fronteggiare un terribile dilemma: restare fedele alla verità, alla scienza, a se stesso e morire o abiurare, confessare peccati non commessi ed errori inesistenti?
È pienamente consapevole delle conseguenze che avrebbe la prima soluzione: troppi suoi familiari e familiari dei suoi familiari si trovano ora nei campi di concentramento staliniani. In tempi così oscuri è troppo facile trascinare un uomo nel fango dei campi di concentramento.
Una coincidenza storica salverà l’accademico. Alla Russia occorre la bomba atomica, e Stalin lo sa. Una telefonata di Stalin in persona a questo “paria” della scienza è il miracolo che restituirà vita, speranza e riconoscimenti a lui e alla sua famiglia. Lo scienziato è entusiasta: crede di nuovo nella correttezza del sistema, torna a credere nella logica secondo cui lo stato sovietico è nel giusto; è pronto a scordarsi di tutti i familiari, amici e colleghi che non ci sono più.
La vita continua. Molto presto Strum – questo è il nome del fisico – si troverà ad affrontare un altro dilemma. Accade che essere sinceri con se stessi quando si è acclamati, omaggiati e miracolosamente salvati sia molto più difficile di quando si è emarginati e odiati. La tragedia lo cattura un’altra volta e noi con lui. Tragedia di smarrire se stessi, di non essere sinceri con se stessi.
Non è solo. È circondato dal mondo dei suoi cari, che egli ama e che si amano l’un l’altro, ma che lui tradisce. La vita non si ferma, sul fronte, nell’evacuazione, nella capitale in guerra, nelle terribili camere di tortura della Lubianka. I personaggi finiscono qui, nei ghetti, nei campi di concentramento tedeschi, nei Gulag di Stalin. Ovunque, le persone continuano ad amare, a fare l’amore, a sperare e a soffrire. Ovunque tutti si adoperano per comprendere come si sia potuto generare tutto quell’orrore che li sta travolgendo.
La vita è data all’uomo da Dio. Ma è l’uomo l’artefice del proprio destino e di quello di quanti vivono intorno a lui. Vita e destino di Grossman è la semplice storia di una famiglia con in più un dettagliato affresco degli eventi e dei problemi del ventesimo secolo. Problemi che ci hanno seguito nel ventunesimo. Nella vita del nostro Paese e del nostro mondo ci confrontiamo tutti i giorni con le moderne incarnazioni del fascismo, del comunismo, del nazionalismo, del totalitarismo, dell’estremismo, della crudeltà e dell’assenza di libertà. Ma anche oggi, nonostante tutto, la gente vive, ama e spera.
Tutte le loro speranze – esattamente come tanti anni fa – sono appese ad un filo.
Ancora ai giorni nostri, la libertà di un uomo è l’unico vero valore: ma non abbiamo i mezzi per proteggerla. Studenti e giovani attori della Scuola di Teatro del Maly hanno trascorso gli ultimi tre anni ad approfondire la storia del loro Paese e del mondo. Per tre anni hanno lavorato sul grande romanzo di questo autore russo.





Gli attori hanno provato, fatto ricerche negli archivi, incontrato persone che erano state giovani negli anni ’30 e ’40. Gli studenti hanno visitato e provato nel territorio di Osvenzen ed in numerosi campi di concentramento dei Gulag staliniani. Così hanno imparato il mestiere cercando di scandagliare la propria stessa umanità. Così, un tempo, sono nati spettacoli come Fratelli e Sorelle, Gaudeamus e Claustrophobia. Così nasce la nuova generazione di artisti russi.
Ancora una volta guardiamo al mondo e a noi stessi ponendo le domande più difficili. Ancora una volta crediamo che il teatro, in tutta la sua grandezza di vita pienamente vissuta e analizzata, che il teatro in tutta la sua grandezza di parola, emozione, passione, movimento, danza, musica e canto, possa far ascoltare, provare e comprendere alle persone le cose più profonde.

Lev Dodin


La critica

Estratti di rassegna stampa


Un teatro gremito in un sobborgo di Parigi ha assistito a quattro ore di inconfondibile mix russo di storia privata contrapposta a ad uno scorcio storico che va dall’assedio di Stalingrado, ai gulag, alle lotte per il potere politico alla sfida per l’integrità della scienza.

La fluidità, l’attenzione per i dettagli, l’intensità e la lucidità di molte interpretazioni tolgono il fiato.

Il risultato è splendido, terrificante, prosciugante – e clamorosamente contemporaneo.

Financial Times


Dodin confessa che ha scelto di dirigere il romanzo epico di Grossman perché convinto che le nostre disgrazie presenti trovano origine nel nostro passato.
Sotto la direzione di Dodin l’incarnazione teatrale di Vita e destino è un’illuminante interpretazione con il brillante Sergey Kourishev nel ruolo di Strum – che sta tra il teatro di idee ed il teatro storico, dove gli attori hanno tutti ugualmente padronanza delle acrobazie da circo e della scuola di recitazione russa.

El Paìs


Un trionfo – tre ore e mezza in Russo con sottotitoli non hanno allontanato gli spettatori parigini – erano troppo immersi in questa performance dalla incredibile chiarezza e precisione. Dalla formidabile narrazione di Vasilij Grossman Lev Dodin ha estrapolato diverse trame principali: le interconnessioni pulsanti tra l’intimo e il tragico, individui che vivono negli orrori ma che ancora cercano di preservare la propria umanità.

Dodin è riuscito anche a salvaguardare l’importanza politica del romanzo, dalle dispute tra i Bianchi e i Rossi che dividono la stessa baracca nel campo di Auschwitz al difficile viaggio attraverso la vita di Viktor Strum (Sergey Kourishev) nell’era del terrore e delle denunce. Dodin trasforma la trama in una lezione di storia per tutti noi.

Più che mai Dodin sta lottando contro la “dimenticanza”, “il non ricordare” e contro la non volontà da parte dei suoi compatrioti di “rivangare il passato”. Nella sua solita maniera di lavorare contro il teatro convenzionale russo, Dodin afferma: “Oggi ancora e più di prima è necessario opporsi alle bugie – tutte le bugie”.

Libération




Presentandoci il suo Vita e destino, Lev Dodin fa spazzare il turbine della storia attraverso il palco francese – uno dei pochi turbamenti nell’aria teatrale dei nostri giorni. Il suo spettacolo ci sopraffà con pura e semplice possibilità, liricità e maestria.

Tutto comincia con un’intuizione geniale (come spesso succede nelle produzioni di Dodin): una partita di pallavolo alla quale prendono parte tutti i personaggi principali, e poi una estremamente commovente Tatiana Shestakova viene avanti per leggere l’inizio de “l’ultima lettera” – quel capolavoro letterario, l’ultimo addio di una madre ebrea al figlio fuori dall’inferno di un ghetto prima che gli Einsatzgruppen Nazisti arrivino. In una prima scena così c’è già tutto – il non far caso alla vita quotidiana prima della guerra, la distruzione ad opera del delirio storico, la melodia silenziosa di una fugace felicità.

E la rete da pallavolo diventa il simbolo naturale del sottile disegno scenico di Alexey Porai-Koshits – le sbarre che stringono i prigionieri dei campi di concentramento nazisti e dei gulag sovietici.

Tutti i personaggi sono impersonati dagli attori di Dodin con una caratteristica brillantezza psicologica, in sintonia con la grande tradizione interpretativa russa, con una liricità che quasi ti sopraffà. La compagnia è magistralmente guidata da Sergey Kourishev (nel ruolo di uno Strum profondamente umano).

La cosa principale è che il regista sia riuscito a preservare tutta la ricchezza dell’importanza politica, filosofica e umanistica del romanzo. Durante l’ultima scena la più rara delle sensazioni che si possano sperimentare all’interno del teatro moderno nasce nell’animo degli spettatori. Questa sensazione ci travolge e previene il pubblico dal reagire immediatamente alla fine dell’ultima scena – quindi, la nostra reazione si libera, e una standing ovation rimbomba per tutto la sala.

Le Monde


Come uno può rendere ciò che è dovuto alla storia, come uno può portare sulla scena uno dei più profondi libri del ventesimo secolo senza tradire né lo spirito né la lettera di questo romanzo? Comunque, gli attori che si sono riuniti intorno a uno dei più grandi maestri della regia europea, Lev Dodin, sono riusciti ad ottenere tale risultato. La forza polifonica di questa messa in scena non sorprenderà coloro che ricordano – per citare solo due produzioni –Fratelli e sorelle e Gaudeamus. Siamo sopraffatti dal puro coraggio e dalla profondità, dalla più alta sensibilità degli interpreti, diretti da Dodin con grande intuizione, passione e finezza. Questo regista sa come dirigere scene di battaglia come quelle più intime.

Mentre intraprendiamo questo viaggio nel passato del ventesimo secolo, incontriamo personaggi simbolici così carichi di significato come la madre ebrea che morirà in un ghetto (meravigliosa Tatiana Shestakova) e suo figlio (meraviglioso Sergey Kourishev), un fisico nucleare sovietico che sarà salvato dal dittatore…

Molte spunti di trama punteggiano con lettere e recitazione questo Sturm und Drang di una storia che ti travolge come un fiume che straripa in primavera. I grandi attori del Maly Drama Theatre e i giovani studenti dell’Accademia di Teatro di San Pietroburgo ci sconcertano e ci scuotono, ci aiutano a comprendere il mondo.

Figaro


















L’autore

Vasilij Semënovic Grossman

Nato nel 1905 a Berdicev, in Ucraina, dove risiede la più grande comunità ebraica dell’Europa dell’Est, Grossman studia a Mosca dove conosce Gorkij che lo introduce nel mondo letterario. Grazie a lui pubblica nel 1934 il racconto Glückauf, ambientato tra i minatori del Donbass. Scrittore perfettamente integrato nel regime, dal 1941 è corrispondente di guerra per il giornale dell’Armata Rossa.
Tra i primi ad entrare a Berlino, al seguito dell’esercito sovietico, scopre gli orrori dell’Olocausto che descrive nel racconto L’inferno di Treblinka. Finita la guerra inizia la stesura de Il libro Nero, dettagliata ricostruzione del genocidio della popolazione ebraica nei territori sovietici occupati. Attraverso tragiche esperienze, tra cui la scoperta dell’omicidio della madre ad opera dei nazisti, Grossman prende coscienza della propria identità ebraica e, di fronte all’antisemitismo propugnato da Stalin, rivede le sue idee sull’ideologia comunista. Nel 1952 pubblica Per giusta causa, lavoro che si può considerare la prima parte di Vita e destino, il romanzo sull’impossibilità di piegare la volontà del singolo a qualsiasi forma di potere, che l’autore, scomparso nel 1964, non potè mai vedere pubblicato.



L’opera

Vita e destino. Come in una spy story

Sequestrato in tutte le sue copie dal KGB nel 1961, Vita e destino doveva essere destinato all’oblio. L’autore ne aveva affidato due dattiloscritti ad amici fidati. Il primo, in bella copia e battuto a macchina, a Semen Lipkin. Il secondo, con correzioni a mano, a Viacelsav Ivanov. Nel 1970 Andrej Sacharov - il dissidente la cui vicenda appassionò l’occidente negli anni ‘70 e ‘80 - realizza dal primo manoscritto due microfilm, portati segretamente a Parigi. La prima pubblicazione è del 1980 ad opera della casa editrice francese L’Age
d’Homme; nel 1982 il romanzo è tradotto in italiano da Jaca Book. Ma si tratta di un testo incompleto, per il
pessimo stato dei microfilm che non consentono una lettura integrale delle pagine.
Nel 1988 l’opera è pubblicata in Russia: a questo punto Vera Ivanovna, vedova di Viacelsav, consegna agli eredi di Grossman la propria copia di Vita e destino che viene edita a Mosca, finalmente in edizione integrale, nel 1990


La mostra

Vita e destino
Il romanzo della libertà e la battaglia di Stalingrado
Mostra dedicata alla vita e all’opera di Vasilij Grossman
a cura del Centro Culturale Pier Giorgio Frassati
Centro Culturale di Milano
Fondazione Arte Storia Cultura Ebraica a Casale Monferrato
e di
Fondazione Russia Cristiana
Museo Statale Centrale di Storia Contemporanea Russa
Fondazione Memorial
Unione Comunità Ebraiche Italiane
con il contributo di Comunità Ebraica di Milano

La mostra, allestita nel foyer del Piccolo Teatro Studio, resterà aperta nel periodo di programmazione dello spettacolo, tutti i giorni a partire da un’ora prima dell’inizio dello spettacolo.
In orari diversi è possibile fare visite guidate solo su appuntamento:
Ufficio Promozione pubblico e Proposte culturali, tel. 02 72 333 237

Realizzata nel 2005, per celebrare il centenario della nascita di Vasilij Grossman (1905-1964), la mostra rende onore al capolavoro di questo autore e alla vicenda di un romanzo ingiustamente perseguitato e sottratto alla divulgazione.
Tema centrale di Vita e destino è l’assoluta irriducibilità del singolo a qualsiasi forma di potere.
È anche la commovente storia di una famiglia, dei sentimenti che ne legano l’uno all’altro, con straordinaria saldezza, tutti i componenti, dell’imperativo insopprimibile per ciascun individuo di obbedire al dettato della coscienza; il tutto è strettamente connesso a un periodo storico denso di avvenimenti determinanti per il successivo assetto dello scacchiere politico mondiale.
L’esposizione si pone l’obiettivo di analizzare la vita e l’opera di Grossman, soffermandosi sui personaggi del romanzo e sulle vicende storiche che descrive.
Si snoda attraverso un percorso articolato in pannelli, contenenti le riproduzioni di una ricca collezione di memorabilia, fornita da tutti gli enti coinvolti nella realizzazione dell’iniziativa: fotografie, documenti originali, cimeli, stampe, giornali d’epoca, lettere e corrispondenze in genere, appunti, atti ufficiali. Un supporto audiovisivo consente di approfondire ulteriormente gli argomenti.
La mostra si divide in tre sezioni che rimandano ad altrettanti passaggi salienti delle pagine di Grossman:
1 - L’eroica resistenza umana e militare dei soldati russi all’invasore nazista all’interno della casa 6/1. Nell’autunno del 1942, l’avanzata tedesca in Unione Sovietica si arresta a Stalingrado e la città è posta sotto assedio. Rimasti isolati in quell’immensa trincea, i soldati barricati nella casa 6/1 riscoprono la radice della propria libertà, valore per il quale vale la pena vivere e morire.
2 - Il drammatico dialogo in un lager fra il comandante tedesco Liss e il bolscevico Mostovskoj sulle analogie fra le ideologie nazista e comunista. Grossman intuisce il filo rosso che tragicamente lega i lager nazisti ai gulag sovietici: i totalitarismi si pongono l’obiettivo di annichilire l’individuo e di eliminarlo qualora sia diverso per etnia, fede religiosa oppure rivendichi il diritto al dissenso.
3 - La steppa, che, attraverso i propri spazi infiniti richiama le eterne e insolubili domande sul significato della vita e sul destino dell’uomo. In ogni passaggio del romanzo – come spesso avviene nella grande narrativa russa – la natura partecipa alle vicende umane e le condivide.
Lo spettacolo "La lampada di Aladino" della Compagnia Marionettistica Carlo Colla & Figli, in scena al Piccolo Teatro Studio dal 3 gennaio 2008, terminerà le rappresentazioni sabato 12 gennaio, ore 19.30, e non, come precedentemente annunciato, domenica 13 gennaio.
COMUNICATO STAMPA
lunedì 28 gennaio 2008, ore 21.00

presso il Piccolo Teatro Studio, via Rivoli 6, Milano, si terrà il secondo appuntamento della X edizione di JAZZ al PICCOLO – ORCHESTRA SENZA CONFINI, organizzato dal Piccolo Teatro e dall’Associazione Culturale Musica Oggi

ITALIAN JAZZ GRAFFITI

CIVICA JAZZ BAND
Emilio Soana (tromba), Roberto Rossi (trombone), Giulio Visibelli (sassofoni), Marco Vaggi (contrabbasso), Tony Arco (batteria) e gli studenti dei Civici Corsi di Jazz dell’Accademia Internazionale della Musica
con i solisti ospiti:
CARLO BAGNOLI sax baritono
SALVATORE BONAFEDE pianoforte
ROBERTO BONATI contrabbasso
BEPPE CARUSO trombone
SANDRO CERINO flauti
MARCO GOTTI sax tenore
RICCARDO LUPPI sax tenore e flauto
GIOVANNI MAZZARINO pianoforte
SERGIO ORLANDI tromba
LINO PATRUNO chitarra
ANDREA POZZA pianoforte

Direttori ENRICO INTRA e PAOLO SILVESTRI

In programma brani e arrangiamenti originali dei solisti invitati
Introduzione a cura di Maurizio Franco


Grande e unico spaccato del Jazz italiano, il progetto Italian Jazz Graffiti si configura come uno spettacolare, ma artisticamente profondo concerto, in cui dieci solisti del jazz nazionale si presentano con proprie composizioni insieme alla Civica Jazz Band, che in questa particolare occasione propone sempre il direttore stabile: Enrico Intra, affiancato da un direttore ospite, in questo caso Paolo Silvestri, arrangiatore e band leader tra i più significativi e popolari dell’odierna scena jazzistica. Giunto alla sua ottava edizione, Italian Jazz Graffiti prosegue nella valorizzazione del repertorio italiano, dei suoi solisti, autori e arrangiatori, proponendo un cast come al solito di alto profilo, nel quale si incontrano generazioni e stili differenti, senza alcun tipo di pregiudiziale. Lino Patruno è il rappresentante principe del Dixieland, stile che pratica da oltre mezzo secolo mentre Carlo Bagnoli è un esponente di spicco dello Swing affrontato nella sua concezione più moderna. La linea del Modern Mainstream ha come protagonisti il pianista siciliano Giovanni Mazzarino, già vincitore di un referendum della critica italiana quale miglior nuovo talento nazionale, e Andrea Pozza, attuale membro del quintetto di Enrico Rava e pianista tra i più richiesti da solisti nazionali e internazionali. Marco Gotti, arrangiatore, sassofonista e band leader tra i più originali, autentico “musicista per musicisti”, presenta un brano nel quale l’altro solista è il trombettista Sergio Orlandi, un musicista che sa portare nel suo strumento il “senso della storia”. Lo sguardo al funky proviene dalla musica di un versatile trombonista quale Beppe Caruso, mentre la linea europea del jazz si trova in due specifiche configurazioni. Quella vicina al mondo euro colto di Roberto Bonati, da anni contrabbassista di Giorgio Gaslini e band leader capace di utilizzare materiali provenienti da diverse epoche della storia della musica, e quella legata ad una linea di assoluta versatilità stilistica rappresentata da Sandro Cerino. Infine, con Riccardo Luppi entra in scena la visione a 360° dell’intera storia del jazz, mentre Salvatore Bonafede rappresenta una punta di diamante nell’ambito del contemporary mainstream.


Ingresso 15 euro
Per informazioni e prenotazioni tel. 848800304 (chiamata ad addebito ripartito – a tariffa urbana)
Ufficio Stampa tel. 02 72333 212 – fax 02 72333 311 – piccolo.stampa@piccoloteatromilano.it


COMUNICATO STAMPA
Il titolo corretto dello spettacolo è Les bonnes (Le serve) e che Franca Valeri interpreta Solange e Annamaria Guarnieri Claire.

con Patrizia Zappa Mulas dal 22 gennaio al 3 febbraio 2008

La danza macabra di due signore della scena
Il gioco del teatro nel teatro firmato Genet

E il Piccolo Teatro Studio si presenta nel suo nuovo temporaneo
look (fino alla fine dei lavori di restauro del Grassi
di via Rovello), con più posti a disposizione degli spettatori


Due signore del teatro italiano prestano la voce a uno dei più grandi autori del Novecento per raccontare una favola nera, dove reale e irreale si confondono e si svela l’ambiguo, intrigante gioco del teatro nel teatro.
Dopo una lunga tournée che ha attraversato nel 2007 tutta la penisola, apre il nuovo anno del Piccolo Teatro Studio “Le serve” di Jean Genet, con Franca Valeri e Annamaria Guarnieri, in scena dal 22 gennaio al 3 febbraio 2008.
Per l’occasione il Piccolo Teatro Studio si presenterà nel suo nuovo, temporaneo look. La sala di via Rivoli, infatti, nel periodo di chiusura del “Grassi” di via Rovello per i lavori di restauro conservativo e di ristrutturazione, viene trasformata in “teatro all’italiana” con la classica platea frontale rispetto al palcoscenico. Ciò permette tra l’altro di elevare a 438 i posti a disposizione degli spettatori, tutti con ottima visibilità.

***
“Uno straordinario esempio di continuo ribaltamento fra l’essere e l’apparire, fra l’immaginario e la realtà”. Con queste parole Jean-Paul Sartre descrive il testo di Genet, scrittore, poeta e drammaturgo, che con il suo teatro ha rivoluzionato la forma stessa della tragedia moderna.
Le serve è considerato uno dei suoi capolavori, una perfetta macchina teatrale che mette a nudo in modo straordinario la menzogna della scena.
La vicenda raccontata trae spunto dal caso delle sorelle Papin, che negli anni '30 sconvolse l'opinione pubblica francese: due domestiche a servizio presso una ricca e facoltosa famiglia borghese uccisero atrocemente la loro padrona e sua figlia.
Nell’opera teatrale Claire e Solange (Valeri e Guarnieri) vivono un rapporto di amore e odio con la loro padrona (Patrizia Zappa Mulas) che incarna tutti i loro ideali perduti: giovinezza, bellezza, generosità. Loro, vecchie e sempre più arcigne, quando la padrona non c’è, si ritrovano ad allestire un privato e ossessivo teatrino, una doppia vita in cui, come bimbe perverse, giocano “a fare Madame”. A turno, vestono i suoi abiti, la imitano e, alla fine del rito, la uccidono. Ma finzione e realtà nella loro mente schizofrenica si sovrappongono e il tentativo di omicidio si concretizza in una tazza di tisana avvelenata che però Madame, nella sua svagata disattenzione, non beve. Sarà invece Claire, sempre più sprofondata nella doppiezza della sua vita, a bere la bevanda, offertale dalla sorella carnefice.
“Les Bonnes - spiega il regista, Giuseppe Marini - sono, nella loro più intima essenza, attrici, ‘fino all'ultimo istante’. Occorrevano due mostri sacri del nostro teatro: Franca Valeri e Annamaria Guarnieri (affiancate, con evidente contrappunto generazionale, da Patrizia Zappa Mulas nel ruolo di Madame) a ricoprirne i ruoli. Riunire e far dialogare tra loro diverse esperienze, diversi ‘teatri’ e dirigere questa dialettica verso Genet è forse il sottotesto principale di questa operazione.
Un Genet di cui ho scelto di non accentuare i riferimenti politici e (omo)erotici della sua poetica per indagarne con meno ‘ingombri’ le inquietudini metateatrali, nel tentativo di sdoganare un'avventura drammaturgica bersagliata da troppe canonizzazioni e di far luce sul mistero di un teatro che si dissipa nel suo farsi. Un teatro che arriva a distruggersi celebrandosi per rientrare nella culla nera del silenzio da cui è emerso, dopo una breve e sublime vacanza d'apparizione”.



LA SCHEDA

Piccolo Teatro Studio (via Rivoli 6 – M2 Lanza) – dal 22 gennaio al 3 febbraio 2008
Le serve
di Jean Genet
traduzione Franco Quadri
uno spettacolo di Giuseppe Marini
con Franca Valeri, Annamaria Guarnieri
e Patrizia Zappa Mulas
scene Alessandro Chiti
costumi Gianluca Falaschi
musiche Marco Podda
disegno luci Gigi Ascione
produzione Società per Attori

Foto di scena Federico Riva


Orari
Martedì e sabato ore 19.30; mercoledì, giovedì e venerdì ore 20.30; domenica ore 16.00.
Lunedì riposo.
Giovedì 31 gennaio ore 17 e 20.30

Durata 1 ora e ‘40

Prezzi platea euro 31,00-balconata euro 24,50
Prezzi pomeridiana di giovedì 31 gennaio platea euro 23,50-balconata euro 20,50


Biglietteria telefonica 848800304 (chiamata ad addebito ripartito – a tariffa urbana)
www.piccoloteatro.org



Milano, 16 gennaio 2008
Ufficio Stampa tel. 02 72333 212 – fax 02 72333 311 – piccolo.stampa@piccoloteatromilano.it

COMUNICATO STAMPA

Cinque testi, due attori e un’attrice del Théâtre de la Complicité
spettacolo imperdibile al Piccolo Teatro Studio dall’11 al 22 dicembre

Grande ritorno di Peter Brook
nel segno di Samuel Beckett

Peter Brook incontra Samuel Beckett, al Piccolo Teatro Studio, dall’11 al 22 dicembre. Due attori e un’attrice, cinque brevi testi: il risultato è uno spettacolo intenso, semplice e poetico che restituisce tutta la forza del drammaturgo irlandese. In scena, tre attori di altrettante nazionalità: il belga Jos Houben, la newyorkese di nascita, greca di origine e londinese di educazione Kathryn Hunter, l’italiano Marcello Magni. Tutti membri della compagnia di Simon Mc Burney – Théâtre de la Complicité o Complicite Theatre (compagnia apolide e poliglotta, a partire dal nome) - portano allo spettacolo di Brook la propria esperienza di attori, clown, mimi eccezionali, acrobati del corpo e della parola. In uno spazio essenziale - la pedana cui il regista anglofrancese ci ha in tanti anni abituato - sono gli attori a farla da padroni, abitando lo spazio con i corpi, con la voce e con la straordinaria ironia di cui sono capaci.
Si ride con Brook (e con Beckett). Al talento del regista va il merito di aver colto l’inconfondibile humour beckettiano pur nelle sue venature tragiche: Rough for Theatre I racconta lo strano duello tra un violinista cieco (Marcello Magni) e un uomo con una gamba sola (Jos Houben) inchiodato alla sedia a rotelle; Rockaby è costruito sulle formule ripetute ossessivamente da una donna (Kathryn Hunter) seduta su un dondolo, che qui dondolo non è; Act Without Words II parla delle opposte reazioni di due individui (sempre Houben e Magni) raggomitolati in un sacco, vittime di un enorme pungiglione; Neither (altro monologo di Kathryn Hunter) è una riflessione sul nulla dell’esistere; mentre in Come and Go tre vecchiette (i tre interpreti) si abbandonano insieme ai ricordi. Presentato inizialmente in francese alle Bouffes du Nord, lo spettacolo, secondo una consuetudine cara a Peter Brook, è stato poi riallestito in lingua inglese, sfruttando la straordinaria versatilità linguistica dei suoi interpreti.

Beckett secondo Brook

Beckett era un perfezionista. Ma si può essere ‘perfezionisti’ senza intuire cosa sia la perfezione? Oggi, dopo molto tempo, verifichiamo quanto tutte le etichette attribuite in passato a Beckett – ‘disperato’, ‘negativo’, ‘pessimista’ - fossero fasulle. In realtà Beckett tuffa il proprio sguardo nell’insondabile abisso dell’esistenza umana. Il suo humour lo salva - e ci salva - da quell’abisso. Beckett rifugge da dogmi e teorie: non offrirebbero che pie consolazioni.
Al contrario, la sua vita non è stata altro che una costante e faticosa ricerca della verità. Beckett colloca gli esseri umani esattamente dove li vede: nel buio. Li tuffa nell’immensità sconosciuta, mentre spiano, dalla finestra, se stessi, gli altri… fuori e dentro di sé, in lungo e in largo. Ne condivide le incertezze, il dolore. La scoperta del teatro gli dona la possibilità di trovare un’unità, nella quale suono, movimento, ritmo, respiro e silenzio, tutti gli elementi si fondano in una sola esattezza. È questo l’imperativo che rivolge a se stesso: un obiettivo irraggiungibile, nutrito dal suo bisogno di perfezione. Così si inoltra lungo quel difficile sentiero che unisce il teatro greco e Shakespeare al tempo presente, celebrando senza compromessi la verità, una verità sconosciuta, terribile, spiazzante…



La stampa

Il pubblico ride molto - e questo richiama Beckett – ma le situazioni sono agghiaccianti e denunciano la durezza del mondo - cosa che Peter Brook sottolinea magistralmente -. Si arriva a toccare l’essenza pascaliana di Beckett. E tutto in poco meno di un’ora.
Armelle Héliot, “Le Figaro”


Ogni istante di questa serata è di una intensità e di una semplicità rare. E che felicità ritrovare Peter Brook al vertice della sua arte! Il maestro dello “spazio vuoto” restituisce a Beckett una freschezza da prima alba del mondo. Dirige gli attori con una totale purezza di tratto; quanta umanità in questi personaggi con i loro piccoli, infantili dolori del corpo e dell’anima... Beckett è là, e la sua opera evade dalla nera prigione del teatro dell’assurdo in cui fu a lungo rinchiusa.

Odile Quirot, “Le Nouvel Observateur”


La regia essenziale, semplice di Brook vive in ogni nuance di questi testi e i tre attori regalano alle interpretazioni una mescolanza riccamente allettante di luce ed ombra, con Houben e Magni che interpretano il lato fisico, delizioso della commedia beckettiana, mentre una triste, ipnotica Hunter ce ne consegna l’oscura poesia della morte. Quanta ricchezza in queste opere minori, solo apparentemente inconsistenti.

Charles Spencer, “The Daily Telegraph”


È la musica a venirci in mente quando sediamo in sala, introdotti allo spettacolo da uno straordinario talento tranquillizzante, dal fascino dell’ordine in cui i frammenti sono proposti, mentre variazioni di luce assolutamente splendide ci guidano da una pièce all’altra, quasi fossero una sorta di intelligenza profonda che tutto controlla. L’esperienza dello spettacolo si traduce in una strana, ossessiva, ironica sinfonia da camera nella quale tre movimenti sono “scherzi”.

Paul Taylor, “The Independent”


Peter Brook e Samuel Beckett formano un matrimonio ideale: entrambi sono maestri del “minimo irriducibile”.
Michael Billington, “The Guardian”









LA SCHEDA

Piccolo Teatro Studio (via Rivoli 6 – M2 Lanza) – dall’11 al 22 dicembre 2007
Fragments
(Rough for Theatre I, Rockaby, Act Without Words II, Neither, Come and Go)
testi Samuel Beckett
regia Peter Brook
assistenti alla regia Lilo Baur e Marie Hélène Estienne
luci Philippe Vialatte
con Jos Houben, Kathryn Hunter, Marcello Magni
produzione C.I.C.T. / Théâtre des Bouffes du Nord, Paris
e William Wilkinson per Millbrook Productions
in coproduzione con Young Vic Theatre, London

Foto di scena Pascal Victor


Orari
Martedì e sabato ore 19.30; mercoledì, giovedì e venerdì ore 20.30; domenica ore 16.00. Lunedì riposo.
Giovedì 13 dicembre e mercoledì 19 dicembre ore 17.00 e 20.30
Domenica 16 dicembre ore 16.00 e 20.30
Sabato 22 dicembre ore 16.00 e 19.30.

Mercoledì 12 dicembre, ore 20.30 prima per la stampa

Durata 1 ora

Prezzi: platea euro 31,00, balconata euro 24,50


Biglietteria telefonica 848800304 (chiamata ad addebito ripartito – a tariffa urbana)
www.piccoloteatro.org



Milano, 10 dicembre 2007










Samuel Beckett

Tutti siamo nati pazzi. Alcuni sono rimasti tali (da “Aspettando Godot”, 1952)

Premio Nobel per la letteratura nel 1969, Samuel Beckett è considerato, con Eugène Ionesco, tra i capiscuola del teatro dell’assurdo. Nato in un sobborgo di Dublino il 13 aprile del 1906, frequenta lo stesso college di Oscar Wilde e si specializza poi in Letteratura Francese e Italiana. Per motivi di studio e lavoro, viaggia tra Belfast e Parigi e in questo periodo stringe amicizia con un altro “magnifico irlandese”, James Joyce. Il debutto nella narrativa è nel 1930 con Oroscopata (Whoroscope), poesia con cui si aggiudica anche un premio letterario. Segue un saggio su Marcel Proust. Trasferitosi definitivamente a Parigi, pubblica nel 1938 il romanzo Murphy che ottiene buone recensioni. Sempre a Parigi, è vittima di un singolare quanto tragico incidente: è pugnalato per strada da un protettore di prostitute. Interrogato sul perché del suo gesto, pare che l’assalitore abbia beckettianamente risposto “Davvero non lo so, signore”. In ospedale, Beckett rivede Suzanne Descheveaux-Dumesnil, dalla quale era stato folgorato durante una vacanza nove anni prima, e che diverrà la compagna di tutta la vita. Nel periodo dell’occupazione nazista della Francia, Beckett e Suzanne prendono parte attivamente alla Resistenza e sopravvivono esercitando i mestieri più svariati. Dalla metà degli anni Quaranta, la svolta: Beckett sceglie di scrivere in francese, traducendo in questa lingua anche quanto scritto in precedenza. Pubblica una serie incredibile di capolavori, tra cui la trilogia di romanzi Molloy, Malone muore e L’Innominabile (1950-51); del 1952 è Aspettando Godot, seguono Finale di partita (1957), L’ultimo nastro di Krapp (1958), e Giorni felici (1960) per citare solo i principali. Del 1963 è la sceneggiatura di Film, portato sul grande schermo da Buster Keaton. Tra i testi scritti per la radio, Tutti quelli che cadono (1956). Samuel Beckett è morto nel 1989. I cinque “Fragments” scelti da Brook sono: Rough for Theatre I (conosciuto anche come Teatro I, 1956), Dondolo (Rockaby, 1981), Atto senza parole II (Act Without Words II, 1956), Neither (1976), Va’ e vieni (Come and Go, 1965).

Peter Brook
Classe 1925, di origini russe, Peter Brook nasce a Londra; qui, nel 1943, dirige il suo primo spettacolo. A questo precocissimo debutto, seguono più di 70 produzioni, tra Londra, Parigi e New York. Il lavoro con la Royal Shakespeare Company include, tra gli altri, Pene d’amor perdute (1946), Misura per misura (1950), Tito Andronico (1955), Re Lear (1962), Marat/Sade (1964), Us (1966), Sogno di una notte di mezza estate (1970) e Antonio e Cleopatra (1978).
Nel 1971, a Parigi - la città che ad un certo punto del proprio percorso artistico ha scelto come nuova patria - ha fondato il Centre International de Recherche Théâtrale, che, nel 1974, si trasforma, in seguito alla riapertura del Théâtre des Bouffes du Nord, in Centre International de Création Théâtrale. Qui sono nati alcuni spettacoli indimenticabili del suo repertorio: Timone d’Atene, Les Iks, Ubu aux Bouffes, La conférence des oiseaux, L’Os, Il giardino dei ciliegi, Woza Albert!, The Mahabharata, La tempesta, L’Homme Qui, Qui est là?, Oh! Les beaux jours, Je suis un phénomène, Le Costume, La tragédie d’Hamlet, La mort de Krishna, Ta main dans la mienne, Le Grand Inquisiteur, Tierno Bokar e Sizwe Banzi est mort (la maggior parte di questi spettacoli ha conosciuto una doppia versione, in francese e in inglese). ll’opera, ha diretto La Bohème, Boris Godunov, Salomé e Le nozze di Figaro al Covent Garden; Faust e Eugène Onegin al Metropolitan Opera House di New York, La tragédie de Carmen alle Bouffes du Nord e Don Giovanni per il Festival di Aix-en-Provence. Ha scritto una autobiografia, I fili del tempo (1998, edito in Italia nel 2001), e diversi saggi sul teatro, che costituiscono autentiche pietre miliari: Il teatro e il suo spazio (1968, recentemente ripubblicato con il titolo Lo spazio vuoto), Il punto in movimento (1987), There are no Secrets (1993), Dimenticare Shakespeare? (2002). Al cinema ha diretto alcuni film indimenticabili: dalla versione per il grande schermo del capolavoro di Sir William Golding, Il signore delle mosche, alle trasposizioni in pellicola di alcune sue regie teatrali, Marat/Sade, King Lear, The Mahabharata.





Peter Brook al Piccolo

Teatro Lirico 9 ottobre 1972 Sogno di una notte di mezza estate
di William Shakespeare

Teatro Studio 12 novembre 1986 La Tragédie de Carmen
di Bizet-Mérimée

Piccolo Teatro 10 aprile 1989 Marat/Sade (film)
di Peter Weiss

Teatro Studio 25 giugno 1991 La tempesta
di William Shakespeare

Teatro Studio 10 ottobre 1998 Je suis un phénomène
di Peter Brook e Marie-Hélène Estienne
da Alexander Lurja

Teatro Strehler 6 dicembre 1998 Don Giovanni
di W. A. Mozart - L. Da Ponte

Teatro Studio 12 ottobre 2000 Le costume
di Can Themba

Teatro Studio 4 ottobre 2002 La Tragédie d’Hamlet
di William Shakespeare

Teatro Studio 8 ottobre 2003 Ta main dans la mienne
di Carol Rocamora

Teatro Studio 9 ottobre 2003 La mort de Krishna
di Marie-Hélène Estienne e
Jean-Claude Carrière

Teatro Studio 19 ottobre 2005 Le Grand Inquisiteur
di Fedor Dostoevskij

Teatro Studio 14 novembre 2006 Sizwe Banzi est mort
di Athol Fugard, John Kani e Winston Ntshona






Marie-Hélène Estienne
Autrice e assistente di produzione a teatro e al cinema, Marie-Hélène Estienne, già giornalista di “Nouvel Observateur” e “Nouvelles Littéraires”, diviene assistente di Michel Guy, lavorando con lui alla programmazione del Festival d’Automne di Parigi. Dal 1977 è assistente di produzione di tutti i progetti del Centre International de Création Théâtrale (CICT).
Accanto a Peter Brook per La Tragédie de Carmen e per The Mahabharata, in seguito collabora alla messa in scena de La tempesta, Impressions de Pelléas, Woza Albert!. Coautrice con Brook di L’Homme Qui e di Je suis un phénomène - presentati al Théâtre des Bouffes du Nord - realizza l’adattamento in francese della pièce Le Costume (The Suit) di Can Themba e di Far Away di Caryl Churchill. Collabora alla messa in scena e co-firma il testo francese con Jean-Claude Carrière di La Tragédie d’Hamlet allestito nel maggio 2002, così come di La mort de Krishna. Realizza l’adattamento teatrale di Ta main dans la mienne di Carol Rocamora (da Cechov), di Le Grand Inquisiteur da Dostoïevski e, nel 2004, quella di Tierno Bokar dalle opere di Amadou Hampaté Bâ. Recentemente, ha firmato l’adattamento francese di Sizwe Banzi est mort.




Lilo Baur
Di origine svizzera, vive tra Inghilterra, Francia e Spagna. I suoi primi lavori nel mondo del teatro sono stati in Inghilterra, dove ha recitato al Royal National Theatre nell’Orestea diretta da Katie Mitchell e nel Mercante di Venezia diretto da Richard Olivier. L’incontro fondamentale della sua carriera è con Simon Mc Burney che la dirige in The Three Lives of Lucie Cabrol, per il quale ottiene diversi premi alla migliore interpretazione femminile. Ancora con il Complicite Theatre lavora in The Visit, Street of Crocodile, Help I am Alive, The Winter’s Tale e Lights. In Francia, ha recitato in Honorée par un petit monument e Alice in Wonderland, diretto da Jean Rochereau e presentato al Festival di Avignone, oltre che nella versione francese della Tragédie d’Hamlet, che è stata in tournée in tutto il mondo.
Al cinema, ha lavorato con Peter Yates e David Yates, tra gli altri. Come regista, ha messo in scena testi di Carlo Gozzi e di Shakespeare, in teatri in Grecia e Spagna. Recentemente, ha collaborato a una messa in scena de La tempesta con Cel Ras, una compagnia spagnola di danza, e ha firmato una nuova regia, Robinson & Crusoe, ad Atene. Nel corso di questa stagione, dirigerà in francese Fish Love, una pièce che ha scritto basandosi sull’opera di Anton Cechov.



Jos Houben
Attore, mimo, scrittore per il teatro, didatta, consulente di compagnie teatrali, d’opera, di scuole di circo, di danza e di illusionismo, Jos Houben è nato a Bruxelles. La sua formazione è un intreccio di lingue, scuole, di molteplici, straordinarie esperienze: a Parigi ha frequentato l’Ecole Internationale Jacques Lecoq (dove, dal 2000, ha avuto una docenza); ha poi studiato con Monika Pagneux, Philippe Gaulier e Pierre Byland. È abilitato a praticare il metodo “Feldenkrais” (presa di coscienza attraverso il movimento). Tra i fondatori della compagnia inglese Complicite, è tra i creatori dello spettacolo A Minute Too Late (di cui è anche uno dei protagonisti), che ha ottenuto un incredibile successo al Royal National Theatre di Londra; ha preso parte a molti altri progetti della compagnia di Simon Mc Burney, con Annabel Arden e Lilo Baur. È regista e coautore della commedia “cult” The Right Size, con cui ha vinto il Laurence Olivier Award Best Entertainment nel 1999 e Best New Comedy nel 2002. Ha realizzato programmi per ragazzi per la televisione; collabora costantemente con il musicista greco Georges Aperghis. La sua Conference on Laughter, format sull’arte di far ridere, è stata proposta in giro per il mondo (Argentina, Israele, Francia, Olanda, Scozia, al Festival di Edimburgo, e nella capitale inglese). Recita indifferentemente in olandese (sua lingua madre), francese, inglese, tedesco. Vive a Parigi.

Kathryn Hunter
Newyorkese, nata da genitori greci, Aikaterini Hadjipateras (questo è il suo vero nome) è cresciuta a Londra e parla correntemente greco moderno, inglese, francese, italiano. Ha studiato presso la Bristol University (Francese e Teatro), quindi ha frequentato la RADA sotto la guida di Hugh Crutwell. Ha debuttato come interprete di testi di Alan Ayckbourne nei principali teatri del Regno Unito, per poi frequentare la scuola di Chattie Salaman e approfondire lo studio della tecnica di Grotowski. Un’altra rivoluzione, nel suo percorso è stata l’approdo alla compagnia Complicite Theatre, per gli spettacoli Anything for a Quite Life, Help I am alive, Out of a House walked a Man, Foe, The Winter’s Tale (Shakespeare) The visit (Dürrenmatt). Tra gli altri spettacoli che ha interpretato, King Lear, Richard III al Globe, Far Away di Caryl Churchill, altra regia di Peter Brook. Come regista, ha lavorato per il Royal Court, ha messo in scena Brecht all’Almeida, Aristofane al National Theatre e Shakespeare al Globe. Grande ammiratrice della regista cinematografica Sally Potter, ha lavorato con lei nel celebre Orlando, da Virgina Woolf.
Diretta da Mike Leigh ha recitato in All or Nothing. Recentemente, nel ruolo di Mrs. Figg, ha preso le parti del celebre maghetto in Harry Potter e l’Ordine della Fenice.

Marcello Magni
Il bergamasco Marcello Magni ha iniziato la propria avventura nel mondo del teatro al DAMS di Bologna. Di qui è subito “fuggito” a Parigi, prima all’Ecole Internationale Jacques Lecoq poi, come l’amico Jos Houben, sotto la guida di Monika Pagneux, Philippe Gaulier e Pierre Byland, dove il suo talento ha avuto modo di venire alla luce. Oggi è attore, regista, insegnante di mimo e di teatro (anche lui presso l’Ecole Jacques Lecoq). Cofondatore della londinese Complicite, da ventiquattro anni lavora con questa compagnia, per la quale ha creato numerosi spettacoli. Ha collaborato alla realizzazione di A Minute Too Late, More Bigger Snacks Now, Anything for a Quite Life, Please, Please, Please, Help I am Alive, Out of a House Walked a Man, The Visit, The Winter’s Tale, Street of Crocodile e Foe. Al di fuori dal rapporto con Complicite, gli interessi di Marcello vertono sul mondo delle Maschere e sulla Commedia dell’Arte: ha interpretato personaggi di Molière, Marivaux e Ruzante. Recentemente ha creato con Jos Houben e Kathryn Hunter un “a solo” dedicato ad Arlecchino. Ha collaborato con innumerevoli artisti, tra cui Mark Rylance, Hideki Noda, George Kimoulis, Annie Castledine, Neil Bartlett, Helena Kaut Howsen, Mike Alfred, David Glass, Jack Sheppard, Nancy Meckler e soprattutto Kathryn Hunter. Ha recitato in Atto senza parole di Beckett per Beckett on Film (Channel 4) regia Enda Hughes. Tra i suoi prossimi progetti, una serata di racconti da tutto il mondo, con Kathryn Hunter e con lo scrittore Gilles Aufrey.
Ufficio Stampa tel. 02 72333 212 – fax 02 72333 311 – piccolo.stampa@piccoloteatromilano.it

COMUNICATO STAMPA

Al Piccolo Teatro Studio, dal 6 novembre,
due regine, l’una contro l’altra armate

Anna Bonaiuto e Frédérique Loliée
in Maria Stuart, con la regia di Andrea De Rosa

Dopo i consensi di pubblico e di critica ottenuti da Elettra, spettacolo insignito del Premio Speciale Ubu 2005 per l’originale uso dell’olofonia in funzione di linguaggio, in scena al Teatro Studio nella scorsa stagione, il Mercadante Teatro Stabile di Napoli torna al Piccolo con un nuovo spettacolo diretto da Andrea De Rosa, Maria Stuart di Friedrich Schiller.
La grandissima teatralità di questo testo si sprigiona dall'antitesi dei caratteri di due regine: Maria, incarcerata per un omicidio che si presume abbia commesso, ma in realtà perché è cattolica in un’Inghilterra protestante; Elisabetta, al potere, tormentata dal dramma di dover emettere la condanna a morte della regina di Scozia per tutelare il proprio paese. Due mondi contrapposti, che rappresentano due punti di vista umani e scenici profondamente diversi, ma che in ogni sequenza si scambiano regolarmente: quello di Maria fatto di amore, di bellezza, di moralità, di morte trasfiguratrice; quello di Elisabetta fatto di ipocrita ragion di stato, solo apparentemente trionfante. In realtà la vittoria appartiene tutta a Maria, che va incontro alla morte con suprema dignità morale, mentre Elisabetta paga il successo politico rinunziando alla rispettabilità e all’amore.
A ricoprire i ruoli delle due sovrane, con i loro affascinanti universi interiori - in conflitto anche sul piano della femminilità - due attrici che nel loro personale percorso artistico si sono già cimentate con personaggi forti e di grande impatto emotivo Anna Bonaiuto e Frédérique Loliée.
Due interpreti di grande temperamento, impegnate a evidenziare non solo l'opposizione d’uno stesso potere ma, soprattutto, la difficoltà d’essere "donne" legate da vincoli di sangue e legami d’affetto, che combattono per le rispettive scelte politiche e religiose.

LA SCHEDA

Piccolo Teatro Studio (via Rivoli 6 – M2 Lanza) – dal 6 al 18 novembre 2007
Maria Stuart
di Friedrich Schiller, traduzione Nanni Balestrini
regia Andrea De Rosa
con Anna Bonaiuto, Frédérique Loliée
e Alessandra Asuni, Flavio Bonacci, Massimo Brizi, Andrea Calbucci,
Fortunato Cerlino, Nunzia Schiano, Antonio Zavatteri
scene Sergio Tramonti, costumi Ursula Patzak, luci Pasquale Mari,
musiche Giorgio Mellone, suono Hubert Westkemper
Produzione Mercadante Teatro Stabile di Napoli


Orari: martedì e sabato ore 19.30; mercoledì, giovedì, venerdì ore 20.30; domenica ore 16.00.
Lunedì riposo. Domenica 11 novembre ore 16.00 e 20.30
Durata 1 ora e ’50 senza intervallo
Prezzi: platea euro 23,50, balconata euro 20,50

Biglietteria telefonica 848800304 (chiamata ad addebito ripartito – a tariffa urbana)
www.piccoloteatro.org
Milano, 31 ottobre 2007
Ufficio Stampa tel. 02 72333 212 – fax 02 72333 311 – piccolo.stampa@piccoloteatromilano.it

COMUNICATO STAMPA

Al Piccolo Teatro Studio, dal 6 novembre,
due regine, l’una contro l’altra armate

Anna Bonaiuto e Frédérique Loliée
in Maria Stuart, con la regia di Andrea De Rosa

Dopo i consensi di pubblico e di critica ottenuti da Elettra, spettacolo insignito del Premio Speciale Ubu 2005 per l’originale uso dell’olofonia in funzione di linguaggio, in scena al Teatro Studio nella scorsa stagione, il Mercadante Teatro Stabile di Napoli torna al Piccolo con un nuovo spettacolo diretto da Andrea De Rosa, Maria Stuart di Friedrich Schiller.
La grandissima teatralità di questo testo si sprigiona dall'antitesi dei caratteri di due regine: Maria, incarcerata per un omicidio che si presume abbia commesso, ma in realtà perché è cattolica in un’Inghilterra protestante; Elisabetta, al potere, tormentata dal dramma di dover emettere la condanna a morte della regina di Scozia per tutelare il proprio paese. Due mondi contrapposti, che rappresentano due punti di vista umani e scenici profondamente diversi, ma che in ogni sequenza si scambiano regolarmente: quello di Maria fatto di amore, di bellezza, di moralità, di morte trasfiguratrice; quello di Elisabetta fatto di ipocrita ragion di stato, solo apparentemente trionfante. In realtà la vittoria appartiene tutta a Maria, che va incontro alla morte con suprema dignità morale, mentre Elisabetta paga il successo politico rinunziando alla rispettabilità e all’amore.
A ricoprire i ruoli delle due sovrane, con i loro affascinanti universi interiori - in conflitto anche sul piano della femminilità - due attrici che nel loro personale percorso artistico si sono già cimentate con personaggi forti e di grande impatto emotivo Anna Bonaiuto e Frédérique Loliée.
Due interpreti di grande temperamento, impegnate a evidenziare non solo l'opposizione d’uno stesso potere ma, soprattutto, la difficoltà d’essere "donne" legate da vincoli di sangue e legami d’affetto, che combattono per le rispettive scelte politiche e religiose.

LA SCHEDA

Piccolo Teatro Studio (via Rivoli 6 – M2 Lanza) – dal 6 al 18 novembre 2007
Maria Stuart
di Friedrich Schiller, traduzione Nanni Balestrini
regia Andrea De Rosa
con Anna Bonaiuto, Frédérique Loliée
e Alessandra Asuni, Flavio Bonacci, Massimo Brizi, Andrea Calbucci,
Fortunato Cerlino, Nunzia Schiano, Antonio Zavatteri
scene Sergio Tramonti, costumi Ursula Patzak, luci Pasquale Mari,
musiche Giorgio Mellone, suono Hubert Westkemper
Produzione Mercadante Teatro Stabile di Napoli


Orari: martedì e sabato ore 19.30; mercoledì, giovedì, venerdì ore 20.30; domenica ore 16.00.
Lunedì riposo. Domenica 11 novembre ore 16.00 e 20.30
Durata 1 ora e ’50 senza intervallo
Prezzi: platea euro 23,50, balconata euro 20,50

Biglietteria telefonica 848800304 (chiamata ad addebito ripartito – a tariffa urbana)
www.piccoloteatro.org
Milano, 31 ottobre 2007
Ufficio Stampa tel. 02 72333 212 – fax 02 72333 311 – piccolo.stampa@piccoloteatromilano.it


COMUNICATO STAMPA

Al Teatro Studio “Prologo” alla Festa del Teatro
Incontro con Luca Ronconi sabato 20 ottobre alle 17


Luca Ronconi protagonista assoluto del “Prologo” della Festa del Teatro.
Sarà infatti il Direttore artistico del Piccolo il primo ospite della sezione dedicata ai “Maestri del Teatro”. L’incontro, ad ingresso libero, si terrà sabato 20 ottobre alle 17 al Piccolo Teatro Studio di via Rivoli, e avrà come tema “Il ritorno di Ulisse”. Sarà la grecista Eva Cantarella a introdurre il regista, che parlerà anche del suo doppio spettacolo “Itaca” e “L’antro delle ninfe” in programma al Piccolo dal 7 al 20 marzo 2008.
Prima dell’incontro, sempre sabato e a ingresso libero, nello Spazio Eurolab del Piccolo Teatro Strehler, saranno presentati due video su due spettacoli di successo di Ronconi: “Lolita” (ore 12) e “Infinities” (ore 16).
In occasione della Festa, per un’intera settimana fino a domenica 28 ottobre, nello stesso Spazio Eurolab saranno messi a disposizione del pubblico altri video di spettacoli internazionali e di iniziative del Piccolo. Questo l’orario: da lunedì a venerdì dalle 14 alle 18; sabato e domenica dalle 10 alle 18.
Sempre a partire da sabato 20 ottobre, nel foyer del Teatro Studio sarà allestita una mostra legata alla conclusione della Masterclass organizzata dal Piccolo Teatro in collaborazione con le Università milanesi (Politecnico, Università degli Studi, IED, IDI’AC), tenuta da Luca Ronconi. Saranno dunque esposti i lavori con i quali gli studenti, ognuno per il proprio settore di competenza e studio, hanno interpretato il rapporto tra spazio e drammaturgia, che era appunto il tema del laboratorio triennale. La mostra sarà visitabile, fino a sabato 27 ottobre, in orario di spettacolo.



Milano, 18 ottobre 2007
____________Teatro Studio


Maria Stuart, 6 – 18 novembre 2007
di Friedrich Schiller
regia Andrea De Rosa
produzione Mercadante Teatro Stabile di Napoli

Dopo i consensi di pubblico e di critica ottenuti da Elettra, spettacolo insignito del Premio Speciale Ubu 2005 per l’originale uso dell’olofonia in funzione di linguaggio, il Mercadante Teatro Stabile di Napoli propone un nuovo spettacolo diretto da Andrea De Rosa: Maria Stuart di Friedrich Schiller. Il dramma si sprigiona dall'antitesi dei caratteri delle due regine: Maria, incarcerata per omicidio, ma in realtà perché è cattolica in un’Inghilterra protestante; Elisabetta, al potere, tormentata dal dramma di dover emettere la condanna a morte della regina di Scozia per tutelare il proprio paese. Due mondi contrapposti, due punti di vista umani e scenici profondamente diversi, ma che in ogni sequenza si scambiano regolarmente. Quello di Maria fatto di amore, di bellezza, di moralità; quello di Elisabetta fatto di ipocrita ragion di stato, solo apparentemente trionfante.

Natura morta in un fosso, 20 – 25 novembre 2007
di Fausto Paravidino
regia Serena Sinigaglia, con Fausto Russo Alesi
produzione A.T.I.R.

Uno dei drammaturghi italiani più apprezzati anche all’estero, Fausto Paravidino, un attore di grande talento, vincitore del Premio Ubu e del Premio Eti, Fausto Russo Alesi, una regista di stile, Serena Sinigaglia, firmano un piccolo grande capolavoro, “Natura morta in un fosso”. Noir teatrale, giallo che prende le mosse da un fatto di cronaca, il monologo scorre con i ritmi dell’inchiesta senza mai tradire tutta la poesia che dichiara fin dal titolo. Non ci sono effetti speciali, niente inseguimenti, solo una carrellata di personaggi che si susseguono per cercare di raccontare un mistero, quello che ha portato alla morte di una giovane donna trovata senza vestiti e senza vita in un fosso, all’alba.

Donne in Parlamento, 27 novembre - 9 dicembre 2007
da Aristofane
regia Serena Sinigaglia
Produzione Piccolo Teatro di Milano - Teatro d’Europa

Uno spettacolo carico di energia e passione, fisico, caldo come il colore del bronzo di cui è costruita la scena. Un capolavoro della letteratura comica antica, riletto con freschezza e passione da una delle compagnie più interessanti del panorama milanese. In una città allo sbando, in cui gli uomini pensano solo a soddisfare i bisogni primari, le donne prendono il potere, sognando un mondo diverso. Ma servirà soltanto a precipitare nell’anarchia. “I classici - spiega la regista - rappresentano il mio desiderio di ritrovare l’épos: vengo da una generazione cresciuta al ritmo del minimalismo, privata di grandi ideali, cui è mancato un ‘ampio respiro’. Nei classici ritrovo tutto questo”.





Fragments, 11 – 22 dicembre 2007
regia Peter Brook
produzione Théâtre des Bouffes du Nord, Young Vic, London

Un grande maestro del teatro incontra Samuel Beckett, “un autore – spiega Brook – che tuffa lo sguardo nell’insondabile abisso dell’esistenza umana… S’inserisce sulla sottile linea che lega il teatro greco antico, attraverso Shakespeare, al nostro tempo, celebrando senza compromessi la verità, una verità sconosciuta, terribile, sconvolgente…”.
Due attori e un’attrice, cinque brevi testi, e la regia di Peter Brook: il risultato è uno spettacolo intenso, semplice e poetico che restituisce tutta la forza del drammaturgo irlandese.

Gelatinosa principessa, figlia del Raja di Barbaspessa, 28 – 31 dicembre 2007
Compagnia marionettistica Carlo Colla & Figli

Nel 1929 il Maestro Cesare Chiesa, docente di composizione al Conservatorio di Milano, scrisse per sé e per la sua famiglia, aiutato dalla moglie Maria Curti Comerio, quest’operina in lingua milanese da rappresentare col suo teatrino di marionette da salotto per parenti e amici. Entrato poi nel repertorio della Carlo Colla e Figli, lo spettacolo appartiene alla tradizione di rappresentazioni che, pur nella loro ingenuità, cercavano di proporre al pubblico un’occasione sia per il puro divertimento, sia per una satira, molto spesso neppure troppo velata, sugli usi e i costumi del tempo. Con il suo milanese, tra citazioni popolaresche e terminologie Portiane, oggi dimenticate, rimane un esempio di un teatro capace di coinvolgere pubblici di ogni ceto sociale e di ogni età.

La lampada di Aladino, 3 – 13 gennaio 2008
Compagnia marionettistica Carlo Colla & Figli

È una riduzione della celebre fiaba tratta da Le mille e una notte. Sulla scena, distribuiti in 14 quadri, si muovono circa duecento personaggi fra protagonisti, comprimari e comparse, creature del mondo reale e di quello fantastico, con il fasto che caratterizza il repertorio della Carlo Colla e Figli, animati dai 12 componenti della Compagnia. La fiaba di Aladino e la lampada meravigliosa è, senza alcun dubbio, il racconto più discusso dell'intera raccolta de Le mille e una notte per le sue fonti e per la sua originalità, ma è anche il più perfetto e il più completo per i significati e le simbologie che contiene. È la storia di un cammino, dalla spensierata giovane età a quella più adulta, di un percorso iniziatico verso la vita che l'anima compie per conseguire il raggiungimento della completezza, che non è soltanto felicità ma, soprattutto, armonia di forze arcane

Le serve, 22 gennaio - 3 febbraio 2008
di Jean Genet
regia Giuseppe Marini
produzione Società per Attori

Due “divine”del teatro italiano – Franca Valeri (Solange) e Annamaria Guarnieri (Claire) – sono protagoniste di uno dei testi più celebri di Jean Genet, Le serve. Terza grande interprete è Patrizia Zappa Mulas (Madame), ovvero la bella padrona, odiata dalle due donne che nel loro immaginario perverso sognano di ucciderla. In un gioco di teatro nel teatro, le serve interpretano a turno il ruolo della padrona, ma il gioco si trasforma in realtà e, quando il tentativo di avvelenare Madame fallisce, Solange offre la bevanda venefica a Claire. Una “favola nera”, secondo la definizione del regista Giuseppe Marini, “in bilico tra l’angoscia di esistere e la corazza dell’ironia”.

Vita e destino, 12 - 16 febbraio 2008
basato sull’omonimo romanzo di Vasilij Grossman
scritto e diretto da Lev Dodin
produzione Maly Teatr, San Pietroburgo
in collaborazione con ENI e Comune di Milano in occasione del 40° anniversario del gemellaggio tra Milano e San Pietroburgo

Torna al Piccolo Teatro il grande regista russo Lev Dodin con un potente affresco della società del XX secolo, capace di intrecciare le vicende della Storia e quelle intime e private dei protagonisti. Filo conduttore è il racconto di Vasilij Grossman “Vita e Destino”, che rilegge il dramma delle violenze legate al fascismo, al comunismo, al nazionalismo, attraverso le vicissitudini di uno scienziato russo ebreo, prima perseguitato e poi riabilitato perché esperto del funzionamento della bomba atomica. Nato da quattro anni di lavoro con gli attori e con i giovani dell’Accademia di Teatro, il nuovo spettacolo di Dodin si colloca nello stesso filone di Gaudeamus, Claustrophobia e Fratelli e sorelle. “Ancora una volta – spiega Dodin - siamo di fronte al mondo e a noi stessi, a farci le domande più difficili. Ancora una volta crediamo che il Teatro, in tutta la sua potenza di vita vissuta fino in fondo, nella sua assoluta grandezza di parola emozione, passione, movimento, danza, musica e canto possa far sì che la gente ascolti, senta, comprenda quanto vi è di più profondo”.

Odissea doppio ritorno, Luca Ronconi
L’antro delle Ninfe, a cura di Emanuele Trevi, 8 - 20 marzo 2008
La barca dei comici, 27 marzo - 20 aprile 2008
fantasia teatrale di Stefano de Luca
da un episodio dei “Mémoires” di Carlo Goldoni
Produzione Piccolo Teatro di Milano-Teatro d’Europa,
Teatro Gioco Vita-Teatro Stabile d’Innovazione


Una straordinaria fantasia teatrale per attori e ombre alla quale Stefano de Luca ha dato corpo lavorando sui materiali dei Mémoires di Carlo Goldoni e del copione teatrale di Giorgio Strehler, che all’autobiografia dell’autore veneziano lavorò fin dagli anni Sessanta senza approdare mai alla scena. Le parole di Strehler ci spiegano l’idea che sta alla base dello spettacolo: “Una storia della giovinezza di Carlo Goldoni, quando una mattina d’aprile partì in un favoloso viaggio per mare assieme a una compagnia di comici. Lì egli conosce per la prima volta tutto: l’amore, le donne, lo stupore, la curiosità per l’umano mondo dei comici, e attraverso di essi, la curiosità per il mondo dell’uomo”.

Excelsior, 26 – 28 aprile, 1 – 13 luglio 2008
Compagnia marionettistica Carlo Colla & Figli

Celebrazione di un'epoca al tramonto e di un'altra che stava nascendo, Excelsior nasce come celebrazione del trionfo della ragione, della luce, della tecnologia e del progresso sulle tenebre dell’ignoranza e dell’arretratezza. Quando la Carlo Colla e Figli mette in scena l'Excelsior con il titolo "Civiltà e Progresso" è il 1895. L'Excelsior approda al Teatro Gerolamo quando la Compagnia ci entra stabilmente nel 1906, proprio negli anni in cui, dopo qualche ultima apparizione, il gran ballo scaligero sta tramontando sulle scene italiane. Excelsior diviene così unico retaggio del teatro delle marionette e, più particolarmente, della Compagnia Carlo Colla e Figli, che ha continuato a riproporlo sino ad oggi, offrendo al pubblico di un secolo dopo la più vivida testimonianza del kolossal scaligero. E’ a Filippo Crivelli che si deve un ritorno di questo ballo nel 1967 al Maggio Musicale Fiorentino e le riprese successive al Teatro alla Scala

Aldo Moro – Una tragedia italiana, 29 aprile – 11 maggio 2008
di Corrado Augias e Vladimiro Polchi
regia Giorgio Ferrara, con Paolo Bonacelli
produzione Teatro Stabile di Sardegna

16 marzo 1978: Aldo Moro viene sequestrato dalle Brigate Rosse. 9 maggio 1978: l’uomo politico è assassinato. Cinquantacinque giorni che l’Italia non potrà mai dimenticare rivivono in uno spettacolo nato dalla penna di Corrado Augias che, con Vladimiro Polchi, ha ricostruito la prigionia dello statista. Brani tratti dalle sue lettere si alternano a citazioni di Pasolini e Sascia, a materiali d’archivio, a comunicati delle Br. Il tutto scandito da immagini tratte da telegiornali d’epoca e dai film di Bellocchio, Ferrara, Martinelli.

Il re muore, 13 – 25 maggio 2008
di Eugène Ionesco
regia Pietro Carriglio
produzione Teatro Biondo Stabile di Palermo

Opera tra le più significative del teatro contemporaneo, Il re muore fu salutato, al suo apparire sulle scene nel 1962, come il vertice più alto raggiunto dalla creazione drammatica di Ionesco. Come si comporta un Re di fronte alla morte, non intesa come concetto astratto o come prospettiva lontana, ma come realtà annunciata e prossima? Una commedia profonda e bellissima sulla condizione umana di fronte alla propria fine

Antigone, 27 maggio – 1 giugno 2008
di Sofocle
direzione Walter Le Moli
Fondazione del Teatro Stabile di Torino, Fondazione Teatro Due, Teatro di Roma

Qual è la radice della democrazia? Può veramente la comunità garantire i diritti del singolo? Quale futuro attende chi si pone al di fuori dei confini etici e ideologici di una comunità civile? Chi vincerà, nello scontro tra individuo e polis? I temi dell’Antigone di Sofocle, riletta da Walter Le Moli con l’apporto della nuova e moderna traduzione di Massimo Cacciari, tornano a far riflettere su interrogativi insolubili. Nata dall’unione incestuosa tra Edipo e la madre Giocasta, la fiera principessa Antigone difende il diritto di concedere sepoltura al fratello Polinice, colpevole di aver dato l’assalto alla città di Tebe per strappare il trono a Eteocle, fratello di entrambi. Creonte, zio dei ragazzi e reggente della città dopo la morte di entrambi i figli maschi di Edipo, concede riti funebri al solo Eteocle, lasciando insepolto il cadavere di Polinice, reo di aver attentato alle istituzioni cittadine. Sarà Creonte a trionfare a caro prezzo e con lui la città con le sue regole.



The Changeling, 3 - 6 giugno 2008
di Thomas Middleton e William Rowley
direzione Karina Arutyunyan e Walter Le Moli
Fondazione del Teatro Stabile di Torino

Opera scritta a quattro mani nell’Inghilterra del primo Seicento, Gli incostanti racconta uno dei grandi temi del rinascimento poi esaltato dal barocco, ovvero quello della follia d’amore: amore inteso come forza magica, come folle dialettica tra desiderio spirituale e passione carnale.
Storia di amore e morte, di delirio sensuale e follia omicida The Changeling sembra dirci che non esiste purezza, al mondo, ma che anche il volto più celestiale nasconde oscure pulsioni. Così un amore che nasce sotto l’apparente egida di un nobile sentimento innesca una catena inarrestabile di delitti e orrori

Ballata del carcere di Reading, 7 – 11 giugno 2008
di Oscar Wilde
regia Elio De Capitani
produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione, Teatro Eliseo

Gli ultimi giorni di vita di un condannato a morte, il rituale assurdo e feroce dell’esecuzione, una meditazione lucida e profonda sui mali del mondo e sulla redenzione: la voce di un grande attore, Umberto Orsini, si unisce a quella di una della più grandi interpreti della musica popolare italiana, Giovanna Marini, nel disperato grido di dolore dei condannati del carcere di Reading. Una delle opere più autentiche, più scopertamente sincere di Oscar Wilde, scritta dopo la drammatica esperienza del carcere
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COMUNICATO STAMPA

Nanni Svampa: omaggio a Georges Brassens

Al Piccolo Teatro Studio dal 22 settembre
il mitico rappresentante del cabaret musicale milanese e della canzone d'autore
torna al Piccolo con un omaggio al grande cantautore francese

Un grande ritorno al Piccolo quello di Nanni Svampa, che nel lontano 1968 presentò il primo Concerto per Brassens sul palcoscenico di via Rovello. Un raffinato omaggio che l’ex-gufo, accompagnato dal chitarrista concertista Antonio Mastino e dal contrabbasso di Andrea Donati, dedica al grande poeta e umorista della canzone europea, sua eterna passione. Sono note ed amate da più di trent'anni le traduzioni in lingua dialettale milanese che Svampa ha interpretato e interpreta con largo successo di pubblico e di critica (dal "Gorilla" al "Bamborin", da "La Rita" ai "Tromboni", da "La vocazion" a "La Cesira", dal "Rotamatt" a "La prima tosa").
Svampa ascoltò per la prima volta la voce di Brassens su un disco "extended" arrivato da Parigi, intorno al 1958. Fin da quegli anni "cantare e scrivere come Brassens" era il suo sogno. Alla domanda “Perché Brassens?”, Svampa risponde: “Credo di poter definire coup de foudre il mio incontro con le canzoni di Georges”. Nei primi anni Sessanta Svampa si dedica alla traduzione in lingua milanese di una serie di canzoni del cantautore francese, le più adatte ad essere trasportate nell'atmosfera di una certa Milano. E sarà questo il repertorio che lo qualificherà, unitamente alle sue canzoni e alle ballate della tradizione popolare lombarda quando, a partire dal 1964, batterà cabaret e teatri di tutta Italia nel gruppo de I gufi. Sciolto il complesso nel '69, Svampa continua a cantare Brassens in milanese.
Nell'83 pubblica la raccolta delle sue traduzioni (ed alcune di altri traduttori italiani) nel volume "W Brassens", rieditato recentemente da “Lampi di stampa”. Tra il 1990 e il 1991 ha lavorato alla traduzione letterale di tutta la sua opera, edita da Muzzio. Nel dicembre '91 al Teatro Lirico di Milano, in occasione del decennale della scomparsa, organizza la Manifestazione "MILANOEUROPA per BRASSENS", convegno linguistico internazionale con tre serate di spettacolo e l’intervento di artisti da tutta Europa, presentando per la prima volta le sue versioni in italiano. Oggi Svampa, dopo aver maggiormente approfondito negli ultimi anni la conoscenza del mondo di Brassens - è dell’ottobre 2006 l’album doppio “Brassens a Milan”, nuove incisioni del repertorio classico tradotto in milanese - presenta anche bellissime versioni in italiano di canzoni non ancora rivisitate e la lettura di testi poetici e umoristici nella traduzione letterale italiana. Un ricco e articolato programma quindi in omaggio al grande Tonton Georges, maestro non solo di Nanni, ma di numerosi cantautori italiani (primo fra tutti Fabrizio De André).

LA SCHEDA

Piccolo Teatro Studio (largo Greppi – M2 Lanza) – dal 22 settembre al 2 ottobre 2007
Nanni Svampa
Omaggio a Brassens
di e con Nanni Svampa - Antonio Mastino, chitarra; Andrea Donati, contrabbasso

Orari: tutti i giorni ore 20.30 (lunedì compreso); domenica ore 16;
martedì 25 settembre ore 19.30; mercoledì 26 settembre riposo.
Prezzi: platea euro 23,50, balconata euro 20,50

Biglietteria telefonica 848800304 (chiamata ad addebito ripartito – a tariffa urbana)
www.piccoloteatro.org
Milano, 20 settembre 2007
COMUNICATO STAMPA

Lunedì 4 giugno alle 17,30 al Piccolo Teatro Studio, ingresso libero

Poeti del ’900, incontro con Guido Ceronetti

“I poeti con il potere magico conferito dalle parole
muovono come massi resi leggeri le forze cosmiche”


Ultimo grande appuntamento per la rassegna “Poeti europei del Novecento” al Piccolo Teatro Studio: lunedì 4 giugno alle 17,30 sarà di scena nella sala di via Rivoli Guido Ceronetti, poeta, filologo, artista di teatro, pubblicista e autore di raccolte di poesia, saggi, traduzioni in versi con commento (tra le quali Le poesie di Catullo), opere di narrativa. L’ingresso al Teatro Studio è libero fino ad esaurimento dei posti.
Ceronetti, classe 1927, ha fondato tra l’altro nel 1970 ad Albano Laziale il Teatro dei Sensibili, che ha per motto “Dare gioia è un mestiere duro”, ed ha esordito al Piccolo Teatro nel 2001 con “Ceronetti Circus”.
La Rassegna di poesia del Piccolo Teatro, nata da un’idea di Giovanni Roboni e giunta alla quattordicesima edizione, ha quest’anno per tema “La parola”. E sulla parola interviene lo stesso Ceronetti per spiegare il senso dell’incontro di lunedì prossimo. “Lavorare nelle parole – è un lavorare questo? E’ un mestiere? Da quanto tempo nelle parole lavoro, senza orari né ferie né finale pensione? In pubblico ne ho spese poche, una grazia, ma tra libri e librettucci tocco, forse supero, la settantina. A giudicare dalla quantità non avrei sprecato la vita; gli esiti veri restano occulti”.
“Leggendo certi poeti del passato di ogni lingua”, osserva Ceronetti, “si direbbe che mediante i poteri conferiti dall’uso magico delle parole gli ispirati autentici muovessero come massi resi leggeri le forze cosmiche, e che talvolta in una frase in versi l’intero arco dei destini umani si rendesse visibile. Aver sentito questo fortemente può far ritenere di averli in essenza capiti”.
Ceronetti proporrà al pubblico una scelta di suoi versi, mentre – come è avvenuto negli incontri precedenti con poeti stranieri – uno spazio sarà dedicato al suo poeta “di riferimento”, Giuseppe Ungaretti. A leggere alcune poesie di Ungaretti sarà l’attore Tommaso Minniti.



Milano, 1 giugno 2007
COMUNICATO STAMPA
MERCOLEDI’ 25 APRILE, ORE 21
Presso il Piccolo Teatro Studio, via Rivoli – Milano, penultimo appuntamento di Jazz al Piccolo Orchestra Senza Confini, organizzato dall’Associazione Culturale Musica Oggi in collaborazione con il Piccolo Teatro – Teatro d’Europa
L’OPERA DA TRE SOLDI IN JAZZ
Musica di Kurt Weill
Arrangiamenti di Giancarlo Schiaffini

TIZIANA GHIGLIONI ENSEMBLE e CIVICA JAZZ BAND
Tiziana Ghiglioni voce Emilio Soana tromba
Emanuele Parrini violino Roberto Rossi trombone
Roberto Cecchetto chitarra Giulio Visibelli sassofoni
Mirko Pugliesi pianoforte Marco Vaggi contrabbasso
Silvia Bolognesi contrabbasso Tony Arco batteria
Tiziano Tononi batteria e gli studenti dei Civici Corsi di Jazz
dell’Accademia Internazionale della Musica
con la partecipazione di
ENRICO INTRA pianoforte solo
Direttore GIANCARLO SCHIAFFINI

Introduzione al concerto a cura di Maurizio Franco

L’Opera da tre soldi, uno dei grandi capolavori del teatro del ‘900 ed una produzione molto cara al Piccolo Teatro, viene ripresa in una chiave di impronta jazzistica grazie agli arrangiamenti di Giancarlo Schiaffini ed alla voce di Tiziana Ghiglioni (che canterà in tedesco). Una ripresa che non ha nessuna pretesa didascalica, né di completezza, poiché si soffermerà su cinque dei 21 songs scritti dal grande compositore Kurt Weill, che operò in stretto contatto con Brecht: si tratta di Moritat, la più famosa di queste canzoni, Polly’s Lied, La canzone dei cannoni, Liebes Lied e La canzone di Jenny dei pirati. Il lavoro di arrangiamento parte dalla musica originale per proiettarla in una nuova dimensione espressiva, aperta al contributo dei solisti ed al rapporto dialettico tra l’ensemble della cantante e la Civica Jazz Band, intesi come ambiti sonori dalle funzioni diverse; il piccolo gruppo è soprattutto legato al dialogo (collettivo ed individuale) degli strumenti con la voce, mentre l’orchestra ha una funzione di scenografia sonora e di commento, il che dà alla struttura generale una configurazione quasi da “concerto grosso” contemporaneo. La presenza di Schiaffini, uno dei più importanti trombonisti e compositori italiani del secondo dopoguerra (a cui il numero di marzo della rivista Musica Jazz dedica il suo inserto con Cd), artista di grande versatilità che ha operato anche nell’ambito eurocolto, collaborando in particolare con Luigi Nono, garantisce i giusti equilibri nel rapporto con l’originale, nel quale Weill aveva portato il senso e le movenze del cabaret ed alcuni strumenti del jazz dell’epoca (il 1928) all’interno di una scrittura ovviamente legata al mondo europeo di derivazione accademica. Tiziana Ghiglioni, una delle grandi interpreti del canto jazz contemporaneo, si muove con rispetto per l’originale senza però perdere la libertà di movimento e d’invenzione tipiche del jazz, sostenute da un feeling raro tra le cantanti di oggi. Il contributo dei prestigiosi solisti del suo ensemble e della Civica Jazz Band, oltre al cammeo in piano solo di Enrico Intra (direttore stabile della band), posto nel cuore del concerto, completano il quadro di una lettura originale e realmente unica di pagine significative dell’opera, facendone un evento importante di questa stagione musicale.

Ingresso: 14/9 euro.
Per informazioni: 848800304 (chiamata ad addebito ripartito – a tariffa urbana)
Ufficio Stampa tel. 02 72333 212 – fax 02 72333 311 – piccolo.stampa@piccoloteatromilano.it


COMUNICATO STAMPA

Prosegue allo “Studio” il mese di Serena Sinigaglia

Dopo la nuova produzione del Piccolo Teatro, “Donne in Parlamento”,
un classico del repertorio della regista milanese,
“Troiane”ovvero l’orrore della guerra

A maggio una Master Class gratuita chiude il progetto “Spazio a Serena Sinigaglia”


Dopo Donne in Parlamento, dal 24 aprile è in scena Troiane, sempre con la regia di Serena Sinigaglia. Prosegue così il progetto Master Class “Spazio a Serena Sinigaglia” che affida per quasi un mese alla giovane regista milanese e alla compagnia della quale è fondatrice, l’ATIR, il Teatro Studio, a rilanciarne la vocazione originaria di spazio dedicato ai giovani e alla sperimentazione. Dopo la nuova produzione del Piccolo Teatro, uno spettacolo di repertorio, in attesa di aprire le porte dello Studio, a maggio, a una MasterClass gratuita e aperta a un massimo di 15 partecipanti (ci sono ancora posti disponibili: curriculum a piccolo.stampa@piccoloteatromilano.it).

“Troiane è la guerra dal punto di vista di chi la subisce e ne esce sconfitto. Troiane è l’orrore della guerra, di o