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8 / 9 Settembre > Kals'art Festival 2005 - Santerasmo - Palermo Giovedì 8 Settembre 2005
Ludovic Llorca vs Kikko Solaris
(FRA-ITA)
Kals'art 2005 - Santerasmo - Palermo http://www.kalsart.it
Venerdì 9 Settembre 2005
Kikko Solaris presents Traffic Groove
(ITA)
Kals'art 2005 - Santerasmo - Palermo http://www.kalsart.it
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Giovedì 8 Settembre,
per Kals'art, nel meraviglioso scenario di Santerasmo,
l'esibizione del famoso producer e DJ francese Ludovic
Llorca in un back to back con il catanese
Kikko Solaris, tra i più attenti ed innovativi DJ del
panorama italiano.
LUDOVIC LLORCA (FCom / FR)
Una delle realtà cruciali per tutta la scena elettronica è senza la minima ombra di dubbio l'etichetta francese F Communications: basterebbe il nome del suo fondatore, Laurent Garnier, a darle un prestigio infinito, ma va ricordato che questa label è anche quella che ha rivelato al mondo artisti come Saint Germain. Negli anni ha saputo costruirsi un catalogo sempre all'insegna della qualità, senza mai cadere di tono, muovendosi su territori che vanno dal downbeat alla techno trance più rigorosa. Protagonista della serata il dj-produttore francese Ludovic Llorca. Ormai c'è poco da dire: riconosciuto caposcuola della F Communications (il suo lp "New Comer" è già una pietra miliare), Llorca ha ridefinito i confini della musica da dancefloor più raffinata, riuscendo a disegnare (forse meglio di chiunque altro) i tratti di quel "terribile congegno" da dancefloor che è l' House music. Ogni sua apparizione nei migliori clubs mondiali fa registrare il tutto esaurito, grazie evidentemente al fascino irresistibile di una musica in grado di avere un'anima e un cuore.
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Venerdì 9 Settembre,
sempre a Santerasmo per Kals'art 2005 , Kikko Solaris,
resident DJ del Centro Culture Contemporanee Zo di Catania,
responsabile del settore "Club Culture" e del ciclo di serate
Discoversion, vincitore nel 2003 al Festival di Arezzo Wave (il
più ambito riconoscimento per il mercato della musica elettronica
italiana), con il progetto elettronico Solbaron (al fianco del
talentuoso compositore-musicista Luigi Barone), presenta il suo
ultimo progetto
dance-interattivo dal titolo
"Traffic Groove" (presentato con successo al
prestigioso Festival Les Urbaines di Lausanne in Svizzera).
<<La scena elettronica, dice Solaris,
deve essere capace di fare cultura e di essere sostenuta da un
approccio culturale. Le potenzialità della musica elettronica e
della scena digitale, realtà ancora molto giovani, sono enormi…>>
Lo sviluppo delle reti informatiche ha contribuito a modificare
rapidamente i canali di accesso e fruizione della musica, non più
legata al supporto fisico ma finalmente libera di viaggiare alla
velocità dei moderni network. Per i musicisti elettronici il web
si è rivelato una risorsa inaspettata, capace di rendere possibili
progetti comuni, scambi di idee, collaborazioni tra persone
lontane migliaia di chilometri tra di loro.
"Traffic Groove" prenderà in rassegna il meglio delle produzioni elettroniche internazionali di qualità, aperte alla modernità e alla polifonia del linguaggio, e vedrà di sottolineare l’aspetto delle contaminazioni e dell'alto traffico di "groove" nel terzo millennio grazie ad internet e alle nuove tecnologie a basso costo accessibili a tutti. Un progetto che si avvale dell'uso di due giradischi, un mixer, due lettori cd, un laptop e un modulo di effetti. Il tutto mixato con uno stile unico ed elegante che ha consacrato Kikko Solaris come una delle realtà più attente ed innovative del panorama Italiano. http://www.paesionline.it/palermo/ristoranti_pizzerie_pub_palermo.asp |
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GNU Free Documentation License Esso utilizza materiale tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Palermo Cronologia/Autori: http://it.wikipedia.org/=Palermo&action=history PalermoDa Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Panorama di Palermo
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Storia
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Evoluzione demograficaAbitanti censiti
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Amministrazione comunale
Sindaco:
Diego Cammarata dal 26/11/2001
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Frazioni e quartieri
Veduta di Mondello
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Gemellaggi
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Monumenti
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Il Palazzo dei NormanniPalazzo dei Normanni Il Palazzo dei Normanni oltre ad essere un importante monumento storico, è la sede del Parlamento siciliano. G. Di Stefano lo ritiene una costruzione sorta su una fortezza araba, ristruttura e ampliata da Ruggero II che fece costruire la Cappella Palatina e aggiungere dei corpi turriformi la cui altezza venne ridotta nel XVI s. Identifica le parti normanne con la Torre Pisana (con la stanza del Tesoro) e con la Torre della Gioaria (con la sala degli Armigeri al piano inferiore, e con la sala di re Ruggero e la restrostante sala dei Venti al piano superiore). Al secondo piano del palazzo si trovano la Sala d'Ercole, dove si riunisce il Parlamento siciliano, e la Sala di re Ruggero II, ricca di preziosi mosaici con motivi ornamentali, raffiguranti animali ed intrecci floreali. Due scale laterali portano alla cripta. Questa si articola in un vano a pianta quadrata sottostante al presbiterio, scompartito mediante due colonne di pietra e con un'ampia abside centrale e due piccole laterali. Il palazzo reale è posto nel luogo più elevato dell’antica città tra le depressioni dei fiumi Kemonia e Papireto. Anche se alla costruzione vengono attribuite origini molto antiche risalenti alle dominazioni puniche, romane e bizantine, è all’epoca araba (IX secolo) che si deve attribuire l’edificazione del maestoso Qasr, "Palazzo" o "Castello", da cui ha preso il nome la via del Cassaro, l’odierno corso Vittorio Emanuele. Tuttavia, furono i Normanni a trasformare questo luogo in un centro polifunzionale, simbolo del potere della monarchia. Scrive Maria Teresa Montesanto in Palermo città d’arte (a cura di Cesare De Seta, Maria Antonietta Spadaro e Sergio Troisi): “Il palazzo era costituito da edifici turriformi collegati da portici e giardini che formavano un complesso unitario comprendente anche opifici tessili (il tiraz) e laboratori di oreficeria. Una via coperta lo collegava direttamente con la cattedrale. Nello spiazzo antistante vi era anche la cosiddetta Aula verde, di epoca anteriore, un ambiente aperto e riccamente decorato dove il re accoglieva i suoi ospiti. Nel 1132 venne costruita la Cappella Palatina che assunse una funzione baricentrica dei vari organismi in cui si articolava il palazzo. La decadenza inizia già con gli Svevi in quanto Federico II non vi risiede anche se il palazzo rimane sede dell’attività amministrativa, della cancelleria e della scuola poetica siciliana. Il ruolo periferico assunto dalla città si accentua con gli Angioini e gli Aragonesi che privilegiarono altre sedi. La rinascita del palazzo si ha con i viceré spagnoli che, nella seconda metà del XVI secolo, scelsero di risiedervi adeguandolo alle nuove esigenze difensive e di rappresentanza”. Dal 1946 il Palazzo dei Normanni e sede dell’Assemblea regionale Siciliana.
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La Cappella Palatinala Cappella Palatina La Cappella Palatina, che sorge nel Palazzo dei Normanni, è a schema basilicale a tre navate, divise da archi ad ogive con la particolarità della cupola eretta sul santuario triabsidato. Le navate sono suddivise da colonne di spoglio in granito e marmo cipollino con capitelli compositi. Originariamente, la cupola visibile era dall’esterno insieme con il campanile, mentre ora la costruzione è inglobata dal Palazzo Reale. Cupola, transetto ed absidi sono interamente rivestiti nella parte superiore da splendidi mosaici bizantini, che sono tra i più importanti della Sicilia. Raffigurano Cristo Pantocratore benedicente, gli evangelisti e scene bibliche varie. I più antichi sono quelli della cupola, che risalgono al 1143. Il soffitto ligneo della navata mediana e la travatura delle altre sono intagliati e dipinti in stile arabo. Nelle stelle lignee in ogni spicchio ci sono animali, danzatori e scene di vita cortigiana islamica La Cappella Palatina fu consacrata nel 1140 e dedicata ai santi Pietro e Paolo da Ruggero II di Sicilia (si dice palatina una chiesa o una cappella riservata ad un regnante e alla sua famiglia. Il termine latino palatinus deriva infatti da palatium, "palazzo imperiale"; nel medioevo l’aggettivo ha preso il significato di “appartenente al palazzo imperiale”). Lo splendido edificio palermitano è interamente rivestito di un tappeto musivo, che è più libero nella concezione dello schema iconografico rispetto ai mosaici della chiesa di Santa Maria dell’Ammiraglio, detta anche la Martorana. Ecco come Augusto Schneegans (in La Sicilia nella natura, nella storia e nella vita, 1890): “Tutto è diverso nel castello reale, dove il custode conduce i visitatori con una specie di timore religioso fino alla porta della Cappella Palatina. Quivi giunto, apre con solennità la cappella avvolta in una oscurità mistica, e poi si ritira silenzioso, come se nessun profano dovesse mettere piede sul sacro suolo. Ed infatti questa cappella meravigliosa pare che sia una cosa sacra. Vi entriamo come in un regno di favole, trasferito qui dall’Oriente: l’oscurità crepuscolare di quei corridoi con alte colonne è inondata dal dolce e carezzevole splendore del sole; le mura scintillano come di oro e splende dalle cupole una luce dorata. I santi e il grande Cristo bizantino guardano meravigliati il forestiero che ardisce mettere il piede in questa soglia consacrata. Con un sordo rumore la porta si chiude dietro di noi; una tranquillità ed un silenzio divini ci circondano; rimaniamo sbalorditi e guardiamo attorno come ammaliati. All’altare maggiore celebra un sacerdote coi capelli argentei e con un rosso e ondeggiante indumento, negli alti stalli seggono altre figure venerabili; grandi volumi di pergamena stanno aperti sui leggii di quercia le cui pagine giallastre sono via via voltate dai cantori. Un raggio di sole colorito, attraverso le dipinte vetrate del soffitto, scherza sopra gli abiti sacerdotali gallonati d’oro e scintilla sui vecchi guarnimenti d’argento dei libri corali. Lento e con modulazione uniforme, risuona il canto dei preti per le gallerie; dalla profondità del coro rispondono le voci argentine dei chierici: si sente il suono fine e chiaro del campanellino tra il ronzio ed il canto: a quel suono le teste canute s’inchinano e le ginocchia si piegano. Sebbene il forestiero non sia entrato come un credente, in questa cappella, pure in mezzo a quell’atmosfera piena di misticismo, china anch’egli il capo e piega le ginocchia come un credente. Solamente, dopo che quel primo sentimento di stupore si è dileguato, guarda attorno e rimane come estatico; perché in nessun altro luogo ha mai veduta cosa più bella. In quel recinto angusto, ma alto, arioso e illuminato dal sole, egli si trova in mezzo all’opera più perfetta che l’arte cristiana abbia mai prodotta. Svelte colonne sostengono sugli ampii capitelli gli archi acuti normanni, alquanto più larghi dei saraceni; più grossi della colonna e del capitello s’innalzano i pilastri e piegandosi leggermente con lento slancio ed elegante, s’uniscono da ambedue le parti nella pietra di chiusura, terminando in punta, ma rotondeggiata artisticamente. Poche colonne sostengono l’alta volta della piccola cappella; perché questa casa di Dio è veramente una miniatura, un prezioso cofanetto di scintillanti gioielli! Dal pavimento fino al soffitto; dalle colonne, dai muri, dagli altari, dai confessionali fin sotto alla gradinata che conduce nel coro, fin negli angoli più remoti dei corridoi laterali avvolti nell’oscurità, tutto ride e risplende di mosaici. I fatti della storia sacra vi sono dipinti in figure vive; sulle colonne stanno gli apostoli e i santi nella loro attitudine ieratica; nelle pareti è rappresentata la storia del vecchio e del nuovo Testamento; cori d’angioli volano intorno all’eccelsa cupola colle finestre traforate, dalla quale scende la chiara e dolce luce del sole, meravigliosamente smorzata e come disciolta in un morbido ondeggiamento. E su in alto, occupando tutta la volta della cupola, sta la colossale la colossale mezza figura del Salvatore in una quiete solenne, colla destra alzata in atto di benedire, col sacro volume nella sinistra, con la chioma lunga e ondulata, con la barba bionda: ha tre grandi raggi attorno al capo e i suoi grandi occhi guardano così intensamente, da sembrare che ne esca una vita celeste che empie ed avviva di una luce misteriosa la semioscurità di quel santuario”. La Cappella è stata definita un vero miracolo d’armonia spaziale e decorativa, quest’ultima frutto di una felice fusione tra impianto centrale bizantino (presbiterio) e schema basilicale latino (navata). La decorazione a mosaico fu ispirata nei temi da Ruggero II e, in un magico connubio di stili e capacità tecniche, in essa convivono esperienze culturali differenti comprese quelle in purissimo stile islamico, quali il soffitto ligneo a lacunari – elementi realizzati in differenti materiali che ornano i soffitti – e muqarnas, o la serie di vivacissimi dipinti (del quarto decennio del XII secolo), raffiguranti i piaceri della vita di corte e gli svaghi del principe (giocatori di scacchi, danzatrici, dromedari e bevitori) che costituiscono il più vasto ciclo pittorico islamico pervenutoci. È un universo profano e gioioso che convive, artisticamente parlando, con le immagini sacre e dottrinali del grandioso complesso musivo. Ugo Falcando, storiografo della corte normanna (1190 circa), dedica alla Cappella Palatina questa nota: “A coloro che entrano nel palazzo da quella parte che guarda si presenta per prima la Regia Cappella col pavimento rivestito di un magnifico lavoro, con le pareti decorate in basso con lastre di marmo prezioso e in alto invece con tessere musive, parte dorate e parte di vari colori, che contengono dipinta la storia del vecchio e del nuovo testamento. Adornan poi l’altissimo tetto di legno la particolare eleganza dell’intaglio, la meravigliosa varietà della pittura e lo splendore dell’oro che manda raggi dappertutto”.
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La Stanza di Re RuggeroLuci d’oriente dentro il Palazzo Reale. “Sempre nel Palazzo Reale ci siamo trattenuti nell’incantevole appartamento di re Ruggero. I mosaici, raffiguranti alberi e animali, hanno una loro magnifica convenzionalità fiabesca e nella composizione perfetta sembrano di stile persiano o meglio ancora selgiuchida, piuttosto che araba”. Così si esprime Bernard Berenson, il grande storico dell’arte che visitò Palermo nella primavera nel 1953. La stanza è abbellita da mosaici del XII secolo con l’esclusione della volta d’epoca di Federico II con la rappresentazione dell’aquila sveva. Il grande e luminoso tappeto di tessere luccicanti ricopre la zona superiore delle pareti e presenta una scena di caccia, una lotta fra centauri ed animali affrontati ai lati di alberi e palmizi – leopardi, pavoni, cervi, cigni – che si stagliano sul fondo dorato. Nel loro complesso le scene non hanno carattere narrativo, cioè non raccontano una vicenda, ma dispongono invece le figure e le piante secondo uno schema esclusivamente decorativo. La tecnica del mosaico è molto antica ed ebbe origine presso le civiltà mesopotamiche raggiungendo un grande sviluppo nel periodo ellenistico-romano in cui venne utilizzata per pavimentazioni e rivestimenti murali. Nel periodo bizantino il mosaico arrivò ai massimi risultati espressivi e si diffuse da Bisanzio a Roma, a Venezia e in Sicilia. Elemento fondamentale di questa tecnica sono le tessere che vengono inserite una ad una in uno strato d’intonaco fine e fresco, seguendo un disegno prestabilito. Le tessere vitree composte di silicati, colorate con sostanze minerali, riflettono la luce moltiplicando le vibrazioni del colore. Le tessere d’oro sono realizzate inserendo una lamina di questo metallo fra due strati di vetro trasparente. Strettamente legati al gusto orientale islamico sono i mosaici profani con scene venatorie nella sala di Re Ruggero (la Gioaria, dall’arabo al-jawhariyya, che significa “l’ingioiellata”) situata anch’essa nel palazzo dei Normanni. Ed è verosimilmente la stessa fonte iconografica ad aver ispirato il simmetrico confronto tra due fiere su una delle pareti della stanza, come nel manto regale appartenuto a Ruggero II ed oggi conservato nel Tesoro Imperiale di Vienna (un prezioso tessuto in seta ricamata databile al 1133). Una scena concepita in modo analogo si trova in un mosaico palestinese dell’VIII secolo, proveniente dal palazzo di Khirbet al-Mafjar e adesso al museo archeologico di Gerusalemme, ma anche in un frammento musivo del IV secolo proveniente questa volta da Cartagine e attualmente nel Museo del Bardo a Tunisi
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La Cattedrale
Il fianco esterno della Cattedrale La grande e spettacolare Cattedrale situata lungo Corso Vittorio Emanuele, che ha subito numerosi rimaneggiamenti nel corso dei secoli, fu eretta nel 1184, durante il regno di Guglielmo il Buono, dall'arcivescovo Gualtiero Offamilio – sepolto in un sarcofago custodito nella cripta – sul luogo di una precedente basilica cristiana fondata da San Gregorio Magno. Il sarcofago di Federico II nella Cattedrale di Palermo. Dietro si intravede il sarcofago di Ruggero II. La scrittrice M. Teresa Montesano (Palermo città d’arte, 1998) scrive che "la vasta spianata antistante il prospetto meridionale dov’è oggi l’ingresso della Cattedrale fu ampliata e resa regolare nel 1452 dall’arcivescovo Simone da Bologna al fine di collegare l'edificio sacro al Cassaro, l'antica strada marmorea, asse portante della città antica. Questo piano venne usato nei secoli come cimitero, fiera, luogo di festa con macchine spettacolari, tribunale pubblico, sede degli autodafé. Nel XV secolo viene definito "Piano dei Cavalieri", luogo d’incontro della nobiltà". Dell'antico edificio medievale rimangono soltanto lacune partizioni architettoniche. Nei secoli XIV, XV e XVI, l'edificio subì continue aggiunte e manomissioni. Il particolare che maggiormente cattura l’attenzione è il portico meridionale che costituisce l'odierno ingresso alla chiesa. Si tratta di un capolavoro dell'architettura gotico-catalana, costruito nel 1453 e costituito da due piloni che serrano una loggia sormontata da un timpano con eleganti rilievi. Grazie ad un recente restauro il portale ha restituito una decorazione ricca di misteriose raffigurazioni simboliche. La studiosa Maria Concetta Di Natale le ha studiate ed analizzate in un interessante saggio di critica d’arte: "Dal restauro è riemersa un'opera in pietra intagliata e completamente dipinta, decisamente straordinaria sia per la sua collocazione all'esterno che per le proporzioni. […] Lo strato cromatico dell'intera opera, realizzata come un intarsio, è emerso ben conservato da sotto lo scialbo terroso che lo ricopriva. La struttura era interamente dipinta: i girali del timpano dovevano essere ricoperti di stucco bianco a contrasto con il nero-blu del fondo. […] Policromi dovevano essere anche gli stemmi degli Aragona, del Senato di Palermo e dell'Opera della Cattedrale. I motivi decorativi, scultorei e architettonici del portico rimandano all'arte gotico-catalana che sarà presente ancora a lungo in Sicilia anche in opere più tarde.[…] Nello spazio piano della fronte del portico, sopra i sesti arcuati, appare ora una decorazione incisa. Vi campeggiano su fondo nero, tra girali di alberi, immagini appartenenti alla tradizione ermetica tipiche dell'arte gotica, probabilmente riconducibili ai grandi temi della vita e della conoscenza del bene e del male. Le ramificazioni, che prendono avvio da una figura femminile, ospitano figure zoomorfe e mostruose: levrieri, pesci, uccelli, serpenti e draghi alati si alternano a figure umane trasmettendo un messaggio simbolico la cui decifrazione è affidata alla lettura iconologica attualmente in corso. È comunque evidente che i temi iconografici sono tratti dai bestiari medievali diffusi in Sicilia anche attraverso codici miniati". Nel 1781 un restauro progettato da Ferdinando Fuga intervenne a cambiare l'aspetto originario del complesso, soprattutto all'interno. Fuga fece realizzare la cupola e distrusse la preziosa tribuna che il Gagini aveva innalzato all'inizio del Cinquecento e che era ornata di statue, fregi e rilievi; la ricostruzione, eseguita dopo la morte dell'architetto, fu molto più radicale di quella da lui progettata, che avrebbe dovuto lasciare in piedi il corpo longitudinale della chiesa.
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La Zisa
il palazzo della Zisa Il palazzo della Zisa – dall’arabo al-‘Azīza, ovvero "la splendida") - sorgeva fuori le mura, all’interno del parco reale normanno, il Genoardo (dall’arabo Jannat al-ard ovvero "giardino o paradiso della terra"), che si estendeva con splendidi padiglioni, rigogliosi giardini e bacini d’acqua da Altofonte fino alle mura del palazzo reale Le prime notizie indicanti il 1165 come data d’inizio della costruzione della Zisa, sotto il regno di Guglielmo I di Sicilia, ci sono state tramandate da Ugo Falcando nel Liber de Regno Siciliae. Sappiamo da questa fonte che nel 1166, anno della morte di Guglielmo I, la maggior parte del palazzo era stata costruita “mira celeritate, non sine magnis sumptibus” (lett. "con straordinaria velocità, non senza ingenti spese) e che l’opera fu portata a termine dal suo successore Guglielmo II (1172-1184), subito dopo la sua maggiore età. L’appellativo Musta’izz è riferito, secondo Michele Amari, a Guglielmo II di Sicilia anche in un’iscrizione in caratteri naskhī nell’intradosso dell’arcata d’accesso alla Sala della Fontana. Un’altra iscrizione, invece, ben più famosa – in caratteri cufici – è a tutt’oggi conservata nel muretto d’attico del palazzo, tagliata ad intervalli regolari nel tardo medioevo, quando la struttura fu trasformata in fortezza. Alla luce di queste fonti, la maggior parte degli studiosi sono concordi nel fissare al 1175 la data di completamento dei lavori del solarium reale. caratteristica nicchia araba all'interno della Zisa Fino al XVII secolo il palazzo non venne sostanzialmente modificato, come ci testimonia la descrizione del 1526 fatta dal monaco bolognese Leandro Alberti, che visitò la Zisa in quell’anno. Significativi interventi di restauro si ebbero negli anni 1635-1636, quando Giovanni de Sandoval acquistò la Zisa, adattandola alle nuove esigenze abitative. In occasione di questi lavori fu aggiunto un altro piano chiudendo il terrazzo e si costruì, nell’ala destra del palazzo, secondo la moda dei tempi, un grande scalone, resecando i muri portanti e distruggendo le originarie scale d’accesso. Successivamente nel 1806 la Zisa passò alla famiglia dei Notabartolo, che effettuò diverse opere di consolidamento, quali il risarcimento di lesioni sui muri e l’incatenamento degli stessi per contenere le spinte delle volte. Venne trasformata la distribuzione degli ambienti mediante la costruzione di tramezzi, soppalchi, scalette interne e nel 1860 fu ricoperta la volta del secondo piano per costruire il pavimento del padiglione ricavato sulla terrazza. Nel 1955 il palazzo fu espropriato dallo Stato, ed i lavori di restauro, iniziati immediatamente, vennero poco dopo sospesi. Dopo un quindicennio d’incuria ed abbandono nel 1971 l’ala destra, compromessa strutturalmente dai lavori del Sandoval e dagli interventi di restauro, crollò. Attualmente la Zisa ospita il Museo della civiltà islamica. Il palazzo della Zisa, concepito come dimora estiva dei re, nasce da un progetto unitario, realizzato da un architetto di matrice culturale islamica ben consapevole di tutta una serie di espedienti per rendere più confortevole questa struttura durante i mesi più caldi dell’anno. Si tratta, infatti, di un edificio rivolto a nord-est, cioè verso il mare per meglio godere delle brezze più temperate, specialmente notturne, che venivano captate dentro il palazzo attraverso i tre grandi fornici della facciata e la grande finestra belvedere del piano alto. Questi venti, inoltre, venivano inumiditi dal passaggio sopra la grande peschiera antistante il palazzo e la presenza di acqua corrente all’interno della Sala della Fontana dava una grande sensazione di frescura. L’ubicazione del bacino davanti al fornice d’accesso, infatti, è tutt’altro che casuale: esso costituiva una fonte d’umidità al servizio del palazzo e le sue dimensioni erano perfettamente calibrate rispetto a quelle della Zisa. Anche la dislocazione interna degli ambienti era stata condizionata da un sistema abbastanza complesso di circolazione dell’aria che attraverso canne di ventilazione, finestre esterne ed altri posti in riscontro stabilivano un flusso continuo di aria. La stereometria e la simmetria del palazzo sono assolute. Esso è orizzontalmente distribuito in tre ordini, il primo dei quali al piano terra è completamente chiuso all’esterno, fatta eccezione per i tre grandi fornici d’accesso. Il secondo ordine è segnato da una cornice marcapiano che delinea anche i vani delle finestre, mentre il terzo, quello più alto, presenta una serie continua di arcate cieche. Una cornice con l’iscrizione dedicatoria chiudeva in alto la costruzione con una linea continua. Si tratta di un’iscrizione in caratteri cufici, molto lacunosa e priva del nome del re e della data, che è tuttora visibile nel muretto d’attico del palazzo. Questa iscrizione venne, infatti, tagliata ad intervalli regolari per ricavarne merli nel momento in cui il palazzo fu trasformato in fortezza. Il piano terra del palazzo è costituito da un lungo vestibolo interno che corre per tutta la lunghezza della facciata principale sul quale si aprono al centro la grande Sala della Fontana, nella quale il sovrano riceveva la corte, e ai lati una serie di ambienti di servizio con le due scale d’accesso ai piani superiori. La Sala della Fontana, di gran lunga l’elemento architettonico più caratterizzante dell’intero edificio, ha una pianta quadrata sormontata da una volta a crociera ogivale, con tre grandi nicchie su ciascuno dei lati della stanza, occupate in alto da semicupole decorate da muqarnas (decorazioni ad alveare). Nella nicchia sull’asse dell’ingresso principale si trova la fontana sormontata da un pannello a mosaico su fondo oro, sotto il quale scaturisce l’acqua che, scivolando su una lastra marmorea decorata a chevrons posta in posizione obliqua, viene canalizzata in una canaletta che taglia al centro il pavimento della stanza e che arriva alla peschiera antistante. In questo ambiente sono ancora visibili i resti di affreschi parietali realizzati nel XVII secolo dai Sandoval. Il primo piano si presenta di dimensioni più piccole, poiché buona parte della sua superficie è occupata dalla Sala della Fontana e dal vestibolo d’ingresso, che con la loro altezza raggiungono il livello del piano superiore. Esso è costituito a destra e a sinistra della Sala della Fontana dalle due scale d’accesso che si aprono su due vestiboli. Questi si affacciano con delle piccole finestre sulla parte alta della Sala, affinché, anche dal piano superiore, si potesse osservare quanto accadeva nel salone di ricevimento. Questo piano costituiva una delle zone residenziali del palazzo ed era destinato molto probabilmente alle donne. Il secondo piano constava originariamente di un grande atrio centrale delle stesse dimensioni della sottostante Sala della Fontana, di una contigua sala belvedere che si affaccia sul prospetto principale e di due unità residenziali poste simmetricamente ai lati dell’atrio. Questo piano dovette certamente assolvere alla funzione di luogo di soggiorno estivo privato, dal momento che l’atrio centrale scoperto apriva questo luogo all’aria ed alla luce. Facevano parte del complesso monumentale normanno anche un edificio termale, i cui resti furono scoperti ad ovest della residenza principale durante i lavori di restauro del palazzo, ed una cappella palatina posta poco più ad ovest, lungo la via oggi nominata dei Normanni
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La Martorana, San Cataldo e altri monumenti normanniSan Giovanni degli Eremiti Palermo conta numerosi altri monumenti risalenti al periodo normanno: nei pressi del Palazzo dei Normanni, che è diventato oggi la sede del Parlamento Siciliano, è collocata la Chiesa di San Giovanni degli Eremiti; va ricordata poi la Chiesa della Martorana, dalla ricchissima decorazione a mosaico, del più puto stile bizantino, situata Piazza Bellini, la Chiesa di S. Giovanni dei Lebbrosi e il Ponte dell'Ammiraglio. Costruita tra il 1130 e il 1170, la Chiesa della Magione, conosciuta anche come Chiesa della SS. Trinità, presenta una pianta a forma basilicale a tre navate sorrette da colonne, mentre internamente la costruzione si presenta molto squadrata e movimentata da una serie di archi ogivali tipici dell'architettura normanna, che girano tutt’intorno la chiesa. Anche di questo periodo è la Chiesa dello Spirito Santo (oggi all'interno del cimitero di Sant’Orsola), dove motivi ornamentali in stile normanno s’inseriscono in una sobria architettura articolata da archetti ogivali e portali d'ingresso. Situata vicino alla chiesa dell'Ammiraglio, è quella di San Cataldo, una costruzione normanna del 1160, dalla caratteristica facciata tripartita sormontata da grosse cupole realizzate su tamburo, che meglio conserva il suo aspetto originario. All'interno è notevolmente interessante il pavimento musivo. Risalgono anche al periodo normanno diversi palazzi: La Zisa, La Cuba, il Castello di Maredolce. Sull'altro lato della piazza del Duomo è il Palazzo Arcivescovile dove si trova il Museo Diocesano, che raccoglie opere d'arte di notevole interesse, provenienti dalle chiese soppresse o distrutte durante l'ultima guerra.
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Il centro storico e l'espansione della cittàAll'incrocio tra Corso Vittorio Emanuele e via Maqueda, si trovano I Quattro Canti, o teatro del Sole, una piazza ottogonale che costuiva il centro fisico e simbolico della città. Poco lontano in piazza Pretoria si può ammirare la Fontana Pretoria, da poco restaurata. La Fontana Pretoria e la splendida Chiesa di Santa Maria dell'Ammiraglio (Martorana). Il Palazzo Sclafani, che sorge in prossimità del Palazzo Reale e quindi in una posizione privilegiata, fu costruito nel 1330 dal feudatario Matteo Sclafani, conte di Adornò, in competizione con il coevo Palazzo Chiaramonte fatto innalzare dal cognato. All'inizio del XX secolo, la città comincia ad estendersi fuori le mura verso nord, soprattutto lungo una nuova strada chiamata Via della Libertà. In questo quartiere vengono costruite numerose ville in stile Liberty, da parte di Ernesto Basile e dei suoi allievi.
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La Porta Nuovala Porta Nuova Fu eretta dal vicerè Marcantonio Colonna nel 1583, rifacendosi al modello di uno degli archi trionfali effimeri eretti in città al passaggio dell'imperatore Carlo V vittorioso a Tunisi. La versione attuale risale al 1669 ed è caratterizzata da una copertura a piramide ricoperta di maioliche colorate. La porta nuova, collegata al Palazzo dei Normanni, è il fondale monumentale del Cassaro o via Toledo, l'asse principale che attraversa il centro storico di Palermo.
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La Chiesa del SS. SalvatoreLa splendida chiesa del SS. Salvatore originariamente sorse come luogo di culto del monastero delle suore basiliane voluto da Roberto il Guiscardo nel 1072. L’istituzione religiosa fu successivamente protetta e beneficata dai re Ruggero e Martino, ma la celebrità di questo luogo deriva da una leggenda secondo la quale la regina Costanza d’Altavilla, futura madre dell'imperatore Federico II, sarebbe stata badessa del convento. Una tenace tradizione legava a questo monastero anche Santa Rosalia, amata patrona di Palermo. L’aspetto attuale della costruzione, però, si discosta notevolmente da quello normanno, poiché le forme, già rimaneggiate nel Cinquecento, diventarono pienamente barocche con l’affidamento dell’incarico all’architetto Paolo Amato (1682-1704), il quale adottò il modello di una pianta centrale poligonale con cupola ellittica. Ma ciò che colpisce maggiormente l’immaginazione è il fastoso interno, interamente decorato da marmi policromi ed affreschi. A proposito di questi ultimi le fonti attribuiscono quelli del cupolino che chiude il cappellone maggiore a Filippo Tancredi (1705) e quelli che decorano il vestibolo d’ingresso e la volta (1765) al grande artista palermitano Vito D'Anna. Il Di Giovanni (in Le opere d’arte nelle chiese di Palermo, Ms. del XIX secolo) scrive che la chiesa del SS. Salvatore “è di figura ellittica, coperta da una grandissima cupola la di cui pittura che rappresenta il Paradiso è opera magnifica del palermitano Cav. Vito D’Anna fatta nel 1765 ultimo anno di sua vita”.
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La chiesa del Gesù (Casa Professa)
esterno di Casa Professa La Chiesa del Gesù, nota anche come Casa Professa, è una delle più importanti chiese barocche di Palermo e dell'intera Sicilia. I Gesuiti che giunsero a Palermo nel 1549, iniziarono nel tardo Cinquecento la costruzione della chiesa annessa alla casa madre (Casa Professa), una delle più spettacolari chiese della Sicilia. La grande costruzione venne ideata dall’architetto gesuita Giovanni Tristano e, in un primo momento, si presentava ad unica navata con ampio transetto e ampie cappelle laterali. Alla fine del Cinquecento, per adeguarla alle esigenze di grandiosità tipiche dell’architettura gesuita, vennero abbattuti i muri divisori delle cappelle, ottenendo così tre navate. La consacrazione della grande chiesa avvenne nel 1636. Durante il secondo conflitto mondiale una bomba s’abbatté proprio sulla cupola della chiesa che, nel suo crollò, trascinò con sé tutte le zone ad essa vicine e naturalmente andò perduta gran parte delle pitture del presbiterio e del transetto. Quando si volle restaurare l’edificio si procedette alla riesecuzione degli affreschi perduti con aggiunte arbitrarie e gusto poco felice. L’addobbo interno – “le cui pareti sono coperte da marmi, da tarsie, da statue e da arabeschi senza fine, che debbono aver costata immensa copia di danaro agli ambiziosi Lojolei (da Ignazio di Lojola) i quali ogn’altro tempio vollero mai sempre offuscare nella città colle loro magnifiche chiese” (C. Castone, Viaggio della Sicilia, 1793) – costituisce un importante esempio di fusione tra architettura, pittura e decorazione plastica. Particolarmente vivace è la decorazione a mischio, cioè a tarsie marmoree pregiate, composte a motivi floreali o figurati. Nel romanzo Il Gattopardo viene ricordata una visita a Casa Professa di don Pirrone, il prete di casa Lampedusa, durante una passeggiata palermitana in carrozza del Principe. interno della chiesa del Gesù Riguardo alla decorazione a marmo mischio dell’abside di Casa Professa, “rappresenta indubbiamente l’apporto più significativo e originale della cultura artistica siciliana alla civiltà del barocco europeo; integrazione dinamica tra architettura, scultura e pittura, secondo la prassi e l’estetica secentesche, animazione ipertrofica di colori e immagini (“in guisa che senza pennello sembra opera di pennello” scrive il Mongitore). Addobbo teatrale articolato attraverso ricchi e complessi sistemi concettuali, la decorazione a mischio e a tramischio (con parti a rilievo) è anche il genere dove con maggiore chiarezza si coglie il carattere distintivo del barocco siciliano: una collaborazione tra architettie scultori, marmorari e pittori che spesso stabilisce confini assai labili tra le diverse categorie d’artigiani, e che anzi su questa ininterrotta continuità di mestieri fonda la dimensione trionfante del grande cantiere della Palermo barocca, dalla seconda metà del Seicento ai primi decenni del Settecento. Un’attività così intensa e prolungata esigeva la specializzazione d’intere botteghe spesso a conduzione familiare, e un’organizzazione del lavoro dove il programma concettuale fosse affidato, con una distinzione menzionata nei documenti, a marmorari, a scultori e architetti. Ma aldilà dell’animazione brulicante e della ripetizione a moduli verticali derivata dalle grottesche rinascimentali e manieriste, la decorazione a mischio trovava, proprio nella composizione simbolica e dottrinale, la propria unità e il controllo di una vasta iconografia che recepiva ed elaborava un repertorio a cui l’ordine dei Gesuiti aveva dato, lungo tutto il Seicento, un contributo fondamentale recuperando il valore didascalico di molte figure ed episodi dell’arte medievale ed elaborando i modelli proposti da Ripa nella sua Iconologia. La chiesa dei Gesuiti di Casa Professa rappresenta in questo senso l’esempio più complesso e grandioso, il più unitario nella volontà di sottoporre l’intera decorazione a mischio, gli scultori e gli architetti che negli stessi anni prestavano la loro opera ad altre chiese e cappelle, sono chiamati ad approntare il ripetitivo ma variegato repertorio d’immagini ed ornamenti all’esaltazione dottrinale e a ribadire la potenza dell’ordine”. La parte più spettacolare dell'edificio è forse la tribuna dell'abside, ornata dall'Adorazione dei Pastori (1710-1714) e dall'Adorazione dei Magi (1719-1721), bassorilievi marmorei posti sulla tribuna, di Gioacchino Vitagliano su modelli di Giacomo Serpotta.
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I Quattro Canti
i Quattro Canti I Quattro Canti sono una piazza ottagonale centralissima, incrocio fra i due principali assi viari di Palermo: la Via Maqueda, a metà della sua lunghezza, e il Cassaro (la via, di origine greca, che collega l'acropoli, con il Palazzo dei Normanni al mare, oggi nota come Corso Vittorio Emanuele), anch’esso a metà del suo tragitto. Il nome esatto dello spazio è Piazza Vigliena (in omaggio al Viceré il cui nome completo era marchese don Juan Fernandez Pacheco de Vigliena y Ascalon), ma le fonti antiche lo ricordano come Ottangolo o Teatro del Sole. Assunto nel 1606 il governo della città e dell’isola, il viceré affidò due anni dopo all’architetto Giulio Lasso, romano, la sistemazione urbanistica di quel crocevia alla quale si lavorò per molti anni. Il progetto era ispirato al crocevia delle Quattro Fontane di Roma, disegnato dagli urbanisti di Sisto V in forme molto più dimesse della successiva versione palermitana. Nel 1609 doveva già essere terminata la parte strutturale dei due cantoni poi detti di Santa Ninfa e di Sant’Agata, che portano gli stemmi del viceré Vigliena. Nel 1612 era completo il cantone di Santa Cristina, aderente a San Giuseppe, promosso dal viceré Ossuna. Nel 1615 Giulio Lasso è già morto e dal 1617 è direttore dei lavori Mariano Smiriglio, ingegnere del Senato e già sorvegliante del cantiere durante la direzione del Lasso. Con Mariano Smiriglio si assiste ad un cambiamento del programma decorativo iniziale: nell’ordine superiore, che in origine avrebbe dovuto ospitare le statue dei sovrani, vengono sistemate le statue delle quattro sante vergini palermitane: Santa Cristina, Santa Ninfa, Sant’Oliva e Sant’Agata. Dei quattro simulacri regali, previsti originariamente in bronzo, da Scipione Li Volsi vengono eseguiti soltanto quelli di Carlo V, poi collocata in piazza dei Bologna e quella di Filippo IV, poi distrutta. Le attuali statue in marmo presenti ai Quattro Canti furono scolpite fra il 1661 ed il 1663 da Carlo Aprile. Il 2 agosto 1630 vennero appaltati i lavori per la fabbrica delle quattro fontane con le statue delle Quattro Stagioni, anch’esse previste in bronzo e poi realizzate in marmo: la Primavera e l’Estate furono realizzate da Gregorio Tedeschi; l’Autunno e l’Inverno da Nunzio La Mattina. Le attuali conche inferiori delle quattro fontane sono ottocentesche e furono realizzate per poter nascondere quelle originarie col piano di calpestio della piazza che era stato ribassato.
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Teatro Massimoil Teatro Massimo Il Teatro Massimo è uno dei più grandi teatri lirici del mondo. Di gusto neoclassico sorge sulle aree di risulta della chiesa delle Stimmate e del monastero di San Giuliano che vennero demoliti alla fine dell’Ottocento per fare spazio alla grandiosa costruzione. I lavori furono iniziati nel 1875 dopo vicende travagliate che seguirono il concorso del 1864 vinto dall’architetto Giambattista Filippo Basile; il teatro venne completato da Ernesto Basile che, nel 1891 alla morte del padre, gli era subentrato nella costruzione. L’esterno del Teatro, seguendo la moda neoclassica dell’attualizzazione delle architetture antiche, presenta un pronao corinzio esastilo elevato su una monumentale scalinata ai lati della quale sono due leoni bronzei con le allegorie della Tragedia e della Lirica; in alto l’edificio è sovrastato da un’enorme cupola emisferica. L’ossatura della cupola è una struttura metallica reticolare che s’appoggia ad un sistema di rulli a consentirne gli spostamenti dovuti alle variazioni di temperatura. Particolare della facciata del Teatro Massimo La simmetria compositiva attorno all’asse dell’ingresso, la ripetizione costante degli elementi (colonne, finestre ad archi, ecc…), la decorazione rigorosamente composta, definiscono una struttura spaziale semplice ed una volumetria chiara, armonica e geometrica, d’ispirazione greca e romana. I riferimenti formali di quest’edificio sono, oltre che nei teatri antichi, anche nelle costruzioni religiose e pubbliche romane quali il tempio, la basilica civile e le terme soprattutto nello sviluppo planimetrico dei volumi e nella copertura. L’interno, decorato da valenti pittori (R. Lentini, E. De Maria Bercher, M. Cortegiani, L. Di Giovanni), può contenere circa tremilacinquecento posti. Riaperto dopo un lungo periodo d’abbandono, il grande teatro palermitano si propone oggi come una fucina ricchissima d’iniziative ed eventi culturali: balletti con artisti di fama internazionale, concerti ed allestimenti di opere liriche, mostre ed incontri con i loro protagonisti della musica contemporanea.
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Teatro PoliteamaIl Teatro Politeama Garibaldi si trova sulla piazza Politeama al centro di Palermo. Nel 1865 il Comune di Palermo delibera la costruzione del Politeama. Essendo la spesa superiore alla cifra prevista, viene contattato il banchiere Carlo Galland che si impegna a costruire oltre “tre mercati secondo i disegni dell’architetto Damiani e a costruire, nel locale che indicherà il Municipio, un Politeama secondo il piano d’arte e disegni preparati dall’Ufficio tecnico del Municipio” (Capitolato di convenzione tra il Municipio e il Sig. Carlo Galland, piemontese, per la costruzione dei mercati e Teatro, 1866). Il concorso interno viene vinto da Giuseppe Damiani Almeyda e i primi disegni di progetto vengono presentati a metà del 1866 e già a gennaio del 1867 sono in corso i lavori di scavo. La costruzione del Politeama ha un inizio affrettato con molte zone oscure, che può essere chiarita solo dalla conoscenza delle intricate vicende politiche municipali. Teatro Politeama da piazza Castelnuovo Nel 1869 e 1870 sorgono dei problemi tra il Municipio e l’impresa Galland, ma si decide di proseguire i lavori eliminando tutti lavori di abbellimento. Il cantiere inoltre era stato chiuso per qualche tempo per fare delle verifiche sulle condizioni statiche dell’edificio. Essendo stato trovato tutto a perfetta regola d’arte fu riaperto e si proseguì con il lavori. Il teatro era stato progettato come teatro diurno all’aperto, ma fu in un secondo tempo deciso di realizzare una copertura. Nel giugno 1874 fu inaugurato anche se incompleto e ancora privo di copertura. Questa fu ultimata nel novembre del 1877. Gli ultimi lavori, di abbellimento, furono realizzati nel 1891 in occasione della grande Esposizione Nazionale che si teneva quell’anno a Palermo. Nel 2000 sono stati realizzati i restauri delle decorazioni pompeiane policrome dei loggiati. Giuseppe Damiani Almeyda s’ispirò ai modelli del classicismo accademico in voga alla fine dell’Ottocento. Secondo Antonella Mazzamuto (Luoghi di Sicilia, Teatri tra ‘800 e ‘900. Edizioni Ariete, 2000), “il tipo adottato nel Politeama Garibaldi è quello del teatro-circo, in cui però la forma semicilindrica del prospetto nasconde una sala a ferro di cavallo con due ordini di palchi ed un profondo loggione. Colonnato esterno del Teatro Politeama È una soluzione che ricorda il primo Hoftheater di Gottfried Semper, realizzato a Dresda, dove l’andamento semicircolare del fronte contiene ancora una sala di tipo tradizionale. L’architettura del Politeama – sottolinea ancora la Mazzamuto – rimanda, poi, “al progetto teorico di teatro del Durand che aveva canonizzato la riproposizione del monumento storico: l’anfiteatro romano. Damiani Almeyda non adotta i tre ordini di arcate del Colosseo, come fa Durand, bensì un doppio ordine con trabeazione, secondo modalità desunte dall’architettura pompeiana”. Il valore di questa costruzione sta nell’esaltazione della funzione sociale del teatro come “teatro del popolo” con l’enorme sala a ferro di cavallo (che nel 1874 poteva contenere cinquemila spettatori) con due file di palchi, dominata da una grande galleria articolata in due ordini. L’ingresso è costituito da un arco di trionfo sormontato dalla quadriga bronzea di Apollo, opera di Mario Rutelli, cui s’affianca una coppia di cavalli bronzei di Benedetto Civiletti.
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Mercati tipici
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La VucciriaIl mercato si estende lungo le via Cassari, la piazza del Garraffello, la via Argenteria nuova, la piazza Caracciolo e la via Maccherronai. Alcuni secoli fa questo mercato era chiamato "la Bucciria grande" per distinguerlo dagli altri mercati minori. La Vucciria, che deriva dal francese "bouccherie" che significa macelleria, fu inizialmente un grande mercato destinato al macello e alla vendita delle carni. Successivamente divenne un mercato per la vendita del pesce, della frutta, della verdura e di altri prodotti alimentari. Nel corso dei secoli la Vucciria subì diverse modifiche; per esempio il viceré Caracciolo nel 1783 decise di cambiare l'aspetto del mercato, ed in particolare della sua piazza principale, che fu chiamata col suo nome. Intorno alla piazza si costruirono dei portici che ospitavano i banchi di vendita e nel mezzo fu sistemata una fontana. Caratteristico è l'intenso odore di pesce e il frastuono delle abbanniate (grida in siciliano) dei commercianti.
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Sport
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