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__________Grandi del teatro e giovani attori della Scuola del Piccolo insieme per il “Ventaglio” messo in scena da Luca Ronconi La commedia Il ventaglio di Carlo Goldoni Commedia in tre atti scritta nel 1765, durante il lungo soggiorno parigino, e ricavata da una precedente versione in lingua francese (L’éventail), Il ventaglio rappresenta l’esito più alto della sapienza tecnica e compositiva di Carlo Goldoni: l’azione si dipana secondo un ritmo impeccabile, i colpi di scena si susseguono vorticosi, il meccanismo drammaturgico gode di una precisione cronometrica, che pure rischia, in qualche punto, di rendere manifesta la propria intrinseca artificiosità. La vicenda prende le mosse dalla decisione di Evaristo di recare in dono all’amata Candida un ventaglio; la fanciulla, parlando dal balcone con l’innamorato, lascia cadere l’oggetto, che va in pezzi. Evaristo compra un ventaglio nuovo dalla merciaia Susanna e incarica la contadina Giannina di consegnarlo a Candida. La vicenda a questo punto si complica, tra fraintendimenti, rappresaglie, ripicche e gelosie, seguendo il capriccioso percorso del ventaglio che, passando di mano in mano, viene infine riconsegnato alla legittima proprietaria, in segno di definitiva riconciliazione. Gli amori di Giannina, il calzolaio Crespino e l’oste Coronato fungono da gustoso contrappunto alla relazione amorosa tra Evaristo e Candida, ostacolata, peraltro, dall’intervento del di lei pretendente barone del Cedro: le coppie si scompongono per poi immediatamente ricomporsi, le peripezie si intrecciano in un impeccabile meccanismo fino a risolversi nell’immancabile lieto fine. Personaggi Interpreti Il Signor Evaristo Raffaele Esposito La Signora Geltruda, vedova Giulia Lazzarini La Signora Candida, sua nipote Pia Lanciotti Il Barone del Cedro Giovanni Crippa Il conte di Rocca Marina Massimo Defrancovich Timoteo, speziale Riccardo Bini Giannina, giovane contadina Federica Castellini La Signora Susanna, merciaia Francesca Ciocchetti Coronato, oste Gianluigi Fogacci Crespino, calzolaio Simone Toni Moracchio, contadino, fratello di Giannina Giovanni Vaccaro Limoncino, garzone di caffè Pasquale Di Filippo Tognino, servitore delle due signore Matteo Romoli Scavezzo, servitore d’osteria Marco Vergani Una commedia dell’esilio Al di là dell’occasione del tricentenario della nascita, il motivo vero della scelta del Ventaglio è la singolarità di questa commedia. I grandi spettacoli degli anni Cinquanta e Sessanta di Visconti e di Strehler hanno contribuito concretamente a rivedere, con un approccio realistico, il modo di mettere in scena Goldoni strappandolo a qualsiasi compiaciuta leziosità. Anche i più recenti Goldoni di Castri hanno proseguito su questa strada spingendo oltre il discorso sul realismo, attingendo quasi al naturalismo. Oggi credo che sia possibile un’altra strada perché i testi di Goldoni non richiedono tutti lo stesso approccio. All’inizio ero indeciso se mettere in scena Il ventaglio o Una delle ultime sere di Carnovale. Ho scelto il primo testo perché pensavo che il secondo non si sarebbe potuto rappresentare se non inserendolo in quel codice di realismo borghese di cui dicevo prima. Una delle ultime sere di Carnovale è stata pensata e scritta da Goldoni prima della partenza per Parigi, come l’addio a Venezia. Un addio accorato ma che lascia aperta la speranza in un possibile ritorno. Goldoni scrive Il ventaglio quando ormai sta a Parigi: è il risultato di una frustrazione, tanto è vero che nasce prima come un canovaccio, che non è mai stato ritrovato, dopo il tiepido o il nessun successo di altre commedie scritte per il Théâtre Italien. Goldoni allora la riscrive per mandare a Venezia una specie di messaggio in bottiglia, da lontano. È anche per questo che la sentiamo come una vera e propria commedia dell’esilio, abbastanza diversa dalle altre. (tratto dalla conversazione con Luca Ronconi, a cura di Maria Grazia Gregori, per il programma di sala dello spettacolo, gennaio 2007) Una successione di prove che permettono di conoscere il diritto e il rovescio della realtà Nel Ventaglio, per gli abitanti delle Case Nuove come per Goldoni a Parigi, il tempo si è fermato sin dalla precedente primavera. Gli amori allora nati non sono stati consacrati dai soliti sposalizi del ridente maggio perchè Crespino ha troppa paura del ruvido fratello della sua Giannina, perchè Evaristo teme secretamente Geltruda così bella, serena e saggia. Pure l’estate è passata, sono apparsi dei rivali, ma… Ma, improvvisamente, un “ventaglio da donna”, caduto un mattino d’autunno da una terrazza per rompersi sulla piazza sollecitando di essere sostituito, diventa una sorta di oggetto magico o, piuttosto, per tutta la collettività delle Case Nuove, l’oggetto “transizionale” nel significato che Winnicott dà a questo termine: un oggetto che condensa le forze del desiderio senza criterio, rivela ciò che è rimasto latente e, come un furetto, costringe i vari personaggi a seguirlo tutta la giornata, facendo “girare la testa” a tutti, come afferma Giannina nell’ultima scena. Tutto quanto, però, con il fine, quando tramonterà il sole, di rimettere l’orologio a posto, di consacrare finalmente le giuste coppie e di legittimare, forse, di nuovo, il nome “Case Nuove”. Come nei medievali jeux de la feuillée, una sorta di iniziazione, una successione di prove che permettono di conoscere il diritto e il rovescio della realtà sempre presa nelle illusioni delle apparenze, trova la sua verifica sulla piazza di Case Nuove, alla fine di una calda e già breve giornata d’autunno. Qui, non ci sono demoniaci Hellekin o spiriti della foresta; nessun personaggio con un abito a losanghe rosse e verdi conduce il gioco; ma, a celebrare il rito di riparazione, c’è un “semplice ventaglio”, incantatore-ingannatore e induttore: se corre corre e “fa girare” le persone, è solo per farle diventare più robuste, selezionarle, farle accoppiare prima dell’inverno, far vivere loro ludicamente le prove dell’inganno e della loro attitudine a sventarlo [eluderlo?] nelle prove della vita. Ma non sarà pura retorica attribuire a quell’oggetto una tale potenza? Sono coloro che lo hanno in mano che ingarbugliano e poi sbrogliano i propri desideri, che scoprono di avere in se stessi l’altro, e credono di morire o imparano ad ammansirlo, quell’altro. Il ventaglio è solo l’emblema della commedia, la quale ci dice che il mutevole è dentro le persone, la magia negli stratagemmi e nei sotterfugi del desiderio, il meraviglioso nella vita stessa di ognuno di noi. Una “favola”, dunque, Il ventaglio? Sì. Ma una favola filosofica, come sono “filosofici” i Racconti di Voltaire che sono tutt’altro che virtuosismo gratuito e mai hanno testimoniato di una rottura qualsiasi del “patriarca” con il mondo. Una fiaba esistenziale è Il ventaglio che confessa di voler coniugare i racconti medioevali così cari al conte e nei quali, per una “donzella di tal bellezza”, si affrontano campioni rivali, con le favole morali di Geltruda che “istruiscono e divertono” (I, 3). Ma questa favola, che intreccia pure il teatro con il romanzo e i personaggi con l’autore, permette anche a quest’ultimo di insinuarsi ogni tanto nel racconto per ricordarsi quello che fu e che non fu, ciò che fece e che non osò fare, per collocarsi, insomma, nella “storia della propria vita” come in “quella del proprio teatro” che saranno vent’anni dopo l’oggetto dei Mémoires. E per trovare una collocazione nella storia del teatro tout court. |