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____________________CINA

Le informazioni sulla Cina

LA STORIA


La civiltà cinese nacque e si sviluppò lungo il Fiume Giallo e lungo Wei He, nel centro-nord orientale del paese. Prima della fondazione dell'Impero cinese, la Cina era divisa in tanti stati feudali, sempre in lotta fra loro per ottenere la supremazia politica e territoriale. Oltre alle guerre fra Stati esso fu un periodo di grande fermento filosofico e artistico . La Cina si unificò fra il 221 e 206 a.C. quando salì al trono l'imperatore Qin Shihuang a Xi'an., egli lasciò numerose testimonianze del suo regno, basti pensare alla Grande Muraglia, all'esercito di terracotta (7000 soldati alti tra i 1,75 e i 1,94 metri e pesanti sino a 200 Kg). La Cina si sviluppò soprattutto durante le dinastie Han Occidentale e Han Orientale grazie all'apertura nel 114 a.C. della Via della Seta. Si susseguirono lotte continue per la supremazia sull'intero territorio, fino alla dinastia Sui (581-618) ed quella successiva dei Tang (618-907). Xi'an divenne la città più importante del mondo. Grande splendore si ebbe anche con la dinastia Song che stabilì la capitale prima a Kaifeng e poi a Hangzhou. Nel 1279 la capitale fu Pechino. La trasformazione del mondo cinese la si ebbe nel 1842 con la fine della Guerra dell'Oppio e l'apertura della Cina al commercio occidentale.


GEOGRAFIA E CLIMA

La Cina è situata nella parte est del continente asiatico, essa è molto vasta, infatti fra est e ovest del paese c'è un enorme fuso orario. Il Paese confina a nord con la Mongolia; a nord-est con la Russia; a nord ovest con Kazakstan, Kirghizistan, Tagikistan; a ovest (e sud-ovest) con Afghanistan, Pakistan, Nepal, India, Sikkim, Bhutan; ad est con la Corea del Nord. Le coste ad est e sud-est del Paese sono bagnate dall'Oceano Pacifico. Molti sono i fiumi nel paese, piu' di 1.500 di questi hanno un bacino molto grande. Quelli piu' grandi sono: lo Yangtze , il Giallo, lo Heilung, il Perle e l'Hai . Sul territorio della Cina sono presenti molti laghi, alcuni artificiali.

Il clima è continentale nella parte nord-est, molto rigido. Nella pianura tra i fiumi Hai He e Huang He si ha un clima più mite. Nella Cina centrale il clima è subtropicale. La Cina meridionale ha un clima temperato caldo, con piogge monsoniche che favoriscono la crescita della fitta foresta tropicale.


ECONOMIA


La più importante attività economica della Cina è l'agricoltura tanto che la Cina è divenuta nel 1983 il primo produttore mondiale di cereali. Le colture prevalenti in questo territorio sono: il riso a Sud del fiume Yangtze, il frumento (nella pianura dell'Hoang Ho) e il mais (in Manciuria). Altri prodotti sono le patate, le patate dolci e la soia, largamente consumata anche come legume. Diffusa è la coltivazione del cotone, la iuta, la canapa e il lino. Inoltre la Cina è al primo posto per la produzione del tabacco e al secondo posto per il tè. Limitato è l'allevamento dei bovini poichè non ci sono molti pascoli. Più diffuso è l'allevamento dei suini perché ha carattere prevalentemente domestico e possono essere nutriti con rifiuti. Tipicamente cinese è l'allevamento delle anatre.


CULTURA E CUCINA


La lingua ufficiale in Cina è il cinese mandarino parlato in numerose lingue e dialetti cinesi in una vasta area geografica. Il cinese appartiene alla famiglia delle lingue sino-tibetane, e comprende cinque sottogruppi principali: Mandarino, Wu, Min, Yue e Hakka. Il cinese è una lingua priva di coniugazioni che caratterizzano la maggior parte delle lingue europee. L'inglese non è molto diffuso. La maggior parte dei cinesi non riconosce l'esistenza di Dio o di dei. Le religioni esistenti più diffuse sono: Buddista, Taoista, Mussulmana.

La cucina cinese è caratterizza da cibi tagliati in piccoli pezzi in modo da permettere una cottura veloce. La maggior parte del tempo è occupata dalla preparazione dei cibi come verdure, carne e pesce tagliati in modo uniforme per permettere una cottura omogenea. Nella cucina cinese tutto viene cotto infatti sulla tavola non compaiono alimenti crudi. Il “wok”, è la tradizionale padella di ferro concava che permette di saltare, friggere e stufare. Altro metodo diffuso è la cottura al vapore usato i ravioli, tortelli e fagottini, verdure, pesce, pane e dolci; i cibi sono posti in cestelli di bambù sovrapponibili su una pentola d’acqua tenuta sempre in ebollizione. Il maiale è la carne più diffusa, mentre l'anatra è il piatto che viene cucinato durante le feste. Diffuso è anche il pesce come la carpa considerato cibo di buon augurio. I dolci cinesi sono poco dolci, gommosi.


IL RITO DEL TE'

Antico quasi quanto la Cina, delle 240 Camellie sinensis esistenti solo 7 possono essere usate per fare il tè. Lu Yu, eremita che votò interamente la sua vita a questo culto, fu il primo a scriverne un trattato. Il Cha Ching, canone del tè, è arrivato fino ad oggi. Osservare i cinesi intenti a degustare il tè è un’esperienza unica. Per questo popolo il momento del tè è spirituale, una sorta di cerimonia in cui l’esercizio del gusto vuole spingere il corpo oltre i suoi limiti fisici elevandolo ad un livello superiore. Tutta la misticità del momento traspare dalla meticolosità con cui viene preparato e consumato. Nel rito del tè gli ingredienti e gli strumenti hanno un ruolo preciso. L’acqua, rigorosamente di sorgente, viene fatta scaldare in una teiera. La tazza ha colori che infondono serenità e una superficie gradevole al tatto. Composta da un coperchio e da un piattino, non è esattamente rotonda, in modo da poter essere tenuta saldamente tra le mani, mentre il bordo, leggermente ondulato, al contatto con le labbra dona una piacevole sensazione. Le foglie vi vengono direttamente infuse dentro e il coperchio è utilizzato per trattenerle e per mantenere il tè caldo. L’utilizzo delle foglie ha un simbolismo preciso: quando vengono messe nella tazza vogliono dire “accomodati e bevi quante tazze desideri”, al contrario la loro mancanza significa “bevi in fretta perché la visita non è gradita”. Il cerimoniale, tramandato e mutato nel tempo per adattarsi alla Cina moderna, si compone di tre fasi. Il Kaiseki, pasto leggero che precede la degustazione, il Koicha, tè denso, e l’Usucha, tè leggero. La cerimonia può richiedere ore, per questo motivo spesso si passa direttamente al momento dell’Usucha. Koicha e Usucha si differenziano nel modo di consumare la bevanda. Durante il Koicha tutti i commensali bevono da un'unica tazza, ognuno di loro l’ammira e poi ne assapora, a piccoli sorsi, il contenuto. Dopo averne esaltata la qualità e accuratamente pulito con un tovagliolo la parte della tazza da cui si è bevuto, questa è passata al vicino. È buona regola porgere all’ospite la tazza rivolta dal suo lato più bello, quest’ultimo, da parte sua, presterà attenzione a non bere mai da questo lato. Il protocollo dell’Usucha è diverso. Ogni commensale beve tutta la tazza di tè, con un dito pulisce il bordo per poi asciugarsi le mani con un tovagliolo, rende la tazza al padrone di casa che la lava e la riempie nuovamente per servirla ad un altro ospite. Le foglioline di tè sono utilizzate più volte, ogni dose basta per 5 tazze e pare che la terza sia la migliore. A seconda dei tipi di tè l’acqua deve avere una temperatura diversa. Per il tè verde, una qualità fatta essiccare fresca, è necessaria una temperatura di 75- 80°. Il tè di qualità rossa, fermentato prima dell’essiccazione, si fa infondere appena l’acqua raggiunge l’ebollizione. La qualità Wulong, via di mezzo tra tè verde e rosso, subisce una fermentazione più breve e necessita una temperatura di 90°. Oltre ad essere un rito, per la Cina il tè è visto come vera e propria cura dei malesseri fisici. Diuretico, astringente, dimagrante, disinfettante, mischiato ad alcune piante terapeutiche, come ginseng, mandarino, salvia e zenzero, acquisisce poteri curativi e aromi particolari. Queste ritualità si mescolano a numerose storie e una delle più curiose riguarda la nascita del tè. Si narra infatti che l’imperatore Chen-Nung lo abbia scoperto assaporando l’acqua da un bollitore in cui erano cadute inavvertitamente alcune foglioline da un albero, scoprendo un aroma che è divenuto tradizione irrinunciabile.


PASSAPORTI E VISTI


Per l’ingresso in Cina è necessario il passaporto con una validità non inferiore a sei mesi dalla data di partenza. Per i visti di gruppo, è sufficiente comunicare la data di nascita, la professione e il numero di passaporto. Per i visti individuali, è invece necessario inviare il passaporto (con almeno una pagina libera) corredato di una fotografia. L’invio del passaporto (o la comunicazione dei dati in caso di visto di gruppo) deve essere effettuato entro e non oltre due settimane dalla data di partenza.


INFORMAZIONI UTILI


Mance Nei tour le mance vengono solitamente raccolte e distribuite dall’accompagnatore. Nei ristoranti e nei locali si consiglia di lasciare una mancia pari al 10% del conto.

Corrente elettrica 110/220 Volts; consigliabile munirsi di adattatore prima della partenza.

Acquisti I prodotti tipici del Paese sono: la seta (Shanghai e Hangzhou), le porcellane e il cloisonné (Pechino), i ricami (Suzhou), la giada (Xian), le perle (Canton e Nanchino), il cachemire, i sigilli e l’artigianato in genere. Oltre ai centri commerciali delle grandi città, caratteristici e colorati sono i mercati cinesi all’aperto.

Tasse aeroportuali Per ogni volo nazionale in Cina: 50 Yuan; in uscita dal Paese: 90 Yuan. Il pagamento delle tasse aeroportuali è da effettuarsi in valuta locale e gli importi indicati sono soggetti a variazioni senza preavviso. Tasse locali Normalmente incluse, fatte salve alcune eccezioni come Pechino e Hainan, dove viene richiesto il pagamento di una modica tassa di soggiorno per persona per notte. Questa tassa si paga in albergo, al termine del soggiorno, e viene utilizzata dalle autorità municipali per migliorare le infrastrutture cittadine.

Trasporti interni I voli interni in Cina sono gestiti da compagnie regionali che operano con aeromobili anche nuovissimi. Sono comunque possibili, soprattutto in alta stagione, ritardi o cancellazioni di voli anche all’ultimo momento. I trasferimenti e le escursioni vengono effettuati in pullman con aria condizionata (non garantita nelle località più remote). I passaggi in treno sono sempre previsti in carrozze di prima classe.

Telefoni cellulari In buona parte del territorio cinese è possibile utilizzare i cellulari GSM abilitati al roaming internazionale.

Fuso orario: In Cina e a Hong Kong il sole arriva 7 ore in anticipo rispetto all'Italia. Durante il periodo dell'ora legale la differenza si riduce a 6 ore.
____________CINA
La Civiltà del Fiume Giallo

«La storia, che per millenni ha tenuto divisa la Cina dall'occidente, ne ha fatto un mondo così diverso da suscitare nel visitatore continui interrogativi e curiosità. Un viaggio in Cina, con l'imponente nella Natura e le colossali opere artistiche, è senza dubbio un'esperienza unica e stimolante che apre le porte alla comprensione dell'altra metà del mondo...»


Viaggio in Cina: La Civiltà del Fiume Giallo


LA CINA


Immensa, lontanissima, con una storia di 4.000 anni e oltre un miliardo di abitanti, la Cina non consente paragoni. Incanta e incuriosisce con i suoi oltre 6.000 km fra pianure e vallate, villaggi e città, coltivazioni di riso, cotone, tè e bambù. Una massima di Confucio afferma che ci vorrebbero 100 vite per conoscere la Cina e infatti questo immenso Paese ospita una notevole varietà di paesaggi e climi: dalle distese gelate per la maggior parte dell'anno della Manciuria, al torrido deserto del Xinjiang, dove le rocce “scoppiano” per la forte escursione termica tra il giorno e la notte; dai 4.000 metri dell’altopiano tibetano, chiamato “il tetto del mondo”, alle spiagge dell’isola tropicale di Hainan dove tutto l’anno regna estate. Una nazione ricca di storia che va scoperta giorno dopo giorno e che racchiude il fascino irresistibile di grandi opere umane: dalla Grande Muraglia alla suggestione dell’enorme piazza Tien An Men e a quello misterioso della Città Proibita di Pechino. Tra culture, colori e fragranze quello attraverso la Cina è un viaggio senza fine.

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IL PERCORSO




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IL VIAGGIO


Un percorso alla scoperta della regione dello Yunnan, per i cinesi la “Nuvola del Sud” in quanto a Sud della catena montuosa delle nuvole tibetana. Un angolo di mondo incastonato fra il Tibet, il Vietnam, Laos e Myanmar, ancora discretamente nascosto ai più e meta ideale per la varietà delle bellezze naturali, la forte identita’ culturale e le componenti etniche. Dalle foreste pluviali tropicali di Jinghong ai picchi elevati innevati vicino al “Tetto del Mondo”, attraversando laghi circondati da templi e pagode, sino a Zhongdian dove, a 3200 metri, James Hilton trovò la mitica Shangrilà. E insieme alle meraviglie naturali, l’incontro con i gruppi etnici che abitano la regione, ben 26, che, fi eri nei loro coloratissimi abiti tradizionali, vivono tenendo fede agli antichi costumi matriarcali ed accolgono con un sorriso i visitatori.
Nello Yunnan tibetano si toccheranno località ad oltre 3000 m di altitudine. Qui, a causa della rarefazione dell’ossigeno, è possibile avvertire il mal di montagna. Alcune località dello Yunnan, seppur ricche di vestigia e paesaggi indimenticabili, offrono sistemazioni modeste e poca varietà di cibo, essenzialmente cinese e tibetana. Per motivi di operatività dei voli interni che possono cambiare senza nessun preavviso, l’itinerario potra’ essere modificato in loco, mantenendo invariati i contenuti del viaggio, per quanto possibile.


PROGRAMMA DI VIAGGIO


1° Giorno: Italia, Kunming
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Partenza con volo di linea per Kunming, via Hong Kong. Pasti e pernottamento a bordo.


2° Giorno: Kunming
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Arrivo a Kunming, capoluogo della regione dello Yunnan a 1900 m di altitudine il cui clima sempre piacevole ed uniforme la rende la “città dell’eterna primavera”. Trasferimento in hotel categoria lusso (Bank o similare). Nel pomeriggio, un primo approccio alla “città dei quattro fi ori” con una passeggiata nella città vecchia e nel mercato dei fi ori. Cena occidentale in hotel.


3° Giorno: Kunming, Shilin, Jinghong
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Escursione mattutina alla Foresta Pietrifi cata di Shilin, meraviglia geologica formatasi 200 milioni di anni fa a seguito del ritiro delle acque marine su una superfi cie di 30 mila ettari. Passeggiata fra i picchi calcarei aguzzi e bizzarri che si stagliano fra cielo e natura seguita da pranzo cinese in ristorante. Si rientra attraversando le Colline Occidentali con sosta al Tempio Huating che ospita tre enormi Buddha laccati d’oro. Cena occidentale in hotel. Trasferimento in aeroporto e volo per Jinghong o “città dell’aurora” , propaggine meridionale della Cina sulle rive del Mekong. Sistemazione in hotel di prima categoria (Daiyuang o similare).


4° Giorno: Jinghong, Ganlanba, Jinghong
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Escursione alla cittadina di Ganlanba, sulle sponde del Mekong, dove si incontrerà l’etnia Dai, appartenente all’ampio gruppo thai, nel loro tipico villaggio di case di bambù circondate da una cornice di vegetazione tropicale. Visita di un Giardino Botanico nella regione con il più completo sistema ecologico pluviale del pianeta, sosta in un villaggio abitato dalla minoranza Jinuo. Pranzo cinese in corso di escursione. Rientro a Jinghong, cena cinese in hotel.

5° Giorno: Jinghong (Xishuangbanna) - Dali
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Visita del Tempio Mange e pranzo cinese in ristorante. Escursione pomeridiana ad una riserva naturale forestale: sosta alla Valle degli Elefanti Selvatici che prende il nome dalle decine di elefanti che la abitano. Trasferimento in aeroporto e volo per Dali. Arrivo e sistemazione presso l’hotel di prima categoria (Asia Star o somilare). Cena occidentale in hotel.


6° Giorno: Dali
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Dali si trova sulle rive del limpido lago Erhai a 1900 m di altitudine. Antica capitale e ricca di monumenti imperiali realizzati con il marmo delle sue colline, affascina per i suoi paesaggi lacustri, terrazzati con sapienza dai gruppi etnici Yi e Naxi. Visita della Città Vecchia e delle Tre Pagode di epoca Tang, simbolo di Dali e, tempo permettendo, crociera sul Lago Erhai. Pranzo cinese in ristorante. Cena occidentale in hotel.


7° Giorno: Dali, Lijiang
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Proseguimento mattutino con la visita di Dali, pranzo cinese in ristorante. Nel pomeriggio trasferimento a Lijiang (160 km), dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco. Sistemazione in hotel categoria lusso (Guangfang o similare). Panoramica della città. Cena occidentale in hotel.


8° Giorno: Lijiang
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Giornata alla scoperta di Lijiang e della splendida vallata circostante: la vivace Città Vecchia dalle strade acciottolate su una rete fi tta di canali ed i brulicanti mercati frequentati dall’etnia Naxi in abiti tradizionali; il Giardino del Drago Nero, gli edifi ci sacri di ispirazione taoista, i villaggi tradizionali fra i quali Baisha con i suoi 350 affreschi Ming. Pranzo cinese in ristorante. Spettacolo di musica tradizionale Naxi nel teatro cittadino, e cena occidentale in hotel.


9° Giorno: Lijiang, Dali, Shangrilà
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Partenza alla volta di Shangrilà (198 Km, circa 5 ore) attraversando paesaggi fi abeschi di montagne innevate e valli lungo il corso del Fiume Azzurro. Sosta lungo il percorso presso la spettacolare Gola del Salto della Tigre, fra le più profonde del mondo (3900 m) e pranzo al sacco. Arrivo a Shangrilà, lembo orientale dell’altopiano tibetano a 3200 m di altitudine. Qui le etnie conservano la spiritualità, la cultura e le tradizioni millenarie tibetane, in un contesto montano da favola che le valse l’appellativo di Shangri-Là (paradiso). Sistemazione in hotel prima categoria superiore (Paradis o similare). Cena occidentale in hotel.


10° Giorno: Shangrilà, Kunming
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Giornata alla scoperta della cittadina e dei centri monastici di cultura tibetana dell’area. Fra cime innevate, laghi cristallini, remoti monasteri abitati da centinaia di monaci tinti di arancio, fra cui il “Piccolo Potala”, si svelano cornici naturali di stupefacente bellezza. Pranzo cinese in hotel. Nel tardo pomeriggio, trasferimento in aeroporto e volo per Kunming. Trasferimento in hotel di categoria lusso (Bank o similare). Cena occidentale in hotel.

11° Giorno: Kunming, Hong Kong
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Volo per Hong Kong. Arrivo e trasferimento in hotel di categoria turistica superiore (Stanford Hillview o similare). Visita della città.


12° Giorno: Hong Kong
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Minicrociera nella baia. Camera a disposizione fino alle ore 18. Trasferimento in aeroporto.


13° Giorno: Hong Kong, Italia
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Volo di rientro in Italia. Pasti e pernottamento a bordo. Arrivo in mattinata.


Le Quote




13 giorni/10 notti
Kunming - Jinhong - Dali - Lijiang - Shangrilà - Kunming - Hong Kong
(guida parlante italiano)
Trattamento di pensione completa ( escluso Hong Kong)

La quota comprende
- Passaggi aerei in classe economica con voli di linea Lufthansa, Cathay Pacific, Airchina, Thai Airways, Qatar ed altri vettori IATA, da Roma
- Franchigia bagaglio.
- Sistemazione presso gli hotels della categoria indicata da programma .
- Pasti, trasferimenti, visite ed escursioni come da programma.
- Assistenza di guide locali in italiano (o inglesi o francesi) in ogni località cinese durante i trasferimenti e le visite.
- Assistenza extra di una guida nazionale cinese parlante italiano durante tutto il soggiorno (solo per i tour segnalati ed al raggiungimento di minimo 6 partecipanti.
- Assistenza di un accompagnatore italiano (solo per le partenze minimo 15 partecipanti).
- Tasse e percentuali di servizio


La quota non comprende
- Trasferimenti in Italia.
- Tasse aeroportuali.
- Spese per l’ottenimento del visto di entrata in Cina
- Pasti non indicati, bevande ed extra in genere
- Mance
- Assicurazione spese di annullamento.
- Tutto quanto non espressamente indicato ne “La quota comprende”.


Partenza

Quota in
camera doppia


Quota in
camera singola
13 Maggio 2007 € 2.680 € 3.170
10 Giugno 2007 € 2.680 € 3.170
8 Luglio 2007 € 2.680 € 3.170
26 Agosto 2007 € 2.680 € 3.170
23 Settembre 2007 € 2.695 € 3.230
21 Ottobre 2007 € 2.695 € 3.230
18 Novembre 2007 € 2.680 € 3.170
24 Dicembre 2007 € 2.820 € 3.320
26 Gennaio 2008 € 2.680 € 3.170
15 Febbraio 2008 € 2.680 € 3.170
8 Marzo 2008 € 2.680 € 3.170

Quota valida al raggiungimento dei 6 partecipanti su tutto il tour.
(Guida Nazionale cinese in italiano e guide locali in italiano/inglese)

Con almeno 15 partecipanti, accompagnatore dall’Italia e guide locali in italiano/inglese

Quote individuali su richiesta minimo 2 persone
Grazie a www.imondonauti.it 
Cina

Itinerario 1


Zhong Guo: Cina, il grande balzo

Testo e foto di Federica Lipari

Punto di partenza:


Pechino
Punto di arrivo:

Shanghai

Durata:


21 gg.

Mezzo di trasporto:


pullman

Difficoltà:


nessuna

Prezzo:


3400 euro (compreso volo a/r da/per Italia e voli interni. Hotel a 4 o 5 stelle: spesa media 120-130 euro per la camera doppia; pasto medio in ristorante di buon livello 10 euro, in ristorantini 3-4 euro)

La Cina è un vero viaggio, nel senso che rappresenta una realtà che costringe il nostro sguardo a un continuo adattamento. Il Paese non è fisicamente ammaliante, non almeno come ce lo aspettiamo noi europei, cullati dalle immagini esotiche della Grande muraglia o della Città proibita. Inquinatissima, caotica, superaffollata, la Cina mette a dura prova il nostro spirito di adattamento. Ma è giusto che sia così, perché è solo così, riadattandoci a una realtà per molti versi spiazzante, che si può provare a capire qualcosa di quanto stiamo vivendo. E a comprendere lo spirito di un popolo mai domo, industriosissimo e geniale, pieno di contraddizioni, a cavallo fra disarmanti semplicità e inarrivabili complessità. Come il loro alfabeto: dietro ogni ideogramma c’è un pezzo di storia cinese e la chiave per comprendere la loro filosofia. Poi, certo, le grandi e purtroppo rare bellezze sopravvissute ad anni di distruzione e incuria ci colpiscono. Ma sono soprattutto i cinesi ad affascinare, il loro muoversi continuo da un passato che ancora resiste nelle campagne, apparentemente remoto e immutabile, ad un futuro che ha il volto di acciaio e vetro di Shanghai, ideale punto di arrivo dell’ultimo Grande balzo della Terra di mezzo.

Seconda parte dell'itinerario >>

1° giorno:

Italia - Pechino (volo)
lanterne
lanterne

Succede spesso di osservare che gli splendori dell’arte antica sono protetti con materiali e strutture poco dignitose, adatte solo a preservarli dalle intemperie. Anche l’Esercito di terracotta a Xi’an , in Cina, pare sia nascosto da una tettoia deturpante, dice qualcuno. Ed è così che una serie di casualità e invisibili coincidenze guidano i nostri passi alla prossima meta: Zhong Guo, la Cina. Nella traduzione letterale, Il Regno di mezzo, ma anche il Crocevia, l’Impero che è stato sempre al centro del mondo – se si esclude il periodo successivo alla caduta dell’ultima Dinastia – e che adesso torna a riprendere il suo ruolo internazionale grazie alla sua importanza strategica e, soprattutto, economica. L’aereo parte da Roma verso sera e ci porterà a est, nel lontano Oriente.

2° giorno:

Pechino (Beijing)

Dopo circa 10 ore di volo atterriamo nella grigia Pechino. La pioggia è appesa a nuvole cariche di umidità e si scatena di lì a poco con un corredo di tuoni e fulmini. In tutta la Cina ci sono1,3 miliardi di abitanti, 14 milioni solo a Pechino e circa la metà deve essersi data appuntamento all’aeroporto stamani, a giudicare dal bagno di folla che ci attende all’arrivo. Il problema di questa città è il traffico. E non è una citazione. Tre milioni di vetture e i lavori in corso in previsione delle Olimpiadi del 2008 producono un bel flusso di auto. E di inquinamento, tanto che il governo ha deciso di mettere all’asta le targhe, come misura preventiva per disincentivare l’uso dei veicoli privati.
Il pulmino ci accompagna all’hotel (Hotel Park Plaza, 5 stelle, 97 Jin Bao Jie Dongcheng Qu ), nella seconda cinta stradale: pieno centro città, Pechino ha ben sei circonvallazioni!

Le distanze in Cina non sono aspetti da prendere alla leggera. Il Tempio del cielo si trova a una ventina di minuti dal nostro hotel, in pullman ovviamente! L’ingresso è segnato da un parco pubblico, verde e umido in questa stagione, nel quale si snoda il Grande corridoio che porta al Tempio. Percorrere questo porticato nel pieno del pomeriggio equivale a calarsi in uno spaccato di vita dei pechinesi. Le gallerie di legno colorato sono popolate da centinaia di persone; sulle balaustre si giocano interminabili partite a carte, si lavora all’uncinetto o si fabbricano borsette di perline colorate, il tutto accompagnato dalla colonna sonora di uomini e donne che cantano al suono di fisarmoniche e strani strumenti a corda.

Siamo appena arrivati e sembra già di essere dentro un film di Zhang Yimou. Al termine del corridoio, una porta dà accesso al Tempio vero e proprio: un largo spiazzo con al centro un padiglione circolare suddiviso in tre piani, a rappresentare la Terra, l’Uomo e il Cielo. Altri padiglioni rettangolari intorno, tra cui spiccano quelli dello Ying e dello Yang, fondamento della filosofia taoista. I tetti sono blu mentre le decorazioni sono declinate sui toni del verde, dell’azzurro, dell’oro su un fondo rosso cupo. Il motivo principale è il Drago, simbolo dell’imperatore. Ma ecco che facciamo appena in tempo ad ammirare tanta magnificenza – era pur sempre il luogo dove l’imperatore si recava da solo per pregare gli dei per un buon raccolto – che, annunciata da un cielo gravido di umidità, arriva una pioggia torrenziale. “Omblelli, omblelli!”, gridano gli ambulanti in nostro onore quando, ormai zuppi fino alle mutande, riusciamo a guadagnare la scaletta del nostro autobus. E subito siamo di nuovo imbottigliati nel famigerato traffico di Pechino.

Dopo cena – pasto che non merita particolare menzione poiché di tipo internazionale – la stanchezza è molta, ma la curiosità ha come sempre il sopravvento. Perciò usciamo a fare due passi. A qualche isolato dall’hotel c’è il centro commerciale, e non solo. Caldo umido quasi tropicale, nebbiolina marrone-grigiastra che offusca le cime dei palazzi più alti, insegne al neon in caratteri cinesi, coloratissime, perfino pacchiane. Camminando con il naso per aria, rapiti come bambini al luna park, ci ritroviamo in mezzo al mercato notturno. Precisamente, bancarelle dove si frigge di tutto: frutta, spaghetti, ravioli. E poi in Cina ogni cosa che si muove, è noto, è commestibile, quindi ecco aprirsi davanti ai nostri occhi ogni genere di carne, su zampa o meno, saltellante o strisciante: spiedini di cavallette, millepiedi, cicale, bachi da seta (in bozzolo), scarafaggi, scorpioni oversize, serpenti, perfino squaletti, cavallucci e stelle marine. Ci sono anche gigantesche lumache vive, ma ormai chi se ne accorge, sono poco esotiche in mezzo a tutto questo ben di dio. I venditori agitano gli spiedi sotto il naso degli stranieri divertiti e un po’ inorriditi, scatti di flash, ma tanta attenzione non sempre è seguita dal coraggio di assaggiare quello che i cinesi sgranocchiano passeggiando con la famiglia lungo il marciapiede. Poco più in là, attraversata la piazza, ecco l’altra faccia del Paese: un grande centro commerciale, molto occidentale nella struttura architettonica e nella merceologia. Sei piani collegati da scale mobili in alluminio lucente, ascensori trasparenti, negozi di abbigliamento, qualche marchio europeo. Ecco la Cina: il gigante a due velocità.

3° giorno:

Pechino

Vocabolario minimo: nihao=ciao; niao = pipì (attenti alla pronuncia); za’chien = arrivederci; scié scié = grazie; pijo = birra
drago
drago

E con questo le necessità primarie sono soddisfatte, basta non fare caso a come si sganasciano i cinesi per via della nostra pronuncia: chissà cosa abbiamo detto, in realtà. E poi il linguaggio dei gesti è sempre universale… beh, diciamo abbastanza universale. Per esempio, se un cinese ti agita sotto il naso una mano atteggiata a corna, con solo il pollice e il mignolo estesi e il resto a pugno, non ti sta insultando ma indicando il numero sei. Andiamo oltre.

Piazza Tienanmen, la Piazza della Pace celeste. 800 m per 600, probabilmente la più grande del mondo, almeno così sostengono qui, davanti allo Zocalo di Città del Messico e alla Piazza rossa di Mosca. Immersa nella nebbiolina creata dall’umidità, lo spazio è talmente grande che non se ne vedono i confini. Circondata dai palazzi governativi e dal Museo nazionale di storia, ospita al centro il Monumento agli eroi voluto da Mao e il Mausoleo del Grande timoniere, dove migliaia di persone ogni giorno visitano la salma del vecchio presidente ordinate in una fila composta e lunghissima che percorre tutta la piazza come un gigantesco drago. Di fronte, dall’altra parte della strada, un grande dipinto con il volto di Mao che sembra guardare benevolo la sua Repubblica popolare. Impossibile non ricordare le immagini degli studenti seduti per protesta sulla piazza nel 1989, accovacciati come adesso noi turisti. Ma l’epilogo fu drammatico e ancora non si conosce tutta la verità di quei giorni.

Passando sotto l’effigie di Mao si entra nella prima porta della Città proibita. Da nord a sud sono nove le porte di accesso alla reggia dell’imperatore, come nove sono i cieli sopra la sua testa, questo numero è simbolo di longevità. Fervono i lavori di restauro in vista delle Olimpiadi, odore di vernice e di lacca. Rosso, a simboleggiare la fortuna e la felicità. Verde, come la terra. Azzurro come il cielo. E oro: il colore dell’imperatore. Draghi e animali fantastici ornano i tetti delle pagode. Piano piano ci si addentra nel cuore della Città proibita: ecco i palazzi dell’Armonia suprema, dell’Armonia intermedia e dell’Armonia perfetta. Intorno si snodano 9999 stanze: per i funzionari, le concubine, gli eunuchi. Nove sono i draghi rappresentati sul muro del Palazzo della longevità, nove è il numero perfetto.

Lontano dal clamore dei Palazzi reali, affollati dai turisti, si aprono piccoli padiglioni che ospitano mostre di gioielli, capolavori di giada scolpita, strumenti musicali, qualche mobile, reliquiari lamaisti e perfino un Teatro dell’opera. Nel giardino, popolato di libellule e farfalle, finte montagnole per evocare spazi più ampi. Il Palazzo d’Estate o Giardino della Pace armoniosa fu costruito nel 1153, sotto la dinastia Jin e dedicato alla madre dall’imperatore Qianglong nel tardo 1700. Qui si rifugiò la corte imperiale durante l’invasione franco- inglese ai primi del ‘900. In mezzo al verde si distribuiscono pagode di dimensioni più ridotte mentre un camminamento di legno costeggia il lago su cui navigano pedalò e barche di legno ornate da teste di drago. I restauratori sono all’opera con piccoli pennelli per riportare agli antichi splendori le decorazioni lignee. Enormi fiori di loto spuntano dall’acqua per almeno un metro. Una moltitudine di turisti, in larga parte cinesi, invade il vialetto che costeggia il lago. L’insieme è dominato dal frinire quasi isterico delle cicale, che accompagnano il vociare incessante dei venditori di cartoline. Una leggera brezza rompe a tratti il fastidio dell’umidità, rendendo gradevole la passeggiata lungo le rive, fino alla grande barca di marmo e oltre.

Sostiamo una mezz’ora in una fabbrica di seta, dove si può assistere alla lavorazione, a partire dalla farfalla e dalle sue uova. I bozzoli, passati in acqua bollente, vengono svuotati del baco, che immaginiamo finire sugli spiedini del mercatino vicino all’hotel: come per il maiale, non si butta via niente. Ogni bozzolo dà un filamento appena visibile, un macchinario avvolge i fili di otto bozzoli per volta, ottenendone uno unico ma sempre sottilissimo. Invece i bozzoli più grossi, detti gemelli perché contengono due bachi, non si filano, si stendono a guisa di guanto. Più strati sovrapposti formano le imbottiture per le coperte: un prodigio inimmaginabile.

Segue il famoso Magazzino dell’amicizia per gli acquisti, prezzi buoni ma non proprio economici. Sono ormai le sei di sera, l’umidità intensa e la caligine si diffondono per le strade rendendo tutto appiccicoso. Qua e là una goccia di pioggia evapora in un soffio. Il quartiere degli hutong è l’angolo della cosiddetta città vecchia, quella sopravvissuta alle distruzioni e ricostruzioni, ai margini della Torre del tamburo e della Torre della campana. Il dedalo di viuzze strette dai nomi talvolta fiabeschi si percorre agilmente in risciò. Case basse in pietra grigia con un cortile al centro pieno di alberi, fiori di gelsomino e voliere per gli uccelli. Molte sono state sacrificate per far posto ai grattacieli finché il business ha deciso di investire sul vecchio e l’operazione ha funzionato, salvando gli hutong rimasti. Così ora, lungo il canale, tante rificolone rosse illuminano altrettanti locali, molto alla moda tra la gioventù di Pechino. Anche l’antica Strada dell’oppio, che ospitava un vecchio mercato, adesso è costellata di negozi di artigianato e di moda, questi ultimi spesso estranei alla Cina. Ma a una certa ora compaiono i venditori ambulanti di spiedini. Quelli con i bachi di cui sopra, tra l’altro.

Appena ci si discosta dalle vie più turistiche, gli hutong piombano nel buio della sera. Qualcuno esce un po’ discinto dai bagni pubblici: le case non hanno servizi all’interno, è dunque più che comprensibile che i giovani preferiscano le comodità dei moderni ancorché anonimi grattacieli. Visitiamo una casa dove una signora in pensione arrotonda le entrate ricevendo i turisti. La cucina a gas e la stanza da letto adiacente sono di dimensioni molto ridotte. Il locale più vasto è un salottino con sgabelli per tutti e decorazioni all’estremo del kitsch alle pareti, ormai annerite dall’umidità. Fiori finti e immagini di plastica colorata. Due enormi acquari ospitano pesci rossi e tartarughe. Ma le due televisioni hanno portato anche qui dentro lo spettacolo dell’Italia ai Mondiali e la signora ne parla volentieri. Eh, la globalizzazione!

Quando usciamo, il buio s’è fatto più fitto. Procediamo sotto una galleria di fronde sentendo solo il frusciare dei pedali del risciò, che ci deposita lungo una grossa arteria trafficata su cui grava il cielo grigio di Pechino. La giornata è stata così intensa che dopo cena non riusciamo ad allontanarci dall’hotel. Nemmeno per tutti i bacherozzi fritti del mondo!

4° giorno:

Pechino - Badaling - Pechino
incenso
incenso

Stamani usciamo da Pechino per andare a Badaling, località che dà accesso a una parte della Grande muraglia. La strada è un po’ lunga e a tratti abbastanza trafficata, per uscire da Pechino ci vuole il suo tempo... Di tanto in tanto la giovane guida ci intrattiene con i suoi racconti sugli usi e costumi cinesi. Compirà 24 anni a settembre e fa parte di tutta quella vasta generazione di figli unici imposti dal Partito per regolare le nascite in una nazione così popolosa e difficile da sfamare. Fino a qualche tempo fa avere un secondo figlio comportava il pagamento di una multa. La legge però non era rispettata nelle campagne, dove servivano braccia per lavorare ed erano preferiti i maschi, ovviamente (è abbastanza nota la fine di molte bambine). Anche le famiglie appartenenti alle numerose minoranze etniche presenti in Cina, in quanto appunto minoranze, potevano avere più figli. In ogni modo, pare che in un prossimo futuro, questa legge verrà modificata e ogni coppia potrà avere due figli. I matrimoni in Cina non sono religiosi, tranne per le ridotte comunità musulmane e cristiane.

La maggioranza Han e soprattutto i membri del Partito comunista hanno l’obbligo di essere atei; la fede, se così si può definire, è confinata nel marxismo. A noi che veniamo da una cultura fortemente influenzata dalla religione può sembrare strana questa imposizione, ma a pensarci bene è un po’ come l’ora di religione, obbligatoria fino a qualche anno fa nelle nostre scuole: in entrambi i casi, una forzatura imporla per legge a tutti.

Abbandoniamo intanto i grattacieli per trovarci tra le verdi colline avvolte da una cortina di nuvole. Spunta un timido sole e qua e là compaiono i primi contrafforti della Grande muraglia. Il pullman arranca su una strada a due corsie, procedendo a passo d’uomo, incolonnato tra altri mezzi. Ed eccoci sotto il simbolo della Cina: migliaia di chilometri di muro difensivo (tremila, seimila, addirittura diecimila? Le guide si dividono su queste cifre), con i suoi merli, i camminamenti, le torrette di guardia, costruito per proteggere il Celeste Impero dalle invasioni dei popoli del Nord. Imponente. Ma non servì. I Mongoli riuscirono comunque a sfondare le difese. Adesso, in compenso, la fortificazione subisce l’assalto di migliaia di turisti ogni giorno, scaricati da centinaia di pullman, proprio come noi, solo che qui la maggior parte è cinese: un immenso fiume umano che si arrampica sulla Muraglia e, ammettiamolo, toglie un bel po’ di fascino al luogo. Meglio non visitarla d’agosto, mese nel quale i cinesi (proprio come noi) sono in ferie. Tra l’altro, la nebbia non aiuta ad avere una visione d’insieme della monumentale opera.

Scegliamo la strada più ripida nella speranza che sia anche la meno frequentata, ma per il primo tratto dobbiamo rassegnarci a camminare in coda. Pure i venditori ambulanti si sono arrampicati fin quassù e ogni due metri propongono magliette, quadretti e foto ricordo ai turisti. Poi, dopo qualche centinaio di metri di sudatissima arrampicata, la gente molla il colpo, troppa fatica e troppo caldo. Così gli ultimi tratti sono più gradevoli. L’opera ciclopica si snoda seguendo il profilo dei monti, in un saliscendi continuo. In lontananza la si ammira, sempre più piccola e sfumata nella nebbiolina, perdersi tra le montagne.

Sul versante opposto un fiume incessante di persone va e viene, mentre di lato, sul costone di una collina, spicca la nuova insegna per le Olimpiadi del 2008: One world, one dream, sembra Hollywood. Dal basso osserviamo il miracolo cinese, il gigante a due velocità, mentre la poca brezza di tanto in tanto riesce a far sventolare la bandiera rossa issata sulla piazza d’armi. Si pranza in un Magazzino dell’amicizia, con annessa fabbrica per la lavorazione di vasi cloisonné, artigianato importato dai francesi di cui i cinesi sono diventati esperti. Essendo un magazzino statale i prezzi sono piuttosto alti e non trattabili.

Al pomeriggio l’afa diventa più intensa e la foschia si diffonde tra gli alberi che costeggiano la Via Sacra che conduce alle Tombe degli imperatori Ming. La strada è fiancheggiata da statue di pietra che rappresentano prima animali, ognuno dei quali è portatore di una virtù, quindi Mandarini e alti funzionari. Le cicale friniscono, mentre un sole lattiginoso riesce a filtrare tra la spessa coltre di foschia. Quando arriviamo alle Tombe dei Ming è quasi ora di chiusura, per fortuna, e riusciamo a visitare il sito senza essere eccessivamente pressati dalla folla. Il luogo fu scelto dagli imperatori Ming poiché rispondeva alle leggi del feng-shue, ovvero il vento e l’acqua, disciplina in base alla quale viene decisa la disposizione di una stanza, o di una nuova costruzione, accordandola con i punti cardinali, i flussi elettromagnetici, la presenza dell’acqua eccetera. La piana dove si trovano le sepolture è protetta, appunto, da un semicerchio di montagne e l’acqua scorre nella direzione adatta per non allagare le tombe. Ma tanta attenzione non le mise al riparo dalla furia delle Guardie rosse che, negli anni della Rivoluzione culturale, hanno distrutto tutto ciò che potevano degli antichi splendori. Adesso, il business del turismo ha imposto dappertutto il recupero dei reperti storici, ma gli interventi di restauro spesso sono molto pesanti e non si accordano con le prassi internazionalmente riconosciute. Le porte di accesso si susseguono, ospitando alcuni tesori d’oro e giada ritrovati nell’unica tomba scavata, finché si giunge a una porticina solitaria, detta dello Ying e dello Yiang, ossia dei contrari: uomo-donna, vita-morte. La superstizione vuole che per accedere alle tombe gli uomini aggirino la porta: passarvi sotto equivarrebbe a morte certa! Al ritorno, invece, la si attraverserà, rientrando così nel mondo dei vivi. Non siamo superstiziosi, ma perché sfidare le vecchie credenze? Obbediamo tutti disciplinatamente.

Al ritorno, ancora, restiamo imbottigliati nel traffico dei mezzi pesanti diretti in città. Stasera la cena prevede una specialità pechinese: l’anatra laccata. I cuochi arrivano tutti insieme con i loro carrelli su cui risplendono anatre intere, cotte secondo un procedimento che rende la pelle lucida, gonfia e croccante. Come se dipingessero invisibili ideogrammi, agitano nell’aria una piccola mannaia e in un attimo l’anatra è a fettine sul piatto di portata. Il procedimento per mangiarla, così come il taglio, è un vero rito: da un cestino di vimini si prende un sottilissimo disco di pane, poi lo si farcisce con porri, anatra e salsa di soia, lo si arrotola e buon appetito! Facciamo quattro passi, giusto per aiutare la digestione.

Il mercatino degli insetti fritti sta smobilitando, il pavimento del marciapiede è scivoloso per via dell’acqua insaponata gettata per pulire i residui dei cibi consumati passeggiando. Vicino all’albergo una gru sta scaricando materiale edile da un camion: la squadra di muratori che farà il turno di notte ha appena preso servizio, prima del 2008 deve essere tutto completato. Accanto al cantiere, prefabbricati di lamiera ospitano gli operai che vivranno qui per tutta la durata dei lavori. L’aria è così calda che gli stretti cubicoli degli alloggi devono essere roventi e la squadra che ha appena finito il turno dorme all’aperto, in mutande, stesa su un tetto di lamiera. Stanotte pioverà, ma i lavori per le Olimpiadi dovranno finire per tempo, costi quel che costi. Lo stadio, i nuovi edifici del centro, le otto linee della metropolitana. La Cina sarà pronta, c’è da scommetterlo, per l’evento mediatico mondiale. E gli operai che ora dormono all’aperto avranno contribuito al miracolo per pochi soldi. Ma non dimentichiamo che per loro è comunque uno stipendio garantito e sul lavoro, qui, non sputa sopra nessuno. Tutti sono dispostissimi a fare sacrifici per noi inimmaginabili.

5° giorno:

Pechino - Xi'an (volo)


lama
lama

Negli ultimi anni il Partito ha riscoperto l’opportunità di una certa apertura alla cultura tradizionale cinese. Fra i tanti aspetti, quello religioso sta conoscendo una nuova libertà. A Pechino si può quindi visitare il Tempio lamaista. Ma occorre fare una distinzione tra il Buddhismo del Dalai Lama (Il Mare di Conoscenza), inviso al governo per la sua spinta indipendentista, tuttora esiliato nell’India del Nord, nell’Himachal Pradesh, e il Buddhismo del Panchen Lama (Il Mare di Saggezza), allineato al Partito e residente a Lhasa, capitale della Regione autonoma del Tibet. In entrambi i casi a Pechino si parla di Buddhismo come di una setta religiosa, creando una spessa cortina che tiene lontana tutta la millenaria spiritualità dell’Asia. Ma dentro il Tempio lamaista l’atmosfera che si respira è autentica. La costruzione è identica ai padiglioni della Città proibita, poiché si trattava in origine di una dimora imperiale che, nell’epoca Ming, fu adibita a convento per i monaci tibetani, una scelta indotta soprattutto da ragioni diplomatiche. Gli imperatori dell’epoca, evidentemente, erano più lungimiranti rispetto ai membri del Pcc. Dentro grandi bacini di ferro bruciano decine di bastoncini di incenso, i fedeli pregano inchinandosi ripetutamente o facendo girare le Ruote della preghiera. Nelle sale che si susseguono sono ospitate statue del Buddha Sakyamuni, degli Angeli guardiani, di bonzi e di bodysattwa. Dai soffitti pendono le bandiere dai cinque colori che rappresentano gli elementi naturali e che sono il simbolo del Lamaismo. Notevole, nell’ultimo padiglione, una statua intagliata in un unico tronco di sandalo alto 26 metri.

Sostiamo un po’, osservando i fumi dell’incenso spessi e profumati, mentre una melodia che ripete ossessivamente il mantra principale del Buddhismo, om mani padme hu, esce da una botteguccia di souvenir religiosi. Il pranzo sarà alle 11,30 e anche se non abbiamo fame non riusciamo a rinunciare a un assaggio di ognuna delle innumerevoli pietanze che vengono disposte sul tavolo girevole. Nel primo pomeriggio parte l’aereo che ci porterà a Xi’an. Almeno, dovrebbe farlo. Al momento del decollo, infatti, si scatena un temporale con i fiocchi, un colpo di vento costringe il velivolo a una brusca frenata e a un rientro precipitoso per una verifica di freni e pneumatici. Un moderato panico si diffonde fra i passeggeri, ma cerchiamo di dissimulare. Dopo un’ora si parte davvero: yuppie!

Xi'an fu capitale dell’Impero per tremila anni, nel periodo in cui la Cina conobbe il massimo splendore, dall’unificazione dei vari regni alla cultura che diede vita al pensiero di importanti maestri (tra cui Confucio), al commercio lungo la Via della Seta che attraversava l’India, il Pakistan, l’Iran, la Turchia e i Balcani per approdare a Venezia portando con sé spezie e stoffe preziose. Insomma, la provincia di Xi’an (La Pace dell’Ovest) fu più di altre aree della Cina al centro della Storia, quella con l’iniziale maiuscola. Adesso l’antica capitale conta sette milioni e mezzo di abitanti e quattro fiorenti poli industriali distribuiti in periferia.

Anche qui il problema principale è il traffico e pure stavolta non è una citazione. Come spiega bene la nostra guida, coniando una frase che diventerà uno dei leit-motiv di tutto il viaggio per la sua efficacia icastica e riferendosi agli attraversamenti pedonali: “Attenzione, qui, tu passi, loro non fermano”. Ed è vero! Considerato il flusso costante di mezzi, è andata anche bene: a fine giornata sono stata colpita solo da una bicicletta sospinta a mano da una ragazzina.

La città è ancora cinta dalle sue mura, alla sera sono illuminate con lucine e lanterne rosse di carta di riso. Ai cinesi piacciono molto le fontane e questo loro amore smisurato per i giochi di luce e d’acqua può essere ammirato ogni sera, alle nove, sulla piazza davanti alla Pagoda dell’Oca selvatica. A tempo di musica enormi fontane colorate formano coreografie con getti d’acqua talvolta vertiginosi. La gente ama stare all’aperto, divertirsi cantando nelle piazze o ballando su antiche melodie della tradizione popolare, tra le rificolone (lanterne di carta di riso), agitando ventagli colorati sotto le sagome illuminate di grattacieli stile New York. Ecco nuovamente la Cina delle due velocità: i negozi delle grandi firme europee (italiane soprattutto) e i venditori di frutta candita, di trottole e aquiloni. Oltrepassata la piazza con le Torri del Tamburo e della Campana si passa nel quartiere musulmano, che ancora alle dieci di sera è pieno di vita. Risciò a motore, bancarelle di souvenir e tantissimi ristoranti che cuociono kebab fumanti sui marciapiedi.

A Xi'an pernottiamo all'Hotel Gloria Plaza (15 Yanta Beilu).

6° giorno:

Xi'an
guerriero di terracotta
guerriero di terracotta

Un’antica abitudine dei cinesi, per fortuna conservata almeno dagli anziani, è praticare esercizi di Tai chi alla mattina. Nel parco intorno al padiglione della Piccola Oca selvatica tutte le mattine si riuniscono gruppi di persone, uomini e donne, generalmente in età, per praticare questa disciplina che unisce esercizi ginnici a grande concentrazione. Da soli davanti a un albero o in gruppi con la guida di un maestro, in ogni piazzola qualcuno si esercita a tempo di musica. Si tratta di vere e proprie danze, a mani nude, con le spade o con i ventagli rossi di carta che si aprono ritmicamente. Sempre nel parco, una grande campana può essere suonata 3, 6 o 9 volte secondo che si voglia ingraziarsi la sorte o acquisire ricchezza, due desideri che spesso coincidono. Si suona dietro pagamento di una cifra modesta, per molti rappresenta una sorta di investimento.

Percorrendo le mura si giunge a un tempio detto Foresta delle steli, allestito su un vecchio tempio confuciano. All’interno sono esposte steli che riproducono vari tipi di calligrafie: la prima riporta un pensiero di Confucio improntato alla pietà filiale e fondamento della sua filosofia. La scrittura cinese è un pittogramma - ogni carattere esprime un concetto - attraverso i quali è possibile ricostruire la cultura millenaria di un popolo. Affascinante iniziare a capirne il segreto ed entrare in un mondo profondo, raffinato e unico. Gli ideogrammi complessivamente sono 150 mila, un cinese colto ne conosce almeno 4-5 mila. I cinesi danno una grande importanza all’istruzione: saper scrivere bene significa poter trovare un buon lavoro e guadagnare di più, questo l’insegnamento del padre della nostra guida. Abbiamo provato anche noi a decifrare gli ideogrammi più comuni, insieme di disegni stilizzati, complicati da realizzare: questo spiega perché la calligrafia sia diventata un’arte.

Xi’an è anche rinomata per la giada, la giadeite in particolare, molto dura (8,6 nella scala di durezza) e pregiata, quasi come il diamante. La più preziosa è quasi bianca, con inclusioni di minerali che ne cambiano il colore nel tempo. Un oggettino di modeste dimensioni può costare fino a 500 euro. I soprammobili raggiungono i 2 o 3000 euro e oltre. Nel laboratorio della fabbrica di Stato alcune operaie lavorano con piccole mole a pezzi di rara maestria, da un blocco unico sono capaci di ricavare una Sfera della felicità, composta da sei-sette sfere concentriche, e mobili. Sugli scaffali questi oggetti hanno un prezzo irraggiungibile per molti di noi. Chissà quanto guadagneranno le operaie, che lavorano in una piccola stanza rinfrescata da un ventilatore e senza finestre. Andiamo a pranzo in un ristorante munito di sala teatrale: si pranza in platea, primo settore per la precisione. Qui fanno gli spaghetti di grano a mano: il cuoco allunga e divide la pasta e magicamente ottiene taglierini che si moltiplicano, assottigliandosi a ogni movimento. Cuociono in un attimo e vengono serviti con brodo di maiale e ragù. Ottimi.

Xi’an è famosa nel mondo per l’Esercito di terracotta, costruito per volontà del Primo imperatore della dinastia Qin, che unificò la Cina a partire dai sette Stati combattenti. Il sovrano, in realtà, avrebbe voluto essere seppellito con tutto il suo esercito, ma i dignitari lo convinsero che non era una buona idea: nel giro di pochi anni l’esercito sarebbe stato mangiato dai vermi. Meglio realizzarlo in terracotta, in scala 1:1, anzi ancora più grande e possente di un vero esercito. L’Imperatore trovò opportuna l’osservazione, i soldati sospirarono di sollievo e, immaginiamo, portarono in trionfo chi si fece venire la brillante idea. Si diede dunque inizio alla costruzione di un esercito in terracotta completo di fanti, generali, arcieri, cavalli e armi vere. Queste ultime, purtroppo, furono utilizzate dal figlio del Primo imperatore che, inabile a governare il suo Stato, finì in guerra pochi anni dopo la sua ascesa al trono: ma il furto non gli portò fortuna, il sovrano perse la guerra e finì in rovina, la Cina, appena unificata dal padre, fu di nuovo divisa.

La collina che servì da sepoltura all’imperatore e i fossati che ospitano il suo esercito rimasero nascosti per anni finché un contadino nel ’74, scavando un pozzo, trovò una testa. Inizialmente si spaventò, pensando ai fantasmi: poi divenne famoso per la sua scoperta. Oggi per pochi yuan governativi si fa fotografare e rilascia autografi ai turisti. Attualmente sono tre i fossati scavati. Il primo regala un’emozione indicibile. E persino la copertura non ci pare così male! Le statue finora ritrovate sono seimila, alte in media un metro e 80, ognuna con una faccia diversa. Tutti schierati, gli esterni guardano ai lati. Anche i cavalli sono di dimensioni reali. Pettinati, vestiti con l’uniforme del rango, questione di un attimo e potrebbero mettersi in marcia, tanto sembrano reali. Mancano solo le armi e i colori: il contatto con l’aria li ha cancellati. Uno dei problemi in materia di conservazione dei beni culturali è l’assenza di archeologi preparati: in Cina spesso non sanno come conservare ciò che trovano. Per questo procedono con grande timidezza nelle campagne di scavo. Solo da pochi anni accettano la collaborazione di esperti stranieri. Negli altri due fossati sono state trovate statue di generali dalle fattezze mongole e arcieri che ora sono conservati dentro teche di vetro, bellissimi e perfetti nel dettaglio delle vesti, delle acconciature e perfino della suola delle calzature. Pronti anche loro a scoccare le frecce. In un quarto fossato sono stati rinvenuti due carri in bronzo, di un quarto della dimensione reale, quattro cavalli ciascuno, dai finimenti d’oro. E ancora molto giace sotto i nostri piedi. Speriamo che presto riescano a portare alla luce questa gigantesca opera d’arte voluta dal Primo imperatore e costruita secondo la filosofia del feng-shue, con le montagne alle spalle e il fiume d’acqua calda che scorre sotto la testa del sovrano.

A sera visitiamo la Pagoda dell’Oca selvatica, così chiamata per una leggenda ispirata da un viaggio compiuto in India dai monaci cinesi, che là si erano recati per approfondire la conoscenza del Buddhismo. A quest’ora il luogo sacro sta per chiudere. I monaci, vestiti di grigio, chiudono piano le porte del templi dopo il nostro passaggio, spengono e raccolgono le candele rosse che i fedeli hanno portato nel corso di tutta la giornata e si intrattengono in quiete conversazioni passeggiando nei vialetti. Alcune bacchette d’incenso finiscono di ardere nel grande braciere davanti al padiglione del Buddha Sakyamuni. Bassorilievi in giada narrano la vita del Buddha, la nascita, la scoperta del dolore, il pensiero. La vita nei templi in Asia è sempre molto serena e pacifica, sembra di entrare in un’altra dimensione, è piacevole sostare qui e assecondare il silenzio e la lentezza. Fuori, sulla piazza, ferve la vita. Finito il lavoro la gente si riunisce e passa il tempo giocando a carte o chiacchierando mentre i bambini fanno volare gli aquiloni. Le vecchine passano a ritirare bottiglie di plastica vuote come se fossero tesori. Da qualche giorno le conserviamo apposta per dargliele, sono così contente e, ci fanno capire a gesti, probabilmente il comune le paga per questa sorta di raccolta differenziata.

Dopo cena è il momento del primo vero “tarocco” cinese. E non si tratta di un’arancia. La Cina è famosa per i suoi falsi d’autore che invadono il mercato occidentale a discapito delle grandi firme. Anche se chi li compra probabilmente non è mai entrato, né mai entrerà, in un negozio di Louis Vuitton o di Gucci. E quindi l’industria della contraffazione non danneggia nessuno. Ma da quando la Cina si è aperta al mercato globale le è stato chiesto come garanzia l’azzeramento dei prodotti taroccati. Quindi tutti i negozi e i magazzini sono stati chiusi. Almeno formalmente. Perché ora il mercato del falso può arrivare direttamente a domicilio; nella fattispecie, grazie agli uffici della nostra espertissima guida, sbarca al 26° piano del nostro hotel, direttamente nella nostra stanza. Siamo tutti riuniti, seduti sui letti, tra i nostri bagagli messi a posto alla meglio, in attesa del lieto evento. I due venditori sono marito e moglie e si palesano con due borsette e una valigetta di orologi. Tanto per aprire l’appetito. Poi entra il grosso della mercanzia dentro tre valigioni e in un attimo i letti sono invasi di griffe. Non abbiamo mai imparato tante cose sulla contraffazione come stasera: tipo che le borse di Louis Vuitton devono avere un buco sulla linguetta della cerniera! Eh si, per comprar tarocchi bisogna essere preparati, mica si può improvvisare: finisce che ti ritrovi con la cerniera in mano. Poi scoppia un temporale, sia fuori che nella stanza. Non ci si accorda sul prezzo. Il venditore è un osso duro, ha voglia la guida a dire che i cinesi del Nord parlano così, con questo accento deciso: è proprio arrabbiato; la moglie invece è dolcissima. Fosse per lei, la contrattazione sarebbe più morbida e l’affare già concluso. Alla fine torna il sereno, ma il business è stato magro: vengono acquistati solo tre borse e un portafoglio. Noi, comunque, da osservatori non partecipanti ci siamo divertiti moltissimo. Non c’è che dire: questa Cina è un paese col botto. Nel bene e nel male.

7° giorno:

Xi'an - Xianyang - Xi'an
teatro tradizionale
teatro tradizionale

Ci spostiamo alla periferia della provincia di Xi’an per raggiungere la città di Xianyang. Appena lasciato il centro i grattacieli diradano fino a scomparire, rimane solo il traffico disordinato, ma al posto delle auto compaiono le famose biciclette che hanno popolato l’immaginario collettivo sulla Cina. Botteghe aperte sulla via, pentoloni che cuociono incessantemente cibi al vapore, un cuoco sul marciapiede impartisce la lezione a una quindicina di allievi muniti di berretto bianco. Gente seduta sugli usci. Nelle vie laterali si aprono i mercati ortofrutticoli, bancarelle lungo strade sterrate piene di fango, bambine con visi di porcellana in abiti di organza con le ali di tulle appuntate sulla schiena. Fabbriche. Una grossa centrale a carbone, con due ciminiere che si perdono nel cielo sempre grigio. A Xianyang c’è un museo che raccoglie una bellissima collezione di oggetti dell’epoca Han, Qin e Tang. Un esercito completo, ma di dimensioni molto ridotte, e statue di cavalieri e musicisti che hanno conservato i loro colori originari.

Chan He, a ovest di Xi’an, è una collina che, contemplata da lontano, ricorda un corpo di donna adagiato sulla valle. Qui sono sepolti il Quarto imperatore della dinastia Tang e l’imperatrice sua moglie. Le tombe ovviamente sono chiuse, ma si può percorrere la Via sacra fiancheggiata da statue. In fondo, un gruppo di guardiani di pietra decollati probabilmente durante la Rivoluzione culturale. Sotto il livello della strada i contadini costruiscono le loro case scavando vere e proprie grotte. Ambienti piccoli e freschi, le stanze si articolano intorno al cortile. A guardia di ogni casa un cane che abbaia al nostro passaggio, quasi sempre un pechinese. Un po’ ce lo aspettavamo. Letteralmente sotto una trattoria locale si apre la tomba di una giovane principessa. La galleria è affrescata con splendidi dipinti, ai lati, dentro nicchie vetrate, sono esposti gli oggetti di terracotta che componevano il suo corredo, in fondo alla lunga galleria c’è il grande tumulo. Purtroppo non sono state adottate misure di conservazione adeguate. L’aria calda che entra dall’esterno e i microbi stanno distruggendo gli affreschi, uno strato di goccioline di condensa finissime copre tutto. Fra qualche anno di tanta bellezza non rimarrà più nulla, a meno di un miracoloso intervento di restauro.

Ma la scoperta archeologica più recente è il ritrovamento di un piccolo esercito di terracotta che circonda la sepoltura del Quarto imperatore della Dinastia Han (Liu Qi?). Le statuine sono molto più piccole rispetto a quelle del Primo imperatore, alte solo 64 cm, ma ci sono uomini e donne, stoviglie e animali da allevamento. Solo dall’aprile 2006 si possono visitare il museo e alcune fosse e noi, ovviamente, ci precipitiamo! Le statue sono nude e senza braccia. Gli abiti di seta e gli arti, probabilmente di legno, sono andati distrutti nel tempo. Molte statue sono state portate nel museo, ma le fosse principali sono state coperte di lastre di vetro sulle quali si può camminare ed è come trovarsi protagonisti dello scavo archeologico. Le statue, gli animali, i carri stanno emergendo dalla terra esattamente come erano stati disposti più di 2000 anni fa.

Ritorniamo in città a sera, nel grigio della caligine dovuta all’inquinamento. La Cina è un paese in costruzione, il numero delle gru è impressionante e sono tutte al lavoro. Su ognuna sventola la bandiera della Repubblica Popolare. I grattacieli svettano verso il cielo, ipermoderni, accanto a catapecchie basse che ricordano un passato da cui i cinesi stanno cercando di affrancarsi con la massima rapidità. Ma il gigante a due velocità non si limita a correre verso il boom, sta anche cercando di riportare alla luce le tradizioni che hanno rischiato di essere cancellate durante la Rivoluzione culturale. Perché conviene, certo, ma anche per non perdere definitivamente la propria identità nazionale con l’ingresso nel mercato globale. A tenerla viva, a Xi’an, c’è appunto il teatro-ristorante: un tempo ci andavano gli operai con ancora indosso le tute da lavoro, gratuitamente, a guardare gli spettacolo sorseggiando una tazza di tè o mangiando una scodella di riso, adesso è pieno di turisti, cinesi e no.

La cena propone un assaggio di ravioli al vapore, ce ne sarebbero di 108 tipi diversi, ma ci accontenteremo di provarne una quindicina: di carne, di pesce, di verdura, in brodo, inzuppati in un quartetto di salse saporite. Alle 20.30 inizia lo spettacolo di danze e canti ispirati alla tradizione della dinastia Tang. Il teatro è una bomboniera, (Tang Dynasty Theatre Restaurant, 75 Changan Road, Xian; prezzo 20 euro compresa una consumazione) gli orchestrali, soprattutto donne, indossano i costumi dell’epoca. Il corpo di ballo sfoggia una tecnica fantastica, a metà fra la danza classica, quella di carattere e quella acrobatica, con evoluzioni degne di contorsionisti. E gli abiti di seta dai colori sgargianti, le luci, le musiche. È qualcosa che esce dall’immaginazione. Sembra di entrare nel film “La foresta dei pugnali volanti”, c’è persino la danza dei veli che apre quel lungometraggio. Lo spettacolo è in crescendo, entra in scena direttamente dalla platea il corteo imperiale con tanto di sbandieratori. Suonatrici di liuto calano dall’alto nel tripudio del finale. Danze di guerrieri, il sogno dell’arcobaleno, suonatori di tamburi. La seta che vola disegnando arabeschi che subito svaniscono e i ventagli di piume. Usciamo dal teatro con gli occhi pieni di colori e di meraviglia. Alla televisione abbiamo visto un servizio sulle Olimpiadi del 2008: Zhang Yiimu curerà la regia della cerimonia di apertura. Dopo aver visto questo spettacolo, ne siamo certi, sarà assolutamente da non perdere!

8° giorno:

Xi'an - Chengdu (volo)

Voliamo nella provincia del Sichuan, dove si gusta cibo piccante: ci stiamo avvicinando all’area tropicale. Arriviamo nella cittadina di Chengdu in tarda mattinata e, per un disguido del pullman, siamo costretti a sostare a lungo in aeroporto, al ristorante appunto, dove si mangia molto bene. Giusto per sperimentare subito gusti nuovi.

La città non è poi così piccola, 4 milioni di abitanti nella zona centrale e 12 milioni in periferia. Qui c’è molto verde, siamo più a sud, compaiono le palme da banano. Le costruzioni sono più basse che altrove e l’architettura, pur essendo di stile socialista, è meno anonima che a Pechino. Anche Chengdu fu capitale per qualche tempo e fu chiamata la Città dei fiori di ibisco poiché l’imperatore li aveva fatti trapiantare ovunque. Chengdu è anche la porta cinese del Tibet, per strada compaiono i primi monaci con le loro vesti rosso cupo e la giacchetta gialla. Perfino il cielo ha smesso di essere grigio, siamo vicini alle montagne alte, è la zona dove vivono i panda. In città a ogni passo c’è l’immagine dell’orsetto bianco e nero, perfino sui paletti delle balaustre spartitraffico. L’insieme è grazioso e relativamente tranquillo. La gente sorridente e curiosa, è facile che qualcuno sosti vicino a noi per scrutarci e ascoltare il nostro strano idioma. In città si possono visitare alcuni luoghi interessanti soprattutto dal punto di vista naturalistico.

Il primo tempio non è religioso, fu dedicato all’eroe che unificò la regione, il generale Liu Bei, e ai suoi fratelli d’arme. I padiglioni sono immersi in giardini di bambù, tra laghetti di fiori di loto e bonsai. L’abilità di rimpicciolire gli alberi è un’invenzione cinese, si chiama penchin, l’arte del paesaggio in un vaso, i giapponesi l’hanno solamente copiata (tanto per cambiare). Un altro sito piacevole, soprattutto per il contesto in cui è immerso, è la Casa del poeta Du Fu. Patriota non originario di queste lande, ebbe una produzione straordinaria. La sua casa è meno interessante del giardino in cui si trova, immerso in altissimi fusti di bambù. E poiché il Sichuan è la regione dei panda e la pianta di cui si cibano in esclusiva è il bambù, non poteva mancare il Giardino di bambù, con ben 180 specie diverse e fiori di loto enormi. Bello che qui dentro ci siano numerose case da tè e, a sera, la gente si riunisca per giocare a carte o al domino cinese: il mejong. Le partite si svolgono a ogni tavolino, si puntano soldi e i giocatori sono così concentrati che a stento si accorgono di noi che li fissiamo incantati, cercando di interpretare il senso delle loro giocate. Appena fuori del giardino si trova il Ponte dalle nove arcate, non certo un’opera eclatante, ma nell’insieme gradevole.

Dopo cena, la passeggiata lungo il fiume è piacevole. In Cina appena c’è uno spazio all’aperto la gente si mette a fare qualcosa: si gioca a dama, a carte, si pratica Tai chi o si balla. I bambini scorrazzano, le donne agitano i ventagli. Ci fermiamo a osservare un gruppo di persone che sta danzando al suono di una grande radio. In un attimo coinvolgono anche noi. Sono indescrivibili le scene che facciamo per capirci, parlano solo cinese. Se abbiamo inteso bene ci danno appuntamento per domani sera alle 20, per ballare ancora. Difficile far capire loro che torneremo qui solo dopodomani. Ma si è fatto tardi, la compagnia si scioglie, la radio alle 22 viene tassativamente spenta per non disturbare il vicinato. Due signore ci accompagnano fino alla strada principale. Di che si parla? Impariamo a contare, a dire mano, occhi, bocca. Ridono molto delle nostre parole italiane e ancora di più quando cerchiamo di fargli dire la erre. Queste donne ci hanno tenuti per mano finché, giunti alla strada principale, non è stato il momento di salutarci. Sempre sorridendo. La dolcezza della Cina.

A Chengdu pernottiamo all'Hotel Tibet (10 Renmingbei Lu Jin Nui Qu).

9° giorno:

Chengdu - Leshan - Emei
panda durante l'attività preferita
panda durante l'attività preferita

Nelle montagne del Sichuan, come detto, vivono i panda, animali in via d’estinzione. Questi orsacchiotti sono molto delicati, nascono al massimo due cuccioli alla volta, ma in genere ne sopravvive uno solo. Inoltre sono molto più interessati al bambù che all’accoppiamento, sono terribilmente pigri, dormiglioni e golosi. Purtroppo il bambù ha un ciclo di vita stranissimo, può stare anche 10 anni senza ricrescere. È così che nei pressi di Chengdu è sorto un Centro di ripopolamento dei panda. Alle 8.30 del mattino ancora tutto tace. Si cammina dentro una folta galleria di bambù. Non ci sono gabbie, gli animali vivono in larghi spazi recintati, gli addetti stanno preparando la colazione: larghe fascine di bambù. Eccoli lì. Dormono ancora, soffici, morbidi, mollemente adagiati sui rami degli alberi. Hanno un sonno così profondo e il respiro lento che non si accorgono di tutta la gente che li circonda. Quello appollaiato più in alto, con una zampa mollemente dondolante al ritmo del suo russare e la bella testa bianconera incastrata fra i rami, è Gingin, mascotte delle Olimpiadi, cucciolo di due anni: se la dorme beato, totalmente insensibile alla sua fama. Nella nursery ci sono due neonati, grossi come il palmo di una mano, hanno un mese. Sono privi di pelo e resteranno nell’incubatrice finché aumenteranno di peso, adesso sono di pochi etti. Ci sono anche alcuni panda rossi, sembrano grossi procioni con la coda lunga a grandi cerchi, sono più piccoli e molto più vispi dei loro cugini. Già svegli, gironzolano per farsi la toilette. Verso le 9.30 è ora di colazione, il bambù riesce effettivamente ad attirare l’attenzione degli animali. Tutto quel ben di dio stuzzica l’appetito. Il panda mangia quasi sdraiato sulla schiena, le palle al vento: afferra i rami di bambù e li guarda con cupidigia, poi sceglie le foglie, le strappa e se le rosicchia beato. Ma tanto masticare stanca e spesso è costretto a fermarsi a rifiatare. Allora si accorge della gente che lo circonda e, tutto goduto, si guarda intorno: un mare di bambù, la pancia piena, l’altalena per dondolarsi e tutte quelle macchine fotografiche! Ci strizza gli occhi compiaciuto e sembra quasi sorridere, con uno sguardo molto più intelligente di quello di molti bipedi.

La strada che porta a Leshan attraversa le campagne con i terrazzamenti per le coltivazioni del tè. Ci vogliono un paio d’ore per arrivare. La città sorge alla confluenza di tre fiumi, in passato durante la stagione delle piogge erano frequenti le inondazioni, con morti e distruzioni. Durante l’epoca Tang il monaco buddista Hai Tong decise di dare l’avvio a un’opera gigantesca: un’enorme statua alta 71 m, messa a guardia del fiume. Il Grande Buddha. Andiamo fino ai suoi piedi con un barcone e, poiché fa molto caldo, dalla coperta ci spostiamo sul ponte, sotto un paio di ombrelloni che sembrano messi lì apposta per noi. La cosa ci dovrebbe insospettire, soprattutto quando il barcaiolo ci strombazza nelle orecchie con un potente altoparlante. La nostra presenza lassù non è gradita, ma non capiamo ancora perché. Tutto diventa chiaro quando due signorine dai modi spicci ci mandano via a spinte. Quello è il posto migliore per farsi fotografare con la statua ed è riservata a loro per le foto a pagamento. Eh, la Cina! Hanno trovato il modo di commercializzare tutto.

Una volta sbarcati, si può scegliere di salire fino alla testa del Buddha, attraverso una scalinata agevole che passa tra i bambù. In cima ci sono pagode per la sosta, una grande campana, la grotta dove visse il monaco e il monastero. All’interno le statue del Buddha e dei quattro Guardiani del Cielo. È l’ora della preghiera, i monaci suonano il tamburo e i campanelli e intonano canti, inginocchiandosi su cuscini di seta giallo oro. Ma è anche ora di andare. Lungo la strada, la pace del monastero è rotta dal vociare dei guidatori di risciò. Alle bancarelle ci si può ristorare acquistando coppette di anguria. La calura inizia finalmente a smorzarsi. Siamo diretti a Emei Shan, ai piedi della terza montagna sacra del Buddhismo: il monte Emei, appunto. L’hotel sembra una casa di cura, c’è pure l’ambulanza parcheggiata dinanzi all’ingresso. In effetti ci sono le terme, ma con questa nebbiolina non le abbiamo neanche viste. (Hotel Hong Zhushan, Baoguosi Emeishan).

10° giorno:

Monte Emei - Chengdu

Dopo il violento temporale notturno, ciuffi di nebbia sono rimasti impigliati agli alberi e la luce del mattino fa presagire il sole, finalmente. Saliamo con un pulmino su per la strada di montagna che porta alla funivia per il monte Emei. I cartelli stradali annunciano che la zona è popolata da scimmie, ma non se ne vede neanche l’ombra. I boschi di bambù e conifere sono ancora umidi di pioggia e l’aria è fresca. Quando arriviamo non vogliamo credere ai nostri occhi: come dice qualcuno, 1,3 miliardi di cinesi visti da vicino sembrano ancora di più! Una coda impressionante per salire sulla funivia si snoda per il paesello: non ce la faremo mai. Ma abbiamo sottovalutato l’efficienza cinese, quasi da catena di montaggio e, in un tempo ragionevole, eccoci stivati nelle piccole cabine diretti alla prima stazione, a 550 m di altezza. Ovviamente tutte le persone che ci precedevano, nella fila in basso, ora sono quassù e continuano a precederci lungo la scalinata che dà l’accesso al primo di una ventina di templi disseminati lungo il pendio della montagna: il Monastero della dedizione alla Patria, porta di accesso alla montagna sacra.

Costruito sotto la dinastia Tang e ristrutturato nell’epoca Kangxi, ospita un culto di chiara ispirazione indiana. Il gong risuona a ritmo regolare, nei bracieri ardono bastoni di incenso depositati senza sosta dai fedeli. L’aria calda dei fuochi sale al cielo facendo tremolare le immagini lontane. I padiglioni si susseguono e così i bracieri. I monaci suonano i tamburi scandendo gli inchini dei fedeli. Un gigantesco elefante bianco occupa con tutta la sua mole un’intera stanza. Nelle fontane pesci rossi e tartarughe, simbolo di abbondanza e longevità. Nei padiglioni a margine è fiorito il commercio di arte sacra, dischi e statuine. Il ritorno in discesa si fa a piedi, non è la passeggiata di montagna che ci si aspettava pensando alla strada dei monasteri che salgono fino a 3000 m, ma comunque è gradevole. Sulle bancarelle si vendono erbe mediche: radici di ginseng, angelica, semi e alghe. Lungo il sentiero c’è un gran viavai di portantine che trasportano turisti, asini da soma, uomini che si caricano qualunque cosa sulle spalle.

Facciamo rientro a Chengdu nel pomeriggio, c’è ancora un po’ di tempo per gironzolare e decidiamo di farlo da soli, muniti del bigliettino da visita dell’hotel con scritto in cinese: “Ti prego, riportami in questo albergo”, più o meno. In effetti in Cina si parla quasi nulla l’inglese tra la popolazione e prendere un taxi può essere problematico. Il portiere dell’albergo ne ferma quattro e dà l’indirizzo del luogo dove vogliamo andare. Siamo divisi dall’autista da una spessa grata di ferro, questo perché negli ultimi tempi si sono diffuse le rapine al coltello. La città è molto vasta e trafficata e naturalmente i taxi ci depositano in punti diversi dello stesso quartiere (e in genere le distanze da un capo all’altro di una piazza sono notevoli). Il gioco consiste nel ritrovarsi, adottando un certo criterio di ricerca per non mettersi a giocare a nascondino nelle vie del centro. Ci riusciamo brillantemente e avanza ancora un po’ di tempo per lo shopping.

Il quartiere antico è stato pesantemente ristrutturato e adesso ospita gioiellerie e sale da tè che esibiscono una signorina in vetrina intenta a fingere di versare la bevanda a tempo di musica. Infiliamo allora una via del centro dove non c’è neanche l’ombra di un venditore di souvenir. Riusciamo a capire in breve tempo che la moltitudine di ciclisti che ci piove addosso a ondate non ce l’ha con noi: è che stiamo camminando sulla pista ciclabile, ricavata all’interno di un ampio marciapiede. Oltrepassiamo i negozietti di scarpe che emanano odore di copertoni, botteghe di computer che non arrivano a costare 200 euro, ristorantini e baracchini della lotteria. Entriamo in un supermercato, stasera festeggiamo un compleanno e vorremmo comprare qualcosa da bere. Il costo degli alimentari è sorprendente: gli spaghetti di riso, che in Italia paghiamo 2,5 euro, qui costano 1,80 yuan, ovvero 10 centesimi. Salse di soia di tutti i tipi, buste con cibi non meglio identificati. Ma noi vorremmo una bottiglia di spumante, qualcosa con cui fare un botto: come spiegarlo alla commessa? Tiriamo fuori tutta la gamma di gesti e suoni che rappresentino la bottiglia che si stappa. Niente da fare. Sconsolati cerchiamo di cavarcela da soli. Su uno scaffale troviamo un bottiglione di vino rosé con tappo da spumante, almeno così ci sembra. Accanto, una confezione di liquore, in apparenza. Sarà un regalo a sorpresa: per la festeggiata e per noi!

Soddisfatti dell’impresa, torniamo in albergo grazie al magico bigliettino con la supplica che porgiamo al tassista. A fine cena arriva una gigantesca torta, tutta piena di panna e coperta di sciroppi colorati perfettamente aderente al gusto estetico cinese. Il vino è discretamente anonimo, ma il tappo ha fatto il botto e la schiuma ha bagnato i commensali. La grappa invece è di sorgo rosso e fa 52°, molto buona. Dopo cena andiamo in una farmacia tradizionale a comprare creme miracolose che rendono la pelle di porcellana come quella delle cinesi. Appena fuori c’è un mercatino di frutta e verdura: il pepe rosa, profumatissimo, spande il suo aroma nella strada. Botteghine di tè, frutta, pentole, qualche ristorante di strada con i cibi preparati ed esposti, da prendere e mettere a cuocere nel wok che si sta scaldando sulla fiamma di un fornelletto a gas. Le sere cinesi sono calde e sempre piene di profumi.

::::Cina

Itinerario 1


Zhong Guo: Cina, il grande balzo

Testo e foto di Federica Lipari

Punto di partenza:


Pechino
Punto di arrivo:

Shanghai

Durata:


21 gg.

Mezzo di trasporto:


pullman

Difficoltà:


nessuna

Prezzo:


3400 euro (compreso volo a/r da/per Italia e voli interni. Hotel a 4 o 5 stelle: spesa media 120-130 euro per la camera doppia; pasto medio in ristorante di buon livello 10 euro, in ristorantini 3-4 euro)

<< Prima parte dell'itinerario

11° giorno:

Chengdu - Dazu
lecca-lecca artistici a Dazu
lecca-lecca artistici a Dazu

Ancora un po’ di vocabolario: espressioni di cortesia; come stai? = NI HAO PA; eccellente = DIN DIN HAO; così così = MA MA HU HU

La strada che porta a Dazu, sempre nella provincia del Sichuan, sarebbe un’autostrada, ma le condizioni del fondo la fanno assomigliare di più a una statale dissestata. I lavori in corso determinano code infinite. In Cina quando ci si mette in viaggio bisogna calcolare almeno un’ora in più per via di inconvenienti vari, anche per spostarsi da un capo all’altro della stessa città. Dato il lungo percorso sostiamo in un autogrill, ma è un nome pomposo. I bagni sono in stile ancient régime: senza le porte. Vinto il primo imbarazzo seguiamo l’esempio delle donne cinesi e partecipiamo al rito collettivo. C’è un vantaggio: non bisogna gridare “occupato!”, si vede da sé.

Quando arriviamo a Dazu non c’è nemmeno un’anima per strada. La circostanza ci sorprende, ma intuiamo subito il perché non appena scendiamo dal pullman: questa zona è chiamata la padella della Cina, o il forno. La sostanza non cambia: c’è un caldo infernale. L’escursione inizia alle 14, andiamo al sito di Bei Shan e iniziamo l’ascesa, che per fortuna dura pochi gradini. Si tratta di statue rupestri costruite a partire dall’895 d.C. senza un particolare progetto. I committenti che compaiono nei bassorilievi, seguaci del Buddhismo Mahajano o del Grande Veicolo, facevano costruire queste opere per omaggiare il Buddha. Dopo la prima raffigurazione di un generale, tutte le altre sono a carattere religioso. Purtroppo il sito è in cattivo stato di conservazione per via dei fenomeni naturali: anche se piove poco l’acqua scava profondi solchi e genera muffe. Inoltre molte statue sono state private della testa, non per scopi di lucro, ma perché si riteneva che averne una in casa proteggesse dalla cattiva sorte. I siti di questo genere nell’area sono una quindicina, ma il governo non ha fondi per curarli tutti e quindi ha chiesto la collaborazione dei contadini, che sorvegliano e segnalano eventuali problemi.

Verso sera Dazu si rianima un po'. Passeggiamo lungo la via centrale tra le botteghe, suscitando la curiosità della gente: non ci sono molti stranieri qui. Da mesi non piove e la terra è così secca che si spacca. Appena inizia a tuonare la gente sorride e tende le mani alla pioggia. Però dura poco. Intanto che aspettiamo che smetta, un’anziana signora attira la nostra attenzione: prepara lecca- lecca per i bambini, per 1 yuan. Su una ruota sono disegnati svariati animali; chi acquista il dolciume fa girare una freccia posta al centro della ruota e la venditrice, che è anche un’artista, è in grado di comporre l’animale estratto dalla sorte; allo scopo utilizza un cucchiaio di caramello che sparge su un tagliere, poi velocemente disegna un gallo, un topo, un maiale. Alla fine ci appiccica uno stecco di legno e, una volta solidificata, stacca la forma perfettamente riuscita. I bambini l’afferrano e corrono via saltellando. E lei ricomincia: la freccia gira, un’altra forma, un altro bastoncino, un soldino, un altro bambino che corre via felice. Ci mettiamo in coda anche noi. Quando si fa buio compaiono le bancarelle che vendono cibo cotto al momento, la gente si siede sugli sgabelli a cenare, tutti escono a passeggiare, i negozi stanno aperti fino a tardi, si possono concludere buoni affari anche se le cose più belle costano quasi come in Italia. I genitori portano a spasso i bimbi. I piccoli sono tutti senza pannolino, portano calzoncini con un buco in corrispondenza del sederino o un grembiulino che copre solo la pancia. I più grandi sono molto curiosi di noi. Rientrando all’albergo notiamo molti locali con la luce rossa accesa e ragazze sedute su divanetti in attesa di clienti. Non ci avevamo fatto caso, sono moltissimi, inframmezzati da botteghe di articoli casalinghi e abbigliamento.

Pernottiamo Hotel Dazu, 632360- Sichuan.

12° giorno:

Dazu - Chongqing

Pau- lamà = sei sazio?

Nell’antica Cina, ma in realtà fino a pochi anni fa, ci si salutava chiedendosi reciprocamente ”Hai già mangiato?”, evidentemente pronti a offrire al conoscente a digiuno una scodella di riso. I costumi sono così mutati che ora ci si chiede reciprocamente se si è già visitato Internet. Lungo la strada che porta al sito di Baoding Shan si incontrano molti taxi “illegali”, ovvero moto che trasportano fino a cinque passeggeri, rigorosamente senza casco. Il governo lo vieterebbe, ma la disoccupazione inizia a serpeggiare e anche dopo una multa salata i tassisti ricominciano. Il sito, che si trova sulla Collina della cima preziosa, è stato costruito per volere del monaco Zhao Zhifeng tra il 1179 e il 1249 ed è un vero trattato sul Buddhismo scolpito sulla pietra. Il progetto era lasciare una testimonianza del culto buddhista cinese, che si basa sul rito indiano ma con influenze taoiste e confuciane. Gli altorilievi sono di semplice interpretazione per poter raggiungere anche gli strati più bassi della popolazione, nella maggior parte dei casi analfabeta. Scene di vita comune forniscono l’insegnamento. Il sito è protetto dall’Unesco, che sta dirigendo i lavori di restauro; e meno male, perché i primi interventi di recupero del colore sono stati devastanti.

Ai piedi del sito riusciamo a contrattare sei poggia-bacchette per 50 yuan. Poi ammiriamo la nostra guida spirituale, Caterina, che con abilità e in perfetto cinese contratta per noi una bussola per il feng-shue esattamente allo stesso prezzo! Inarrivabile. Siamo davvero dilettanti al confronto. Nel vicino villaggio la siccità ha spaccato la terra, i contadini arrotondano i pochi guadagni fabbricando sedie di paglia e facendo visitare le loro povere abitazioni ai turisti. I bambini camminano scalzi e ridono della nostra curiosità per alcuni attrezzi di lavoro. Magri cagnolini razzolano nei cortili alla ricerca di pentole da cui leccare gli avanzi di cibo. In una stanzetta buia una piccola televisione trasmette uno sceneggiato.

Ripartiamo in direzione Chongqing, a due ore da Dazu. Campagna, fabbriche, fondo stradale sconnesso. Grattacieli. Chongqing è una Shanghai in miniatura, ma più bruttina. Tutta un saliscendi, è l’unica città cinese senza biciclette. È al centro di una provincia vastissima, annunciata da strade sopraelevate e grattacieli che sfidano la nebbia, presente per almeno cento giorni l’anno. E in mezzo scorre lo Yangtze, il Fiume Azzurro, attraversato a nuoto da Mao in una storica foto. Ponti avveniristici si lanciano da una sponda all’altra. Qui Chan Kai Shek trasferì la sua capitale, al tempo del governo nazionalista. Poi la guerra civile e la vittoria di Mao. Sulla collina c’è una casa dove ancora si pratica il rito del tè, ma a scopo turistico. I prezzi sono folli, soprassediamo sugli acquisti nonostante ci abbiano fatto assaggiare infusi superlativi, soprattutto il ginseng oolong tea.

Da quassù il panorama sulla città offre una vista esplicativa sull’impianto urbanistico e su questo tratto di fiume, che presto scomparirà per dare posto a un lago artificiale. Un pittore, su commissione statale, sta illustrando il progetto della Diga delle tre gole che sorgerà a 500 km da qui, creando un invaso che allagherà gran parte dei villaggi e della città. Sono già state evacuate 900 mila persone, entro due anni (2008) il progetto sarà concluso. Scompariranno villaggi, templi, fabbriche, le colline allagate si abbasseranno. Alcune pagode verranno smontate e ricostruite pezzo per pezzo più in alto. Questo tratto dello Yangtze che lambisce Chongqing non esisterà più. Un’opera mostruosa. La guida sta illustrando il progetto: la centrale elettrica che ne deriverà illuminerà svariate province e inquinerà molto meno di quelle a carbone diffuse in tutta la Cina. Noi siamo presi da un misto di ammirazione e sconforto, quelli del Centro sembrano orgogliosi dell’incommensurabile opera. La canna da zucchero non è mai dolce da tutte e due le parti, recita un antico detto cinese. Chissà che cambiamenti climatici porterà. Meglio non pensarci. Chongqing a sera, nelle vie del centro, offre nuovamente uno spaccato del Gigante a due velocità. Tra i grattacieli e gli shopping centre che mettono in vendita tecnologia forse più a caro prezzo che in Europa, si aggirano venditori di frutta con i bilancieri sulle spalle e vecchi alla ricerca di bottiglie di plastica. Senza contare i soliti bambini senza pannolone, con il buco nei calzoncini. Insegne al neon lampeggiano multicolori. Di notte l’effetto dei ponti illuminati, stradali e fluviali, è perfino affascinante.

A Chongqing pernottiamo all'Hotel Holiday Inn (15, Nan Ping Bei Rd.).

13° giorno:

Chongqing - Kunming (volo)

Ni- jao = buongiorno (ma un po’ più formale)
calligrafia
calligrafia

Dalla nostra camera d’albergo già alle 8 si vede la fila di autobus e vetture imbottigliate sull’unico ponte che porta in centro. Accanto stanno lavorando alacremente al suo ampliamento, assolutamente necessario. Sarà inaugurato il 28 agosto, perché il numero 8 porta fortuna. In mandarino si pronuncia pa e questo stesso suono vuol dire anche tesoro, soldi. Dopo un’ora anche noi siamo imbottigliati sul ponte, nel tentativo di raggiungere il centro di Chongqing.

Di fronte, i grattacieli sempre più alti. Accanto alla torre del Wtc costruiranno un palazzo di 77 piani per ricordare la data dell’invasione giapponese della Cina, che avvenne il 7/7/1937. Esistono ancora le grotte costruite durante la guerra per sfuggire ai bombardamenti, trasformate oggi in negozi. Le gallerie sono molto profonde e percorrono tutta la collina, però non erano collegate tra loro e avevano una sola apertura. I giapponesi riuscirono a bombardarla e a murarci vive molte persone. La strada che percorriamo è caratterizzata da case basse e in pessimo stato. Ma sarà presto oggetto della speculazione edilizia. Una società di Hong Kong ha acquistato l’area, demoliranno e ricostruiranno, i prezzi saliranno alle stelle e già oggi c’è grande malcontento nella popolazione degli sfrattati. Nascerà infatti un quartiere lussuoso – addirittura sono stati interpellati alcuni superesperti di feng-shue, che stabiliranno come orientare le nuove costruzioni e questo darà ancora più pregio alle abitazioni – riservato ai nuovi ricchi cinesi, mentre gli sfrattati lamentano di non essere stati ricompensati adeguatamente, a differenza di quanto accaduto agli abitanti di alcuni quartieri riqualificati di Hong Kong. E sono cominciate le proteste, con scioperi e blocchi stradali.

Il quartiere antico, verso il quale siamo diretti, è stato restaurato di recente ed è popolato dai giovani studenti della vicina zona universitaria. Nelle vie strette dalle case basse affacciano numerosi negozi di souvenir a buon mercato, ma appena ci si allontana dalle due strade più commerciali, la gente si dirada e, sulle mensole dei rigattieri, si possono trovare polverosi oggetti appartenuti al passato. Uomini con i bilancieri, wok che ribollono, bambini trasportati dentro gerle di vimini, fabbricanti di lecca-lecca a forma di farfalla. Si susseguono bancarelle che vendono cibo e moderni souvenir del Grande timoniere, stampato su magliette, tazze, piatti. La Storia ha un suo mercato che, a giudicare dalla recente produzione di gadget comunisti, tira benone.

Dall’imbarcadero in fondo al vicolo si può prendere il battello per una breve navigazione dello Yangtze. In tre giorni si può arrivare fino alle Tre gole, luogo della diga, ma noi dovremo accontentarci di un giro di un’ora e mezza. Il fiume ha l’acqua limacciosa, color ocra, a tratti più intenso. La città vista da qui presenta aspetti sorprendenti e mostra scorci inaspettati. Ecco nuovamente il Gigante a due velocità: sulle sponde i grattacieli avveniristici, sotto i ponti e i viadotti i senzatetto, giunti dalle campagne o dalle periferie evacuate. Presto il livello dell’acqua li caccerà anche da qui per far posto a pittoreschi mercati galleggianti. Sulle rive la gente pesca o fa il bagno, mentre vecchie bagnarole rugginose con la stella rossa sul comignolo si mescolano a battelli da crociera o ristoranti galleggianti per i nuovi ricchi (10 euro a pasto). Queste anse dello Yangtze, il Fiume Azzurro studiato a scuola, quello della storica nuotata di Mao, tra poco non esisteranno più. Sommerso dall’invaso della Grande diga, il panorama cambierà completamente, o quasi. Ma il Gigante deve compiere il grande balzo, costi quel che costi. È il prezzo per l’ingresso da protagonista nel mercato globale che tutto fagocita e appiattisce. La Cina del Grande balzo voluto da Mao ha pagato a caro prezzo quella politica, ma questa, che si è aperta alla globalizzazione e in 20 anni ha raggiunto e superato l’Occidente, sta forse raccogliendo frutti migliori? Chi pagherà il prezzo? L’introduzione della proprietà privata ha aumentato il divario tra ricchi e poveri, il modello occidentale uniforma tutto schiacciando le particolarità. Il bisogno sempre maggiore di energia sta portando allo scempio del territorio e a gravi conseguenze ambientali. Ma la macchina deve andare avanti, non può fermarsi adesso e negli strati medi della popolazione circola un certo entusiasmo. Intanto, nei pressi del porticciolo, come sempre intere famiglie con bambini sono venute a fare il bagno nell’acqua fangosa dello Yangtze, i piccoli si tuffano nudi tra gli approdi dei battelli, venditori di spaghetti distribuiscono pasti per tre yuan, la funicolare fa la spola fra l’imbarcadero e la strada principale. Aspettando l’invaso della Grande diga.

Prendiamo l’aereo per raggiungere Kunming, nella provincia dello Yunnan, a sudovest. Siamo nella zona di confine con la Birmania, il Laos e il Vietnam. Qui vivono ben 25 minoranze etniche. La città è a più di 1800 m e l’aria è fresca, 25 °C. In inverno il termometro non va mai sotto i 12 °C: la chiamano regione dell’eterna primavera, è sempre tutto fiorito. La zona industriale è piuttosto vasta a causa della presenza di miniere, ma Kunming si sta riconvertendo nel settore turistico. Anche qui tutti i palazzi, pure quelli più elevati, hanno le grate alle finestre. Non è per i ladri, bensì per tutelare i bambini. Da quando è stata introdotta la politica del figlio unico, nel ’78, i genitori tengono l’erede come un oggetto di cristallo. Li chiamano i piccoli imperatori. Il figlio unico ha ben sei persone attorno, i genitori e i quattro nonni, che investono tutto sul suo futuro. Spesso, quando il ragazzo ormai cresciuto va in città per studiare, la madre lo segue per poterlo accudire. Al mercatino di Beijing street alla sera si può osservare uno spaccato della società di Kunming: strade invase da bancarelle, i volti perdono la loro rotondità, sono più allungati, la carnagione è più scura. Anche l’abbigliamento cambia, le ragazze delle minoranze portano sul capo tiare colorate o foulard. Compaiono i frutti delle regioni del sud: durian e jackfruit. I bambini vengono trasportati sulle spalle dentro stoffe ricamate. Parecchie persone male in arnese rovistano tra gli avanzi o si lasciano andare sedute per terra. Alle 10 di sera scatta l’orario di chiusura, le bancarelle vengono smontate in un attimo, la merce stipata nelle scatole, si chiude tutto e si porta via. In un fuggi fuggi generale, tra bici, motorini e carretti, riprendiamo la strada per l’hotel dove, seduti in fila su bassi sgabelli, un gruppo di ciechi attendono clienti cui proporre un salutare massaggio dei piedi e della schiena.

A Kunming pernottiamo all''Hotel King World (28 Baijing Rd. South).

14° giorno:

Kunming
giardino bonsai
giardino bonsai

La regione dello Yunnan confina con Laos, Birmania e Vietnam; con quest’ultimo esistono ancora tensioni ai confini controllati dai rispettivi eserciti, schierati ufficialmente per scongiurare il traffico di droga. Lo Yunnan è adiacente a quello che viene chiamato il Triangolo d’oro, zona di coltivazione dell’oppio. Il governo cinese punisce con la pena capitale i detentori di droga, ne sono sufficienti 50 grammi. Comunque, nonostante le tensioni, la frontiera vietnamita è aperta e file di camion intasano l’autostrada, però i cittadini della Repubblica Popolare si possono recare solo nel nord vietnamita, per lavoro o turismo.

Attraversiamo strade di campagna e colline verdi coltivate fino sulle pendici più impervie. In Cina la maggior parte dei contadini lavora la terra con attrezzi manuali. Se venissero introdotte le macchine agricole milioni di contadini resterebbero senza lavoro, per questo il governo sta cercando di rallentare tale modernizzazione e, contestualmente, spinge queste persone a dedicarsi all’allevamento. Infatti nella regione si può trovare il formaggio di capra, inesistente altrove. Tra le minoranze etniche è in genere la donna che lavora, al punto che nell’etnia Mosuos le donne non vogliono sposarsi, ritenendo gli uomini troppo pigri: vi ricorrono solo per fare figli, poi ognuno a casa sua. Intanto il pullman attraversa una regione molto verde, coltivata in ogni angolo più recondito. Purtroppo il disboscamento determina frane a ogni pioggia, ma il governo si trova nell’impossibilità di impedire coltivazioni così estese a causa del numero elevato di bocche da sfamare. Tra le coltivazioni spicca la floricoltura, che alimenta il mercato interno e quello estero. Un accordo permette agli investitori stranieri (soprattutto olandesi) di impiantare qui le loro fabbriche a costo zero. Dopo cinque anni di attività le prime tasse, comunque molto basse. Questa politica ha una doppia ricaduta: gli abitanti locali trovano lavoro e nel contempo imparano o perfezionano nuove tecniche di coltivazione. Questa terra 270 milioni di anni fa era sommersa dal mare.

L’impatto con la penisola indiana ha determinato la formazione della Foresta di pietra, a circa due ore da Kunming. In mezzo al verde spiccano pinnacoli di roccia verticali, affastellati come le colonne di una cattedrale gotica. Il paesaggio è quasi incantato, fra stretti siq e passaggi impervi si scorgono laghetti di acqua piovana o alberi contorti. I terremoti hanno spezzato le cime delle rocce che ora restano in bilico in attesa della scossa che le farà cadere. Purtroppo l’atmosfera è rovinata dal gran numero di turisti scaricati a palate dai torpedoni. Figuranti in abito tradizionale vendono souvenir a caro prezzo, sotto le vesti delle minoranze etniche spuntano scarpe da tennis e bermuda. L’insieme è molto poco spontaneo e lontanissimo dall’autenticità dei venditori del mercatino serale di Kunming.

Tornando in città si può visitare il Tempio d’oro taoista, costruito nel 1671 sulla Collina della fenice che canta. Ci accoglie il bel portale colorato. All’interno il padiglione d’oro è interamente in bronzo, dalla sua lucentezza deriva il nome. La struttura è piccola ed è immersa in un giardino di bouganville, ginko e bonsai. C’è pace e finalmente non c’è troppa gente. Non è così alle Colline occidentali, che si estendono lungo le rive occidentali del lago Dian. Il percorso è gradevole, una strada si snoda lungo il pendio tra alberi abitati da scoiattoli. Poi inizia una scalinata veramente gremita di persone e il percorso si inoltra in una galleria scavata sul fianco della montagna, con ampi scorci sul lago più in basso. Ogni tanto una piccola pagoda ospita una o più divinità. In alto la Porta del drago, sull’architrave una perla portafortuna che tutti vogliono toccare (pare che cambi la vita), facendosi immortalare in una fotografia. Si crea una certa coda. Il rientro a Kunming è difficoltoso. Lavori in corso ci obbligano a percorrere uno sterrato intrappolati tra i camion. Una svolta nella periferia è l’unico modo per cavarsela. Ma lo spettacolo teatrale di stasera è irrimediabilmente perduto, non arriveremo mai in tempo.

15° giorno:

Kunming - Guilin (volo)

L’estate nello Yunnan è il periodo più piovoso dell’anno. Infatti stamani piove. Nel quartiere delle residenze di lusso stanno costruendo ville su ville, una nuova stazione ferroviaria, autostrade. La globalizzazione ha portato lo stile occidentale dove prima c’erano risaie e laghi pescosi. Il paesaggio sta cambiando rapidamente aspetto e le tradizioni vacillano. Al Museo delle minoranze etniche si possono vedere finalmente i veri abiti e gli strumenti musicali originali, quelli che a Kunming e dintorni non si vedono più, a meno che non ci si addentri nel territorio dello Yunnan. Il progressivo inurbamento delle popolazioni di etnia non Han fa sì che si rischi di perdere la cultura e l’artigianato delle minoranze, soprattutto nell’arte tessile. Il museo si preoccupa di tenere vive queste tradizioni e offre un’esposizione degli abiti multicolori dell’etnia Miao, Yao o Sani, le vesti dei religiosi (preziose sete ricamate), gli abiti per le nozze e quelli per chi ancora non è accasato, il vestito rituale dello sciamano con tanto di zampe di gallina appese al copricapo. E poi la Cina è grande, è un insieme di popoli, ecco allora gli abiti di tibetani, uyguri, kazaki, kirghizi e mongoli.

Vicino alla periferia la gente si dirada, il ritmo sembra meno frenetico, nei negozi si trovano prezzi più bassi. Intorno al lago Dian c’è un parco dove sorge il Tempio della grande vista. Fra giardini di bouganville si aprono ampi scorci su distese di fiori di loto rosa, appena sbocciati. Gli anziani possono entrare gratuitamente e animano il parco, seduti ai bassi tavolini, giocando interminabili partite a carte o a domino. Si sono portati il pasto da casa, a mezzogiorno apparecchiano e mangiano insieme mentre un gruppo di signore, a tempo di musica, sta provando per un defilé. In Cina la maggior parte della popolazione è atea, ma negli ultimi anni il governo sta ammorbidendo un po’ la mano sui culti religiosi e qualcuno sta riscoprendo i templi. Quello di Yuen Ton Me (Monastero con dietro il monte) è buddhista e, per fortuna, è un po’ fuori dalle rotte turistiche. Il padiglione centrale è dedicato al culto della dea Kalì. Il buddhismo, che origina dall’induismo, fu introdotto in Cina da alcuni monaci che ignoravano la natura distruttrice della dea Kalì, perciò ancora adesso è venerata. Mentre siamo tutti con il naso per aria a osservare draghi colorati e statue dorate, una fila di signore anziane con un mantello scuro passa accanto a noi. Si riuniscono per la preghiera. Suoni di tamburi sono accompagnati da loro canti.

Un altro salto. L’aereo ci porta in poco più di un’ora a Guilin, nella provincia del Guangxi, regione autonoma del sud della Cina. Guilin significa bosco di osmanthus, alberi che fioriscono in autunno e spandono nell’aria un profumo dolce e delicato. La popolazione di questa zona è per la maggior parte di etnia zhuang ed è mescolata ai vietnamiti, con cui condividono larga parte del confine. Visi scuri, occhi grandi. Di qui passa il Tropico del Cancro: clima caldo e umido, coltivazioni di riso, canna da zucchero e frutta tropicale. Nella foschia compaiono le colline a forma di pan di zucchero, sono talmente numerose che si è optato per un numero simbolico: 333.333! Se vi par poco!

La città è molto cambiata negli ultimi anni ed è parecchio animata. Le vecchie casupole sono state abbattute per costruire un lungolago intorno al quale passeggiare la sera. Localini ripuliti, battellini per il giro notturno intorno a giochi di fontane con musica e colori. Nelle vie del centro si snoda un mercatino che è lungo 2 km, dove si possono trovare le più impensabili assurdità: chi ha resistito fin qui all’acquisto inutile ma bizzarro adesso capitola e lo fa con la gioia di un bambino nel paese dei balocchi. Ninnoli di tutti i generi, specchietti, porcellane, miniature. Vestitini da Mandarino per avvolgere le bottiglie di vino, fermagli, pettini, pezzi di giada che probabilmente è vetro o volgarissima pietra, orologi con l’effigie di Mao che saluta il popolo mentre la stella rossa scandisce i secondi. La cosa più inutile e ridicola, il pipì-boy, si rivela essere l’unico oggetto con una sua dignità: serve per testare la temperatura dell’acqua per il tè. Contrattare è un obbligo, sono gli stessi venditori che invitano a farlo, porgendo carta e penna e sorridendo gentili, talvolta sganasciandosi per un rilancio ritenuto ridicolo, ma che accettano, alla fine. Sul laghetto si spengono le ultime luci, mentre la brezza porta il profumo degli osmanti.

Anche noi andiamo a nanna (Hotel Bravo, 14 Ronghulu Xiangshanqu Rd).

16° giorno:

Guilin (navigazione sul fiume Li)
bimbe
bimbe

Guilin è stata la prima città cinese che Mao fece aprire al turismo negli anni ’70. Le bellezze naturali e la sua condizione di regione autonoma hanno permesso l’apertura ai visitatori stranieri. Oggi Guilin ha mutato aspetto, dal 1998 lo sviluppo edilizio ha progredito costantemente, ma con criterio, c’è un vincolo per la salvaguardia del paesaggio e si capisce perché: le colline di Guilin sono famose per la loro particolarità, non si possono costruire grattacieli che ne offuschino la vista. Percorriamo viali alberati di canfore e osmanthus per lasciare la città e raggiungere, dopo 38 km, l’imbarcadero. Saliremo su un battello per navigare il fiume Li, affluente del Fiume delle perle, collegato a nord allo Yangtze da un canale voluto dal Primo imperatore e che gli permise di invadere questa regione, annettendola al Regno: Li vuol dire separato, infatti. Il canale del 200 a.C. è ancora funzionante.

Nel mese di agosto c’è molto turismo (ma no?), soprattutto interno (lo sospettavamo), tanto che partono anche più di cento battelli al giorno (è quello che temiamo!), una lunga processione che scivola sull’acqua lentamente (siamo rassegnati a stare in coda anche oggi, sul fiume!). La realtà, per fortuna, è meno tragica: le acque sono dignitosamente libere, a parte un paio di traghetti che ci precedono. Nelle cucine, intanto, si comincia di buon’ora a preparare il pranzo per tutti i passeggeri: si possono gustare specialità come gamberi, tartarughe, castagne di mare, serpenti. I prezzi sono da ristorante italiano e non proprio una trattoria: sorvoliamo sulle scelte più esotiche, anche perché dovremmo ordinare adesso, alle 9 del mattino, e il serpente non ci solletica l’appetito, almeno non a quest’ora.

I turisti cominciano ad accalcarsi sul ponte per ammirare le colline che ricordano il Pan di Zucchero di Rio de Janeiro e che spuntano dal fiume, disegnando anse e figure fantasiose. L’umidità sparge una foschia che rende il paesaggio quasi onirico. È per questa bellezza che le colline di Guilin hanno fornito ispirazione a pittori e illustratori di tutta la Cina e sono state stampate perfino sulla banconota da 20 yuan. Lungo le sponde i bufali fanno il bagno, le donne dei villaggi lavano i panni. Ad ogni attracco file di cormorani legati insieme attendono la sera per essere mandati a pescare. Bambù a coda di pavone ombreggiano le rive e su zattere, sempre di bambù, gli uomini navigano il fiume, si attaccano ai battelli per vendere souvenir ai turisti: Buddha di legno, finte ametiste di sale colorato che si