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| _________MELO E IL PESCE SPADA Il caldo afoso di quella mattina d’agosto dava ad intendere che il giorno non avrebbe risparmiato nemmeno chi se ne stava all’ombra, rincantucciato sotto una delle tante barche arenate sulla grande spiaggia di quel piccolo paese che contava poche centinaia di anime: Tonnarella. Un paesino in cui, anni or sono, oltre alla pesca, veniva praticata la raccolta del gelsomino. Ancora prima che spuntasse l’alba, le donne con i loro canti contadini passavano con grosse ceste adagiate sul capo, colme di quel delizioso fiore il cui profumo entrava dalle finestre delle piccole case, inebriando chi, nel dormiveglia, assaporava l’ultimo sonno della notte. All’ombra del Santa Lucia, un vecchio peschereccio ancora tutt’altro che in disarmo, Melo ricuciva le reti sfaldate la notte prima da qualche grosso delfino rimastovi intrappolato durante la pesca alle alici. Il caldo sembrava non infastidirlo proprio; il suo corpo asciutto e stagionato, dal nero colore della pelle, pareva appartenesse alla famiglia Mustafà, una piccola tribù di neri da anni trasferitasi nel piccolo paese a lavorare nei vivai dei dintorni. I giovani lo chiamavano: “Melo il Marocchino”; ma a lui sembrava non importasse proprio di quel nomignolo. Rammendava, con la pazienza che solo i vecchi lupi di mare hanno, quelle reti che di danni ne avevano subiti tanti. Rammendava e raccontava, ai piccoli che si riparavano all’ombra di quella grossa barca, momenti di vita vissuta al largo, nel mare aperto. Essi lo ascoltavano in silenzio, infastiditi solo da qualche moscerino, di quelli che ancora oggi popolano le spiagge. «Zio Melo, raccontaci di quando eri piccolo e volevi prendere il pescespada con la lenza» fece uno dei più piccoli che lo ascoltavano incantati. Quella storia era ormai divenuta leggendaria. Di anni, Melo ne aveva già tanti, anche se nessuno sapeva di preciso quanti. I più sostenevano che già da tempo aveva passato gli ottantacinque. Melo Aprile. Aprile, si diceva, perché il bisnonno fu trovato in fasce in quella spiaggia nel mese di aprile. Raccontava, ritornando indietro nel tempo, e gli si leggeva negli occhi infossati ora il dolore, ora la gioia dei momenti vissuti; spesso riemergeva nel viso raggrinzato un sereno sorriso: «Ero piccolo,» cominciò «appena dodici anni, e già aiutavo la famiglia; quel giorno mi trovavo sulla barca, intento a far scendere in acqua il palancaro…». Qualcuno dei piccoli non capiva. «È un lunghissimo filo di nylon» spiegava loro. «Un filo con tantissimi braccioli lunghi un metro e distanti due metri e mezzo. Trecento braccioli e in ognuno un amo. Un filo lungo ottocento metri circa. Ad ogni amo andavo innescando un pezzettino di sarda, era quella l’esca di quel giorno; altre volte innescavo delle acciughe o piccoli pezzettini di calamaro. Quella mattina, mentre remavo e andavo abbassando in acqua il filo, vidi passare sotto la barca un piccolo pescespada. Era bellissimo, mi si accapponava la pelle al pensiero di vedermelo abboccare da un momento all’altro a uno di quegli ami, tanto era piccolo, mi dicevo; non avevo ben chiare ancora le proporzioni di quel pesce che continuava a giocherellare attorno agli ami che lentamente scendevano a fondo. Finii di mandare giù l’ultimo amo e il pescespada scomparve con esso. Dovevo aspettare almeno un paio d’ore prima di iniziare a tirare il filo sulla barca. Decisi di tornare un po’ a terra, mentre… ecco che rivedo il pesce sotto la barca, mi sembrava di vederlo più grosso stavolta. “Forse era più in superficie?” Mi chiedevo. Cercavo di capire come poterlo catturare. Avevo sulla barca un grossissimo amo mezzo arrugginito, residuo di qualche vecchia pesca a tonni da parte di mio padre, e una cordicella di nylon di circa dieci metri. Vi legai l’amo a doppio nodo e attaccai la cordicella a poppa; presi una delle sarde rimastami, la innescai per intero a quell’amo e lo buttai a mare. Il pesce sembrò essere disturbato da quei continui saliscendi che facevo con la cordicella, e finì che non lo vidi più; aspettai ancora, pensando di vedermelo riapparire dietro l’amo innescato, ma niente. Ripresi a remare verso riva, lasciando in acqua l’amo con tutta la sarda e la cordicella legata sempre a poppa. Avevo dato poche palate, quando sentii un grosso strattone e la barca traballare come se avesse urtato in uno scoglio; non ebbi nemmeno il tempo di pensare che lì, in quel posto, c’era solo sabbia, che la barca cominciò a muoversi all’indietro. Subito capii quello che stava accadendo: “Come poteva” mi domandavo “un piccolo pescespada far muovere quella, anche se pur piccola, barca?”». Zio Melo smise di rammendar la rete, fissò il vuoto e si zittì; gli si leggeva nel volto la paura di allora. «Dai, zio Melo!» spronavano i bambini. «E dopo com’è finita? Perché non continuavi a remare verso terra?». «E come?» intervenivano gli altri rimasti imbambolati. «Ripresi a remare,» continuò zio Melo «ma non riuscivo a guadagnare nemmeno un metro. D’un tratto, la barca cominciò a prendere il largo; i remi, uno mi era caduto in acqua e l’altro dovetti tirarlo in barca. Era come se fossi spinto da un fortissimo vento di scirocco. Cominciai a gridare aiuto, mentre cercavo disperatamente di sciogliere la cordicella che si era aggrovigliata con un piccolo arpione posato a poppa. Nessuno in spiaggia sembrava capire niente di quanto stesse accadendomi. La barca continuava sempre più la sua corsa verso il mare aperto. Non avevo nemmeno come tagliare quella cordicella che continuavo a battere con la sassola, unico attrezzo di cui potevo disporre; niente, la cordicella era spessa quanto l’indice della mia mano, e, se pur avevo dodici anni, capite bene quanto avrei potuto tirare. Cominciai a piangere, qualche lacrima mi inumidiva la bocca secca, secca, sicuramente a causa della gran paura perché non sapevo che fare; mentre, al largo, il mare cominciava ad incresparsi sempre più. Tante volte guardai lassù verso Tindari, implorando la Madonna perché venisse in mio aiuto… Avevo appena tre anni quando mio padre mi aveva condotto al santuario. Eravamo partiti all’alba del giorno 6 del mese di settembre, festa della Madonna, si dovevano percorrere circa 15 km, ed eravamo tutti a piedi scalzi, era così che si andava al santuario, e mia madre, ricordo che si dovette fermare per togliersi dal piede una grossa spina di rovo: quel rovo che, ancora oggi, cresce lungo il viottolo che porta su al monte. A nulla valsero le mie implorazioni. Il vento di scirocco iniziava a soffiare, volevo buttarmi a mare e tenermi aggrappato al remo, unica speranza rimastami, ma la paura di essere attaccato da quel grosso pesce era più forte. Sentii un rumore di motore, non capivo da che parte arrivava; la barca sembrò che perdesse la sua corsa. “Sono salvo!” gridai. Il pesce doveva essersi sboccato. Il mare continuava ad incresparsi sempre più, e le raffiche di vento cominciavano a spingermi acqua addosso; ero inzuppato come un pulcino, non riuscivo a prendere alcuna iniziativa. Il rumore di un motopeschereccio era già vicino, tanto che sentii una voce chiamare: “Melo!”. Era il mio nome! Mai quel nome m’era apparso così bello. Mi girai e vidi mio padre con una ciurma di marinai sul Santa Lucia». «Questo motopeschereccio?» fecero in coro i ragazzi. «Sì, proprio questo. La barca riprese a muoversi, il pesce era ancora lì, e la paura che sembrava avermi abbandonato, mi riprese forte. Gridai loro quanto stesse accadendo e mi dissero di stare fermo, mi assicurarono che a momenti si sarebbe risolto tutto. In men che non si dica, circondarono la barca nella quale mi trovavo con una larga rete e mi lanciarono un grosso coltello perché tagliassi la cordicella; subito eseguii, ed uscii da quella rete, aiutato dall’unico remo rimastomi. Mentre i pescatori tiravano su la rete, mio padre mi aiutò a salire sul motopeschereccio e mi abbracciò forte forte. Legammo la barca al Santa Lucia ed aiutammo gli altri a tirare la rete. Fu una meraviglia generale, quando tirammo in barca quel grosso pesce che si dibatteva furiosamente; aveva ancora l’amo attaccato e la cordicella che gli pendeva dalla grandissima bocca. Qualcuno diceva che avrebbe pesato più di un quintale, e, a sentir loro, c’era da crederci. Rientrammo cantando in coro Vitti ’na crozza. Solo mio padre non cantava, aveva tra le labbra un gelsomino, ne teneva sempre qualcuno in tasca, glielo dava mia madre quando rientrava dai campi. Guardò verso Tindari e mi abbracciò commosso». Rocco _______L’IGNORANZA E L’INGEGNO Doveva stare proprio male, per vederlo triste e col viso pallido, il piccolo Damiano. Piccolo, per modo di dire, aveva compiuto da poco 10 anni, e il suo peso era già di 35 chili, tanto che gli amici lo avevano battezzato Damianazzo. Pigro, con un faccione rosso come un tuorlo d’uovo di gallina nostrana, che, a guardarlo, ti veniva voglia di schiaffeggiarlo, non perché avesse un cattivo carattere, anzi, ma per il gusto di toccare quelle guance paffute. Ora, aspettando che arrivassero gli amici, guardava, seduto da dietro i vetri, quasi che volesse contare i grossi fiocchi di neve che scendevano giù lungo la strada come se stessero eseguendo una danza mozartiana. Francesca (Ciccia per i compagni) era un’esile ragazzina dal viso lentigginoso, vivace (ai vicini di casa, ne combinava di tutti i colori). I gatti, quando la vedevano spuntare in fondo alla strada, scappavano dal terrore: riusciva quasi sempre a prenderne qualcuno. Titti, poverino, si divertiva a prendere il pallido sole di una giornata nevosa, sdraiato a pancia all’aria sulla “jittena”; lei lo acchiappò per la coda e lo fece girare in aria, tanto che, povera bestia, dalla paura in quelle giravolte fece la pipì investendo qualche passante, mentre le donne si premuravano a chiudere gli usci (mezze porte) perché non entrasse quella pioggia d’urine. Ciccia arrivò puntuale al solito orario; con lei c’era anche Angelino, ragazzo studioso e attento alle spiegazioni che la maestra, «vecchia zitella», come la definiva Ciccia, faceva in classe. Appena arrivati, nonna Lucia li invitò ad entrare facendoli accomodare sugli sgabelli attorno al braciere acceso. A Ciccia asciugò i capelli ancora pieni di neve e poi offrì ai ragazzi infreddoliti della mostarda e un po’ di surrogato caldo. Nonna Lucia amava quei piccoli quanto amava Damianazzo. «Oggi,» disse loro «voglio narrarvi Il racconto di massaro Dionisio». Seduti ed in silenzio, i ragazzi si preparavano a vivere momenti fantastici. «C’era una volta, tanto tempo fa, massaro Dionisio, che ne combinava di tutti i colori. Un giorno andarono a trovarlo due suoi compari. Quando li scorse in lontananza, disse alla moglie di nascondere sotto il letto la pentola di terracotta piena di pasta, condita con finocchi e sarde; quindi fece entrare i due compari. Appena entrati, i due, siccome era ora di pranzo, chiesero alla comare: “Oggi non si mangia?”. “Sì!” fece ella. “Perché?”. “Siccome è ora di pranzo e di mangiare e non ne vediamo i preparativi...”. “Perché, avreste intenzioni di mangiare qui voialtri?” fece lesto compare Dionisio. “Nossignore!” rispose uno dei compari. “Così… ho solamente chiesto se…”. Massaro Dionisio pensò subito di burlarsi dei compari dicendo loro che non occorreva che la moglie preparasse, perché tanto ci avrebbe pensato la pentola magica. “Magica?” chiese uno dei due. “Sì, proprio così! Ch’è? non ci credete, vero? Ora vi mostro un po’!”. Prese la pentola da sotto il tavolo e disse: “Pentolina, pentolella, più ti guardo più sei bella, per il bene che mi devi del gran fuoco che ti scanso, su, preparami un bel pranzo!”. Aprì il coperchio e, col fumo, si levò in aria un buonissimo odore di sarde e finocchietti che riuscì a stuzzicare le papille gustative dei due allocchi, rimasti a guardarsi in faccia meravigliati. “Dovete venderci questa pentola a qualsiasi costo!” propose il più anziano dei compari. “Vendere? Ma quale vendere!” rispose massaro Dionisio. Ma finì che, dopo tanto insistere, cedette ai due compari, vendendo loro la pentola; del resto era questa l’intenzione: burlarsi di loro». «E quando il compare arrivò a casa, che fece, nonna? Funzionò la pentola? E sua moglie che fece? Che fece, nonna?». «Aspetta, non correre!» esclamò nonna Lucia a Ciccia, impaziente di sapere la conclusione della storia. «Arrivati a casa, il compare che aveva comprato la pentola disse alla moglie di buttare quello che aveva preparato da mangiare perché si doveva provare il nuovo recipiente. “Ho cucinato del capretto al forno!” disse la moglie, seccata. “Perché devo buttarlo via?”. “Perché lo dico io, e devi darmi ascolto!” ribatté il marito. La donna buttò a malincuore il capretto ai cani, che inghiottirono in un baleno quel bel pranzetto, leccandosi la ciotola e guardando la padrona come a volerle chiedere il motivo di quell’insolito regalo. “Apparecchia la tavola! E t’accorgerai di quanto succederà” continuò il marito. La moglie continuava a guardarlo incredula, e guardava anche la pentola, cercando di capire come e che cosa avrebbero potuto mangiare, ora. Quando la tavola fu bella e apparecchiata, il marito pronunciò quelle parole magiche: “Pentolina, pentolella, più ti guardo più sei bella, del gran bene che mi devi per il fuoco che ti scanso, su, preparaci un bellissimo pranzo!”. Niente. “Preparami un bellissimo pranzo!” continuò Dionisio, sotto gli occhi increduli della moglie che continuava ad osservare la pentola. Ma nella pentola non succedeva niente. Del resto, cosa avrebbe dovuto preparare quella povera pentola? L’uomo continuò ancora per diverse volte e, alla fine, rendendosi conto della burla, i due fecero ritorno da compare Dionisio. Questi, avendo previsto la loro reazione, aveva suggerito alla moglie di mettersi sotto la veste una vescichetta piena di sangue d’agnello da poco sgozzato». «Per far cosa, nonna?» chiesero i ragazzi incuriositi. «Su, su, dai, racconta!». «Quando arrivarono i compari, marito e moglie si fecero trovare che litigavano – una finta s’intende –, tanto che quelli non vollero più sapere la ragione dello scherzo della pentola, anzi cercavano di sedare la lite. Ma il diverbio fra marito e moglie si accendeva sempre più. Dionisio finì che impugnò un coltello e colpì la moglie conficcandoglielo nella vescichetta; in un batter d’occhio, a terra fu pieno di sangue. I due compari restarono più sconvolti che sorpresi: “Ma cosa hai fatto, compare Dionisio? Hai ucciso tua moglie! E ora?”. “Ora cosa? rispose adirato massaro Dionisio. “Dovevo pur farle capire come si discute! Era testarda! Credeva di poter fare sempre ciò che diceva lei!”. “Ma cosa devi farle capire, ora che l’hai uccisa!”. “Ma che uccisa e uccisa!” fece Dionisio, certo dei fatti suoi. “Se è per questo, non datevene peso; adesso vi faccio vedere una cosa”. Tirò fuori della tasca un fischietto, e, suonando... come d’incanto, la moglie incominciò ad alzarsi. “Che cosa!?” gridarono, sbalorditi e guardandosi in faccia, i due compari con ancora la pentola in mano. “Questo” disse massaro Dionisio, indicando il fischietto, è magico!… “E tu,” disse uno dei due compari, continuando, “se ora vuoi veramente rimediare al torto della pentola, ci devi vendere questo fischietto!”. “Giusto! Ce lo devi vendere! aggiunse lesto l’altro compare”. Massaro Dionisio fece come per dire di no; poi, allungò la mano e si fece dare i soldi per il fischietto, e li rimproverò dicendo che, se la pentola non aveva funzionato, dovevano prendersela con loro stessi, perché sicuramente non avevano pronunziato bene le parole magiche. I due si guardarono smarriti, lasciarono la pentola sul tavolo e andarono via contenti con quel fischietto in mano, ripromettendosi, lungo la strada, che, non appena arrivati a casa, avrebbero principiato una calorosa lite con le rispettive mogli, una bella scenata, insomma, per poter provare il fischietto». «E cosa hanno fatto? Cosa hanno fatto, nonna Lucia?». «Non puoi saltare avanti, Ciccia! Devi avere pazienza, o vuoi che ti racconti solo la fine?». «No, no, nonna Lucia» rispose Angelino. «La vogliamo sentire tutta la storia! Sta’ zitta Ciccia! Dai, dai, nonna!». Damianazzo, che la storia l’aveva già sentita più volte, si divertiva a rosicchiare delle fave che faceva abbrustolire sulla brace. Ogni tanto nonna Lucia, con della cenere, doveva coprirne qualcuna che, dimenticata da Damianazzo, bruciando faceva fumo. A casa del primo compare, in men che non si dica, nacque una rissa con la moglie, la quale, senza capirne il perché e la ragione, si vide arrivare una coltellata dal marito. La poveretta cadde per terra in una pozza di sangue, mentre l’uomo, lesto, tirò dalla tasca il fischietto e cominciò a soffiargli dentro; ma… invano. Ritornarono dal compare con intenzioni tutt’altro che amichevoli, stavolta. Arrivati, lo presero e, senza spiegazioni, lo infilarono dentro un sacco, lo legarono, e decisero di andare a buttarlo a mare. S’incamminarono. Durante il viaggio, fecero sosta in una locanda, lasciarono il sacco fuori ed entrarono per rifocillarsi un po’ e riposarsi, stanchi per quel gran fardello portato sulle spalle già da diverse ore. Massaro Dionisio incominciò a lamentarsi: “Non la voglio la figlia del re! Fatemi uscire! Non voglio sposare la principessa!” continuava a gridare. Si trovò a passare, lungo quella strada di campagna, un piccolo capraio, il quale, incuriosito da quei lamenti, si avvicinò e chiese all’uomo dentro al sacco il motivo per il quale non avrebbe voluto in sposa la figlia del re; quegli rispose che non avrebbe sposato per nessuna cosa al mondo una principessa impostagli da altri. “La sposo io!” disse il capraio. «Senti, anzi, sai che facciamo? Ti do le mie caprette e tu mi fai entrare lì dentro al posto tuo”. E così fecero. Usciti dalla locanda, i due compari, ignari dell’accaduto, si ricaricarono il sacco sulle spalle e s’avviarono, meravigliati di sentir venir fuori da dentro al sacco: “Voglio sposare la figlia del re! La sposo, la principessa!”. “Adesso, adesso te la diamo noi la figlia del re! Stiamo arrivando al castello!” risposero ironici i due compari, che, guardandosi in faccia, scoppiarono a ridere. Arrivarono finalmente a mare, legarono al sacco una grossissima pietra e lo mandarono al fondo. Tranquilli, rifecero la strada del ritorno, contenti finalmente di essersi definitivamente liberati del compare burlone, che quindi non li avrebbe più derisi. Ma... giunti vicino al paese, scorsero, stupefatti, massaro Dionisio che suonava un flauto, seduto su una grossa pietra a guardia delle caprette che pascolavano. “Com’è possibile?” esclamò uno dei compari. “Lo abbiamo buttato a mare, lo abbiamo pure visto annegare, e ora si trova qua?”. “Eh, quanto siete stati fessi ed io sfortunato!” chiarì massaro Dionisio. “Mi avete buttato dove l’acqua era bassa! e mi è toccato di prendere queste quattro caprette; se invece mi aveste gettato nell’acqua un po’ più alta, avrei sicuramente preso una gran mandria di buoi!”. I due si guardarono in faccia, salutarono compare Dionisio e scomparvero correndo verso la spiaggia; sicuri che stavolta si sarebbero veramente arricchiti buttandosi in alto mare». «Ancora, nonna! Ancora!» reclamarono Ciccia e Angelino. Damianazzo continuava a rosicchiare, mentre il fumo di qualche fava bruciata saliva, arricchendo lo scenario di quella favola di un tempo andato. La scienza non ha fine; l’ignoranza può non aver confini. Rocco ________L’AMORE DEI DUE FRATELLI L’odore d’incenso inebria i pensieri conducendoli per mano a tempi remoti, a quando, bambini, ci rincorrevamo sui prati e salivamo sugli alberi di mandorlo, dove ancora oggi nidifica il cardellino, ad osservare la schiusa delle piccole uova; mentre il suono stonato della vecchia tromba del guardiano c’invitava ad uscire dal quel podere non nostro. È strano il fenomeno della vita: quando sembra non dover finire mai, d’un colpo ti trovi lì senza saperlo. Anche questo è un curioso fenomeno; si è davvero certi che ognuno che muore non sappia d’esser lì, morto, attorniato da parenti e amici? Io sono sicuro d’esser qui, da vivo s’intende, anzi certo, perché sento di toccare il mio corpo e mi interrogo su questo mistero, ripromettendomi di non dimenticare in quel giorno, speriamo molto lontano, di osservare i curiosi che scruteranno il mio feretro pregando, con lo sguardo dell’ipocrisia, mentre io, anima vagante, riderò beffandomi di quei pianti finti. Come ora finto e falso è il pianto di Giovanni che si strugge, si fa per dire, per la morte del fratello Luigi. Ah, se il parroco avesse sentito le grida che si facevano i due per misere cose, le liti che nascevano lì per lì da situazioni delle quali a volte neanch’io, pur essendo stato loro compagno di giochi, riuscivo a comprendere il motivo. Bastava che uno dei due salisse sull’albero prima ancora dell’altro che si scatenava la guerra, o – che so – che la maestra desse un voto più alto a Giovanni anziché a Luigi, o viceversa e… apriti cielo! Chissà se il parroco avrebbe continuato ad incensare con la solita serenità e la calma che si ha nel salutare per l’ultima volta un defunto. «Hai da farti animo» qualcuno suggeriva a Giovanni, durante la stretta di mano che si suole dare in chiesa a rito ultimato. «Bisogna rispettarsi, quando si è vivi!» ripeteva qualche altro, senza riferimento o allusione alcuna all’astio dei due fratelli. Quante promesse fatte a mamma Giovanna, che non avrebbero litigato mai più, e lei, povera donna, manto della bontà, riusciva ad accogliere anche le ingiurie del marito che, a causa della continua lite dei due fratelli, le rimproverava la sua eccessiva mitezza di donna pia e caritatevole. La domenica li agghindava e, con le scarpette lustre e la riga ai capelli ancora inumiditi, li portava con sé in chiesa, pensando, povera donna, di farne uomini timorati da Dio. Ma guai se la riga ai capelli di uno era più storta di quella dell’altro, si rischiava di finire a botte anche in quel giorno di festa. Il forte odore d’incenso e la quiete che regna soave dentro la chiesa spinge sempre più la mente a lunghi cammini erranti, ora in un bosco a raccogliere funghi, ora su di una barca a pescare… Ah, se potessi, anche se penso di non essere un buon pescatore, pescare quell’anima dannata di Luigi, e, in tempo, prima che arrivi al cospetto divino! Le consiglierei di avvicinarsi all’orecchio del fratello e sussurrargli il perdono, o semplicemente: «Ti voglio bene». Dicono che il bene e il male siano fratelli; a dire il vero non sono riuscito mai a capire chi dei due fratelli rappresentasse ora l’uno ora l’altro. Giovanni, da adulto, s’era fatto più tenero, cercava di evitare la lite, anche rimettendoci qualcosa. Ricordo il giorno che i due presero possesso dei beni lasciati in eredità, due lotti di terra coltivati a mandorli ed uliveto, ed anche lì ebbe a nascere una questione a causa di un albero d’ulivo, che veniva a cadere al centro del confine dei due, che ne rivendicavano la proprietà, e non si riusciva a venire alla conclusione. L’ulivo, che rappresenta l’albero della pace, era diventato l’albero della discordia. La storia si condusse nel tempo, inasprendo sempre più gli animi dei due, che vollero fossi io il giudice di pace. Su di uno scaffale, da qualche tempo tenevo una vecchia motosega; non ricordo nemmeno se la lama, arrugginita e in disuso da diversi anni, fosse più in grado di tagliare. La presi e dissi loro che l’indomani ci saremmo incontrati nella contrada dove si trovava quell’albero di ulivo che, in famiglia, era già divenuto famoso. All’alba del giorno seguente, fummo lì, sotto l’albero. Chiesi ai due come si poteva convenire affinché quella storia finisse, e quelli niente, anzi gli animi si stavano scaldando. Mi venne naturale aprire il portabagagli dell’auto, presi la vecchia motosega, l’accesi… I due si guardavano meravigliati senza aprire per niente bocca, ma… quando feci per avvicinarla al tronco, Giovanni mi fermò dicendo: «Perché devi tagliarlo? È da tanti anni che nostro padre l’ha piantato!». «Per non vedervi più litigare!» risposi. «M’avete chiamato per dar consiglio? Ebbene, questo è quanto ritengo sia giusto fare!». «Giusto!» disse Luigi. «Che si tagli l’albero!». Spensi la motosega e dissi: «L’albero, d’ora innanzi, sarà di Giovanni! Giacché a te, Luigi, non interessa più tenerlo in vita». A quelle mie parole, Luigi, a denti stretti, ebbe a dire «sì», e si allontanò, levandomi il saluto per parecchio tempo, ma di quell’albero non si parlò più. L’odore d’incenso è svanito, e con esso i ricordi volano via; la folla si appresta a lasciare la chiesa e a seguire quel carro dove giace il corpo del defunto Luigi, mentre dal gruppo dei parenti si leva un pianto… L’ultima falsità di una recita della commedia della vita. Rocco _________IL SORRISO DELLA FELICITA’ Viveva, molto tempo fa, in una lussuosa villa della “Palermo bene”, una donna ricca e vanitosa. Gli agi e i lussi più costosi erano per lei motivo di vita. Non conosceva altro che danaro, gioielli e vestiti di pregiatissime stoffe. Finì che un giorno, non avendo più cosa desiderare, s’ammalò di un grosso male: l’apatia. Non mangiava più, non amava adornarsi come prima soleva fare, tanto che non uscì più nemmeno di casa; si chiuse in una stanza e non volle più ricevere nessuno, ad eccezione dei migliori medici specialisti della città, che la visitarono da capo a piedi, ma... nessuno riuscì a capire quale fosse il suo vero male o le cause che inducevano la ricca signora a rifiutare anche la sua immagine riflessa allo specchio. Molti ebbero a dire che per lei erano morte anche le speranze di guarigione. Nei paesi della provincia si sparse la voce di quel male che affliggeva la ricca signora. Un giorno si presentò, davanti al cancello della villa, una vecchietta curva che si sorreggeva ad un bastone; chiese alla servitù di essere ricevuta dalla padrona. I maggiordomi si guardarono l’un l’altro, curiosi di sapere cosa avrebbe potuto fare quella vecchietta, tuttavia decisero di farla entrare, e la condussero nella stanza dove si trovava la signora. Questa stava seduta in un angolo; a guardarla, sembrava che stesse specchiandosi e chiedere allo specchio, con quegli occhi dallo sguardo assente, i perché della smarrita gioia di vivere. «Mia cara signora, lei non ha niente!» disse la vecchietta, sorridente. «Dimenticanze! Nient’altro che dimenticanze!» continuò. «Non s’è accorta, lungo la sua vita, che fra tutti gli acquisti: cavalli, auto, gioielli... ha dimenticato di fare l’acquisto più bello». «Non è vero! Ho tutto!» esclamò la ricca signora. «Quando pare che dalla vita abbiamo avuto tutto,» continuò la vecchietta «dovremmo, invece, accorgerci di non avere avuto quasi niente!». «Io le dico che a me non manca proprio nulla!» replicò la ricca signora, mentre la vecchietta continuava a guardarla con un sorriso sereno. «Anzi, guardi!» continuò, prendendo una campanella vicino a lei e movendola due volte: subito accorse la cameriera; la mosse tre volte e comparve il maggiordomo. «Come vede,» disse la signora «chiamo, e tutti accorrono; persino il giardiniere e l’autista posso chiamare, sa? Tutti, e tutto!». «Sì?» rispose la vecchietta. «Provi a chiamare, dunque, ciò che le manca: la felicità! Essa non accorrerà mai, perché è dentro di noi». La signora suonò, e suonò ancora..., ma dall’uscio non apparve nessuno; delusa guardò il maggiordomo, la cameriera, che, mortificata, a sua volta, abbassò gli occhi a terra, poi guardò lei, la vecchietta, e, in quel viso increspato, vide apparire un sorriso. Solo allora capì quanto di bello era venuta ad offrirle la vecchietta: un sorriso, un semplice sorriso di felicità. Rocco ________IL PAESE DELLE FAVOLE Tanti, sono i paesi che offrono ai visitatori attrattive stupende: grandi cattedrali, scorci di strade ciottolate dove ancora regnano archi in calce e pietra “viva”, alti castelli mezzi diroccati, dove nidificano gazze e corvi chiacchieroni; musei che ospitano vecchi arnesi e oggetti contadini… ma nessuno di questi paesi riesce ad offrire favole. Belmonte Mezzagno è forse l’unico paesino a non avere monumenti stupendi, anzi, a pensarci bene, credo che di monumenti non ne abbia proprio, ma ha il meraviglioso dono di sapere donare favole. Basta entrare in una viuzza del centro storico, in una di quelle stradine dalle case basse e tinteggiate da colori stupendi, che subito si sentono i muri narrare le loro storie. Osservavo, impietrito, il muro del davanzale di una vecchia finestra, di una di quelle case abbandonate, e il colore azzurrognolo, come quello del mare, mi trasportò negli abissi più profondi. Giù mi accorsi di essere un altro, diverso, non sentivo il peso dell’acqua schiacciarmi, anzi, ero come sospeso in aria, come se volassi. Mi toccai le gambe, le braccia, finanche il viso, e m’accorsi con stupore d’esser desto. Vedevo, in quell’azzurro profondo, una valle incantata: vasti prati fioriti, dai colori stupendi, e un rigagnolo d’acqua che scendeva lento da pendii rocciosi, formando tantissime cascatelle e dando musica ad un melodico gorgoglio che mi trascinava sempre più lontano. M’accorsi di un albero che sovrastava la valle; mi avvicinai e vidi che aveva degli strani frutti… sembravano sorbe; sì, proprio così, sorbe. Tanta gente era lì indaffarata a raccoglierne grosse manciate… qualcuno prendeva il frutto e lo metteva in bocca assaporandoselo. «Che frutto è, signore?» chiesi ad uno dei tanti. «È il frutto del senno!» mi rispose. «Lo assaggi,» continuò «diventerà saggio, sapiente quanto lo è un vecchio di sopra i cent’anni». Cercai di toccarmi ancora… sì, ero sempre sveglio, e lo ero perché i miei occhi stavano ancora fissando il bel vecchio colore stinto del davanzale di quella decrepita finestra. «È una pianta meravigliosa, sa?» continuò quel tizio con in bocca quello strano frutto. «Viene gente da paesi molto lontani per assaggiarlo e divenire saggio. Il piccolo borgo di case ancora più a valle è conosciuto in tutto il mondo, si chiama Belmonte Mezzagno: Belmonte, perché è circondato da questi bei monti, e Mezzagno… sa che non ricordo bene, signore? E questo ruscello che lo attraversa arricchisce perenne la valle; i fiori di notte si levano per andare a bere e lei, se vuole, può stare qui a sentire il suono del silenzio». Rimasi meravigliato, mentre quello continuava. «Sì, signore! Perché… quando il silenzio è profondo, se ne sente il rumore». Di colpo pensai d’esser proprio sott’acqua, mi sentivo inzuppato. Era solo un acquazzone, un capriccioso acquazzone che si trovò di lì a passare e mi colò come un pulcino appena uscito dal guscio; poi ebbi un sussulto di paura… niente, era solamente un gatto inzuppato che m’investì passando per cercare riparo attraverso uno degli usci socchiusi. Anch’io cercai riparo più avanti, sotto uno dei balconcini in ferro con una lastra di marmo come base, e quella lastra sembrava proprio spaccata a metà. Mi misi a guardare quella fenditura e, come d’incanto, eccomi ancora in quella valle; solo che non sembrava per niente fiorita, i prati erano diventati aridi e brulli, non sentivo il gorgoglio dell’acqua… niente, anch’essa era scomparsa. Cercai la pianta, ma non riuscivo più a trovarla. «Strano!» esclamai, eppure il posto era questo. E la gente? Non c’era più nessuno! Non avevo a chi rivolgermi per avere notizie. Provai a scendere più a valle, al borgo di Belmonte, e m’accorsi di un vecchietto, sembrava l’unico superstite. Era seduto su di una vecchia panca, lo guardai e vidi che era intristito. Gli chiesi perché quel posto era divenuto melanconico. «Deve sapere» mi disse con calma e con parole d’una saggezza d’altri tempi «che un giorno arrivarono in questa valle sette briganti, figli delle sette sorelle che abitano a monte della chiesetta della Madonna dei poveri, “la grotta delle sette camere”, sette sorelle, figlie di mamma Drago, che aveva sette teste. Questi briganti, armati di grosse spade, colpirono la pianta del senno; più colpivano e più essi diventavano trasparenti, tanto che non riuscirono più a vedersi. Distrutta la pianta, fermarono il sapere. In questo posto, nessuno volle più tornare. Dei briganti solo la risata si sente, una cavernosa risata che ogni notte di luna piena assorda la valle ed incute timore ai pochi rimasti ad abitare questo piccolo borgo. Solo una volta l’anno, nel mese di agosto, quando la luna è al suo ultimo quarto, le sette sorelle scendono a valle, qui, in questo posto dove prima regnava la pianta, e aspettano di vedere passare i loro figli incatenati l’un l’altro da una malìa; vanno errando per il mondo in cerca di pietà. Soltanto quando il bene supererà di molto il male che hanno fatto, torneranno ad essere uomini “vivi”, solo allora la pianta riprenderà a germogliare e a produrre quel piccolo frutto del sapere; solo allora tutto tornerà ad essere come prima… solo allora…». La campana della chiesa suona l’Ave Maria trascinandomi fuori dal piccolo borgo. Il sole è da poco tramontato e si vedono i comignoli fumare; nell’aria si sente l’odore di caldarroste, mentre la nebbia scende lenta, incappucciando la cima dei monti e avvolgendo in un fascino misterioso questo piccolo paese delle favole. Rocco ________________CARMINIDDU Stanco, dormiva disteso sotto la grande quercia; Igor, un vecchio segugio dal pelo crespo, suo fedele amico, ansava con la lingua penzoloni. La calura estiva si faceva sentire; e in quel corpo, abituato a sfidare persino le intemperie, ma oramai debole e consumato dagli anni, l’afa aveva oramai avuto il sopravvento. “Carminiddu”, lo chiamavano in paese, non perché avesse un’esile figura, anzi riusciva con le sue enormi e poderose braccia a cingere persino una secolare quercia che adombrava quasi mezzo tumulo di terra. Quel “Carminiddu”, diminutivo di Carmelo, uso consueto di storpiare i nomi nei paesi del Meridione, specie nel paesino di Belmonte Mezzagno, e farli divenire sempre più piccoli, era sicuramente dovuto all’innata cultura contadina dell’economia. Il senso del risparmio era quasi un’ossessione per la gente del luogo. Il suo primo nome avrebbe dovuto essere Cristoforo, come quello del nonno paterno; Carminiddu gli era sicuramente arrivato da mamma Teresa per via della devozione alla madonna del Carmelo: donna pia, dall’animo puro, quasi in via di beatificazione. «Bisogna lavorare, lavorare e amare il prossimo senza dimenticare di lodare e servire Dio» non si stancava mai di ripeterlo al suo Carminiddu, il quale cresceva sempre più timorato da Dio, e, nello stesso tempo, orgoglioso, orgoglioso e fiero di essere un buon soldato di Cristo. Il senso dell’economia in lui era oramai diventato un chiodo fisso: gli avanzi non andavano gettati, quale che fosse stata la loro origine. Quante volte il pane rimasto del giorno prima si conservava avvolto in un tovagliolo di stoffa per il giorno dopo e per altri a venire! «C’è il corpo di nostro Signore Gesù Cristo, nel pane; non bisogna gettarlo per terra» ripeteva Teresa nel veder tozzi di pane in strada, buttato da gente che poteva permettersi simili sfarzi. Persino durante la raccolta delle olive, Carminiddu dava grande esempio di economia. Col sacco pieno si chinava a raccattare un’oliva, lungo il tortuoso viottolo che conduceva al magazzino, evitando così di calpestarla, la metteva dentro una delle due grosse tasche, quasi sempre rattoppate, e, orgoglioso, la buttava in mezzo alle altre, una grossa montagna di olive messa in attesa di essere trasportata al frantoio per la macina; e pensare che se ne calpestavano tante durante la raccolta, ma quella lì sul viottolo, per Carminiddu, stanco sotto il pesante fardello e col rischio anche di una maldestra caduta, rappresentava il vero frutto dell’economia, il non lasciare per strada il bene che Iddio ci dona: essa, quindi, doveva essere presa ad ogni costo. Ricevette un duro colpo per la perdita di mamma Teresa. Il padre gli era venuto a mancare, quando ancora andava alle elementari, in seconda precisamente, perché fu a quel punto che ebbe a lasciare gli studi; studi per modo di dire, era riuscito appena a saper scrivere il suo nome, e lui era già abbastanza fiero di questo e quasi s’inorgogliva nel vedere invece i suoi coetanei, in età avanzata, apporre il segno della croce nei documenti. Sarebbe potuto diventare sacrestano della Chiesa Madre se lo avesse voluto: don Luigi ne sarebbe rimasto molto contento se Carminiddu avesse accettato, quando glielo aveva chiesto. Lui, niente, preferiva lavorare nei campi e stare a contatto con la natura, quella vera, dove si può ancora assaporare il tubare dell’allodola in amore, il raglio dell’asino stonato, lo squittire delle rondini al tramonto, gli odori dei fiorellini di prato appena sbocciati e tante altre bellezze che solo madre natura sa regalarti. Quel dì del mese d’agosto si faceva sentire, e all’ombra della possente quercia, l’appiccicosa calura infastidiva come non mai prima; persino il dispettoso frinire della cicala smise di sentirsi, tanto che Igor riuscì a prendere sonno ai piedi del suo padrone. Un raggio di sole, creatosi un leggero varco tra i fitti rami, andò a posarsi sulla fronte di Carminiddu, destandolo. I grandi occhi scuri, nel viso scarno ed increspato, fissavano ora il vuoto, sfogliando pagine di vita vissuta, mentre sul pero, accanto, una gazza, assaporando un frutto ancora acerbo, guardava Carminiddu, frastornato da quel capriccioso raggio di sole. “Amare il prossimo”, si ripeteva, solo e abbandonato da tutti. È facile dire prossimo; il difficile è esserlo. Quanto amore donato, quanto aiuto dato, quante volte un pezzo di pane ebbe a dividerlo in due, in tre, per donarlo a quel prossimo, senza assaggiarne un boccone… e ora, era lì, solo, dimenticato persino da chi aveva vestito i suoi panni in uno degli inverni rigidi. A Carminiddu le forze sembrava stessero per abbandonarlo; Igor capì quanto stava per accadere e cominciò – latrando – a leccare le mani del suo padrone. La gazza sembrava leggesse negli occhi tristi dell’uomo l’amara delusione della sua umile vita, e non sapeva che fare; smise di beccare il frutto e si mise a pensare come potere intervenire per alleviare quello sconforto, l’ultimo. Non si può morire pensando che nessuno ti ama, che qualcuno non ti stia vicino in quel breve passaggio di frontiera che è la morte, bisognerà fare qualcosa, pensò lesta la gazza, e cominciò, nel suo linguaggio, a chiamare più animali che poteva. Sembrò un miracolo: in un batter d’occhio, sotto la grande quercia si radunò un numerosissimo gruppo d’ogni genere d’animali, improvvisando un bellissimo concerto. L’uomo raccolse le ultime forze e guardò tutti: dal coniglio allo scoiattolo, dall’allodola al cuculo. Poi abbassò lo sguardo, ed una lacrima bagnò Igor, intento a leccare il corpo di Carminiddu, che sussurrava grazie, spegnendo gli occhi commossi, nel vedersi circondato da quel grande e sincero amore d’animali. Rocco _______C’E’ SEMPRE DA IMPARARE Quando si è convinti che della vita si è compreso tutto, ci si rende conto di non avere appreso proprio niente. Un giorno di tanto tempo fa, un signore che stava recandosi in macchina nei pressi di Ficuzza, alla vista di un vecchietto curvo sul vecchio paniere, intento a raccogliere funghi, si fermò e gli si avvicinò: «Buon giorno, nonnino!» disse. «Come va, come va la ricerca micologica?». «Buon giorno a vossignoria! Ma... che ha detto, che ha detto?». «Oh, niente!» rispose quel signore al vecchietto che conosceva solo campi e boschi. E finì che, camminandogli accanto, mise in mostra il suo sapere: «Lo sapete,» disse al buon vecchietto «a che altezza siamo sopra il livello del mare?». «Non lo so proprio!». «Lo sapete quant’acqua pompano a Palermo i motori del lago di Piana degli Albanesi?». «Vossignoria chiede certe cose!...». Quello continuava a tempestare di domande il vecchietto, che, meravigliato e nello stesso tempo mortificato, inghiottiva, una dopo l’altra, le tante risposte sconosciute. Tra una domanda e una risposta, finì che ognuno riempì il proprio contenitore di funghi. «Sapete,» continuò il sapientone con cattedratica oratoria «io ho studiato a..., io sono stato a..., io ho visitato il...; e la distanza, la distanza che c’è fra Marte e Nettuno, la sapete? E la velocità della luce?». Il vecchietto ascoltava stupito. Ritornati sulla strada dove si trovava la lussuosa macchina, si salutarono: «Arrivederci! Io sono il professor Raveri, docente universitario della cattedra di Ingegneria nucleare di Palermo». Il vecchietto, sconfortato per non aver saputo dare una risposta, e imbarazzato davanti a tutti quei titoli, divenne più piccolo di quant’era, e sussurrò leggermente: «Io sono solo Carminu di Belmonte Mezzagno, a servirla!». E si congedarono. Il vecchietto, arrivato a casa, raccontò tutto quanto alla moglie Concettina, seduta a filar la lana, accanto al braciere acceso: «Concettina, dovevi sentirlo! Che persona istruita! Non c’era cosa che non sapeva: il mare, le stelle, mi disse pure dell’acqua del lago di Piana degli Albanesi!…». «E... dimmi una cosa, ma… due funghi, glieli hai dati?». «Quando mai! Fui così preso da tutto quel sapere, dalle novità che mi raccontava, che l’ho dimenticato; ma, se non sbaglio, anch’egli riempì il sacchetto». «E di che funghi, di che funghi?». «A dire il vero… sentivo che parlava, parlava, ma che qualità raccoglieva non ci ho fatto caso; domani gli telefono, sai, mi ha dato anche l’indirizzo». L’indomani il primo pensiero fu quello di telefonare: «Pronto! Pronto? Parlo con la famiglia Raveri? Cercavo il dottore… non c’è?... Ah! È morto?... E come?... Per i funghi?». Posò il telefono e cascò sulla sedia, borbottando: «Minchione! Concettina, è morto!». «Morto… chi, il dottore? E come?». «Per i funghi!». «Per i funghi?» fece Concettina, meravigliata. «E tu glieli hai controllati se erano buoni, o no?». «Come facevo, Concettina? Di quante cose sapeva, andavo a pensare che non conosceva proprio i funghi?». Tintu chidd’omu ca mori pi li funci, pirchì a stu munnu ’un c’e cristu ca lu chianci. Rocco |