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GNU Free Documentation License Esso utilizza materiale tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Vittorio_Alfieri Cronologia/Autori: http://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Vittorio_Alfieri&action=history Vittorio AlfieriDa Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Vittorio Amedeo Alfieri
Vittorio Amedeo Alfieri (Asti, 16 gennaio 1749 – Firenze, 8 ottobre 1803) è stato uno scrittore, poeta e drammaturgo italiano. «Nella città di Asti, in Piemonte, il dì 17 gennaio[1] dell'anno 1749, io nacqui di nobili, agiati ed onesti parenti». Così Vittorio Alfieri - maggiore poeta tragico italiano del Settecento - presenta sé stesso nella Vita scritta da esso, autobiografia scritta intorno al 1790. Nel corso della sua breve quanto intensa esistenza lo scrittore del «Volli, e sempre volli, e fortissimamente volli» non trascurerà neppure questo genere letterario. Del resto, il suo carattere tormentato, oltre che a delineare la sua vita in senso avventuroso, lo renderà un precursore delle inquietudini romantiche.
[modifica] Biografia
Ritratto di Giulia Alfieri
[modifica] Infanzia e educazione
Vittorio Alfieri nacque dal conte di Cortemilia Antonio Amedeo Alfieri e dalla savoiarda Monica Maillard de Tournon (già vedova del marchese Alessandro Cacherano Crivelli). Il padre morì nel primo anno di vita di Vittorio e la madre si risposò nel 1754 con il cavaliere Carlo Giacinto Alfieri di Magliano. Visse fino all'età di nove anni e mezzo ad Asti a Palazzo Alfieri (la residenza paterna), affidato ad un precettore, senza alcuna compagnia. Dei due fratelli che aveva, Giuseppe Maria morì dopo pochi mesi di vita e la sorella Giulia fu mandata presso un monastero astigiano. Nel 1758, per volere del suo tutore, lo zio Pellegrino Alfieri, governatore di Cuneo e nel 1762 viceré di Sardegna, fu iscritto all'Accademia Reale di Torino. Alfieri frequentò l'Accademia dove compì i suoi studi
di
grammatica,
retorica,
filosofia,
legge.
Venne a contatto con molti studenti stranieri, i loro racconti e le loro
esperienze lo stimolarono facendogli sviluppare la passione per i viaggi.
[modifica] I viaggi
Vienna nel XVIII secolo,
Bernardo Bellotto detto il Canaletto,(1760)
Kunsthistorisches Museum,
Vienna
Tra il 1766 ed il 1772, Alfieri cominciò un lungo vagabondare in vari stati dell'Europa. Visitò l'Italia da Milano a Napoli sostando a Firenze e a Roma, nel 1767 giunse a Parigi dove conobbe Luigi XV che gli parve un monarca tronfio e sprezzante. Deluso anche dalla città, a gennaio del 1768 giunse a Londra e dopo un lungo giro nelle province inglesi, andò in Olanda. A L'Aia visse il suo primo amore con la moglie del barone Imhof, Cristina. Costretto a separarsene per evitare uno scandalo, tentò il suicidio, fallito per il pronto intervento di Elia, il suo fidato servo che lo seguiva in tutti i suoi viaggi. Rientrò a Torino dove alloggiò in casa di sua sorella Giulia che nel frattempo aveva sposato il conte Giacinto Canalis di Cumiana. Vi rimase fino al compimento del ventesimo anno di età, quando entrando in possesso della sua cospicua eredità decise di lasciare nuovamente l'Italia.
Berlino Bruederstrasse,
Eduard Gaertner, Berlino, St. Petersburg
Tra il 1769 ed il 1772, in compagnia del fidato Elia, compì il secondo viaggio in Europa: partendo da Vienna passò per Berlino, incontrando con fastidio e rabbia Federico II, toccò la Svezia e la Finlandia, giungendo in Russia, dove non volle neppure essere presentato a Caterina II, avendo sviluppato una profonda avversione al dispotismo. Raggiunse Londra e nell'inverno del 1771, conobbe Penelope Pitt, moglie del visconte Edward Ligonier, con la quale instaurò una relazione amorosa. Il visconte, scoperta la tresca, sfidò a duello l'Alfieri. Lo scandalo che seguì ed il processo per adulterio, pregiudicarono una possibile carriera diplomatica dell'Alfieri, che in seguito a questi fatti fu costretto a lasciare la donna e la terra d'Albione. Riprese così il suo girovagare prima in Olanda, poi in Francia, Spagna ed infine Portogallo, dove a Lisbona incontrò l'abate Valperga di Caluso che lo spronò a proseguire la sua carriera letteraria. Nel 1772 cominciò il viaggio di ritorno.
[modifica] Ritorno a Torino
Torino,
Bernardo Bellotto detto il Canaletto (1745),
Torino Galleria Sabauda
Il ventiquattrenne Alfieri rientrò nel capoluogo piemontese nel 1773 e si dedicò allo studio della letteratura, rinnegando in tal modo, secondo le sue stesse parole, «anni di viaggi e dissolutezze»; a Torino prese una casa in piazza San Carlo, la ammobiliò sontuosamente, ritrovò i suoi vecchi compagni di Accademia militare e di gioventù. Con loro istituì una piccola società che si riuniva settimanalmente in casa sua per «banchettare e ragionare su ogni cosa», la "Societé des Sansguignon", in questo periodo scrisse «cose miste di filosofia e d'impertinenza» per la maggior parte in lingua francese, tra cui l'Esquisse de Jugement Universél, ispirato agli scritti di Voltaire. Ebbe anche una relazione con la marchesa Gabriella Falletti di Villafalletto, moglie di Giovanni Antonio Turinetti marchese di Priero. Tra il 1774 ed il 1775 portò a compimento la tragedia Antonio e Cleopatra, rappresentata a giugno di quello stesso anno a Palazzo Carignano, con successo. Nel 1775 troncò definitivamente la liaison amorosa con la marchesa Falletti, e studiò e perfezionò la sua grammatica italiana riscrivendo le tragedie Filippo e Polinice, che in una prima stesura erano state scritte in francese. Nell'aprile dell'anno seguente si recò a Pisa e Firenze per il primo dei suoi "viaggi letterari", dove iniziò la stesura dell'Antigone e del Don Garzia. Tornò in Toscana nel 1777, in particolare a Siena, dove conobbe quello che sarebbe diventato uno dei suoi più grandi amici, il mercante Francesco Gori Gandellini. Questi influenzò notevolmente le scelte letterarie dell'Alfieri, convincendolo ad accostarsi alle opere di Niccolò Machiavelli. Da queste nuove ispirazioni nacquero La congiura de' Pazzi, il trattato Della Tirannide, l' Agamennone, l' Oreste e la Virginia (che in seguito susciterà l'ammirazione del Monti).
[modifica] La contessa d'Albany
Alfieri e la contessa d'Albany, F. X. Fabre,
1796,
Torino, Museo Civico di arte antica
Nell'ottobre del 1777, mentre terminava la stesura di Virginia, conobbe la donna che lo tenne a sé legato per tutto il resto della vita: Luisa Stolberg d'Albany, moglie di Carlo Edoardo Stuart, pretendente al trono d'Inghilterra. Nello stesso periodo l'Alfieri si dedicò alle opere di Virgilio e terminò il trattato Del Principe e delle lettere e il poema in ottave L'Etruria vendicata. Nel 1780, con l'avallo del governo granducale, la contessa d'Albany riuscì ad abbandonare il marito rifugiandosi a Roma presso il convento delle Orsoline, con l'aiuto di suo cognato cardinale e duca di York. Dopo qualche tempo l'Alfieri, che nel frattempo aveva donato tutti i beni e le proprietà feudali alla sorella Giulia riservandosi un vitalizio ed una parte del capitale[2], raggiunse a Roma la contessa e si recò poi a Napoli dove terminò la stesura dell' Ottavia ed ebbe modo di iscriversi alla loggia massonica della "Vittoria".
Roma, veduta di Santa Maria Maggiore, di
Giovanni Paolo Pannini,(1744)
Tornò a Roma stabilendosi a Villa Strozzi presso le Terme di Diocleziano, con la contessa d'Albany, che nel frattempo ottenne una dispensa papale che le permise di lasciare il monastero. Nei due anni successivi di soggiorno romano lo scrittore portò a compimento le tragedie Merope e Saul. Nel 1783, Alfieri fu accolto all'Accademia dell'Arcadia col nome di Filacrio Eratrastico. Nello stesso anno terminò anche l'Abele. Tra il 1783 ed il 1785 pubblicò in tre volumi la prima edizione delle sue tragedie stampate dai tipografi senesi Pazzini e Carli. Ma questo periodo idilliaco fu bruscamente interrotto dal cardinale di York, il quale scoprendo la relazione dello scrittore con la cognata, gli intimò di abbandonare Roma. Alfieri, con il pretesto di far conoscere le proprie tragedie ai maggiori letterati italiani, intraprese una serie di viaggi. Conobbe Ippolito Pindemonte a Venezia, Melchiorre Cesarotti a Padova, Pietro Verri e Giuseppe Parini a Milano. Ma le tragedie raccolsero per la maggior parte giudizi negativi. Solamente il critico Ranieri dé Calzabighi si complimentò con lo scrittore che con le sue opere aveva posto il teatro italiano sullo stesso piano di quello transalpino. Nell'aprile del 1784, la contessa d'Albany, per intercessione di Gustavo III di Svezia, ottenne il divorzio dal marito ed il permesso di lasciare Roma e si ricongiunse all'Alfieri ad agosto, nel castello di Martinsbourg a Colmar, in segreto, per salvare le apparenze e la pensione della contessa. A Colmar, l'Alfieri scrisse l'Agide, la Sofonisba e la Mirra. Costretti ad abbandonare l'Alsazia alla fine dell'anno, per l'obbligo della contessa di risiedere negli stati pontifici, l'Alfieri si sistemò a Pisa e la Stolberg a Bologna. La già insostenibile situazione fu aggravata dalla improvvisa morte dell'amico Gori. Sono di quel periodo alcune rime tra cui il Panegirico di Plinio e Traiano e le Note, sorte in polemica risposta verso le critiche negative alle sue tragedie. Nel 1785 portò a termine le tragedie Bruto primo e Bruto secondo. Nel dicembre del 1786, l'Alfieri e la Stolberg (che sarebbe divenuta vedova due anni dopo), si trasferirono a Parigi acquistando due case separate; in questo periodo furono ripubblicate le sue tragedie per opera dei famosi stampatori Didot. Nel salotto della Stolberg l'Alfieri conobbe molti letterati, in particolare fece la conoscenza di André Chénier, che ne rimase talmente colpito da dedicargli alcuni suoi scritti.
[modifica] La rivoluzione francese e Napoleone
La presa della Bastiglia (Charles
Thévenin,
1793).
Musée Carnavalet, Parigi
Nel 1789, l'Alfieri e la sua compagna furono testimoni oculari dei moti rivoluzionari di Parigi. Gli avvenimenti, in un primo tempo fecero comporre al poeta l'ode a Parigi sbastigliato, ma che poi rinnegò e l'entusiasmo si trasformò in odio verso la rivoluzione materializzato nelle rime del Misogallo.
Firenze, Basilica di Santa Croce. Monumento
funebre di
Antonio Canova.
Nel 1792 l'arresto di Luigi XVI e le stragi del 10 agosto convinsero i due a lasciare definitivamente la città per tornare in Toscana e tra il 1792 ed il 1796, l'Alfieri si immerse totalmente nello studio dei classici greci traducendo Euripide, Sofocle, Eschilo, Aristofane. Proprio da queste ispirazioni nel 1798 nacque l'ultima tragedia alfieriana: l' Alceste seconda. Tra il 1799 ed il 1801 le vittorie francesi sul suolo d'Italia costrinsero l'Alfieri a fuggire da Firenze per rifugiarsi in una villa presso Montughi. Il suo "misogallismo" gli impedì persino di accettare la nomina a membro dell'Accademia delle scienze di Torino nel 1801. Tra il 1801 ed il 1802, compose sei commedie: L'uno, I pochi, I troppi, tre commedie sulla visione satirica dei governi dell'epoca; Tre veleni rimesta, avrai l'antidoto, sulla soluzione ai mali politici (quasi un testamento politico dell'Alfieri), La finestra, ispirata ad Aristofane ed Il divorzio frutto di riminiscenze giovanili. Si spense l' 8 ottobre 1803, e venne sepolto nella basilica di Santa Croce. A sua memoria rimane lo splendido monumento funebre di Antonio Canova.
[modifica] Opere
[modifica] Le tragedieTerminata l'Accademia militare a Torino, e dopo un lungo giovanile vagabondare in vari stati dell'Europa, nel 1775 (l'anno della conversione) rientra nel capoluogo piemontese e si dedica allo studio della letteratura, rinnegando in tal modo - secondo le sue stesse parole - anni di viaggi e dissolutezze; completa così la sua prima tragedia, Antonio e Cleopatra, che registra un grande successo; seguiranno poi Antigone, Filippo, Oreste, Saul, Maria Stuarda, Mirra. La fama delle sue tragedie è legata alla centralità del rapporto libertà-potere e all'affermazione dell'individuo sulla tirannia. Una profonda e sofferta riflessione sulla vita umana arricchisce la tematica quando il poeta si sofferma sui sentimenti più intimi e sulla società che lo circonda.
Egisto sollecita
Clitennestra esitante prima di uccidere Agamennone, nel dipinto
Morte di Agamennone di
Pierre-Narcisse Guérin
1818,
Louvre,
Parigi
Le sue tragedie furono rappresentate quando il poeta era ancora in vita ed ebbero un notevole successo nel periodo giacobino. A Bologna vennero rappresentate tra il 1796 e il 1798 ben quattro tragedie (Bruto II, Saul, Virginia, Antigone). Le reazioni negli spettatori erano spesso molto singolari, ne parla anche il Leopardi nel suo Zibaldone (1823), che citando la rappresentazione a Bologna dell'Agamennone racconta che:
Anche Stendhal in Roma, Napoli, Firenze scrive:
Le tragedie sono ventidue, compresa la Cleopatra (o Antonio e Cleopatra) poi in seguito da lui ripudiata. L' Alfieri le scrive in endecasillabi sciolti, seguendo il concetto di unità aristotelica. Ecco l'elenco completo :
Tragedie greche: Tragedie definite della libertà:
Tragedie pubblicate postume
[modifica] TramelogediaAlfieri volle coniugare il melodramma, molto in auge in quel periodo, con i temi più ostici della tragedia. Nacque così l'Abele (1786), un'opera che egli stesso definì tramelogedia.
[modifica] Le prose politicheL'odio per la tirrania e l'amore viscerale per la libertà, vennero sviluppati in due trattati :
[modifica] Le odi politiche
"Washington attraversa il Delaware" di
Emanuel Leutze (1851)
[modifica] L'odio antirivoluzionario: il Misogallo
Il Misogallo è un opera che aggrega generi diversi: prose, sonetti, epigrammi ed un'ode. Questi componimenti si riferiscono al periodo compreso tra l'insurrezione di Parigi nel luglio 1789 e l'occupazione francese di Roma nel febbraio 1798. È una feroce critica di Alfieri, sulla Francia e sulla Rivoluzione, ma egli rivolge l'invettiva anche verso il quadro politico e sociale europeo, verso i molti tiranni antichi e recenti, che dominarono e dominano l'Europa. Per l'Alfieri, «i francesi non possono essere liberi, ma potranno esserlo gli italiani», mitizzando così un'ipotetica Italia futura, «virtuosa, magnanima, libera ed una».
[modifica] SatirePensate fin dal 1777 e riprese più volte nell'arco della sua vita, sono componimenti sui "mali" che afflissero l'epoca del poeta. Sono diciassette:
[modifica] Le commedie
frontespizio della "Vita" del 1848
Scritte nell'ultima parte della sua vita:
[modifica] AutobiografiaAlfieri cominciò a scrivere la propria biografia (La
vita) dopo la pubblicazione delle sue tragedie. La prima parte fu scritta
tra il 3
aprile ed il
27
maggio 1790
e giunge fino a quell'anno, la seconda fu scritta tra il
4 maggio
ed il
14 maggio
1803 (anno della sua morte).
[modifica] RimeAlfieri scrisse le Rime tra il
1776 ed il
1779. Stampò
le prime ( quelle scritte fino al
1789) a
Kehl , tra il
1788 e il
1790. Alfieri considerava le rime come esercizi tecnici e ne conservò pochissime. La maggior parte delle rime stampate o destinate alla stampa sono componimenti amorosi per l'Albany.
[modifica] TraduzioniAlfieri passò molto tempo allo studio dei classici latini e greci. Questo portò ad alcune traduzioni pubblicate postume :
[modifica] LettereLa raccolta più completa delle sue lettere è quella pubblicata nel 1890 dal Mazzantini, intitolata " Lettere edite e inedite di Vittorio Alfieri", considerata da molti studiosi di non particolare importanza letteraria.
[modifica] Il pensiero letterarioLe influenze letterarie di Alfieri provengono dagli
scritti di
Montesquieu,
Voltaire,
Rousseau,
Helvétius, che l'astigiano conobbe nei suoi molteplici viaggi in
Europa, durante il processo di "spiemontesizzazione". Il suo interesse per lo studio dell'uomo, per la
concezione meccanicistica del mondo, per l'assoluta libertà e l'avversione
verso il dispotismo, collegano Alfieri alla dottrina illuminista. Alfieri è considerato dalla critica letteraria come l'anello di congiunzione di queste due correnti ideologiche, ma l'astigiano al contrario dei più importanti scrittori illuministi dell'epoca, quale Parini, Verri, Beccaria, Voltaire, che sono disposti a collaborare con i monarca "illuminati" (Federico di Prussia, Caterina II di Russia, Maria Teresa d'Austria) e ad esporre le proprie idee nei salotti europei, rimane indipendente e reputa umiliante questo genere di compromesso. D'altronde Alfieri fu un precursore del pensiero romantico anche nel suo stile di vita, sempre alla ricerca dell'autonomia ideologica (non a caso lasciò tutti i suoi beni alla sorella Giulia per poter abbandonare la sudditanza dai Savoia) e nel non accettare la netta distinzione settecentesca fra vita e letteratura, nel nome di valori etico-morali superiori.
[modifica] Libertà ideale, titanismo e catarsiFin da giovane Vittorio Alfieri dimostrò un energico accanimento contro la tirannide e tutto ciò che può impedire la libertà ideale. In realtà risulta che questo antagonismo sia diretto contro qualsiasi forma di potere che appare iniqua e oppressiva. Anche il concetto di libertà che egli esalta non possiede precise connotazioni politiche o sociali, ma resta un concetto astratto. La libertà alfieriana, infatti, è espressione di un individualismo eroico e desiderio di una realizzazione totale di sé. Infatti Alfieri sembra presentarci, invece che due concetti politici (tirannide e libertà), due rappresentazioni mitiche: il bisogno di affermazione dell'io, desideroso di spezzare ogni limite e le "forze oscure" che ne ostacolano l'agire. Questa ricerca di forti passioni, quest'ansia di infinita grandezza, di illimitato è il tipico titanismo alfieriano, che caratterizza, in modo più o meno marcato, tutte le sue opere. Ciò che viene tanto osteggiato da Alfieri è molto probabilmente la percezione di un limite che rende impossibile la grandezza, tanto da procurargli costante irrequietezza, angosce e incubi che lo costringono a cercare nei suoi innumerevoli viaggi ciò che può trovare soltanto all'interno di se stesso. Il sogno titanico è accompagnato da un costante pessimismo che ha le radici nella consapevolezza
Ritratto di Santorre di Santarosa
dell'effettiva impotenza umana. Inoltre la volontà di infinita affermazione dell'io porta con se un senso di trasgressione che gli causerà un senso di colpa di fondo, che verrà proiettato appunto nelle sue opere per trovare un rimedio al proprio malessere; fenomeno, questo, che viene chiamato catarsi.
[modifica] L'eredità spirituale
Alfieri ha fortemente ispirato la letteratura ed il
pensiero italiano del
XIX
secolo.
[modifica] Alfieri e la MassoneriaNel capitolo della Vita riferito al 1775, l'Alfieri narra come durante un banchetto di liberi muratori declamò alcune rimerie :
Assemblea massonica.
Vienna 1791 Egli chiede scusa ai fratelli se la sua musa inesperta osa cantare i segreti della loggia. Poi il sonetto prosegue menzionando il Venerabile, il primo Vigilante, l'Oratore, il Segretario. Anche se negli elenchi della massoneria piemontese il nome dell'Alfieri non è mai comparso, Roberto Marchetti suppone che egli fosse stato iniziato in Germania o Inghilterra, nel corso di uno dei suoi viaggi giovanili. È assodato che moltissimi suoi amici furono massoni e dall'elenco, posseduto dal centro alfieriano di Asti, che menziona i personaggi ai quali il Poeta inviò la prima edizione delle sue tragedie (1783), compaiono i fratelli von Kaunitz, di Torino, Giovanni Pindemonte e Gerolamo Zulian a Venezia, Annibale Beccaria (fratello di Cesare), Luigi Visconte Arese e Gioacchino Pallavicini di Milano, Carlo Gastone Rezzonico a Parma, Saveur Grimaldi a Genova, Alessandro Savioli a Bologna, Kiliano Caraccioli Maestro venerabile a Napoli, Giuseppe Guasco a Roma. L'Alfieri compare alcuni anni dopo, al numero 63
dell'elenco nel "Tableu des Membres de la Respectable Loge de la Victoire
à l'Orient de Naples" in data
27
agosto 1782,
con il nome di "Comte Alfieri, Gentilhomme de Turin". Durante il periodo dell'affiliazione, Alfieri si cela per la sua corrispondenza ai confratelli sotto lo pseudonimo di conte Rifiela. Con il sopraggiungere in Europa dei venti rivoluzionari che sfoceranno poi nella rivoluzione francese, l'Alfieri prese le distanze dalla setta, forse perché essa accentuò l'impegno giacobino, antimonarchico, anticlericale, o forse anche per quel suo aspetto caratteriale indipendente fino all'ossessione. Nella satira di Le imposture (1797) si scaglierà contro i suoi vecchi confratelli apostrofandoli come "fratocci" che imbambolavano gli adepti per farne creature proprie, ingenuo piedistallo per i furbi.
[modifica] La piemontesità
Giosuè Carducci affermò che
l'Alfieri, insieme all'Alighieri
e a
Machiavelli: «è il nume indigete d'Italia». Per Umberto Calosso, ne L'Anarchia di Vittorio Alfieri, (Bari 1924) il poeta non dimenticò mai le sue origini, con quel «misto di ferocia e generosità, che non si potrà mai capire da chi non ha esperienza dei costumi e del sangue piemontese». Alfieri scrisse poi due sonetti (gli unici) in lingua
piemontese datati aprile e giugno
1783.
[modifica] Alfieri e la musicaUmberto Calosso accosta l'opera di Alfieri «illuminista in fervido movimento» a quella di Beethoven, per il critico i motivi profondi dell'Alfieri risuonano «nei precipizi abissali della sinfonia di Beethoven». Anche per il Cazzani,in molte tragedie alfieriane, ci troviamo davanti alla stessa solitudine cosmica del maestro di Bonn. Nella sua autobiografia il poeta racconta di come la musica suscitava nel suo animo grande commozione. L'Alfieri più volte raccontò come quasi tutte le tragedie siano state ideate o durante l'ascolto di musica o poche ore d'opo averla ascoltata. Alcuni manoscritti contengono anche le indicazioni delle musiche da eseguirsi durante le rappresentazioni teatrali (per esempio il Bruto II). Il Cazzani ipotizza anche che tra i musicisti prediletti dell'Alfieri ci sia il piemontese Giovanni Battista Viotti, che fu presente a Torino, Parigi e Londra negli stessi anni dei soggiorni alfieriani.
[modifica] Alfieri e l'arte
Perseo e Andromeda, Anton Raphael Mengs,1776,
Museo dell'Ermitage di San Pietroburgo
Il poeta che più di una volta confessò di essere sensibile alle bellezze naturali, davanti alle opere artistiche manifestava una certa «ottusità d'intelletto». A Firenze, per la prima volta nel 1766, dichiarò che le visite alla Galleria e a Palazzo Pitti, si svolgevano forzatamente, con molta nausea, senza nessun senso del bello. Di Bologna scrisse: «...dei suoi quadri non ne seppi nulla». Quando visse a Roma nascevano i primi fermenti del movimento archeologico che precedette il Neoclassicismo, non fece nessuna menzione degli artisti che ne presero parte,ed anche il salotto della contessa d'Albany, a Parigi frequentato dagli artisti più noti dell'epoca (tra cui Jacques-Louis David) non era per lui di alcun interesse, e del Louvre gli interessò «solo la facciata». Questo spiega perché, fatta eccezione dei ritratti di Fabre, nessuna tela di un certo valore adornò le pareti degli appartamenti abitati da Alfieri nel corso della vita. L'Alfieri e la contessa d'Albany, nell'agosto 1792, dovettero abbandonare precipitosamente Parigi per l'insurrezione repubblicana. Dall'inventario degli oggetti d'arte della casa di Parigi (Maison de Thélusson, rue de Provence n°18), stilato dal governo rivoluzionario dopo la confisca degli immobili e contenuto negli Archives nationales di Parigi si è potuto risalire ai quadri presenti negli appartamenti. Anche in questo caso l'elenco è deludente: si tratta più che altro di riproduzioni incise per lo più dei Carracci, della Cappella Sistina, della Scuola di Atene, della galleria di Palazzo Farnese, con qualche incisione riproducente opere di Elisabeth Vigée-Lebrun, di Angelika Kauffman, di Anton Raphael Mengs.
[modifica] Alfieri nei francobolli italiani
Emissione per le colonie del 1932
Emissione del 2003
Tre francoboli commemorativi sono stati emessi dalle poste italiane per ricordare la figura del trageda astigiano.
[modifica] Alfieri nelle monete italiane
Emissione del 1999
[modifica] Note
[modifica] Bibliografia
[modifica] Voci correlate
[modifica] Altri progettiWikisource contiene opere originali di o su Vittorio Alfieri
[modifica] Collegamenti esterni
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| Considerato il maggiore poeta tragico
del Settecento italiano, Vittorio Alfieri ebbe una vita piuttosto avventurosa, diretta conseguenza del suo carattere tormentato che lo rese, in qualche modo, precursore delle inquietudini romantiche. Rimasto orfano di padre a meno di un anno, a nove anni entrò nella Reale Accademia di Torino, ma, insofferente della rigida disciplina militare, ne uscì nel 1766 (nell'autobiografia ne parlerà come di anni di "ingabbiamento" e di "ineducazione"). A conclusione degli studi viene nominato alfiere dell'esercito regio ed è assegnato al reggimento provinciale di Asti. Da quel momento, però, viaggia a lungo per tutta l'Europa, spesso precipitosamente, per dare sfogo ad un'inquietudine interiore che difficilmente si placava. Disadattato e riottoso, era profondamente disgustato dagli ambienti cortigiani di Parigi, Vienna e Pietroburgo, mentre, viceversa, lo attiravano le solitudini dei paesaggi scandinavi o di quelli spagnoli. Nei numerosi viaggi effettuati in quel periodo, sull'onda di quella sensibilità sensibile e onnivora, visitò paesi importanti come la Francia, l'Inghilterra, la Germania, l'Olanda e il Portogallo. Pur non avendo ancora focalizzato con precisione il centro dei suoi interessi, a quel periodo risalgono anche alcune delle sue più intense letture, che spaziavano in modo disordinato dagli illuministi francesi a Machiavelli fino a Plutarco. Tornato a Torino nel 1773, seguirono per lui anni di operoso isolamento e di lucido ripensamento su di sé e sull'ambiente che lo circondava. Di tale processo di crescita intellettuale e morale sono documento i "Giornali", scritti per una prima parte in francese (anni 1774-75) e ripresi qualche tempo dopo in italiano (1777). Intanto, in solitudine, dalla sua penna sgorgavano centinaia di pagine di alta letteratura. Il suo talento drammaturgico andava così finalmente delineandosi. Nel 1775 riuscì a far rappresentare la sua prima tragedia, "Cleopatra", che gli procurò un discreto successo e che gli aprì le porte dei teatri italiani, confermandolo nella sua vocazione. Basti pensare che negli anni successivi arrivò a scrivere qualcosa come venti tragedie, fra cui, per citarne alcune, "Filippo", "Polinice", "Antigone", "Virginia", "Agamennone", "Oreste", "La congiura de' Pazzi", "Don Garzia", "Maria Stuarda", "Rosmunda", "Alceste seconda", oltre all'"Abele", da lui stesso definito "tramelogedia", cioè "tragedia mista di melodia e di mirabile". Tra il 1775 e il 1790, fuggendo ogni distrazione mondana, si diede a un lavoro tenacissimo: tradusse numerosi testi latini, lesse accanitamente i classici italiani da Dante a Tasso, s'impegnò nello studio della grammatica, mirando a impadronirsi dei modi toscani. Nel 1778, non sopportando di esser legato a un monarca da vincoli di sudditanza, lasciò alla sorella tutti i propri beni e, riservata per sé una pensione vitalizia, abbandonò il Piemonte e andò a vivere in Toscana, a Siena e a Firenze; fu anche a Roma (1781-83), e successivamente seguì in Alsazia (a Colmar) e a Parigi Luisa Stolberg contessa d'Albany, da lui conosciuta nel 1777, la quale, separatasi dal marito Carlo Edoardo Stuart (pretendente al trono d'Inghilterra), divenne la compagna della sua vita e la dedicataria della maggior parte delle "Rime". Nasce un rapporto che Alfieri manterrà sino alla morte e che mette fine alle sue irrequietezze amorose. L'anno successivo fa dono alla sorella di tutti i suoi beni, mantenendo per sé solo una rendita annua e dopo vari soggiorni si trasferisce a Firenze e poi a Siena, per apprendere l'uso del toscano che, per lui piemontese e perciò familiare all'uso del suo dialetto e del francese, era stata una lingua morta imparata sui libri. Egli ripercorse il suo cammino formativo in un'autobiografia intitolata Vita che cominciò a scrivere intorno al 1790 (l'autobiografia era un genere di moda nel diciassettesimo secolo, valgano gli esempi delle "Mémoires" di Goldoni o delle "Memorie" del Casanova), anche se quest'opera non va considerata come una "riscrittura" a posteriori delle propria esperienza esistenziale, dove quindi la realtà viene a volte forzata per conformarsi al pensiero dell'Alfieri ormai poeta maturo. Tornato a Firenze, dedica gli ultimi anni della sua vita alla composizione delle "Satire", di sei commedie, della seconda parte della "Vita" e di traduzioni dal latino e dal greco. Nel 1803, a soli 54 anni, muore a Firenze il giorno 8 ottobre, assistito da Luisa Stolberg. La salma si trova nella chiesa di Santa Croce a Firenze. «Bisogna sempre dare spontaneamente quello che non si può impedire ti venga tolto.» Vittorio Alfieri «Bisogna veramente che l'uomo muoia perché altri possa appurare, ed ei stesso, il di lui giusto valore.» Vittorio Alfieri |